LE LEZIONI DEL CORONAVIRUS

Grande è la confusione sotto il cielo.

Parlano tutti, esperti, politici, comunicatori, tutti in cerca di visibilità; tutti sono in contrasto con tutti; governo e regioni non si mettono d’accordo; abbiamo scoperto una infinità di virologi, che ovviamente parlano linguaggi iniziatici, e non concordano quanto ad analisi, previsioni, soluzioni divergenti, specialmente sulla pericolosità del virus, la durata dell’epidemia, il rischio che si trasformi in pandemia, e via seguitando. E giungono a polemizzare aspramente fra di loro, in seno alla categoria.

Abbiamo visto i balbettii del Presidente del Consiglio, incerto sul da farsi; e quelli dei leader politici, senza cognizione di causa e spesso anche di buon senso, preoccupati solo di lucrare elettoralmente della situazione. Persino le strutture ospedaliere appaiono ora concorrenti ora avversarie, in una gara non dichiarata a chi fa meglio il proprio lavoro, con velate allusioni più o meno polemiche sulle istituzioni omologhe. Abbiamo sentito un presidente di Regione, Luca Zaia, del Veneto, esibirsi senza ritegno in un passaggio di cabarettismo razzista, contro cinesi che… “li-abbiamo-visti-tutti-mangiano-i-topi-vivi”. Un altro “governatore”, Attilio Fontana, della Lombardia, lo abbiamo ammirato nel numero comico del metti-la-mascherina-in-diretta, anche se è tutta, e solo sceneggiata.

Abbiamo sentito deputati e senatori che, senza alcuna competenza in merito, hanno berciato in Parlamento irridendo alle misure precauzionali di cui si stava finalmente parlando (per tutti ricordiamo l’intervento dell’“onorevole” Vittorio Sgarbi, un esempio di irresponsabilità e, of course, di volgarità e senza pari). Abbiamo letto titoloni dei quotidiani, non privi di razzismo a loro volta. Abbiamo sentito un ministro (degli Affari Esteri, Luigi Di Maio), parlare, con temerario sprezzo del ridicolo, del “coronavairus”…

Abbiamo letto dotti e pensosi articoli di filosofi che hanno applicato le astratte teorie dello stato di emergenza e simili, per rappresentare la situazione in cui l’Italia si trova e ossia criticare aspramente le prime misure di “contenimento”: dimenticando semplicemente che qui siamo davanti a un fatto, prima di tutto, epidemiologico, che nasce da un virus pericoloso e quasi ignoto, che si sta diffondendo, davanti al quale la comunità scientifica è ad oggi quasi impotente.

Abbiamo irriso alla Cina, prima per la sua mancanza di igiene (Zaia docet, sempre), poi per l’autoritarismo dei suoi governanti che hanno chiuso in casa decine di migliaia di persone, e ci siamo beati della nostra creatività, della libertà regnante nel Bel Paese, della discrezione e dell’accoglienza, della continuazione di ogni attività, per non cedere alla psicosi (che peraltro i politici creavano a gogò), magari tirando in ballo la privacy e il suo rispetto assoluto. Risultato? La Cina, da cui l’epidemia è partita, sta chiudendo, favorevolmente in tempi rapidissimi, la partita col virus, mentre l’Italia è diventata il centro del contagio a livello mondiale, con le conseguenze economiche e sociali e culturali che sono sotto i nostri occhi, e che diverranno assai più evidenti, drammaticamente evidenti, nei prossimi giorni e nelle prossime settimane.

Eppure questa crisi ci fornisce molte lezioni, tutte da apprendere, o comunque sulle quali sarebbe utile una riflessione collettiva. Ne indico qualcuna, schematicamente, come avvio di un dibattito (anche se temo non ci sarà).

Prima lezione

Lo Stato che funziona è uno Stato che nei momenti di crisi sa accentrare poteri e funzioni nelle sue mani: il decentramento, con i suoi princìpi (nobili o più spesso ignobili), costituisce un problema, invece che la soluzione, per la disparità delle soluzioni, la diversità delle iniziative, la difficoltà del coordinamento fra le Regioni e fra i diversi enti territoriali.

Seconda lezione

La Sanità e l’Istruzione, come beni comuni, devono essere gestiti a livello centrale. La regionalizzazione di questi ambiti è stato un errore catastrofico, al quale va posto rimedio, subito. Sanità e Istruzione devono essere gestite dallo Stato, a livello centrale, non dalle Regioni a livello locale.

Terza lezione

Nelle situazioni di crisi, nei momenti di “emergenza”, che entri in campo la Protezione civile, o meno, occorre unificare e accentrare la macchina addetta agli aiuti, ai sostegni, ai soccorsi. Tale macchina, quale che sia la sua forma (Comitato o simile), deve essere unica e unitaria, e deve essere in grado di intervenire su ogni piano, per qualsivoglia problematica, da quelle igienico-sanitarie a quelle idrogeologiche.

Quarta lezione

Nelle crisi la tempestività è essenziale, e la prudenza è obbligatoria. La sottovalutazione dei problemi causa sempre disastri, la sopravvalutazione no.

Quinta lezione

Nelle crisi igienico-sanitarie, come in quelle idrogeologiche, occorre che la politica e l’informazione abbiano totale rispetto degli esperti e dei tecnici. Occorre che anche i comunicatori da social media assumano un atteggiamento di prudenza e di silenzio, fino a che non abbiano informazioni attendibili, piuttosto che parlare a ruota libera, secondo simpatie e idiosincrasie, o sulla base del “non sono un esperto, ma penso che…”.

Sesta lezione

La libertà è certo il bene fondamentale, in simbiosi con la giustizia; ma quando si verifichino situazioni di crisi in una società complessa, il bene è uno solo: quello che i romani etichettavano salus Rei Publicae, la salvezza della comunità. E in nome di quel bene primario, la limitazione della libertà individuale può essere necessaria, e salvifica, per quanto spiacevole, purché sulla base di leggi: norme esplicite, univoche (ossia non sottoposte ad arbitrarie interpretazioni), ragionevoli, e limitate nel tempo, e come tutte le leggi sottoposte a verifica di legittimità dagli organi competenti, indipendenti.

Settima lezione

Nel Protagora, Platone scrive, che nell’agorà, ossia nello spazio pubblico dedicato al dibattito fra i cittadini, quando si parla di navi intervengono solo i costruttori di navi, quando di parla di edifici, la parola è agli architetti; ma quando si parla di politica, tutti hanno facoltà di dire la loro. Il Coronavirus è un “fatto” che richiede che la parola sia riservata agli studiosi, mentre i politici, governanti centrali e locali, dovranno semplicemente tradurre in atti politici le “sentenze” degli esperti, ricordandosi che il loro ruolo è quello di preservare e amministrare il bene pubblico, a cominciare da quello fondamentale: la vita e la salute degli amministrati, ossia la salus Rei Publicae.

(Articolo pubblicato in “AlgaNews”, il 5 marzo 2020)

Immagine del Coronavirus al microscopio elettronico, in mezzo alle celluler (Foto NIAID-ML, tratta da “Il Foglio”)

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