La via educativa alla rivoluzione

Situata nella parte centromeridionale del Brasile, Vitória, capitale dello Stato di Espirito Santo, non ha il fascino decadente di São Luis, né l’accattivante modernità di Florianopolis: alle due città è accomunata dalla natura insulare, ma ha una fisionomia più industriale, anche se, nei dintorni, non mancano le belle spiagge e ha un lungo oceano (Atlantico, naturalmente) suggestivo.

CERTO NON È IL TURISMO, pure in crescita, la risorsa fondamentale di Vitória, coi suoi 330 mila abitanti, legata al porto industriale, la cui fisionomia severa si staglia un po’ dappertutto. Anzi, a voler essere precisi i porti sono tre, e sono tutti in attività, per traffici non più legati al caffè, di cui fu uno dei principali centri di raccolta e di esportazione. Nell’insieme una città moderna dall’aria efficiente, quasi europea nell’aspetto. Anche se poi basta fare qualche passeggiata per scovare ritrovi dove ogni sera si fa samba, e con pochi reais (la moneta brasiliana, crollata negli ultimi tempi), si consuma un eccellente jantar, la cena, nell’usuale clima di gioiosità. Lo sperimento nella mia seconda notte in città, quando due colleghi mi conducono in un ritrovo nato da poco,nell’”era bolsonariana”, e temerariamente intitolato all’eroe latinoamericano per antonomasia, El Libertador, ossia Simon Bolivar. Insegne “rivoluzionarie” sono un po’ ovunque e me ne rallegro, anche grazie ai due musicisti che ci propongono le meravigliose melodie di Chico Buarque, un nome che suona ostico alle orecchie dei bozonariani. Che non mancano, in città: nel cuore del centro, ad esempio, nel cosiddetto “Triangolo delle Bermude”, un incrocio dove tre locali affacciano, raccogliendo “la meglio gioventù”. Ci passiamo, e osservo: bei ragazzi, splendide fanciulle, fiumi di birra, caipirinha a volontà, musica rumorosa, e frastuono prodotto dai vocianti avventori che come accade sovente nella nostrana “movida”, debordano dai tavoli e occupano la strada, usando grosse automobili come punto d’appoggio. Mi spiegano che uno di questi locali fu il centro di festeggiamento per la vittoria di Bozo.

DENTRO IL CAMPUS DELL’UFES (Universidade Federale de Espirito Santo), noto un’automobile che reca due enormi strisce adesive con il nome Bolsonaro. Ma aggirandomi per gli spazi ampi, prevalentemente erbosi, del campus trovo però soltanto segnali contrari.

UNA SCRITTA MI COLPISCE: «Aquí se queima florestas, livros, cerebro e o futuro», un messaggio chiarissimo diretto alle politiche “bozonariste”: incendi di foreste, di libri, del cervello (ossia del pensiero critico) e del futuro di questi studenti. Il giovane collega che mi accompagna si lascerà andare all’amara confidenza di volersene andare, sebbene abbia una discreta posizione universitaria: vuole lasciare il Brasile di Bozo, perché, spiega, «questo Paese non ha futuro».

Il giorno seguente, dalle 8 alle 18, intensa attività didattica: con la compresenza di alcuni colleghi, parlerò ancora di fascismo e di Gramsci: l’invito è pervenuto dalla Facoltà di Educação, ossia di Pedagogia, e qui interessano ovviamente soprattutto temi pedagogici. In Brasile esiste un importante filone di studi sulla questione educativa in Gramsci, e sono numerosi gli atenei dove gruppi di ricerca ci lavorano.

Ma anche questo tema viene connesso alla situazione politica, e le domande numerose – al solito! – del pubblico mi fanno toccare con mano l’urgenza non soltanto della spiegazione (come è potuto accadere? ossia come spiegare la vittoria di Bolsonaro?), ma anche l’importanza di avviare una controffensiva egemonica, che non può che iniziare dall’educazione, dalla formazione, dalle università. «Ecco perché Bozo cerca di soffocarci», afferma, quasi gridando, una ragazza. E allora il tema gramsciano viene riconnesso al fascismo: interessa capire come il prigioniero di Turi, costretto all’inazione, invece di rinunciare alla lotta, abbia elaborato una strategia ideologico-culturale, intrinsecamente pedagogica, per addestrare alla nuova fase della guerra, non più di movimento, ma di posizione. Dal fascismo ci si difende, insomma, con la cultura e l’educazione, si insiste qui, mentre ormai le tenebre sono calate nel precoce crepuscolo brasiliano. Guardo verso il buio, che ormai occupa lo spazio-luce dei grandi finestroni, e un filo di scoramento mi coglie. E ripenso alla frase del giovane docente che il giorno prima aveva sentenziato che il Brasile non ha futuro. USCENDO DALL’AUDITORIO, un altro collega, leggermente più anziano (il corpo docente è assai giovane, dappertutto), mi prende sottobraccio e mentre mi ringrazia, mormora: «Questa fase passerà, noi dobbiamo preparare una nuova transizione, perciò capire il fascismo e Gramsci, due “prodotti” italiani, è per noi fondamentale. Ma non intendiamo confinarci nei campus. Faremo giungere la nostra voce forte e chiara dappertutto». E, mostrandomi la maglia nascosta dalla camicia, con la scritta «Lula livre», mi insegna il gesto con cui milioni di brasiliani per bene chiedono la liberazione dell’ex operaio presidente, ingiustamente carcerato: pollice e indice a formare una L.

(Quinta e ultima puntata del reportage brasiliano: “il Manifesto”, 15 ottobre 2019) – Immagine scattata da Angelo d’Orsi nel campus UFES di Vitoria)

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