VIZI PRIVATI E PUBBLICHE VIRTÙ

Che la ‘ndrangheta sia ormai, da tempo, in cima alla poco onorevole classifica delle grandi organizzazioni criminali, gli studiosi lo sanno e lo dicono da tempo, anche se si tratta di una informazione che non è stata a sufficienza diffusa  nei media e nei social. Dopo il recentissimo colpo assestato al sistema ‘ndranghetista in Umbria, ecco un uno-due assestato a quella che per brevità – e impropriamente – viene sovente chiamata “la mafia calabrese”, in Valle d’Aosta, con la decapitazione della Giunta e, subito dopo, in Piemonte con una serie di arresti eccellenti, ci costringe a fare i conti con la verità. Ossia con la dominante, invasiva e ormai quasi invincibile potenza ‘ndranghetista, tra l’altro ora raccontata, nelle sue origini e nel suo incredibile percorso, in un bel libro di  Antonio Nicaso, Maria Barillà e Vittorio Amaddeo: “Quando la ‘ndrangheta scoprì l’America”, Mondadori, con Prefazione di Nicola Gratteri. Ebbene, il più eccellente fra i nomi finiti nella rete in Piemonte è quello di Roberto Rosso, politico di lungo corso, grande accumulatore di cariche. Ora è ristretto  al Carcere Cotugno di Torino, e pare pianga se gli si chiede che cosa gli sia capitato. Avrà modo di riflettere, probabilmente ne avrà anche il tempo, perché i capi di imputazione sono pesanti e le prove, a detta degli inquirenti , schiaccianti, comprendenti intercettazioni ambientali, video, foto e quant’altro.

Rosso fino a tre giorni fa era, oltre che sindaco di Trino Vercellese, capogruppo di Fratelli d’Italia in Consiglio Comunale a Torino, e eletto alla Regione nell’ultima competizione di qualche mese fa, era riuscito, malgrado qualche resistenza del neopresidente Cirio, a guadagnare un posto da assessore, con una serie di piccole, ma non irrilevanti deleghe, tanto che si era parlato a suo tempo di un assessorato delle frattaglie. Al partito di Giorgia Meloni  Rosso era arrivato solo da un anno, partendo dalla DC, dopo un lungo percorso in Forza Italia, abbandonata quando aveva capito che era una nave in avaria in procinto di affondare. Ma FI lo aveva portato in Parlamento fino dalla nascita del movimento berlusconiano; cinque legislature e due sottosegretariati:  quando si dice l’ingratitudine! Intanto la Meloni, mentre espelle il reprobo, sfidando impunemente il ridicolo, sbraita che FdI si costituirà parte civile. Certo che se si ripensa alla campagna elettorale di Rosso, con migliaia di manifesti-gigante in ogni angolo di Torino, e delle altre città capoluogo, e in particolare a Vercelli e dintorni (Rosso era chiamato “il ras di Vercelli”), il dubbio sui costi di quella campagna riaffiorano. Ma ora abbiamo una ipotesi di risposta, che è assai più di una ipotesi, a dire il vero: Rosso comprava i voti, attraverso una serie di ‘ndranghetisti, spingendosi, da buon piemontese, ad applicare la politica della lesina: risparmiare sui costi, cercando di ridurli con accorte trattative al ribasso. E se poi si vanno a ripescare gli elementi costitutivi del messaggio politico di Rosso, candidato, cadono le braccia: slogan tutti all’insegna della sicurezza, del blocco della immigrazione, della lotta alla criminalità, e via seguitando. Il suo faccione, che con il trascorrere degli anni, era diventato sempre più tondo e rubizzo, voleva essere rassicurante, come gli slogan che andava ripetendo dalle tv locali, e sulle reti sociali e così via. Nessuno ricordava che solo pochi anni prima il buon Rosso era finito nei guai per vari reati, in particolare per uso di fondi pubblici per sostenere le proprie campagne elettorali, uscendo poi assolto nel 2014. Un recidivo, insomma: evidentemente la tonitruante Meloni non aveva informazioni peraltro pubbliche sul curriculum del suo nuovo acquisto in squadra!

Rosso uscito dagli impicci si era poi distinto per una campagna contro i privilegi dei consiglieri regionali (“Le Regioni sono una fogna!”, aveva elegantemente sentenziato), definendoli la peggiore delle caste. Uno smagliante esempio di coerenza, non v’è che dire. Va infine ricordato l’appassionato e costante impegno propagandistico di Rosso pro-TAV, e si sa che le “grandi opere” sono la manna per le Grandi organizzazioni criminali. Al di là delle imputazioni di specie sul voto di scambio, si vocifera di una qualche relazione tra la joint venture con la ‘ndrangheta di questo personaggio (il solo?) e l’interesse a portare avanti la realizzazione del “supertreno” fra Torino e Lione. Sono soltanto sospetti di qualche malpensante? Non parrebbe, perché già in passato Gratteri e altri magistrati avevano posto in evidenza come un concretissimo pericolo l’interesse della grande criminalità sul TAV e le altre opere simili.

Certo, il caso Rosso, ossia la discrepanza tra l’ostentato messaggio pubblico, e la concreta pratica politica, condotta ovviamente sottobanco, ma seguita passo passo dall’autorità giudiziaria e di polizia, mostra ancora una volta come sia diffuso e inscalfibile il dualismo fra vizi privati e pubbliche virtù.

[ L’articolo è stato ripubblicato da “Alganews” e successivamente da “MicroMega”. La foto di Roberto Rosso è tratta dal sito del giornale vercellese “La Sesia”]

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