Tutti gli articoli di Angelo d'Orsi

Storico (Storia del pensiero politico, Università di Torino), organizzatore culturale, saggista e giornalista. Dirigo due riviste ("Historia Magistra" e "Gramsciana"), e un festival (FestivalStoria). Amo la bellezza, ma lotto per la verità, la pace e la giustizia. I miei ultimi libri sono: "1917. L'anno della rivoluzione" (Laterza, 2016); "Gramsci. Una nuova biografia" (Feltrinelli, 2017; nuova ed. riv. e accre. ivi, 2018); "L'intellettuale antifascista. Ritratto di Leone Ginzburg" (Neri Pozza, 2019).

Quale autorità? Quale autorevolezza? In merito a un nuovo attacco all’ANPI

Il tiro al piccione sull’ANPI l’ha avviato, a mia conoscenza, pochi giorni or sono, Paolo Flores su “MicroMega”, con un editoriale vergognoso, sul quale ho già espresso il mio disappunto, di antico collaboratore della testata, che ho ovviamente abbandonato al suo triste destino. Flores ritiene di possedere l’autorevolezza per infangare l’Associazione Partigiani, autentico baluardo della democrazia in questo Paese malandatissimo.
Ora arriva trafelato Massimo Gramellini, che diversamente dal direttore di MicroMega, non ambisce all’autorevolezza, ma si accontenta dell’ “autorità” che ritiene gli giunga dall’essere diventato grazie a Fabio Fazio, un personaggio televisivo e soprattutto di scrivere sul principale quotidiano italiano. L’articolo di Flores era apparso subito un atto imperdonabile, per la sua debolezza intrinseca sul piano logico-argomentativo, e per la volgarità con cui l’autore si esprimeva.
L’intervento di Gramellini sul “Corriere” odierno (12 aprile) riesce a spingersi molto oltre. I due pezzi, quello breve di costui, quello lungo di Flores, sono accomunati da quel “Fattore P” (come Putin) che Gramellini ha voluto mettere come titolo al suo corsivo.  In effetti l’odio per Putin, è il collante e l’anello di congiunzione fra i due fratelli di penna, che in fondo sono accomunati da un altro dato, l’anticomunismo, che nello strabismo che sta dilagando come la cecità del romanzo di Saramago, porta a sovrapporre Putin a Stalin e Lenin, a confondere la Federazione Russa di oggi, con l’Unione Sovietica di ieri, il socialismo con il “putinismo”, se è lecito usare questo termine, solo a fini di semplificazione. E nel retropensiero, espresso o meno, c’è pure lo zarismo, da un canto (Putin nuovo zar), e il nazifascismo dall’altro (Putin nuovo Hitler). Grande è la confusione sotto il cielo…
E il nesso preteso fra epoche storiche diversissime e personaggi altrettanto diversi è, confessato o meno, la russofobia, che si allarga volentieri a un violento razzismo antislavo. A ben vedere, questi signori sono contro la Russia, in quanto patria della Rivoluzione, contro la Russia perché considerata “asiatica”, non malleabile rispetto ai “valori” dell’Occidente: tanto la Russia degli zar, quanto quella dei bolscevichi del ’17, quanto ancora la Russia di Stalin (che, en passant, sconfisse le orde naziste, con 20-25 milioni di morti fra i russi), e infine la Russia post-sovietica. Forse l’unico che sembrava in fondo accettabile era l’ubriacone Boris Eltsin, che fece una violenta “occidentalizzazione” del suo paese, svendendolo agli euroamericani e avviando un percorso che di fatto ha condotto agli sviluppi odierni, in un modo o nell’altro.
Del resto costoro sono anche accomunati dall’idea che bisogna “decomunistizzare” la Resistenza, forse dimenticando che il PCI fu il partito-guida nell’antifascismo in clandestinità e in esilio, e sottovalutando il contributo, assolutamente determinante, che quel partito diede alla lotta di Liberazione e poi alla elaborazione della Carta Costituzionale, e alla fondazione della Repubblica. Di quella Carta, e della stessa Repubblica è custode, a mio avviso, proprio l’ANPI. Lo è di fatto, e lo è assai più della Corte Costituzionale e anche del capo dello Stato, due autorità troppo sovente corrive ai governi e alle maggioranze politiche (o “tecniche”) che li sorreggono. L’Associazione Nazionale Partigiani ha molti limiti, certo, e sta affrontando negli ultimi anni, un difficoltoso passaggio generazionale, ed è costretta a barcamenarsi fra componenti diverse, non sempre felicemente conviventi, ma sta comunque irrobustendo il suo ruolo appunto di “custode della Costituzione” e “presidio di antifascismo”. In quanto tale, pur sapendo che in essa vi sono divisioni e oscillazioni, l’ANPI, per quanto mi riguarda, deve essere considerata una istituzione, ossia assai più di un’associazione. Una istituzione fondamentale della nostra triste Italia.
E ora, appunto dopo l’affondo di Flores, che per odio a Putin (e al papa Francesco, aggiungo), ha sciorinato un campionario di ingiurie sull’ANPI e la sua dirigenza nazionale, sopraggiunge il Gramellini di turno, che nel suo ruolo di sedicente battitore libero, si permette di insultare chi gli pare e quanto gli pare. Si sente peraltro spalleggiato da sodali convinti come lui di essere non solo nel giusto e nel vero, ma di essere onnipotenti, ossia di avere diritto e forza di violentare la storia, la verità, la giustizia (l’elenco è lungo: Riotta, Rampini, Sofri, Giannini, Molinari e moltissimi altri).
Quello che ha scritto oggi il signor Gramellini potrà essere ricordato, in futuro, come una delle manifestazioni più volgari di un senso comune che, digiuno di conoscenza storica e di coscienza civica, mette in calderone russofobia, filoamericanismo, anti-antifascismo, e una larga messe di semplici, pesanti offese. Forse bisogna prendere sul serio la mia proposta: boicottare la “sacra triade” del pensiero unico, “Corriere della Sera”, “la Repubblica”, “La Stampa”. E resistere, resistere, resistere, come sulla linea del Piave a questo tsunami, organizzando una guerriglia come quella dei partigiani, ma non con i mitra Sten e le bombe a mano, bensì con un continuo, instancabile controcanto a questi avvelenatori della ragione.

