LA “GUERRA DI PUTIN”

È di oggi (nella newsletter del CESPI, di cui è presidente) un intervento di Piero Fassino, presidente Commissione Esteri, già fondatore del PD (bel titolo di merito), di una ipocrisia sconcertante, fin dal titolo: “La guerra di Putin”. No, questa è la guerra di cui gli Usa hanno posto le premesse, una guerra per dare un colpo alla Russia, e per allontanare da essa l’Europa, anche contro i propri interessi. E Fassino, noto genio della politica, giustifica tutto tranne che la guerra di Putin: solo per la Russia non valgono i principi che valgono per gli altri Stati, a cominciare dal nostro, e da tutti i membri della UE, che sta certificando ancora una volta il proprio fallimento.  Scrive Fassino: “…Putin in pochi giorni ha dissestato gli equilibri geopolitici che dalla caduta del muro di Berlino avevano garantito stabilità e sicurezza in Europa”.

Ma dov’era Fassino nel 1999 quanto una coalizione di 19 Stati aggrediva la Federazione Jugoslava? Mi pareva fosse lui ad aver dichiarato: “Solo chi non ha guardato negli occhi un bambino kosovaro può essere contrario a questa guerra”, o forse lui parlava di operazione di peacekeeping, mentre intellettuali obnubilati dalla falsa coscienza, parlavano di “guerra umanitaria”, di “guerra disinteressata”, di “guerra etica”, oltre che naturalmente di “guerra giusta”? Quando con Mattarella ministro della “Difesa”, e D’Alema presidente del Consiglio indossava l’elmetto, proprio come oggi, per far toccare con mano ai padroni di Washington la indefettibile fedeltà dell’Italia, collaborando attivamente alla distruzione di un Paese amico come la Jugoslavia, e mandando a morire soldati italiani di leucemia a causa dell’uranio impoverito.

Oggi Fassino, non riesce a far altro che aggiungersi al coro anti-Putin invididuato come il solo responsabile della tragedia in corso. E spingendosi, con vergognosa impudenza, a giustificare, ai sensi dello Statuto ONU e della nostra Costituzione, la decisione del governo italiano di mandare uomini, armi e aiuti finanziari e in merci, all’Ucraina. Fassino non si è mai accorto dal 2014 ad oggi di quel che accadeva nel Donbass, evidentemente (mi permetto di consigliargli la lettura di Donbass. La guerra fantasma nel cuore d’Europa, Exòrma Edizioni), di Sara Reginella). Le argomentazioni di Fassino sono una ennesima dimostrazione che nel pensiero dominante la Costituzione è un bel documento che appartiene alla storia, dunque da mettere in una teca di cristallo, ma la politica può servirsene come le pare meglio. Anche stravolgerla, fingendo di rispettarla.

Secondo Fassino l’Italia e la UE, sono sulla strada del diritto e della legalità internazionale, “mettendo a disposizione di chi combatte [di chi combatte contro i russi, naturalmente] gli strumenti per difendere la sua e la nostra libertà”. Non meriterebbe neppure un commento, il povero Fassino, uomo delle cause perse, delle previsioni errate, degli insuccessi politici. Ma merita invece riflettere su come si è costruita una narrazione unilaterale che soffre di strabismo, espressione impiegata in un illuminante articolo di Ilan Pappe, il grande storico ebreo costretto a lasciare Israele per aver denunciato la pulizia etnica a danno dei palestinesi (articolo su The Palestine Chronicle raccolto anche dal “Manifesto”, in data 6 marzo).  Un articolo che rappresenta una boccata d’aria. E ci invita a ragionare, invece che a guerreggiare, con le armi e con le parole.

 Merita di riflettere che l’attacco russo all’Ucraina ha fatto dimenticare i 15.000 morti nelle regioni russofone di quel Paese. Merita riflettere che la gara di generosità verso gli ucraini (bianchi e cristiani) alla quale stiamo assistendo non ha mai avuto esempi simili a beneficio di afghani, iracheni, sudanesi, o i palestinesi, paria del mondo.

Merita riflettere su come tutta la politica rappresentata nelle istituzioni – una ragione in più per entrarci – abbia abdicato ad ogni margine di autonomia rispetto agli ordini di Washington e di Bruxelles. Merita riflettere soprattutto sulla disonestà dei media (quasi tutti) che non hanno neppure rinunciato a mostrare immagini di altre guerre, spacciandole come corrispondenze dall’Ucraina. Merita riflettere sulla caccia alle streghe scatenatasi contro tutto ciò che ha sapore, odore e colore di Russia: l’elenco è lunghissimo e sconfortante.

Avremmo mai pensato di assistere a episodi tanto sconcertanti quanto gravissimi, come bloccare lezioni su Dostoevskij (nel bicentenario della nascita!); o “concedere” a un direttore russo di dirigere un’orchestra solo a patto di una previa dichiarazione previa di anti-putinismo; o ancora punire un onesto giornalista (uno dei pochissimi) reo di aver mostrato sullo schermo l’espansione NATO; o impedire agli atleti russi (e bielorussi, per soprammercato) di partecipare alle paraolimpiadi di Pechino, persone che si erano preparate per quell’evento negli anni precedenti e per le quali questo era un traguardo non soltanto sportivo, ma emotivo, psicologico, straordinario? L’elenco potrebbe continuare, in un vero e proprio catalogo di orrori culturali, con un qualunque Gianni Riotta, al solito più realista del re, che fa le sue liste di proscrizione sul giornale del padrone…
Persino manifestare per la pace, come è accaduto a Roma sabato scorso, ha fatto arricciare i nasi dei pasdaran dell’atlantismo: va bene, chiedere la pace, ma solo se si grida “morte a Putin”, insomma. Ecco a me, al contrario, ogni deplorazione della guerra, che ovviamente condivido, è inaccettabile se non è accompagnata da un tentativo di analisi, che comprenda due punti essenziali: l’espansione NATO in funzione anti-russa da un lato, e l’aggressione sistematica, feroce da parte di Kiev contro le popolazioni russofone del Sud dell’Ucraina, in barba, tra l’altro, ai famosi accordi di Minsk, pur minimalisti, ma mai rispettati da Kiev, dove (è opportuno non dimenticare) dal 2014 c’è un governo, frutto certo di una rivolta in parte spontanea, ma pilotata e sostenuta da USA e UE, con l’appoggio di formazioni neonaziste.

Se omettiamo questi due dati, la guerra attuale diventa il mero atto criminale di un despota assetato di sangue. Ma intanto dobbiamo rivendicare il nostro diritto a dissentire dalla narrazione obbligata che governo parlamento e giornali ci stanno imponendo, applicando la mannaia su chi prova a ragionare, invece di tifare e di tifare per “noi”. Questa non è ricerca della pace, e non è neppure ricerca della verità. E non sono forse questi due imperativi categorici degli intellettuali?

Nella immagine, una ragazza rende omaggio nel Donbass al giovane fotoreporter russo Andrej Alekseevič Stenin ucciso nell’agosto 2014 (aveva 34 anni) dalle forze armate di Kiev, mentre documentava quella sanguinosa guerra oggi dimenticata (Foto di Eloisa d’Orsi)

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