Matteo Salvini, (presunto) “condottiero” d’Italia

10/12/2014 Roma. Rai. Trasmissione televisiva Porta a Porta. Nella foto Matteo Salvini

Matteo Salvini è divenuto, meritatamente, il mostro da prima pagina. È ciò che del resto egli stessoanela, avendo capito che l’importante è “essere in prima”, con qualsiasi mezzo,con qualunque pretesto, e in fondo, non per solo merito proprio, egli èriuscito a costruire il personaggio di sé stesso, in una contiguità con il precedente Salvini di lotta e di governo. Il leader  locale, con la felpa “Berghem”, diventa poiregionale, infine nazionale, mentre il movimento fondato da Bossi stava abbandonandoalle ortiche la precedente natura localistica, e si trasformava in partito monocratico, e,  paradossalmente per unaforza politica che predicava la secessione e insultava il tricolore. Il nuovoSalvini, tuttavia, che alterna mascella quadrata e sorriso beffardo, il Matteonon più lombardo, ma nazionale e internazionale, che mentre ripeteossessivamente il richiamo agli italiani (“Prima gli italiani”, “Non toglieremo soldi dalle tasche degli italiani”, “Sessanta milioni di italiani mi seguono”,“Vogliamo ascoltare gli italiani”, “Rispetto per gli italiani”, “Dobbiamo mantenere le promesse con gli italiani”…), lancia messaggi a Est (l’Ungheria diOrban) e Ovest (la Francia della Le Pen, o il più lontano Brasile di Bolsonaro).

Questo Salvini usa con grande disinvoltura non già l’antica endiadi di bastone e carota, bensì quella dellaprovocazione dissacrante e quella della simpatia di chi pur sentendosi“naturalmente” leader, ci tiene ad essere come tutti: uno come noi, lombardo che gioca il ruolo di condottiero d’Italia,colui che protegge “la nostra gente”, e la guida, che la ama e vuole esserneriamato, cattolico, eterosessuale sostenitore della famiglia tradizionale, che apprezza il buon cibo e le belle donne, e l’italian way of life, ma che gioca sagacemente la sua “divisa” jeans e camicia,ostentando disinteresse per il lusso e l’eleganza. Salvini vuole piacere al popolo, essendo o presentandosi come uno del popolo.

Sicché passa da “Domenico Lucano è uno zero”, con conseguenti minacce (puntualmente tradotte in atti amministrativi), fino al beffardo “A Lucano io mando un bacio”: la politica del bacio inviato, annunciato, mimato, il bacio a distanza, è una delle novità sul piano della comunicazione politica nell’era ”gialloverde”.  E Salvini ne è il protagonista assoluto (è sufficiente un’occhiata alle sue varie pagine Facebook, che grondano di baci agli avversari, a dimostrazione della propria superiorità). Ma in contemporanea ribadisce slogan che abbiamo già conosciuto, il più noto dei quali è il funesto“Noi tireremo diritto”.

Gli echi mussoliniani sono forti,e molti evocano esplicitamente il fascismo (anche se pacatamente da più parti – per tutti Gustavo Zagrebelsky – si fa notare che di fascismo non si tratta: almeno per ora) , ma come dimenticare le sortite di Berlusconi? O quelle diRenzi? Anche Renzi ebbe a scontrarsi con la Commissione della UE, anzi giocò esplicitamente quella carta per acquistare consenso tra i ceti popolari, con mosse e motti paramussoliniani. Quanto a Berlusconi basti ricordare quella penosa esibizione al Parlamento dell’Unione, a Bruxelles, quando, nell’imbarazzo del suo ministro degli Esteri, Gianfranco Fini, insultò il tedesco Martin Schulz, per poi rivolgere ai parlamentari della “Sinistra”apprezzamenti con una formula che voleva essere ingiuriosa, ma risultò ridicola:“Ma guardatevi! Sembrate dei turisti della democrazia…”.