In calce ripubblico l’articoletto di Gramellini (la rubrica “Il caffè”, sul “Corriere della Sera”, 12 aprile 2022).
_____________________________________________________________________________

Il fattore P

Nel sacro nome della Resistenza, all’Anpi si è finito per perdonare di tutto. Non solo che i pochi partigiani ancora vivi non vi avessero più da tempo alcun ruolo, ma che l’associazione fosse sempre in prima linea quando si trattava di manifestare contro gli americani. I quali saranno pure il male assoluto, ma combatterono accanto alle brigate partigiane e le rifornirono di armi nella lotta all’invasore nazista. All’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia è stata perdonata anche la neutralità pelosa nella guerra in corso e persino certi arrampicamenti sui muri per distinguere la Resistenza buona da quella cattiva del popolo ucraino. Ma il manifesto del prossimo 25 aprile è imperdonabile e lascia intendere che il problema dell’Anpi sta diventando la sua P.

Anzitutto nessun cenno all’invasore Putin, che se non è un fascista, di certo gli assomiglia. Poi una citazione monca dell’articolo 11 della Costituzione, «l’Italia ripudia la guerra», dimenticandosi di aggiungere «come strumento di offesa» e arrivando così all’assurdo di ripudiare anche quella di Liberazione. Ultimo tocco d’artista, la gaffe delle bandiere alle finestre: simil-italiane ma in realtà ungheresi, omaggio inconscio a un altro politico di estrema destra, Orban, amico caro dell’aggressore russo. Alla fine, l’unica cosa azzeccata del manifesto resta la sigla Anpi, purché la si declini in modo più veritiero: Associazione Nazionale Putiniani d’Italia.
 

QUANDO L’INTELLETTUALE RINUNCIA ALLA RAGIONE. A PROPOSITO DI FLORES E DI “MICROMEGA”.

Il 4 aprile 2022 l’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) ha diffuso il seguente comunicato:
“L’ANPI condanna fermamente il massacro di Bucha, in attesa di una commissione d’inchiesta internazionale guidata dall’ONU e formata da rappresentanti di Paesi neutrali, per appurare cosa davvero è avvenuto, perché è avvenuto, chi sono i responsabili. Questa terribile vicenda conferma l’urgenza di porre fine all’orrore della guerra e al furore bellicistico che cresce ogni giorno di più”.


“Questo comunicato è osceno, e infanga i valori della Resistenza”, è l’incipit del commento di Paolo Flores d’Arcais, direttore di “MicroMega”, mentre a me è parso un comunicato di buon senso, e di civile rigore. In un editoriale sul sito della rivista, invece di sostenere la linea della ricerca della verità, Flores la dà per assodata, e chiede, dopo una profluvie di insulti ai dirigenti ANPI e di volgarità contro i russi, reclama una Norimberga per processarli (e poi? pena di morte?): un editoriale di una rozzezza e di una violenza che può fare invidia ai fogli più osceni del bellicismo italiota.

E meno male che Flores si è sempre presentato come il campione del razionalismo neoilluministico! Ma che cosa chiedeva Romain Rolland nel 1914 quando si scatenò nel mondo della cultura, in tutta Europa, la canea bellicistica? Chiedeva agli intellettualie di stare “al di sopra della mischia”, non al di fuori, ma al di sopra, cercando di non cedere alle passioni nazionali, e di non perdere il lume della ragione critica. E che cosa invocava Antonio Gramsci, negli anni di quella stessa guerra? La necessità della verità: ad ogni costo.

Flores non ha dubbi, e “l’eccidio” di Timisorara, e la provetta del falso antrace di Colin Powel, e le fosse comuni qua e là attribuite ai nemici di turno di USA-NATO, non gli hanno insegnato nulla, a quanto pare. Lui la verità ce l’ha in tasca. Lui rappresenta la razionalità laica. E incarna la Verità e forse il Verbo. Aveva ragione il compianto padre Ernesto Balducci quando nel 1991 denunciava le “disavventure della cultura laica”: anche allora c’era stata la levata di scudi dei guerrafondai che incitavano a combattere il nuovo “feroce Saladino”, come veniva presentato Saddam Hussein. Allora il papa (Karol Woytila) si schierò clamorosamente, convintamente, contro la guerra (“Fermatevi, in nome di Dio!”, forse qualcuno lo ricorderà), contro l’aggressione USA-NATO all’Iraq. E nessuno gli diede retta, come oggi nessuno dà retta a papa Francesco, a cominciare dai nostri governanti pronti a farsi il segno della croce, a genuflettersi e a cospergersi di acquasanta, e parlare di “valori”, alludendo a quelli incarnati da Gesù Cristo. Allora, Flores e “MicroMega” furono in prima fila contro il papa e per la guerra. Un editoriale di quell’epoca, firmato da Flores, mentre gli occidentali bombardavano un popolo, recitava: “Pacifismo, papismo, fondamentalismo: la santa alleanza contro la modernità”. La modernità, invero, era proprio l’Iraq, un Paese progredito, il più “moderno” tra i Paesi arabi, che oggi, dopo le due aggressioni di Bush padre (1991) e di Bush figlio, del 2003, è un Paese a pezzi e dove la vita umana non vale più nulla. Lo stesso dicasi per Afghanistan, Siria, Libia…

Ovunque l’Occidente (USA-NATO-UE) abbia deciso di “esportare la democrazia” ha portato l’inferno. E in tutti quei casi la propaganda è stata decisiva per giustificare interventi militari ingiustificabili. Quelle distruzioni, quei morti, ricadono anche sulla testa di intellettuali che hanno incitato, hanno approvato, hanno sostenuto. Stupisce che un libero pensatore, un ammiratore di Voltaire, perda in modo così plateale proprio il lume della ragione e si scateni contro l’ANPI, rifiutando precisamente l’esercizio della ragione. E si lasci andare a frasi inaccettabili, ricorrendo a termini di una pesantezza sconcertante. Paolo, ma che ti è accaduto? Il tuo odio per Putin ha accecato la ragione? Che cosa chiede l’ANPI? Quello che ogni persona di buon senso, in particolare chi fa professione di intellettuale, dovrebbe avere. Chiede di evitare di cadere una volta ancora nelle trappole della propaganda, chiede una commissione indipendente di inchiesta, come la stessa ONU, ridestatasi dal letargo, ha proposto, e come la Federazione Russa ha richiesto a sua volta. (Non del Tribunale dell’Aja, la cui attendibilità è del tutto dubbia). E allora? Era il caso di scatenarsi così platealmente contro l’ANPI? Aggiungo che già il titolo è assurdo e offensivo (Le Fosse Ardeatine!) e la richiesta di un nuovo Processo di Norimberga per i russi colpevoli! Dunque di nuovo il ricorso alla facile analogia storica che assimila Putin a Hitler, i russi non ai tedeschi, bensì ai nazisti. E tutto quello che stanno facendo e hanno fatto per un quindicennio gli ucraini, contro le popolazioni del Donbass, non dovrebbe essere preso in considerazione? E le torture e le violenze, stupri compresi, praticati ora, non nel 2014, dall’esercito ucraino e non solo dal Battaglione Azov, torture e violenze documentate, non vanno tenute in nessun conto? Ma come si può smarrire in tal modo il senso critico? Persino l’impaginazione con una foto del presidente ANPI, Gianfranco Pagliarulo, un po’ buffa, vorrebbe essere uno sberleffo volgare. E come non sottolineare che Flores nella sua violenta e sgangherata requisitoria si lasci andare a espressioni di un razzismo insopportabile? Ecco un esempio della sua prosa, degna di Giampaolo Pansa quando denigrava i partigiani: “Le “truppe ‘asiatiche’ di Putin”, i russi “macellai”, massacratori, violentatori, i quali “costretti a ripiegare perché respinti dalla resistenza eroica delle inferiori armi ucraine, sfogano sui civili inermi la loro bestiale frustrazione di “liberatori” mancati, la loro mostruosa rabbia di “trionfatori” sconfitti: trucidare vecchi, violentare donne prima di sterminarle, e l’orrore vieta di dire il destino di alcuni bambini”.

