DALLA POST-DEMOCRAZIA ALL’OLIGARCHIA. LA RIELEZIONE DI MATTARELLA

La conclusione della kermesse per l’elezione del nuovo Presidente, è deprimente e nello stesso tempo, data la situazione, e dati gli attori in campo, era la soluzione più agevole, e più ovvia. Sergio Mattarella rimarrà al timone di una barca che ormai fa acqua a prua e a poppa, fino a traghettarla alla nuova legislatura, nel 2023. Mentre Mario Draghi continuerà a guidare il “governo dei migliori”, un’adunata scriteriata e raffazzonata, che ha ripescato dai sotterranei della politica italiana personaggi squalificatissimi, che hanno già recato in passato notevoli danni all’economia, all’istruzione, alla cultura, e alla pubblica moralità.

Gli entusiastici applausi finali dell’Assemblea, stasera, celebravano, non già la “centralità del Parlamento”, come qualche sprovveduto commentatore ha detto, gongolante, in uno dei tanti talk show. Ecco: show, questa è la parola cruciale, che possiamo usare per definire quello a cui ha assistito lungo la settimana che si sta concludendo, la popolazione italiana, giustamente distratta e ovviamente indaffarata per resistere alla pandemia e alle misure pasticciate e contraddittorie per contenerla, e soprattutto al costo della vita, e alle paure più varie, reali o inventate. Come una sbiadita edizione del Festival di Sanremo, che peraltro incombe, lo spettacolo della rielezione di Mattarella alla più alta carica dello Stato, è uno dei punti più bassi della storia repubblicana.

Il punto non è solo il ritorno di Mattarella, confortato dai “meme” sulle reti sociali, dove ignoti artisti dell’ironia grafica hanno mostrato maggiore sensibilità politica di quel migliaio di deputati senatori e “grandi elettori” riuniti a Montecitorio. Questa rielezione ci mette dinnanzi al corpo malato della “democrazia”: finita la rappresentanza, cancellato il ruolo del Parlamento, dove sono prevalse le preoccupazioni delle elezioni anticipate, con il concretissimo rischio per tanti peones della non rielezione, tanto più dopo l’infame riforma elettorale targata 5 Stelle, che ha dimezzato il numero dei rappresentanti, riducendo d’un tratto le chances per le forze minori di entrare in Parlamento.

Il secondo fattore che è emerso in questa squallidissima vicenda è la rinuncia degli stessi nostri rappresentanti a operare secondo un pensiero proprio, agendo semplicemente come macchine agli ordini dei capibastone, mostrando così la loro superfluità. Ma abbiamo toccato con mano, contemporaneamente, l’incapacità di tutte le forze in campo di indicare dei nomi “autorevoli”, come i loro leader andavano blaterando, salvo l’indomani proporre dei signor Nessuno o dei figuri impresentabili al cospetto del mondo.

Se scorriamo l’elenco delle candidature, c’è in effetti da rimanere sgomenti, a partire da Berlusconi (la barzelletta del secolo) alla sua ancella Casellati – quella che garantiva su Ruby “nipote di Mubarak” – come Carlo Nordio, un ex magistrato che ha dedicato buona parte del suo lavoro a cercare di incastrare Antonio Di Pietro, da Marcello Pera berlusconiano della prima ora animato da un anticomunismo viscerale, che riteneva essere l’antifascismo ormai un inutile anacronismo da far cadere) o il repêchage persino di un immarcescibile arnese democristiano come Pier Ferdinando Casini (anche questo ci toccava vedere!) fino all’attuale tenutaria dei Servizi segreti, perché per dare un segnale era meglio votare una donna, e questa ere nei desiderata dei 5 S, a quanto si dice… Mentre personaggi di ben altra caratura e valore come Nino Di Matteo o Luigi Manconi non avevano alcuna possibilità di essere eletti, boicottati dal Centrosinistra prima che dal Centrodestra.