Insomma, Salvini tiene dietro ai suoi predecessori dai quali ha appreso parecchio: si tratta di tre forme di populismo, quello mediatico e barzellettiero di Berlusconi, quello smart ed efficientistico di Renzi, quello smargiasso e cafonesco di Salvini. Li unisce ildisprezzo per le istituzioni, e il conseguente appello al popolo, non importa se  un popolo televisivo, un popolo della piazza, un popolo dei “circoli”. E accanto a loro si staglia la figura, ormai patetica di Grillo, con il suo iper-populismo, quello che abbina la Rete e laPiazza, che gioca sul doppio registro, della comicità volgare e del buon senso contadino. Quanto a Di Maio, neppure varrebbe la pena di citarlo, pallido imitatore degli altri, senza averne i numeri, da nessun punto di vista: con la sua faccina da bravo ragazzo ripete psittacisticamente le formule mandate più o meno a memoria (poi puntualmente rilanciate dal “popolo 5 Stelle”), quasi tremebondo, davanti all’ingombrante sodale-competitore Salvini, consapevole della propria fragilità e della potenza dell’altro. L’altro: il mostro Salvini, lanciato dalla tv, in particolare nell’era Renzi, nella convinzione che un Matteo cattivo, un Matteo bruto, avrebbe potuto aiutare a costruire il figurino del Matteo buono, dalla faccia di giovane perbene: Salvini, in certo senso, è stato lanciato se non costruito da Renzi.

In tutto questo, ovviamente, il Parlamento aveva già perso da tempo, da parecchio tempo, qualsiasi significato, sostituito dagli studi dei talk show televisivi, dai post sui social media: Renzi in Parlamento non c’era neppure, ed è giunto come Salvini al Parlamento europeo prima che a quello italiano. Salvini, è noto, vive su Facebook e su Twitter, lancia un numero imprecisato di messaggi quotidiani, si fa seguire,accompagnare, precedere da fotografi e videoperatori: studia le pose, ora imbracciando un kalashnikov, ora ostentando i bicipiti e tricipiti, ora, infine, concedendosi all’obiettivo mentre divora un piatto di cozze.  La performance romana mentre le ruspe distruggevano le dimore abusive della famiglia Casanova rimarrà negli annali dell’improntitudine italiana, esempio di cialtroneria, e di vero e proprio abusivismo politico, pari all’abusivismo edilizio che pretendeva di combattere, in quanto le demolizioni sono competenza dell’autorità municipale, trattandosi di costruzioni illegali dal punto di vista delle leggi e norme comunali, rispetto alle quali il ministro dell’Interno non ha alcuna competenza (che dire poi del penoso sopraggiungere del sedicente presidente del Consiglio che si è fatto riprendere mentre visitava quel museo del cattivo gusto conservato all’interno di quelle dimore?).

Instancabile, Salvini interviene e cerca di agire, su qualunque argomento, compresi, naturalmente quelli che nulla hanno a che fare con il ruolo di ministro dell’Interno, di cui sembra non avercompreso le mansioni. L’importante è la presenza, e quando non può assicurarla di persona, implacabile arriva il post, il tweet, l’intervista-lampo: Salvini deve dire la sua. Deve mettere la sua faccia su qualsiasi atto che “la gente”, ossia i suoi possibili elettori, possano approvare, e quando l’atto non c’è, Salvini lo inventa, mentendo sui dati, sulle cifre, sui fatti stessi. I numeri sui flussi migratori, completamente falsificati, sono la prova più clamorosa della politica della menzogna del capo leghista.

Cianciando e cianciando, è inevitabile che la faccia fuori del vaso, come egli stesso potrebbe dire, incurante delle conseguenze, con un cinismo spaventoso, persuaso della propria inattaccabilità, sicuro di poter durare dieci o vent’anni, data la pochezzadegli alleati, e la debolezza degli avversari (che sono stati peraltro alleati o succubi fino a pochi mesi or sono). L’operazione Baobab, dopo quella Riace, dopo quella della nave Diciotti sono altrettanti capitoli di una carriera all’insegna di un assoluto sprezzo per la civiltà giuridica, e di un cinico utilizzo delle peggiori pulsioni umane.

Forse, il punto più basso, in unaserie ormai innumerevole di infamie, Salvini lo ha toccato solo tre giorni fa (lo ha messo in evidenza Giuditta Pini), quando ha postato su Facebook la fotografia di tre studentesse minorenni, che lo avevano contestato, innalzando un cartello: quella foto è stata esposta su una delle sue pagine, e ha raccolto migliaia di frasi ingiuriose contro le ragazze, quasi sempre a sfondo sessista. Ovviamente il capopartito ha dimenticato di essere ministro dell’Interno e ha considerato questi commenti come altrettante dichiarazioni di voto per lui e il suo partito, altrettante medaglie che testimoniano il suo successo personale, che corrisponde al fallimento della coscienza pubblica di questo Paese.

Se c’è un’altra Italia è tempo che si ridesti e faccia sentire la sua voce.

Articolo apparso su MicroMega on line, in data odierna (26 novembre 2018), co l titolo “Tra Mussolini e Renzusconi. Il cinico populismo social di Matteo Salvini”

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