In calce pubblico l’intero articolo. E dico a Flores: Caro Paolo, certo, su “MicroMega” hai ospitato anche voci dissenzienti, ma questo tuo Editoriale per quanto mi riguarda è talmente orrendo, che mi sento obbligato a rompere ogni rapporto con la rivista, dopo 18 anni di collaborazione strettissima.  Se questo è l’antifascismo, e non quello dell’ANPI, io sto con l’ANPI (o con la sua parte maggioritaria, che difende i valori della pace); se la tua è manifestazione di esercizio critico della ragione, io me ne dissocio. E ti dico che tu hai voltato le spalle a quella cultura del dubbio critico che mi ha insegnato il mio Maestro Bobbio.

#IOSTOCONLANPI

_________________________________

Ecco il testo dell’Editoriale di Flores d’Arcais, che fornisco anche come documento per gli storici del futuro.

__________________________________

Appurare cosa davvero è avvenuto? Non bastano le testimonianze di ogni genere, che si confermano e rafforzano a vicenda? I racconti dei sopravvissuti, che hanno visto coi loro occhi la mattanza, la documentazione sconvolgente dei fotografi e dei giornalisti sul campo, le riprese aeree dei giorni precedenti che inchiodano i macellai di Putin?

Questa frase del vergognoso comunicato dell’ANPI non rappresenta un esercizio di dubbio critico ma una sciagurata volontà di spacciare per incerto ciò che è orrendamente lapalissiano: la barbarie delle truppe di Putin, la “normalità” che per esse costituisce abbandonarsi ai crimini di guerra.

I 410 cadaveri di civili trucidati fin qui recuperati sono le Fosse ardeatine dell’Ucraina. Il sangue innocente che esige per Putin e i suoi boia un processo di Norinberga.

Perché è avvenuto? Veramente i dirigenti dell’ANPI non capiscono? Sono davvero così imbecilli, o preferiscono invece avvolgere nella nebbia di un interrogativo insensato l’evidenza del comportamento delle truppe “asiatiche” di Putin? Gli scherani macellai del suo disegno zarista, quando non riescono a sfondare, e sono anzi costretti a ripiegare perché respinti dalla resistenza eroica delle inferiori armi ucraine, sfogano sui civili inermi la loro bestiale frustrazione di “liberatori” mancati, la loro mostruosa rabbia di “trionfatori” sconfitti: trucidare vecchi, violentare donne prima di sterminarle, e l’orrore vieta di dire il destino di alcuni bambini.

Chi sono i responsabili? E per caso Gesù Cristo non sarà morto di freddo, ponzipilati dell’ANPI? Veramente si rimane sbigottiti, e stomacati oltre ogni possibile aggettivo, da un tale baratro di ipocrisia. Il responsabile nel senso del mandante si chiama Vladimir Putin, lo sa chiunque abbia occhi per vedere e orecchi per intendere, e lo sanno anche i sassi. Ma si conosce anche l’esecutore, il tenente colonnello Omurbekov Azarbek Asanbekovich, comandante dell’unità di fucilieri motorizzati 51460 della 64a brigata.

Di fronte al disgusto che le ignobili parole del comunicato dell’ANPI hanno provocato anche in parte del campo “pacifista”, il presidente dell’associazione, Gianfranco Pagliarulo, ha dettato all’Ansa una precisazione che entra di diritto nella serie “peggio el tacon del buso”. Detta Pagliarulo: “Sappiamo benissimo chi è l’aggressore, l’abbiamo sempre denunciato e condannato, anzi siamo stati probabilmente tra i primi a condannare l’invasione”. Però nel comunicato si “condanna fermamente il massacro”, come fosse ancora anonimo, e ci si chiede di “appurare cosa è avvenuto”, e il perché, e i responsabili, che è un po’ il contrario di far credere di aver fin dall’inizio indicato in Putin e nel suo esercito i massacratori di civili di Bucha. E infatti, anche nella “precisazione”, Pagliarulo dice che “sappiamo benissimo chi è l’aggressore” nel senso dell’inizio della guerra, ma non può dire “sappiamo benissimo e l’abbiamo detto, chi erano i responsabili della carneficina di civili a Bucha”.

Naturalmente una commissione d’inchiesta del Tribunale internazionale dell’Aja non solo è necessaria, ma è già iniziata, perché si tratterà di individuare le responsabilità individuali dei vari ufficiali e soldati, ma non quelle di Putin e del suo tenente colonnello, più che acclarate. E quest’ultimo, comandante dell’unità dei massacratori, mai potrà opporre la giustificazione sempre avanzata dai criminali nazisti: obbedivo agli ordini. I tribunali internazionali sui crimini di guerra di tali “giustificazioni”, almeno per i comandanti e gli alti ufficiali, hanno fatto da tempo giustizia.

