UNa introduzione ai “quaderni del carcere” di Gramsci


La percezione della sconfitta, sua personale, del Partito comunista e dell’intero movimento operaio occidentale, induce Gramsci – ormai in carcere – a un doloroso ripensamento della propria esperienza politica che, però, non si traduce mai in una sconfessione delle proprie idealità. Muovendosi tra filosofia, letteratura, scienza politica, economia, diritto, antropologia, sociologia, teatro, scienze esatte, il dirigente del Pci condensa nei Quaderni le sue riflessioni, con un preciso intento politico: per proseguire sul cammino della rivoluzione, occorre comprendere le ragioni della sconfitta.

di Angelo d’Orsi

All’interno del decennio che va dall’arresto di Antonio Gramsci (8 novembre 1926) fino alla sua morte (27 aprile 1937), si contano sei anni (1929-1935) di potente creatività teoretica, a partire dal momento in cui riceve il permesso di scrivere, per qualche ora al giorno (febbraio 1929): il risultato è contenuto in 33 quaderni, che verranno pubblicati per la prima volta fra il 1948 e il 1951, in una edizione tematica, in sei volumi, pensata da Palmiro Togliatti e curata da Felice Platone, per i tipi di Einaudi. Un’edizione discutibile sul piano filologico, ma intelligente su quello editoriale e politico: rendeva più agevole la lettura di un testo non finito, e consentiva un miglior utilizzo del pensiero gramsciano come basamento del «partito nuovo» togliattiano, nell’avvio di una prudente presa di distanza dall’Urss. Bisognerà attendere il 1975 per avere l’edizione critica, curata da Valentino Gerratana: e sarà quasi un nuovo Gramsci, quello svincolato dall’interpretazione togliattiana. Oggi, nell’ambito dell’edizione nazionale di tutti gli scritti, è in corso un’edizione filologicamente ancora più accurata, diretta da Gianni Francioni, che consentirà il massimo di fruibilità dei testi gramsciani.
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Dal momento dell’arresto all’inizio dei Quaderni, Gramsci ha solo la possibilità di scrivere lettere, che tuttavia non vanno intese come un semplice documento affettivo: esse fanno corpo con i Quaderni, fornendo un aiuto non soltanto per datare per quanto possibile le note raccolte nei Quaderni stessi, ma anche per comprenderle.

Tuttavia, la filologia e la cronologia non devono indurre alla frammentazione dei Quaderni del carcere, i quali, pur nella loro provvisorietà e disarticolazione, costituiscono, in certo senso, «un’opera», e non solo grazie alla tradizione che così li ha letti: a ben guardare, si coglie la volontà dell’autore di superare la frammentarietà pur rimanendo il suo un pensiero dialogico, dunque «frammentistico». Non è casuale il suo ritornare, dopo un certo tempo dall’inizio della scrittura, sui testi, rielaborarli, e persino abbozzare dei saggi (i «quaderni speciali»). Non va poi trascurato il nesso tra la condizione fisica e psicologica del recluso e il suo lavoro intellettuale; ossia, tra il degrado del fisico e l’elaborazione teorica; lo stile stesso della scrittura ne risente. La percezione della sconfitta, sua personale, del Partito comunista e dell’intero movimento operaio occidentale, lo induce a un doloroso ripensamento che, però, non si traduce mai in una sconfessione delle proprie idealità. Il lavoro di Gramsci, nella lunga detenzione, risulta anche essere un’acuta meditazione sulla modernità, quella del secolo XX e più in generale del grande processo di costituzione del «moderno».

La stesura delle prime note dei Quaderni, tra il 1929 e il 1931, oltre agli esercizi di traduzione (con scelte tutt’altro che casuali), coincide con la «svolta» in seno al Comintern, che rappresenta un momento di acuta crisi all’interno del movimento comunista, che per il dirigente in prigione è occasione per ripensare la storia e i problemi di quella comunità di cui continuava a sentirsi (e di cui era oggettivamente) parte. Gramsci analizza e scrive con il distacco di chi è impossibilitato a essere attore politico, ma continua a pensare politicamente, pur servendosi di una metodologia storica e ricorrendo alle più varie discipline: filosofia, letteratura, scienza politica, economia, diritto, antropologia, sociologia, teatro, scienze esatte…

I Quaderni diventano, via via, un autentico «Zibaldone di pensieri», che oggi ci appare un serbatoio di concetti per interpretare il moderno. Si tratta nell’insieme di un’opera fortemente intrisa di storicità che trascende la storia, quella del suo tempo, quella del movimento comunista, quella del proletariato. Di qui l’importanza di datare le pagine dei Quaderni, dandone cioè una lettura diacronica, senza cedere all’esasperazione filologica, tenendo conto che esse hanno una sorta di «struttura reticolare» in cui l’autore procede con una scrittura che è stata definita «a spirale». Perciò è importante tentare di ricostruire l’insieme dei temi messi a fuoco da Gramsci, il quale procede rivedendo i testi di prima stesura (i «quaderni miscellanei»), aggiungendo, precisando, introducendo modifiche nella propria elaborazione (i «quaderni di seconda stesura»).

