Giulietto Chiesa, un gigante dell’informazione (autentica)

Angelo d’Orsi

Giunge inattesa la tragica notizia della scomparsa improvvisa di Giulietto Chiesa, uno degli ultimi, autentici giornalisti italiani. Era nato ad Acqui Terme, in Piemonte, il 4 settembre 1940; avrebbe traguardato i Settanta dunque per giungere ad avviare l’ottavo decennio di vita tra qualche mese. Non gli è stato concesso. E ne sono, ne siamo, credo, davvero rammaricato e dispiaciuto.

Militante e poi dirigente del PCI, era stato a lungo corrispondente da Mosca per “l’Unità”, e aveva costruito una competenza eccezionale sul mondo russo e slavo. Giulietto era un reporter “vecchia scuola”, come si dice. Andava alla ricerca dei fatti, come erano realmente accaduti, intervistava testimoni, cercava prove: documentava, e raccontava, sulla base dei documenti. Il suo lavoro ha testimoniato, in una intera vita, purtroppo bruscamente interrotta, che il giornalista e lo storico svolgono la medesima attività: raccontano ciò che è accaduto, sulla base di prove, ossia di documenti, dopo averli selezionati in base alla loro autenticità e attendibilità. E Chiesa è stato un giornalista capace di dare dei punti agli storici professionali.

Nei trattati di metodologia storiografica (e io stesso l’ho fatto) viene ricordato  il merito di Chiesa, corrispondente della “Stampa” da Mosca: correva l’anno 1992;  e “La Stampa” aveva Chiesa come corrispondente dalla Russia, mentre oggi è divenuta il principale semenzaio italiano della russofobia (ruolo che forse sarà ora occupato da “la Repubblica”, dopo il cambio di direttore…). In sintesi, la tenacia e il rigore di Chiesa  furono decisivi nello smascherare la manipolazione compiuta dallo storico togato Franco Andreucci su di una lettera del 1943 di Palmiro Togliatti rinvenuta negli Archivi del PCUS allora appena aperti e sottoposti a ogni sorta di saccheggio, prima che venissero nuovamente, e giustamente chiusi, onde evitare la prosecuzione di una sorta di libero mercato. La lettera di Togliatti fu pubblicata con gran clamore dal più esposto dei media filocraxiani, “Panorama”, in vista delle elezioni imminenti della primavera.

 Era il 1° febbraio 1992: ironia della storia, pochi giorni dopo un altro Chiesa, omonimo di Giulietto, Mario Chiesa veniva arrestato su mandato della Procura di Milano, e partiva Mani Pulite che avrebbe travolto con il PSI di Craxi, l’intera classe politica nazionale.

La lettera doveva dimostrare il famoso “cinismo” di Togliatti, allora esule a Mosca, il quale (stando ad Andreucci) si augurava, fregandosi le mani, magari con un ghigno satanico, la morte di soldati italiani caduti prigionieri nella sciagurata “campagna di Russia” voluta da Mussolini, onde far prendere coscienza al popolo italiano di quanto fosse inutile, dannosa e sciagurata quella guerra fascista.

Giulietto Chiesa sentì puzza di bruciato e volle recarsi agli Archivi e controllare puntualmente, e puntigliosamente, quel documento: nella “collazione” dei testi,  come si dice in linguaggio filologico, ossia nel confronto ddell’originale da lui visionato con il testo pubblicato su “Panorama”, e rilanciato da vari media, Chiesa rilevò ben 12 punti difformi, ossia dei passaggi della lettera originale che erano diversi in quella diffusa. Lo storico si difese inizialmente parlando di errori involontari di trascrizione, di documento giuntogli in fotocopia, in parte dettatogli al telefono… Giunse persino a parlare di una propria volontà di rendere “più efficace” il documento. In chiave anticomunista e craxiana, naturalmente: era l’epoca in cui larga parte della intellettualità comunista era passata armi e bagagli a Craxi per poi spostarsi un paio d’anni dopo verso Arcore, dove li attendeva a braccia spalancate Silvio Berlusconi. Le “interpolazioni” di Andreucci erano significative e volevano “dimostrare” una tesi pregiudiziale, invece che “mostrare” le cose nella loro effettualità:  il capo comunista in sostanza affermava, scrivendo al compagno Vincenzo Bianco, che bisogna far pesare nella trattativa i prigionieri italiani in Russia. Tutto qui. Mentre lo storico aveva calcato la mano, con i suoi “interventi” sul testo originale, al punto che, riprendendo le frasi manipolate da Andreucci, Cossiga (indimenticabile presidente della Repubblica!), si lanciò in una clamorosa intemerata contro i comunisti, a partire dal loro capo, definendolo “vigliacco, traditore e assassino”, dando segno non soltanto di una visione storico-politica errata e distorta, ma di una mente ormai palesemente disturbata. Insomma, si trattò di un peccato capitale per un “professionista” della ricerca storica, denunciato, prove alla mano, da un “dilettante”: il giornalista sconfiggeva clamorosamente lo storico.