Il carattere disgustosamente ponziopilatesco della posizione dell’ANPI è del resto confermata dalla frase finale del comunicato, che il presidente Pagliarulo non ha nemmeno provato a correggere: “Questa terribile vicenda conferma l’urgenza di porre fine all’orrore della guerra e al furore bellicistico che cresce ogni giorno di più”. La mattanza di civili ucraini da parte delle truppe di Putin diventa una sfocata, indeterminata e anonima “terribile vicenda”. “L’orrore” diventa quello di una ancor più nebbiosa e indecifrabile “guerra”, non di una “invasione imperialistica mostruosa” (rubo la frase a un pacifista doc come Tomaso Montanari – cfr il dibattito di MicroMega), e il vero nemico è “il furore bellicistico che cresce ogni giorno di più”, di modo che la mostruosa invasione imperialistica, e l’eroica resistenza di un popolo abissalmente inferiore per numero e per armi, diventano equivalenti incarnazioni di uno stesso “furore bellicistico”.

Robbaccia (con due b). Robbaccia inqualificabile di piccoli mediocri politici, forse politicanti, che con la Resistenza hanno poco a che fare, e con i valori della Resistenza nulla.

LA “GUERRA DI PUTIN”

È di oggi (nella newsletter del CESPI, di cui è presidente) un intervento di Piero Fassino, presidente Commissione Esteri, già fondatore del PD (bel titolo di merito), di una ipocrisia sconcertante, fin dal titolo: “La guerra di Putin”. No, questa è la guerra di cui gli Usa hanno posto le premesse, una guerra per dare un colpo alla Russia, e per allontanare da essa l’Europa, anche contro i propri interessi. E Fassino, noto genio della politica, giustifica tutto tranne che la guerra di Putin: solo per la Russia non valgono i principi che valgono per gli altri Stati, a cominciare dal nostro, e da tutti i membri della UE, che sta certificando ancora una volta il proprio fallimento.  Scrive Fassino: “…Putin in pochi giorni ha dissestato gli equilibri geopolitici che dalla caduta del muro di Berlino avevano garantito stabilità e sicurezza in Europa”.

Ma dov’era Fassino nel 1999 quanto una coalizione di 19 Stati aggrediva la Federazione Jugoslava? Mi pareva fosse lui ad aver dichiarato: “Solo chi non ha guardato negli occhi un bambino kosovaro può essere contrario a questa guerra”, o forse lui parlava di operazione di peacekeeping, mentre intellettuali obnubilati dalla falsa coscienza, parlavano di “guerra umanitaria”, di “guerra disinteressata”, di “guerra etica”, oltre che naturalmente di “guerra giusta”? Quando con Mattarella ministro della “Difesa”, e D’Alema presidente del Consiglio indossava l’elmetto, proprio come oggi, per far toccare con mano ai padroni di Washington la indefettibile fedeltà dell’Italia, collaborando attivamente alla distruzione di un Paese amico come la Jugoslavia, e mandando a morire soldati italiani di leucemia a causa dell’uranio impoverito.

Oggi Fassino, non riesce a far altro che aggiungersi al coro anti-Putin invididuato come il solo responsabile della tragedia in corso. E spingendosi, con vergognosa impudenza, a giustificare, ai sensi dello Statuto ONU e della nostra Costituzione, la decisione del governo italiano di mandare uomini, armi e aiuti finanziari e in merci, all’Ucraina. Fassino non si è mai accorto dal 2014 ad oggi di quel che accadeva nel Donbass, evidentemente (mi permetto di consigliargli la lettura di Donbass. La guerra fantasma nel cuore d’Europa, Exòrma Edizioni), di Sara Reginella). Le argomentazioni di Fassino sono una ennesima dimostrazione che nel pensiero dominante la Costituzione è un bel documento che appartiene alla storia, dunque da mettere in una teca di cristallo, ma la politica può servirsene come le pare meglio. Anche stravolgerla, fingendo di rispettarla.

Secondo Fassino l’Italia e la UE, sono sulla strada del diritto e della legalità internazionale, “mettendo a disposizione di chi combatte [di chi combatte contro i russi, naturalmente] gli strumenti per difendere la sua e la nostra libertà”. Non meriterebbe neppure un commento, il povero Fassino, uomo delle cause perse, delle previsioni errate, degli insuccessi politici. Ma merita invece riflettere su come si è costruita una narrazione unilaterale che soffre di strabismo, espressione impiegata in un illuminante articolo di Ilan Pappe, il grande storico ebreo costretto a lasciare Israele per aver denunciato la pulizia etnica a danno dei palestinesi (articolo su The Palestine Chronicle raccolto anche dal “Manifesto”, in data 6 marzo).  Un articolo che rappresenta una boccata d’aria. E ci invita a ragionare, invece che a guerreggiare, con le armi e con le parole.

 Merita di riflettere che l’attacco russo all’Ucraina ha fatto dimenticare i 15.000 morti nelle regioni russofone di quel Paese. Merita riflettere che la gara di generosità verso gli ucraini (bianchi e cristiani) alla quale stiamo assistendo non ha mai avuto esempi simili a beneficio di afghani, iracheni, sudanesi, o i palestinesi, paria del mondo.

Merita riflettere su come tutta la politica rappresentata nelle istituzioni – una ragione in più per entrarci – abbia abdicato ad ogni margine di autonomia rispetto agli ordini di Washington e di Bruxelles. Merita riflettere soprattutto sulla disonestà dei media (quasi tutti) che non hanno neppure rinunciato a mostrare immagini di altre guerre, spacciandole come corrispondenze dall’Ucraina. Merita riflettere sulla caccia alle streghe scatenatasi contro tutto ciò che ha sapore, odore e colore di Russia: l’elenco è lunghissimo e sconfortante.

Avremmo mai pensato di assistere a episodi tanto sconcertanti quanto gravissimi, come bloccare lezioni su Dostoevskij (nel bicentenario della nascita!); o “concedere” a un direttore russo di dirigere un’orchestra solo a patto di una previa dichiarazione previa di anti-putinismo; o ancora punire un onesto giornalista (uno dei pochissimi) reo di aver mostrato sullo schermo l’espansione NATO; o impedire agli atleti russi (e bielorussi, per soprammercato) di partecipare alle paraolimpiadi di Pechino, persone che si erano preparate per quell’evento negli anni precedenti e per le quali questo era un traguardo non soltanto sportivo, ma emotivo, psicologico, straordinario? L’elenco potrebbe continuare, in un vero e proprio catalogo di orrori culturali, con un qualunque Gianni Riotta, al solito più realista del re, che fa le sue liste di proscrizione sul giornale del padrone…
Persino manifestare per la pace, come è accaduto a Roma sabato scorso, ha fatto arricciare i nasi dei pasdaran dell’atlantismo: va bene, chiedere la pace, ma solo se si grida “morte a Putin”, insomma. Ecco a me, al contrario, ogni deplorazione della guerra, che ovviamente condivido, è inaccettabile se non è accompagnata da un tentativo di analisi, che comprenda due punti essenziali: l’espansione NATO in funzione anti-russa da un lato, e l’aggressione sistematica, feroce da parte di Kiev contro le popolazioni russofone del Sud dell’Ucraina, in barba, tra l’altro, ai famosi accordi di Minsk, pur minimalisti, ma mai rispettati da Kiev, dove (è opportuno non dimenticare) dal 2014 c’è un governo, frutto certo di una rivolta in parte spontanea, ma pilotata e sostenuta da USA e UE, con l’appoggio di formazioni neonaziste.

