DALLA RUSSOFOBIA ALLA RUSSOFOLLIA

“Un soffio di follia criminale” si sta abbattendo sull’Italia. Lo denunciava Antonio Gramsci, oltre un secolo fa, davanti al delirio nazionalistico, generato dalla Guerra mondiale. Userebbe le stesse parole oggi, davanti alla gigantesca union sacrée formatasi nel volgere di un pugno di ore nel nostro Parlamento, ma che trova un avvilente corrispettivo in quello della UE, fino a raggiungere l’Assemblea generale dell’ONU, dove si è assistito ieri a una scena a dir poco inquietante con la generalità dei delegati occidentali nel momento in cui è comparso sullo schermo il ministro degli Esteri della Federazione Russa, Sergej Lavrov ha abbandonato l’aula. Un gesto che non ha precedenti, a mia memoria, nella vita dell’ONU. Un gesto di gravità inconcepibile, specie in un consesso il cui fine istituzionale è risolvere pacificamente i contrasti fra i propri associati.  Benzina sul fuoco, in termini semplici, gettata con straordinaria irresponsabilità da coloro che dovrebbero al contrario adoprarsi per spegnere l’incendio.

Questa sacra unione unifica forze politiche, commentatori “indipendenti” (ma non troppo…), giornalisti che fanno il loro dovere di impiegati delle proprietà, esponenti della cosiddetta “società civile”. E in nome della difesa della pecorella Ucraina aggredita come agnello sacrificale dall’orso russo, si stanno adottando misure politiche, militari, commerciali, finanziarie e persino culturali che dovrebbero “mettere in ginocchio” il popolo russo, insieme al suo leader Vladimir Putin, qualificato ipso facto come “dittatore”, dimenticando che è stato eletto in elezioni libere, e che gli USA che ci impartiscono ogni giorno nozioni di democrazia hanno degli begli scheletri nei loro armadi: come dimenticare, ad esempio, che Bush junior venne “nominato” presidente, dalla Corte suprema (con voto a maggioranza!), invece che “eletto”? Tanto più che il suo contendente Al Gore aveva raccolto un numero di suffragi decisamente superiore…

Per chi abbia qualche nozione di storia, la situazione appare fortemente evocativa. Ma si sa che ha pochi alunni.

Il sito “Stroncature”, che ci inonda di messaggi autopromozionali, vantando la propria indipendenza e chiedendo denaro per concedere di leggere le opinioni dei suoi autori, ha subito indossato l’elmetto e fin dall’inizio delle ostilità sta portando avanti una linea, ridondante di aggettivazione bellicistica, che fa venire i brividi: oggi leggo, per esempio, che la mossa di Putin “ci ha restituito un nemico comune” (ossia la Russia), dove quel “ci” dovrebbe rappresentare il mondo civile. E rieccoci al vecchio topos del contrasto radicale tra barbarie e civiltà, che aveva dominato il discorso pubblico nel 1914-’18, un contrasto in cui ciascuna delle parti in campo ribaltava sull’altra la qualifica di barbara.

Allora, invano pochi spiriti liberi invitavano alla ragionevolezza, a cominciare dal francese, premio Nobel per la Letteratura, Romain Rolland che sorpreso in Svizzera dallo scoppio del conflitto nell’estate 1914 non potè rientrare in patria a causa di una serie di articoli in cui invitava gli uomini di cultura a non confondersi con la “canea nazionalista”. Anche allora il suo messaggio rimase inascoltato. Oggi vorrei leggere prese di posizioni simili, inviti alla ragionevolezza, invece che incitamenti agli schieramenti, pro o contra Putin, vorrei non leggere notizie come la censura al giornalista della Rai Marc Innaro reo di aver ricordato l’eccessiva estensione della NATO a est, tra le cause della reazione russa. Vorrei non leggere che il sindaco di Milano cancella l’esibizione alla Scala un prestigioso direttore d’orchestra, Valery Gergiev, perché russo e “amico di Putin”, provocando come conseguenza la rinuncia di una celebre soprano, Anna Netrebko, a esibirsi nel più famoso teatro d’Italia. Per non essere da meno, l’Università Bicocca annulla un breve corso su Dostoevskij, affidato a Paolo Nori, autore di una biografia di questo gigante della letteratura mondiale. Per fare concorrenza alla “capitale morale”, a sua volta, Genova, per la precisione il Teatro Govi (che da poco aveva riaperto dopo la pausa pandemica) si sente autorizzato ad annullare a sua volta un intero festival dostoevskiano.  La motivazione appare a dir poco grottesca, e vale la pena di leggerla: “con grande dispiacere che annunciamo la decisione, durissima da prendere, di rinunciare all’evento per affermare a gran voce la nostra posizione: Il Teatro Govi è un luogo di cultura, pace e speranza che non vuole aprirsi a chi preferisce le bombe alle parole. Siamo consapevoli che essere di nazionalità russa non significhi automaticamente essere guerrafondai e siamo consapevoli che in una guerra a soffrire siano i popoli di tutte le fazioni coinvolte, ma in questo terribile clima mondiale preferiamo prendere una posizione netta, nella speranza che si ritorni alla Pace nel più breve tempo possibile.”