Basterebbe questo episodio per ricordare e apprezzare Giulietto Chiesa. Il quale continuò la sua carriera di professionista dell’informazione, passando dalla carta stampata (ultima testata per cui lavorò è stato “il Manifesto) alle reti televisive, affiancando al lavoro propriamente giornalistico,  una intensissima attività di studioso di geopolitica, di ambiente, e soprattutto delle nuove guerre, pubblicando centinaia di articoli, e una dozzina di libri che costituiscono oggi fonte preziosa per chi voglia ricostruire gli ultimi decenni del Novecento i primi del Duemila. Cito per tutti La guerra infinita (Feltrinelli, 2002), uno dei primi tentativi di comprendere la natura delle new wars, denunciando la pericolosa china in cui il mondo, dopo la fine dell’URSS, si era messo. Importantissimo fu il suo lavoro, con altri, a cominciare, per indagare su eventi come i fatti di Genova del 2001 (G8-Genova, Einaudi, 2001), o l’inchiesta per tanti versi sconvolgente sull’11 settembre, con il volume e film Zero. Inchiesta sull’11 settembre (con la collaborazione di Roberto Vignoli Piemme, 2008). Fu proprio quella inchiesta che appiccicò su Chiesa l’etichetta di “cospirazionista”. Ma con gli anni i dubbi si moltiplicarono e le notizie che giungevano dagli stessi ambienti giornalistici e politici statunitensi generavano nuovi interrogativi:  invece di chiarirsi, i fatti, col tempo, appaiono sempre più intorbidati da un fumo denso come quello che avvolse le Torri. Forse il “complottista” Giulietto non aveva poi tutti i torti a dubitare della verità ufficiale. Nella sua ansia indomita di fare e informare, Giulietto fu anche parlamentare europeo, eletto nel 2003 in uno bizzarro raggruppamento (che comprendeva Occhetto e Di Pietro). Si trattò di una esperienza che gli permise di ampliare il suo raggio di interessi, e la sua rete di relazioni internazionali, che seppe poi mettere a fuoco con grande efficacia.

Fu insomma, uno straordinario “storico del tempo presente”, Giulietto, capace di andare a fondo nella ricerca della verità, spingendosi oltre le verità ufficiali, svolgendo un compito di smascheratore di falsità, e di minatore che scavava, scavava, cercando sempre di giungere ai nodi delle questioni, con una visione che col tempo divenne sempre più planetaria. E ebbe la grande intuizione, che libri e giornali non fossero sufficienti, ma che occorresse una televisione, una tv capace di raccontare la verità, quella verità che i media mainstream, appartenenti a pochi gruppi finanziari, nascondevano o manipolavano. Occorreva risvegliare i dormienti, e dare voce ad analisti seri, a studiosi competenti, ad autentici reporter. Nacque così “Pandora TV”, la più temeraria operazione di un network televisivo alternativo, divenuta un insostituibile presidio per chi oggi voglia informarsi. “Un’altra visione del mondo”, si legge nel suo logo: ed era del tutto vero.

Due giorni fa la sua ultima diretta su quegli schermi ( https://youtu.be/e6jG2JgPWak)

E ora non avremo più questo punto di riferimento, questa bussola preziosa per orientarci nel mondo sempre meno vasto ma sempre più terribile.

Addio, Giulietto. Con la tua morte, l’informazione, quella autentica, perde un gigante.

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