Se omettiamo questi due dati, la guerra attuale diventa il mero atto criminale di un despota assetato di sangue. Ma intanto dobbiamo rivendicare il nostro diritto a dissentire dalla narrazione obbligata che governo parlamento e giornali ci stanno imponendo, applicando la mannaia su chi prova a ragionare, invece di tifare e di tifare per “noi”. Questa non è ricerca della pace, e non è neppure ricerca della verità. E non sono forse questi due imperativi categorici degli intellettuali?

Nella immagine, una ragazza rende omaggio nel Donbass al giovane fotoreporter russo Andrej Alekseevič Stenin ucciso nell’agosto 2014 (aveva 34 anni) dalle forze armate di Kiev, mentre documentava quella sanguinosa guerra oggi dimenticata (Foto di Eloisa d’Orsi)

DALLA RUSSOFOBIA ALLA RUSSOFOLLIA

“Un soffio di follia criminale” si sta abbattendo sull’Italia. Lo denunciava Antonio Gramsci, oltre un secolo fa, davanti al delirio nazionalistico, generato dalla Guerra mondiale. Userebbe le stesse parole oggi, davanti alla gigantesca union sacrée formatasi nel volgere di un pugno di ore nel nostro Parlamento, ma che trova un avvilente corrispettivo in quello della UE, fino a raggiungere l’Assemblea generale dell’ONU, dove si è assistito ieri a una scena a dir poco inquietante con la generalità dei delegati occidentali nel momento in cui è comparso sullo schermo il ministro degli Esteri della Federazione Russa, Sergej Lavrov ha abbandonato l’aula. Un gesto che non ha precedenti, a mia memoria, nella vita dell’ONU. Un gesto di gravità inconcepibile, specie in un consesso il cui fine istituzionale è risolvere pacificamente i contrasti fra i propri associati.  Benzina sul fuoco, in termini semplici, gettata con straordinaria irresponsabilità da coloro che dovrebbero al contrario adoprarsi per spegnere l’incendio.

Questa sacra unione unifica forze politiche, commentatori “indipendenti” (ma non troppo…), giornalisti che fanno il loro dovere di impiegati delle proprietà, esponenti della cosiddetta “società civile”. E in nome della difesa della pecorella Ucraina aggredita come agnello sacrificale dall’orso russo, si stanno adottando misure politiche, militari, commerciali, finanziarie e persino culturali che dovrebbero “mettere in ginocchio” il popolo russo, insieme al suo leader Vladimir Putin, qualificato ipso facto come “dittatore”, dimenticando che è stato eletto in elezioni libere, e che gli USA che ci impartiscono ogni giorno nozioni di democrazia hanno degli begli scheletri nei loro armadi: come dimenticare, ad esempio, che Bush junior venne “nominato” presidente, dalla Corte suprema (con voto a maggioranza!), invece che “eletto”? Tanto più che il suo contendente Al Gore aveva raccolto un numero di suffragi decisamente superiore…

Per chi abbia qualche nozione di storia, la situazione appare fortemente evocativa. Ma si sa che ha pochi alunni.

Il sito “Stroncature”, che ci inonda di messaggi autopromozionali, vantando la propria indipendenza e chiedendo denaro per concedere di leggere le opinioni dei suoi autori, ha subito indossato l’elmetto e fin dall’inizio delle ostilità sta portando avanti una linea, ridondante di aggettivazione bellicistica, che fa venire i brividi: oggi leggo, per esempio, che la mossa di Putin “ci ha restituito un nemico comune” (ossia la Russia), dove quel “ci” dovrebbe rappresentare il mondo civile. E rieccoci al vecchio topos del contrasto radicale tra barbarie e civiltà, che aveva dominato il discorso pubblico nel 1914-’18, un contrasto in cui ciascuna delle parti in campo ribaltava sull’altra la qualifica di barbara.

Allora, invano pochi spiriti liberi invitavano alla ragionevolezza, a cominciare dal francese, premio Nobel per la Letteratura, Romain Rolland che sorpreso in Svizzera dallo scoppio del conflitto nell’estate 1914 non potè rientrare in patria a causa di una serie di articoli in cui invitava gli uomini di cultura a non confondersi con la “canea nazionalista”. Anche allora il suo messaggio rimase inascoltato. Oggi vorrei leggere prese di posizioni simili, inviti alla ragionevolezza, invece che incitamenti agli schieramenti, pro o contra Putin, vorrei non leggere notizie come la censura al giornalista della Rai Marc Innaro reo di aver ricordato l’eccessiva estensione della NATO a est, tra le cause della reazione russa. Vorrei non leggere che il sindaco di Milano cancella l’esibizione alla Scala un prestigioso direttore d’orchestra, Valery Gergiev, perché russo e “amico di Putin”, provocando come conseguenza la rinuncia di una celebre soprano, Anna Netrebko, a esibirsi nel più famoso teatro d’Italia. Per non essere da meno, l’Università Bicocca annulla un breve corso su Dostoevskij, affidato a Paolo Nori, autore di una biografia di questo gigante della letteratura mondiale. Per fare concorrenza alla “capitale morale”, a sua volta, Genova, per la precisione il Teatro Govi (che da poco aveva riaperto dopo la pausa pandemica) si sente autorizzato ad annullare a sua volta un intero festival dostoevskiano.  La motivazione appare a dir poco grottesca, e vale la pena di leggerla: “con grande dispiacere che annunciamo la decisione, durissima da prendere, di rinunciare all’evento per affermare a gran voce la nostra posizione: Il Teatro Govi è un luogo di cultura, pace e speranza che non vuole aprirsi a chi preferisce le bombe alle parole. Siamo consapevoli che essere di nazionalità russa non significhi automaticamente essere guerrafondai e siamo consapevoli che in una guerra a soffrire siano i popoli di tutte le fazioni coinvolte, ma in questo terribile clima mondiale preferiamo prendere una posizione netta, nella speranza che si ritorni alla Pace nel più breve tempo possibile.”

