Morire sul lavoro, nella repubblica fondata sul lavoro

Molti anni fa, avevo intorno ai 12-13 anni, mi accadde un piccolo incidente (uno dei tanti).

Ero come tutte le estati a casa degli zii nel Sud, una casa che aveva anche dei macchinari, di varia natura, legati al lavoro dello zio, in fabbrica. Uno di questi era un doppio rullo che veniva usato per strizzare lenzuola, tendaggi, e simili. Io mi ero offerto, come facevo sempre, di aiutare. Ed ero rimasto a strizzare lenzuoli, mentre mia cugina, più grande di me, era in un’altra stanza. Ci parlavamo a distanza. E mi distrassi, un solo istante, perché il mio sguardo andava verso la voce della cugina, che non vedevo ma udivo. Quell’istante fu fatale: non so come. il lenzuolo si impigliò nella mano, che fu risucchiata verso il rullo. Cercai prima di resistere, tirando verso di me, ma la mia forza non era pari a quella del macchinario. Quando le dita giunsero a contatto del rullo urlai, e mia cugina accorse, ma nessuno dei due ebbe subito l’idea giusta: spegnere l’interruttore. Tiravamo entrambi, urlando entrambi. Una scena insieme drammatica e comica, se qualcuno ci avesse guardato dall’esterno: ma ricordo la paura, e il dolore, perché una mano, una sola, la destra finì nell’ingranaggio. Prima che fosse stritolata finalmente avemmo un barlume di lucidità e staccammo la corrente. Poi non fu agevole aprire i rulli, e ricordo ancora quella paura, che la mano fosse stata irrimediabilmente deformata. Non fu così, per mia fortuna, anche se ancora quella mano a guardarla con attenzione mostra i segni dell’incidente.

Mi è sovvenuto quell’episodio, leggendo dell’incidente che ha ucciso, in una fabbrica tessile, Luana D’Orazio, giovane operaia con i sogni dei giovani, con i problemi di chi è costretto a un lavoro per quanto faticoso o pericoloso per “dare una mano in famiglia”. Luana aveva 22 anni, e un bimbo, e viveva con la mamma, la quale, prontamente, biecamente intervistata dai soliti avvoltoi parla, teneramente, di sua figlia come di “una ragazza-madre”. Luana aveva un fidanzato, che la piange, aveva i sogni sparsi nei cassetti dei suoi vent’anni: altre più fortunate di lei, con la sua bellezza “finiscono in televisione” a fare le veline, magari sposano un divo del cinema o un campione sportivo. Lei faceva l’operaia, anche se aveva persino avuto un ruolo di comparsa in un filmetto. Faceva l’operaia e amava il suo lavoro, dicono. Amava, credo, portare a casa un po’ di denaro, anche per allevare quel bimbo di cinque anni, che è ancora ignaro del destino spezzato di quella mamma così “piccola”. Chi troverà la forza per spiegargli che cosa è accaduto? Con quali parole?

Il mio incidente fu una cosa ridicola, al confronto di questo, ma la scena mi è rimasta impressa dentro, indelebilmente. La meccanica grosso modo deve essere stata se non proprio la stessa assai simile. Perciò ho provato a mettermi nella testa, negli occhi, nel cuore di Luana, ma sono stato capace soltanto di versare lagrime, altre lagrime, dopo quelle che già ieri sera avevo versato davanti alle news in tv.  

Non riesco a concepire il terrore che deve aver invaso gli occhi, il volto, il cuore di questa dolcissima ragazza; non riesco a sentire le sue grida, che deve aver lanciato verso i compagni di lavoro, grida coperte dal frastuono delle macchine; non voglio immaginare il suo corpo flessuoso maciullato dall’ingranaggio; non riesco a concepire la bellezza e la giovinezza uccise insieme in un istante, lunedì 3 maggio, in un borgo in provincia di Prato.

Non dirò nulla, ora, sulla spaventosa realtà degli incidenti sul lavoro, nulla del Primo Maggio appena archiviato con il suo grottesco strascico di polemiche politico-giornalistiche, non dirò come quella giornata – certo di festa, ma anche di lotta e di riconoscimento della centralità del lavoro – sia stata oggi inglobata, e quasi fagocitata in un gigantesco apparato di intrattenimento consumistico con contorno di vuote parole retoriche.

“L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”, in tanti ci hanno ricordato lo stentoreo primo articolo della nostra bella Costituzione. Ma i Padri Costituenti avevano in mente il lavoro che riscatta, il lavoro che nobilita e che mobilita, il lavoro che produce ricchezza, e che dà la forza e il senso a una intera comunità; ma forse almeno alcuni tra loro avevano il pensiero non espresso del lavoro sfruttato, del lavoro malpagato, del lavoro che succhia energie e cancella troppo spesso la gioia di vivere. Nell’enfasi dello “statu nascenti”, nell’ebbrezza di creare la norma fondamentale della nuova Repubblica, antifascista e democratica, avevano, temo, cancellato la possibilità stessa del lavoro che uccide.

E invece eccolo qui, eccolo tra noi, ogni giorno, ogni anno, da quel 1° gennaio 1948 quando la Carta costituzionale andrò in vigore; con il suo triste corteo di padri di famiglia che cadono da impalcature, di giovanotti nel fior degli anni inghiottiti da fosse venefiche o fulminati da fili elettrici… E di splendide giovani donne maciullate da un orditoio.

Addio, Luana.  

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