Si tenga poi conto, oltre che della frammentarietà della scrittura, del suo carattere spesso allusivo, simbolico, circospetto, per timore della censura, e per l’autocensura di Gramsci stesso. Rimane comunque un dato: a dispetto della dichiarazione di scrivere für ewig, concetto di derivazione goethiana, che allude a un non immediato utilizzo pratico delle sue riflessioni, l’intento fondamentale dei Quaderni è politico: per proseguire sul cammino della rivoluzione, occorre comprendere le ragioni della sconfitta. Si tratta, quindi, di ricalibrare la rivoluzione, definirne un modello nuovo, diverso da quello canonico dell’Ottobre russo: una rivoluzione come processo, non come atto, come costruzione egemonica, non come assalto frontale. Di qui, la complessa elaborazione sulla figura e il ruolo dell’intellettuale, di cui egli allarga i confini, sottolineando che non si tratta di una categoria, ma che ogni classe ha e deve avere i propri intellettuali. Il proletariato, in particolare, secondo Gramsci ha questa necessità nella fase che si trovava ad attraversare in quel momento, quella successiva alla propria disfatta politica.

Naturalmente, vi sono pagine più immediatamente politiche, anche in forma cifrata; altre lo sono in modo mediato, in una trattazione che privilegia un approccio storico, ma attento agli ambiti delle altre scienze umane e sociali. La ricerca delle cause della sconfitta implica la riflessione sui vincitori, le forze che hanno battuto il movimento proletario, ossia il fascismo e l’americanismo: due volti, in sostanza, del capitalismo. Nelle pagine del quaderno speciale Americanismo e fordismo, è notevolissima la capacità di penetrare quel mondo, con analisi che sembrano anticipare quelle degli esponenti della Scuola di Francoforte, ma con un’attenzione al fattore economico estraneo alle analisi di Adorno e sodali e con tratto decisamente più politico, non di mera denuncia morale nei confronti di un sistema dei cui benefici si è partecipi.

In relazione alla crisi del 1929, la lettura gramsciana sfida le stolide certezze del Comintern, e ribalta l’interpretazione che pretenderebbe come imminente il crollo del capitalismo e l’avvento del comunismo. Anche se fosse vicina la società di uomini e donne liberi ed eguali, Gramsci giudica comunque necessaria una fase di transizione, col recupero della democrazia: ecco il senso della proposta della Costituente, un raggruppamento di forze antifasciste dal comune orientamento. Una proposta che suscita forte contrarietà in seno al Pcd’I, creandogli difficoltà nei suoi rapporti con i compagni in prigione come lui. È quella del resto l’epoca in cui Gramsci compie lo sforzo di delineare un profilo diverso della rivoluzione, usando come paragone oppositivo le categorie di «Occidente» e «Oriente». In Occidente, ossia nelle società a capitalismo avanzato, la rivoluzione non può più essere concepita secondo il modello bolscevico, quello concretizzatosi il 7 novembre 1917 a Pietrogrado con l’assalto al Palazzo d’Inverno; la rivoluzione non solo deve essere predisposta con un lento lavorio ideologico e culturale (come Gramsci teorizzava già negli anni giovanili), ma deve essere costruita come un processo volto a sostituire all’egemonia e al dominio borghese quelli proletari, lavorando essenzialmente nei campi della cultura, grazie agli intellettuali «organici» alla classe lavoratrice, la classe degli sfruttati e degli oppressi. Una classe che, dunque, può diventare «dominante» solo se prima è in grado di essere «dirigente», realizzando una contro-egemonia rispetto all’egemonia del capitale.

Di qui l’importanza di avere propri intellettuali, il cui compito precipuo è aiutare la classe a diventare egemone. Una classe che, nondimeno, nel corso del tempo, Gramsci comincia a vedere nelle sue trasformazioni, al punto da iniziare a parlare di «gruppi subalterni» invece che di «proletari» o di «classe operaia»: una delle grandi novità del lavoro intellettuale in carcere, novità che, accanto al concetto di egemonia, sembra essere tra le principali spiegazioni dell’odierna fortuna del pensiero gramsciano, più adeguato di quello di altre pur grandi figure che hanno riflettuto sui caratteri della modernità novecentesca a comprendere i caratteri sociali e culturali del nostro tempo, ai fini di una sua radicale trasformazione.