Incommentabile. Intanto, ancora una volta il governo italiano, sostenuto dall’intero Parlamento con l’eccezione del gruppuscolo di “Manifesta”, invia armi e uomini in Ucraina, mentre centinaia di associazioni “umanitarie” raccolgono fondi e materiali per la popolazione colpita. Le stesse che mai hanno battuto ciglio davanti al massacro che dura da anni degli abitanti di Donesk e  Lugansk, dell’Ucraina russofona. E nel proliferare di manifestazioni per la democrazia e la libertà si dimentica che il governo di Kiev è stato impiantato da un colpo di Stato favorito da USA e UE, anche se il presidente Janukovyč era un uomo corrotto, il diritto internazionale che oggi tutti invocano, consentiva allora un cambio di governo foraggiato da potenze straniere e con la partecipazione attiva di formazioni neonaziste, oggi parte di quel governo “democratico”?

E l’UE si spinge fino a inviare armi a un Paese esterno all’Unione, cosa mai accaduta, mentre invoca sanzioni sempre più dure, contro Mosca, le cui conseguenze pagheremo tutti e pagheremo caro. Ed Enrico Letta guida la pattuglia dei sostenitori dell’eterno “armiamoci e partite”, blaterando di valori assoluti davanti ai quali non si può transigere. Quei valori espressi dai neonazi che hanno bruciato vivi nella Casa dei Sindacati di Odessa forse 150 persone? Quelli che hanno ucciso il giovane fotografo italiano Andy Rocchelli e il suo sodale russo Andrej Mironov? Omicidio rimasto impunito, nel silenzio dei governanti ucraini. Addirittura stiamo leggendo di uffici reclutamento (a Milano!)“volontari” per una sorta di “legione straniera” da inviare in Ucraina, in barba ad ogni legge come del resto il nostro governo e il nostro parlamento si stanno infischiando tranquillamente dell’art. 11 della nostra Costituzione, ormai divenuto mero testo museale… C’è persino il direttore di un Museo Ebraico che si permette di attaccare il presidente dell’ANPI, l’ottimo Pagliarulo, per aver ricordato, mentre condanna l’invasione russa, le responsabilità della NATO!

Nel 1916 a Torino venne annullato un concerto di Arturo Toscanini perché aveva tra gli altri brani inserito uno di Wagner: come osa far risuonare la barbarica musica germanica nelle orecchie sensibili della cittadinanza torinese? – si chiedeva sarcastico Gramsci. La sua fu la voce clamantis in deserto. E il giornalista socialista in un articolo chiese scusa al grande maestro.
Oggi siamo di nuovo a quel punto. Il nemico è tutto ciò che è russo. Invano, qualche anno dopo, Leone Ginzburg, un russo (nativo di Odessa!) che aveva scelto Torino, per farsi italiano e combattere contro il fascismo, si batteva perché la cultura del tempo, si rendesse conto che l’identità europea non poteva prescindere dalla Russia: si può essere e sentirsi europei senza Tolstoj e Cechov, senza Puskin e senza Gogol, senza Dostoevskij, senza la grande musica, la grande arte, persino la grande spiritualità russa? Oggi una Santa Alleanza si è formata per annichilire la Russia, mossa più che da ragionamenti politici da un ritorno dell’antica russofobia, che, come ha scritto Guy Mettan, in un libro di cui suggerisco la lettura (Russofobia. Mille anni di diffidenza, Teti Editore), si sta trasformando in “russofollia”. Le conseguenze saranno pesanti per tutti.

DALLA POST-DEMOCRAZIA ALL’OLIGARCHIA. LA RIELEZIONE DI MATTARELLA

La conclusione della kermesse per l’elezione del nuovo Presidente, è deprimente e nello stesso tempo, data la situazione, e dati gli attori in campo, era la soluzione più agevole, e più ovvia. Sergio Mattarella rimarrà al timone di una barca che ormai fa acqua a prua e a poppa, fino a traghettarla alla nuova legislatura, nel 2023. Mentre Mario Draghi continuerà a guidare il “governo dei migliori”, un’adunata scriteriata e raffazzonata, che ha ripescato dai sotterranei della politica italiana personaggi squalificatissimi, che hanno già recato in passato notevoli danni all’economia, all’istruzione, alla cultura, e alla pubblica moralità.

Gli entusiastici applausi finali dell’Assemblea, stasera, celebravano, non già la “centralità del Parlamento”, come qualche sprovveduto commentatore ha detto, gongolante, in uno dei tanti talk show. Ecco: show, questa è la parola cruciale, che possiamo usare per definire quello a cui ha assistito lungo la settimana che si sta concludendo, la popolazione italiana, giustamente distratta e ovviamente indaffarata per resistere alla pandemia e alle misure pasticciate e contraddittorie per contenerla, e soprattutto al costo della vita, e alle paure più varie, reali o inventate. Come una sbiadita edizione del Festival di Sanremo, che peraltro incombe, lo spettacolo della rielezione di Mattarella alla più alta carica dello Stato, è uno dei punti più bassi della storia repubblicana.

Il punto non è solo il ritorno di Mattarella, confortato dai “meme” sulle reti sociali, dove ignoti artisti dell’ironia grafica hanno mostrato maggiore sensibilità politica di quel migliaio di deputati senatori e “grandi elettori” riuniti a Montecitorio. Questa rielezione ci mette dinnanzi al corpo malato della “democrazia”: finita la rappresentanza, cancellato il ruolo del Parlamento, dove sono prevalse le preoccupazioni delle elezioni anticipate, con il concretissimo rischio per tanti peones della non rielezione, tanto più dopo l’infame riforma elettorale targata 5 Stelle, che ha dimezzato il numero dei rappresentanti, riducendo d’un tratto le chances per le forze minori di entrare in Parlamento.

Il secondo fattore che è emerso in questa squallidissima vicenda è la rinuncia degli stessi nostri rappresentanti a operare secondo un pensiero proprio, agendo semplicemente come macchine agli ordini dei capibastone, mostrando così la loro superfluità. Ma abbiamo toccato con mano, contemporaneamente, l’incapacità di tutte le forze in campo di indicare dei nomi “autorevoli”, come i loro leader andavano blaterando, salvo l’indomani proporre dei signor Nessuno o dei figuri impresentabili al cospetto del mondo.

