FIORAMONTI. UN SEGNALE IMPORTANTE IN QUELLE DIMISSIONI

Lorenzo Fioramonti (“La Presse”)

«Speriamo che almeno uno mantenga la parola [Fioramonti]. Aveva detto che se non ci sarebbero stati tre miliardi di investimento si sarebbe dimesso. Ministro Fioramonti, dimettiti e togli il disturbo».

Così aveva tuonato pochi giorni fa il solito incontenibile Matteo Salvini, indirizzandosi, al solito in modo rozzo e in forma sintatticamente azzardata (Salvini, le suggerirei una ripassata alla grammatica italiana…). Fioramonti lo ha accontentato: si è dimesso dalla titolarità dell’Istruzione e Ricerca, dando esempio di ammirevole e inusuale coerenza, in un Paese in cui le dimissioni vengono richieste o annunciate ma rarissimamente vengono confermate dai soggetti in questione. Un gesto normale in un Paese normale che siamo costretti a salutare quasi come un atto di eroismo…

In effetti, una volta ricordato che questo ministro è uno dei personaggi meno disdicevoli della compagina governativa, quando ha constato che ancora una volta quel dicastero era destinato al ruolo di Cenerentola, e che non si segnalava nessuna inversione di tendenza rispetto al passato, dal punto di vista sia dei fondi stanziati, sia dell’attenzione politica, ha ritenuto che la misura fosse colma, e ha detto addio al  ministero, ma probabilmente non alle armi. Ma al di là della sua vicenda, i cui svolgimenti seguiremo nelle prossime settimane, interessa rilevare che il fatto ha messo sotto l’occhio pubblico il tema negletto dell’istruzione. Se c’è una categoria di lavoratori vituperata da decenni sia dal ceto politico, sia dai commentatori professionali, quasi sempre privi di competenza in merito, sono gli insegnanti: tutti, dai maestri delle Elementari ai professori delle Scuole medie inferiori e superiori, fino ai docenti universitari, oggetto negli scorsi decenni di una violenta campagna in cui è stato in prima fila il Corriere della Sera, con i falsi dati e forniti da Alesina, Giavazzi, Perotti & Co. (come puntualmente e implacabilmente andava dimostrando il sito ROARS). Una campagna di delegittimazione del corpo docente, ma in contemporanea una campagna che mirava a squalificare il servizio pubblico, inseguendo falsi miti: privatizzazione, aziendalizzazione, funzionalizzazione. Una campagna che niente o poco contrastata aveva contribuire a preparare il terreno alla devastante “Riforma Gelmini”, pietra tombale sulla scuola e l’università italiana, dopo l’infausto incipit patrocinato da Luigi Berlinguer negli anni Novanta: non dobbiamo dimenticare che anche in questo settore strategico la “sinistra” che ha voluto imitare i modelli d’Oltreoceano, in nome di un kennedismo ridicolo e fuori tempo massimo, ha ottenuto due importanti risultati: devastare un sistema che con i suoi limiti e le se pecche funzionava ed aveva rilevanti riconoscimenti sul piano internazionale; e, in secondo luogo, favorire politicamente la destra.

Il succedersi di governi, l’avvicendarsi di maggioranze politiche, nella sostanza intercambiabili (come si è visto plasticamente nel passaggio dal governo “gialloverde” quello “giallorosso”, senza neppure cambiare il timoniere) non ha prodotto alcun mutamento nel trend che in sintesi è stato quello di privatizzare, aziendalizzare, regionalizzare la scuola. Si aggiunga la carenza di personale negli istituti scolastici, e la manutenzione praticamente assente degli edifici che li ospitano, con un altissimo fattore di rischio per l’incolumità di discenti, docenti e personale.

Intanto l’università subiva trasformazioni altrettanto pesanti, col mancato turn-over dei docenti in pensione, e la conseguenza di centinaia di migliaia di precari della ricerca che dopo anni e anni di inutile attesa, o si volgono ad altri settori, oppure emigrano, come hanno certificato recentissimi dati ISTAT: e i pauroso impoverimento che da ciò deriva. La soluzione salvifica è stata individuata nell’ingresso del privato nella gestione degli atenei, lo svuotamento del senato accademico, la concentrazione delle funzioni di guida e indirizzo anche scientifico nei Consigli di amministrazione (con rilevante presenza di privati, appunto), lo strapotere dei rettori, e una micidiale riformulazione dei piani di studio, con la cancellazione delle Facoltà e l’assurdo moltiplicarsi delle funzioni dei Dipartimenti, con i loro accorpamenti dando vita a una serie di monstrum generalistici e privi di coerenza scientifica. In più, secondo una logica perversa, affidati quasi sempre non a docenti di valore ma a docenti maneggioni, capaci di “attrarre risorse”: la capacità di far arrivare nelle università fondi dall’esterno (cioè da banche e imprese) diventò addirittura un parametro valutato ai fini della selezione dei docenti, nel grottesco carrozzone dell’Abilitazione Scientifica Nazionale.  Il tutto sotto l’egida occhiuta e imperscrutabile dell’ANVUR, un’agenzia di valutazione di nomina governativa che ha prodotto danni culturali e distorsioni scientifiche che gli studiosi seri e onesti non si stancano di denunciare nell’assoluta indifferenza di governanti e ceto politico in generale. Una indifferenza che nasce dal totale disinteresse, ma anche da una vistosa disconoscenza dei problemi dell’istruzione e della formazione, equiparate a un qualsiasi altro settore produttivo, tentando di ragionare in termini di mercato, produttività, rapporto costi/benefici, dimenticando che la scuola, tutta la scuola, fuoriesce da quei parametri, e che il suo compito è innanzi tutto produrre cittadinanza, e solo in subordine competenza, è produrre scienza, e solo in subordine tecnica. E quindi, il comparto istruzione e ricerca non può essere considerato alla stregua degli altri, e che esso deve avere tre e soltanto tre parametri: deve essere in mano pubblica e uguale per tutti, in tutto il territorio nazionale; deve essere rigorosamente laico; e ne va confermato e ribadito il suo compito: formativo ed educativo.

Non so se Fioramonti abbia ben chiari questi princìpi, ma anche il suo ragionamento, sia pur di profilo più basso, per così dire, è assolutamente condivisibile: investire nella scuola significa avere effetti rilevanti anche sul piano economico, e di rilancio di quello che insistentemente, stucchevolmente viene chiamato “il sistema Italia”. Ce lo confermano gli esempi di tante realtà nazionali – in Europa e fuori – nei quali la risposta alla crisi del 2007-2008 è stata congegnata anche, se non soprattutto, a partire dall’incremento dei fondi per istruzione, università, ricerca, giustamente considerati il volano a medio e lungo termine per ridisegnare il profilo socio-economico di un Paese, e aiutarlo a uscire dalle sabbie mobili in cui l’intero mondo capitalistico si era cacciato.

Mai frase fu più stolta e infelice di quella proferita nel 2010 da Giulio Tremonti: “Con la cultura non si mangia”. Una frase su cui si ilarizzò, si polemizzò, ma che, a ben vedere, rimane, ahinoi, il faro che continua a guidare i nostri governi, infallibilmente. Fioramonti ha dato un piccolo segnale in senso opposto.

[Articolo pubblicato in “AlgaNews” il 26 dicembre 2019]

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