 Insomma, in questo panorama la figura di Mattarella si staglia, con tutti i limiti che il politico ha mostrato, e la sua corrività a scelte dei poteri forti, in un tandem perfetto con Draghi, che di quei poteri è l’interprete designato. In fondo il gioco è quello di tenere in caldo il trono presidenziale per lui, Draghi, mentre i partiti si azzufferanno per l’altra poltrona, quella di presidente del Consiglio. Quindi, scampato il pericolo del passaggio diretto di Draghi da una carica all’altra (una violenza alla Costituzione inaudita), ci ritroviamo con una classica riproposizione del gioco delle tre carte, sotto il segno della “diarchia”.

Un gioco, questo a cui abbiamo assistito senza entusiasmi, anzi con profondissima noia, che segna un altro passo, stavolta un paso doble, che conduce dalla post-democrazia al superamento definitivo della stessa, che ora rimane come una finzione ridicola. E mentre alcuni rispolverano l’idea per niente originale dell’“uomo forte”, sotto forma di un presidenzialismo non dichiarato (tanto accanto alla Costituzione “formale” ce n’è una “materiale” che è quella decisa dai cacicchi del potere!), noi avvertiamo soltanto, disperatamente il bisogno di sinistra, di una sinistra vera, autentica, non parolaia, non autoreferenziale, non chiacchierona. Una sinistra che non si riduca ad essere elettoralistica ma che non disdegni la istituzioni, e cerchi di restituire ad esse un ruolo autenticamente democratico. Le rivitalizzi, faccia davvero del Quirinale e dei palazzi parlamentari, altrettante case del popolo, nel senso che non devono semplicemente venire aperti i loro cancelli una volta all’anno, per dimostrazione della democrazia, ma devono essere espressione del popolo, in modo autentico, vero.

Una sinistra che riprenda in mano Gramsci (e se non lo conosce si metta immediatamente a studiarlo), e cerchi di seguirne gli insegnamenti. Scriveva poco meno di un secolo fa: “La predestinazione non esiste per gli individui e tanto meno per i partiti: esiste solo l’attività concreta, il lavoro ininterrotto, la continua adesione alla realtà storica in isviluppo”: ecco, questo deve fare chi voglia sentirsi “di sinistra” e operare “a sinistra”, nell’interesse generale, che è prima di tutto l’interesse di quei gruppi sociali che sono schiacciati dai grandi potentati, e che non trovano più un partito, né un uomo (o una donna!) che sappia loro dare voce.

Il cammino è lungo e aspro, ma non possiamo pensare che prima o poi sorgerà il sol dell’avvenire, non possiamo credere che siamo “predestinati” a prendere il potere o ad aiutare le classi subalterne a prenderlo. C’è un drammatico bisogno di rigore, di serietà, di studio, e insieme di mobilitazione permanente, dal basso, per opporsi, sistematicamente, in tutti i territori, in tutte le realtà sociali, al percorso che dalla democrazia nata nel 1945-’48, con la Costituzione figlia della lotta armata, sta portando, direttamente, semplicemente all’oligarchia. Perciò, oggi, 29 gennaio 2022, anche se personalmente ci possiamo rallegrare che abbiamo evitato, congelando Sergio Mattarella, che personaggi squalificati salissero al Quirinale, oggi noi dobbiamo constatare un nuovo decisivo passo che fa di quella democrazia sognata dai Padri Costituenti e scritta davvero col sangue dei martiri antifascisti, una pallida ombra di quel sogno nato dalla Resistenza. Dietro quell’ombra si erge il potere vero, esercitato da un pugno di persone: politici, finanzieri, imprenditori, militari, boiardi di Stato (i dirigenti di ciò che rimane dell’economia pubblica), sedicenti “giornalisti”, spin doctors, influencers
Mi piacerebbe pensare che Sergio Mattarella, “nuovo” presidente della Repubblica fosse consapevole di tutto questo e ci risparmiasse, re-insediandosi sul più alto Colle di Roma, le solite tiritere retoriche, buone per tutte le stagioni. Ma non per questa, signor Presidente!

Uno dei meme pubblicati nelle ultime ore (autore ignoto)

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