Se scorriamo l’elenco delle candidature, c’è in effetti da rimanere sgomenti, a partire da Berlusconi (la barzelletta del secolo) alla sua ancella Casellati – quella che garantiva su Ruby “nipote di Mubarak” – come Carlo Nordio, un ex magistrato che ha dedicato buona parte del suo lavoro a cercare di incastrare Antonio Di Pietro, da Marcello Pera berlusconiano della prima ora animato da un anticomunismo viscerale, che riteneva essere l’antifascismo ormai un inutile anacronismo da far cadere) o il repêchage persino di un immarcescibile arnese democristiano come Pier Ferdinando Casini (anche questo ci toccava vedere!) fino all’attuale tenutaria dei Servizi segreti, perché per dare un segnale era meglio votare una donna, e questa ere nei desiderata dei 5 S, a quanto si dice… Mentre personaggi di ben altra caratura e valore come Nino Di Matteo o Luigi Manconi non avevano alcuna possibilità di essere eletti, boicottati dal Centrosinistra prima che dal Centrodestra.

 Insomma, in questo panorama la figura di Mattarella si staglia, con tutti i limiti che il politico ha mostrato, e la sua corrività a scelte dei poteri forti, in un tandem perfetto con Draghi, che di quei poteri è l’interprete designato. In fondo il gioco è quello di tenere in caldo il trono presidenziale per lui, Draghi, mentre i partiti si azzufferanno per l’altra poltrona, quella di presidente del Consiglio. Quindi, scampato il pericolo del passaggio diretto di Draghi da una carica all’altra (una violenza alla Costituzione inaudita), ci ritroviamo con una classica riproposizione del gioco delle tre carte, sotto il segno della “diarchia”.

Un gioco, questo a cui abbiamo assistito senza entusiasmi, anzi con profondissima noia, che segna un altro passo, stavolta un paso doble, che conduce dalla post-democrazia al superamento definitivo della stessa, che ora rimane come una finzione ridicola. E mentre alcuni rispolverano l’idea per niente originale dell’“uomo forte”, sotto forma di un presidenzialismo non dichiarato (tanto accanto alla Costituzione “formale” ce n’è una “materiale” che è quella decisa dai cacicchi del potere!), noi avvertiamo soltanto, disperatamente il bisogno di sinistra, di una sinistra vera, autentica, non parolaia, non autoreferenziale, non chiacchierona. Una sinistra che non si riduca ad essere elettoralistica ma che non disdegni la istituzioni, e cerchi di restituire ad esse un ruolo autenticamente democratico. Le rivitalizzi, faccia davvero del Quirinale e dei palazzi parlamentari, altrettante case del popolo, nel senso che non devono semplicemente venire aperti i loro cancelli una volta all’anno, per dimostrazione della democrazia, ma devono essere espressione del popolo, in modo autentico, vero.

Una sinistra che riprenda in mano Gramsci (e se non lo conosce si metta immediatamente a studiarlo), e cerchi di seguirne gli insegnamenti. Scriveva poco meno di un secolo fa: “La predestinazione non esiste per gli individui e tanto meno per i partiti: esiste solo l’attività concreta, il lavoro ininterrotto, la continua adesione alla realtà storica in isviluppo”: ecco, questo deve fare chi voglia sentirsi “di sinistra” e operare “a sinistra”, nell’interesse generale, che è prima di tutto l’interesse di quei gruppi sociali che sono schiacciati dai grandi potentati, e che non trovano più un partito, né un uomo (o una donna!) che sappia loro dare voce.

Il cammino è lungo e aspro, ma non possiamo pensare che prima o poi sorgerà il sol dell’avvenire, non possiamo credere che siamo “predestinati” a prendere il potere o ad aiutare le classi subalterne a prenderlo. C’è un drammatico bisogno di rigore, di serietà, di studio, e insieme di mobilitazione permanente, dal basso, per opporsi, sistematicamente, in tutti i territori, in tutte le realtà sociali, al percorso che dalla democrazia nata nel 1945-’48, con la Costituzione figlia della lotta armata, sta portando, direttamente, semplicemente all’oligarchia. Perciò, oggi, 29 gennaio 2022, anche se personalmente ci possiamo rallegrare che abbiamo evitato, congelando Sergio Mattarella, che personaggi squalificati salissero al Quirinale, oggi noi dobbiamo constatare un nuovo decisivo passo che fa di quella democrazia sognata dai Padri Costituenti e scritta davvero col sangue dei martiri antifascisti, una pallida ombra di quel sogno nato dalla Resistenza. Dietro quell’ombra si erge il potere vero, esercitato da un pugno di persone: politici, finanzieri, imprenditori, militari, boiardi di Stato (i dirigenti di ciò che rimane dell’economia pubblica), sedicenti “giornalisti”, spin doctors, influencers
Mi piacerebbe pensare che Sergio Mattarella, “nuovo” presidente della Repubblica fosse consapevole di tutto questo e ci risparmiasse, re-insediandosi sul più alto Colle di Roma, le solite tiritere retoriche, buone per tutte le stagioni. Ma non per questa, signor Presidente!

Uno dei meme pubblicati nelle ultime ore (autore ignoto)

PER UNA RINASCITA DELLA SINISTRA

Proposta per una Costituente

Quarta e ultima puntata. Un partito gramsciano?

La Sinistra non ha oggi rappresentanza, quasi a nessun livello, e occorre ricostruire precisamente la rappresentanza, per poter essere interpreti e portavoce di gruppi sociali oppressi, emarginati e senza voce. Il popolo della sinistra non può essere limitato a coloro che scendono in piazza con le bandiere, a coloro che partecipano a raduni di partito, a coloro che sanno le cose, a coloro che insomma la pensano come noi e sono come noi.

Il popolo della sinistra non può limitarsi ai militanti e agli attivisti, altrimenti non è popolo. E se vogliamo provare a raggiungere quel popolo dobbiamo rinascere, non attraverso la sommatoria di sigle, magari sotto un ombrello federativo occasionale: dobbiamo imparare a pensare ed agire non in vista delle elezioni, ma per uno scopo più alto, che tuttavia non deve escludere il momento elettorale.

Da questo punto di vista la vicenda delle elezioni comunali di Torino, in cui sono stato coinvolto, come ho già detto (nella prima puntata) mi ha fornito insegnamenti utili. Alcune delle componenti della coalizione che mi supportava si sono comportate di fatto come corpi indipendenti e autoreferenziali, mostrando sovente una preoccupante aggressività verso gli altri compagni, delle diverse organizzazioni, e un’arroganza del tutto immotivata. Troppo spesso ho visto soltanto l’ossessione della piazza, che troppo sovente induce a ridurre il discorso politico a slogan e ad azioni di scarsa o scarsissima presa popolare. Altre forze, pure traboccanti di persone oneste, di vecchi (più raramente giovani) compagni, e compagne, mi sono apparse muoversi troppo spesso sull’onda di un puro nostalgismo che non è la chiave forse più adatta per realizzare obiettivi concreti di alternativa all’attuale stato di cose.

