Ricordando la morte di sette operai

A Torino oggi 6 dicembre 2020 si è inaugurato il Museo-Memoriale dedicato ai setti lavoratori uccisi nell’incidente alla Tyssenkrupp nella notte tra il 5 e il 6 dicembre del 2007.

Scrissi a fine anno un articolo, che venne intitolato “I nostri “Magnifici sette”. Riflettori accesi sulla classe operaia“. Apparve sul settimanale “Avvenimenti”, nei primi giorni di gennaio 2008. Lo ripropongo, ora, con l’amarezza di un esito processuale che non ha condannato i proprietari tedeschi della fabbrica. E come omaggio, doveroso e partecipe, a quei nostri “Magnifici Sette”.

Che il presidente della Repubblica, nel discorso tradizionale del 31 dicembre, dedichi spazio, e cospicuo spazio, a un incidente sul lavoro, e ne tragga spunto per ribadire il concetto già espresso del problema delle “morti bianche”, è un fatto nuovo nella storia della Repubblica. Non sono cosa nuova, ahimé, i lutti procurati a tante famiglie da impalcature che cedono nei cantieri, da altiforni che scoppiano, da volte di miniere che crollano, da impastatrici che inghiottano persone.

La costanza e la regolarità degli incidenti sul lavoro, l’indefettibile somma di morti e feriti e mutilati, e dall’altro canto l’immutabile litania (post factum, naturalmente) degli ispettorati del lavoro che lamentano scarsità di mezzi e di fondi, tuttavia, contrastano con questo clima emergenziale che fa sì che la più alta carica dello Stato nella solenne cerimonia allocutoria di fine anno se ne occupi. Com’è possibile, mi dicevo, davanti all’autentica commozione di Napolitano – a mia volta commosso –, che da decenni il bilancio di fine anno sia sempre lo stesso? Com’è possibile che cambiando i governi, mutando le stagioni politiche, e davanti a trasformazioni sociali e persino antropologiche della classe lavoratrice, nulla cambi? Com’è possibile (e com’è accettabile) che ogni giorno almeno tre esseri umani lascino la vita in fabbriche, cantieri, aziende agricole, miniere? E, contemperando il pessimismo dell’intelligenza, con l’ottimismo della volontà, cui il residuo gramscianesimo del postcomunista Napolitano ci invitava, sono ritornato con il pensiero ai morti di Torino, a quei nostri compagni, amici, fratelli sconosciuti di cui ormai sappiamo molto: le speranze rimaste inappagate, i sogni celati nel cassetto, i bimbi che li aspetteranno invano, le mogli e fidanzate che li piangono, i genitori che maledicono chi quelle vite ha spezzato.

Rocco, il “padre” di tutti, sacrificatosi come il capitano della nave: 54 anni, a soltanto un passo dalla pensione; Angelo, quarantenne, padre di due ragazzi; Antonio, e Roberto trentenni, entrambi genitori l’uno di tre figli, l’ultimo nato solo due mesi fa, l’altro con due bambini piccoli; e poi i tre ventiseienni, l’età in cui la gran parte dei miei studenti universitari è lontana dalla laurea: loro, Bruno, Rosario, Giuseppe, avevano già anni di acciaierie alle spalle e un futuro che immaginavano diverso, e che non avranno. I loro nomi, i loro volti, le loro storie, sono del tutto “normali”, come in fondo lo sono le loro morti atroci, sopravvenute, tutte, tranne la prima (quella di Antonio), istantanea, dopo agonie di varia durata. Essi sono gli involontari, ma veri eroi del proletariato.

Guai alla nazione che ha bisogno di eroi, ammonisce il vecchio Brecht. Ma questa Italia che ha assegnato medaglie, eretto monumenti, intitolato strade agli “eroi di Nassiria”; che ha santificato un mercenario al soldo di “agenzie” straniere; questa Italia che con troppa facilità ha esondato retorica, parlando di “missioni di pace” in relazione a uomini in divisa, armati fino ai denti; questa nostra Italia forse ora dovrebbe chiedersi se non siano qui, nelle acciaierie di Torino, e in tutte le fabbriche non ancora dismesse del territorio italiano, i nostri veri campioni in “missione di pace”. Giuseppe, Rosario, Bruno, Roberto, Antonio, Angelo, e Rocco – nomi e volti di una fetta di umanità che frettolosamente, sulla base di semplicistiche analisi sociologiche, abbiamo imparato quasi ad espungere dal nostro universo quotidiano – ci hanno ricordato, nella loro tragedia, che la classe operaia esiste, e che tutta l’immaterialità (economia virtuale, comunicazione, informatica, cultura, sapere scientifico e tecnologico, intrattenimento…), esiste in quanto ci sono degli operai – quegli “uomini di carne ed ossa” a cui Antonio Gramsci invitava ogni giorno della sua breve vita a guardare, ad ascoltare, e a imparare da loro – che producono beni materiali, beni che regalano ricchezza a pochi, ma sicurezza a tutti, rendendo possibile la stessa sopravvivenza della struttura sociale ed economica.

Eppure la sicurezza della società, che “Rocco e i suoi fratelli” (come li ha chiamati la Repubblica), ogni giorno, e ogni notte, ci garantiscono, viene ripagata dalla società non soltanto con salari indecenti, ma con condizioni di vita che, troppo spesso, si rivelano condizioni di morte. A loro, i nostri “magnifici sette”, vorrei che tutti coloro che credono ancora nella possibilità se non di una liberazione universale, almeno di una (minima) giustizia sociale, rendessero omaggio ogni giorno di questo anno nuovo, non più spegnendo le luci della ribalta – come giustamente ha fatto il sindaco di Torino, Chiamparino, per la sera di San Silvestro – ma d’ora in avanti, tenendole accese: ma su di loro, sul loro lavoro, sulla loro vita, sul loro ruolo sociale.

D’ora in avanti, teniamoli accesi i riflettori, sulle fabbriche e sui cantieri, sulle miniere e sulle officine, senza aspettare la prossima tragedia. Sarà il modo in cui chi non condivide l’esistenza di un tornitore o di un tubista, di un manovale o di un minatore, ne assumerà, in qualche modo, i problemi, e vigilerà: pronti, tutti noi –  politici, amministratori, tecnici, giornalisti, intellettuali, militanti, cittadini consapevoli e attivi – ogni volta che sia necessario, a passare dall’osservazione alla critica e alla denuncia. Ma, per favore, prima, non dopo.

(Nell’immagine tratta dal web i volti dei sette operai)

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