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Nel serbatoio gramsciano, tra il 1929 e il 1935, con un massiccio ricorso alla ricostruzione storica e una puntuale, benché non sempre coerente, trattazione teorica, ivi comprese oscillazioni lessicali (ma si deve tener conto del carattere di cantiere aperto, di laboratorio, che hanno i Quaderni), vengono a definirsi una serie di concetti fondamentali, da egemonia a gruppi subalterni, da rivoluzione passiva a blocco storico, da società regolata a Stato allargato, da nazionale-popolare a cesarismo (progressivo e regressivo) e così via: si tratta di idee forza che spesso Gramsci riprende da altri autori, anche esterni alla tradizione marxista, ispirato e influenzato, sia pure spesso in forma di contrasto, non solo da Marx, Labriola o Lenin, ma anche da Croce, Sorel, dai pragmatisti e dagli elitisti… Forse il suo riferimento principale è Machiavelli, anche per una sorta di processo di autoimmedesimazione nella figura del segretario fiorentino, come lui costretto ad abbandonare la politica attiva, come lui pronto a recuperarla ricorrendo al bagaglio dell’esperienza diretta e alla conoscenza della storia. Come Machiavelli, nei Quaderni Gramsci riflette sulla politica e sul politico, sulla formazione delle leadership, sui problemi dello Stato moderno e, invece che sul Principe come figura individuale, sul Principe come intellettuale collettivo, ossia il partito politico (comunista), e se lo sguardo machiavelliano indugia su Firenze e sull’Italia del XVI secolo, a Gramsci tocca riflettere sul «suo» Mezzogiorno sfruttato e vilipeso, sul Risorgimento, come rivoluzione mancata, e sulla questione meridionale, in relazione a quella nazionale, superata su di un piano sovranazionale. Riemerge ellitticamente l’idea giovanile di un comunismo come umanesimo integrale, un comunismo che non avrebbe obbligato gli esseri umani a essere liberi, capace di costruire una società egualitaria, in cui sarebbero stati banditi i processi politici, dove la cultura sarebbe stata una risorsa da valorizzare, e dove a tutti sarebbe stato garantito il diritto di godere della bellezza.

Nell’insieme, i Quaderni ci appaiono oggi una miniera a cui le scienze umane e sociali possono proficuamente attingere, anche solo per uno spunto da riprendere, sviluppare e adattare alla temperie di diversa epoca storica. Una nuova teoria generale del marxismo si affaccia, con importanti innesti nel corpo stesso del pensiero di Marx, mentre si verifica un allontanamento via via più netto dalle dogmatiche del marxismo-leninismo e anche un uso di Marx come contraltare rispetto allo stesso Lenin.

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Il biennio trascorso a Formia (1933-1935), nella prima delle due cliniche che accolgono Gramsci, rappresenta l’ultimo periodo di creatività: ha ottenuto la semidetenzione, ma è nondimeno sottoposto a un controllo poliziesco persino più intenso rispetto al carcere. Nel 1935 Gramsci finisce per cedere. La tentazione di «sparire come un sasso nell’oceano» (parole indirizzate alla moglie Giulia nel 1931), di tanto in tanto affiorante, sembra prevalere, e ciò spiega la fine della stesura dei Quaderni, e la rarefazione delle Lettere; e spiega infine il tono via via più amaro, con il progressivo emergere di un sentimento tenuto fino ad allora a bada, l’autocommiserazione: «Questo inferno in cui muoio lentamente», scrive nel luglio ’33. Gli anni seguenti sono un calvario, in una drammatica dialettica tra la speranza e la disperazione, la voglia di continuare a lottare, ossia a scrivere, e il desiderio di abbandono. Le ultime note sono del maggio 1935, poi soltanto rade lettere ai familiari. Il passaggio a un’altra clinica, la Quisisana di Roma, non sortisce gli effetti sperati: il suo fisico è troppo logorato, troppo provato lo spirito. Mentre aumentano le paure, le angosce, il senso di fallimento, le manie di persecuzione.

È la morte, giunta il 27 aprile del ’37, a liberarlo. Ebbe ragione Piero Sraffa a dire, appena avuta la notizia, che quella era «una disgrazia senza l’eguale»; non solo per amici e compagni, e per la vicenda del comunismo, ma per la storia della cultura internazionale. Ci restano i Quaderni, uno dei più preziosi tesori del pensiero umano.
(28 aprile 2020)

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