La causa di Julian Assange è la causa della verità e della giustizia

«Mi piace aiutare le persone vulnerabili, mi piace fare a pezzi i bastardi»: questa dichiarazione di guerra di Julian Assange, confessata in una dichiarazione al settimanale tedesco Der Spiegel è la spiegazione della incredibile persecuzione che questo giornalista, questo attivista, questo paladino della verità sta subendo ormai da troppo tempo, e che ora a Londra, sta per concludersi o passare alla fase finale, con la terribile prospettiva di una detenzione a vita in una prigione statunitense.

Perché dunque tale accanimento contro “il biondo australiano”? Si è tentato anche di metterlo fuori gioco con una facile accusa di stupro, poi caduta. Si è corrotto il presidente ecuadoriano Lenin Moreno perché ritirasse l’asilo politico concesso ad Assange, che era rimasto per anni nell’ambasciata del Paese a Londra. Si è mobilitata una legione di commentatori in tutto l’Occidente, con il compito di dimostrare che Assange è pericoloso per la libertà, la democrazia, la sicurezza e quant’altro. Più fortunato di lui, Edward Snowden, accusato più o meno di “crimini” analoghi, trovò rifugio in Russia, dove vive tuttora. Vicende tormentate sono state anche quelle di Chelsea Manning (all’epoca, ufficiale USA addetto all’intelligence) in prigione dopo aver ottenuto la grazia da Barack Obama, e nuovamente incarcerata nel 2019, e sottoposta in più alla misura pecuniaria di 1000 dollari al giorno! Anche per lei la colpa era di aver rivelato segreti di Stato, che potevano, se messi a nudo, nuocere alla “sicurezza nazionale”: si trattava prevalentemente della guerra in Iraq e dell’uccisione deliberata di civili da parte dei militari yankee (tra l’altro la Manning ha passato ad Assange alcune delle informazioni secretate che lui poi ha reso pubbliche).

 Assange, prigioniero della “giustizia” britannica (pur non avendo in realtà più condanne da scontare) dopo essere stato trascinato con violenza fuori dei locali dell’Ambasciata dell’Ecuador, viene sottoposto a trattamenti inumani e degradanti, e ora, nel processo, gli viene di fatto impedita la possibilità di difendersi, racchiuso in una gabbia di vetro, dove non riesce né a sentire né a farsi sentire. AI suoi difensori vengono opposti ostacoli di ogni genere; la presidente del tribunale rivela una ostilità preconcetta che richiederebbe la ricusazione; il giorno dell’apertura del procedimento, Baltasar Garzón, il giustamente celebre giudice spagnolo, che abbandonò la tonaca della magistratura per indossare quella dell’avvocatura, ha tentato invano di stringere la mano al suo assistito, invano perché le guardie lo hanno fisicamente impedito. Una scena che mostra in tutta la sua incredibile violenza la situazione in cui Assange è ristretto, a guisa di un criminale,dei peggiori, mentre la sua colpa, lo ripeto, è quella di averci mostrato qualche barlume di luce nel buio in cui il potere si auto-protegge.

Come mi è già capitato di osservare se si può spiegare la persecuzione contro quest’attivista della verità (e che è evidente da quel suo proposito di “fare a pezzi i bastardi”) è quasi incredibile il silenzio del mondo progressista, degli osservatori illuminati, e in generale della piccola borghesia riflessiva. Certo si dirà che ora  l’emergenza, vera o presunta, del Covid,  ha fatto passare quasi in silenzio la notizia dell’avvio del processo che, se Assange fosse sconfitto (come è ahimè probabile), lo vedrebbe diventare un recluso a vita in un carcere Usa. Ma il fatto è che da anni dura la persecuzione nei confronti di questo cittadino che si batte per tutti noi. Da anni è considerato un nemico pubblico dell’Amministrazione Usa, e si sa che Washington ha stuoli di scrivani, travestiti da giornalisti, a libro paga, direttamente o indirettamente.

Colpisce anche sovente la protervia con cui coloro che si sono presi la briga di affrontare il tema lo hanno trattato.  E turba nel contempo la sottovalutazione della questione in coloro che pure sono pronti alla critica e alla polemica. Cito per tutti Michele Serra, brillantissimo giornalista satirico, poi divenuto “scrittore”, quindi “commentatore”, anzi, opinion maker, o forse influencer, per ricorrere a espressioni amate dal chiacchiericcio corrente. Turba la conversione di Serra al mainstream, inquieta il suo addomesticamento: come dimenticare il suo schierarsi, senza una vera motivazione, a favore dell’obbrobrioso referendum del dicembre 2016, quello Renzi-Boschi? Purtroppo non fu un incidente di percorso. Serra era ormai sulla via della post-democrazia. Il suo atteggiamento sul “caso Assange” lo dimostra in modo crudo, quasi osceno. Pochi giorni or sono (il 19 febbraio) in una delle sue “Amache” su la Repubblica , l’inventore di Cuore e della micidiale rubrica “Il giudizio universale”, che molti ricorderanno,  si schierava a favore della tesi Assange spia (dei russi, e di chi, se no?), negando, in modo reciso, la qualifica di eroe della libertà di informazione.  Scopro poi, grazie a una segnalazione, che Serra aveva già tuonato contro Assange ben tre anni or sono, scagliandosi contro l’assoluta trasparenza (ironizzando Serra la chiama “glasnost totale”) degli atti di potere, lasciando intuire che si tratta di  roba da regimi totalitari. Ecco, Serra che diventa filosofo politico, non me l’aspettavo proprio. E che arrivi a sostenere tesi così ardite, fa sobbalzare un allievo di Norberto Bobbio come il sottoscritto, che da quel grande maestro ha appreso una semplice equazione: dove c’è invisibilità degli atti di potere, non c’è democrazia e viceversa. La democrazia si nutre di trasparenza. Dove c’è buio, intorno a chi gestisce la cosa pubblica, o dove c’è anche semplice opacità, la democrazia è ferita mortalmente.

Se sfogliate il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari, nella versione on line, trovate, sopra o sotto l’articolo di Serra, questo soffietto auto pubblicitario, firmato, direi in pompa magna, dal direttore Verdelli: “La Repubblica si batterà sempre in difesa della libertà di informazione, per i suoi lettori e per tutti coloro che hanno a cuore i principi della democrazia e della convivenza civile”. Un bel principio deontologico, non v’è che dire. Ma si sa, un conto la teoria, un altro la pratica.

Ai commenti di Michele Serra, che in effetti contraddicono pesantemente quell’affermazione stentorea del suo direttore, preferisco quello di Roger Waters: in un discorso teso e appassionato l’ex guida del gruppo dei Pink Floid, a Londra, nel giorno stesso dell’inizio del processo, ha scandito, tra le altre questa frase: quello di Julian Assange è un nome “che va scolpito con orgoglio in ogni monumento per il progresso umano”. Sottoscrivo e invito tutti a mobilitarsi per la libertà di un uomo giusto che viene colpito proprio perché è un uomo giusto, in un mondo in cui l’ingiustizia è legge.

Articolo pubblicato sul quotidiano “AlgaNews” del 28 febbraio 2020

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