Incommentabile. Intanto, ancora una volta il governo italiano, sostenuto dall’intero Parlamento con l’eccezione del gruppuscolo di “Manifesta”, invia armi e uomini in Ucraina, mentre centinaia di associazioni “umanitarie” raccolgono fondi e materiali per la popolazione colpita. Le stesse che mai hanno battuto ciglio davanti al massacro che dura da anni degli abitanti di Donesk e  Lugansk, dell’Ucraina russofona. E nel proliferare di manifestazioni per la democrazia e la libertà si dimentica che il governo di Kiev è stato impiantato da un colpo di Stato favorito da USA e UE, anche se il presidente Janukovyč era un uomo corrotto, il diritto internazionale che oggi tutti invocano, consentiva allora un cambio di governo foraggiato da potenze straniere e con la partecipazione attiva di formazioni neonaziste, oggi parte di quel governo “democratico”?

E l’UE si spinge fino a inviare armi a un Paese esterno all’Unione, cosa mai accaduta, mentre invoca sanzioni sempre più dure, contro Mosca, le cui conseguenze pagheremo tutti e pagheremo caro. Ed Enrico Letta guida la pattuglia dei sostenitori dell’eterno “armiamoci e partite”, blaterando di valori assoluti davanti ai quali non si può transigere. Quei valori espressi dai neonazi che hanno bruciato vivi nella Casa dei Sindacati di Odessa forse 150 persone? Quelli che hanno ucciso il giovane fotografo italiano Andy Rocchelli e il suo sodale russo Andrej Mironov? Omicidio rimasto impunito, nel silenzio dei governanti ucraini. Addirittura stiamo leggendo di uffici reclutamento (a Milano!)“volontari” per una sorta di “legione straniera” da inviare in Ucraina, in barba ad ogni legge come del resto il nostro governo e il nostro parlamento si stanno infischiando tranquillamente dell’art. 11 della nostra Costituzione, ormai divenuto mero testo museale… C’è persino il direttore di un Museo Ebraico che si permette di attaccare il presidente dell’ANPI, l’ottimo Pagliarulo, per aver ricordato, mentre condanna l’invasione russa, le responsabilità della NATO!

Nel 1916 a Torino venne annullato un concerto di Arturo Toscanini perché aveva tra gli altri brani inserito uno di Wagner: come osa far risuonare la barbarica musica germanica nelle orecchie sensibili della cittadinanza torinese? – si chiedeva sarcastico Gramsci. La sua fu la voce clamantis in deserto. E il giornalista socialista in un articolo chiese scusa al grande maestro.
Oggi siamo di nuovo a quel punto. Il nemico è tutto ciò che è russo. Invano, qualche anno dopo, Leone Ginzburg, un russo (nativo di Odessa!) che aveva scelto Torino, per farsi italiano e combattere contro il fascismo, si batteva perché la cultura del tempo, si rendesse conto che l’identità europea non poteva prescindere dalla Russia: si può essere e sentirsi europei senza Tolstoj e Cechov, senza Puskin e senza Gogol, senza Dostoevskij, senza la grande musica, la grande arte, persino la grande spiritualità russa? Oggi una Santa Alleanza si è formata per annichilire la Russia, mossa più che da ragionamenti politici da un ritorno dell’antica russofobia, che, come ha scritto Guy Mettan, in un libro di cui suggerisco la lettura (Russofobia. Mille anni di diffidenza, Teti Editore), si sta trasformando in “russofollia”. Le conseguenze saranno pesanti per tutti.

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