E anche chi da decenni si autoetichetta come “comunista” o parla della necessità di rifondare il comunismo non dovrebbe a questo punto farsi forza propulsiva o compartecipe, con altre, di un’azione ben più ambiziosa? Quella che oso lanciare con questa lettera aperta, il cui obiettivo dovrebbe essere una vera e propria rinascita della Sinistra.

Non so se quest’azione comporti la rinuncia a sigle e simboli; io non lo chiedo. Credo però, fermamente, che sia indispensabile fermarsi a ragionare, anche compiendo sforzi di immaginazione, per disegnare nuovi scenari, nei quali un soggetto unico o almeno unitario della Sinistra possa infine nascere e contare davvero, e uscire  dal circolo vizioso della memoria, del rimpianto, dello scoramento. So e sento ripetere intorno a me da anni che l’autoperpetuazione di piccoli gruppi dirigenti di piccoli partiti (partitini, si precisa) a volte sembra il solo scopo della sopravvivenza delle organizzazioni della “sinistra radicale”. Forse anche sotto questo riguardo sarebbe necessario dare un segnale. E dobbiamo soprattutto badare al fatto che il patrimonio della Sinistra non è dato (non soltanto e non in primo luogo) dai partiti, quanto dai sindacati, dalle associazioni, dai gruppi spontanei o organizzati, anche quelli che non si auto-etichettano come di sinistra, anche quelli che non si proclamano comunisti. Del resto, mettiamoci in testa che “sinistra” e “comunismo” sono due termini che il tempo e le sconfitte hanno usurato, e vanno oggi impiegati con cura, con cautela, e con rispetto ai loro fondamenti storici e teorici. Hanno bisogno di essere non solo restaurati ma di più: devono rinascere se non dalle loro ceneri quanto meno dai frammenti in cui errori nostri e i colpi della storia li hanno impietosamente ridotti.

Se vogliamo fare un altro percorso, se vogliamo avere un diverso atteggiamento, dobbiamo porci come meta, e come valore, la Sinistra stessa. Abbiamo bisogno di una Sinistra vera, autentica e non autoreferenziale, che tesaurizzi le esperienze storiche di tutti i movimenti che hanno concorso nel tempo, lungo almeno un paio di secoli, a costituire il bagaglio di quell’insieme di teoria e prassi che chiamiamo “Sinistra”: imparando dagli errori, apprendendo dalle virtù di ciascuno di essi, e realizzando un nuovo ‘pacchetto politico’ adeguato ai tempi dell’ultracapitalismo e del neoliberismo. Dobbiamo imparare ad essere dialogici, uscendo dal settarismo e dall’autoreferenzialità, imparare  ad ascoltare e confrontarci con tutte le componenti del variegato mondo della Sinistra. Imparare a metterci in discussione, e non soltanto ad azzannare i compagni che la pensano diversamente da noi, se condividiamo gli obiettivi, e siamo pronti a discutere di come raggiungerli. Lo scontro oggi è impari, e dobbiamo reinventarci come Sinistra per reggere, altrimenti, a forza di sconfitte, scompariremo del tutto, e lasceremo l’iniziativa alla jacquerie, animata da “intellettuali falliti” (espressione gramsciana) e incarnata  da un lumpenproletariat, privo di coscienza e di obiettivi politici. Una sinistra che sappia scegliere il momento dello scontro e quello del confronto, che individui soggetti sociali e referenti politici con i quali dialogare. E, diciamolo, la CGIL – tanto meno la CIGIL di Landini – non può essere assolutamente esclusa a priori, da questo novero, anche se possiamo sentirci ed essere più vicini ai sindacati “conflittuali”, anche se conosciamo e denunciamo errori e compromissioni di questo sindacato come degli altri (ma assai di più) confederali. 

Anelo a una Sinistra che si rialzi dall’ennesima sconfitta, che non si accontenti di rimanere in vita, sempre più mestamente e stancamente, riducendosi a rappresentare percentuali di voto intorno all’1 o allo zero virgola per cento; una Sinistra che si ricordi di essere “di alternativa”, al di là delle etichette e delle bandiere, e che, cioè, provi a disegnare un progetto alternativo di società, credendoci, ma non rinunci alle singole battaglie, in attesa di vincere la guerra; una Sinistra che raccolga singoli e collettività, che non faccia l’esame del sangue preventivo a chi voglia contribuire all’azione e all’elaborazione, che abbandoni la gara di chi è più comunista o più alternativo, che abbandoni vecchie contese (siamo ancora al contrasto Trockij-Stalin!), che generi un nuovo costume, e lanci parole d’ordine innovative, originali come il pensiero che dovrà mettere a punto. Una Sinistra che getti alle ortiche dispute stantie, slogan soltanto ormai retorici e che sappia parlare a quel popolo che vuole raggiungere, e organizzare, rinunciando a intellettualismi e ideologismi. Una Sinistra popolare ma non populista, una sinistra ferma nei princìpi e duttile nelle strategie e nelle tattiche, una Sinistra che abbandoni per sempre settarismi e identitarismi. Una Sinistra che sappia coniugare realismo e utopismo, come ha insegnato Gramsci, che sappia guardare avanti, perché conosce quello che sta dietro, che costruisca un futuro in quanto è cosciente del passato, e ne sappia trarre, appunto, i corretti insegnamenti. Una Sinistra che come “l’Angelo della Storia” di cui parla Walter Benjamin, cammini in avanti ma con lo sguardo all’indietro, proprio per non dimenticare le proprie radici, e le faccia germogliare di nuovo.

Una sinistra che colmi due lacune, che sono emerse in questi anni nelle sue attitudini mentali e nei suoi comportamenti pratici: 1) rimettere al centro dell’attenzione la questione meridionale, perché il Mezzogiorno oggi più di ieri, e persino più dell’altro ieri, rimane quella “grande disgregazione sociale” denunciata da Gramsci. E noi, noi di sinistra, fingiamo di non accorgercene; 2) guardare le cose in modo da connettere il piano locale, con quello nazionale e quello internazionale: non siamo isole, ma pezzi di continente, e dobbiamo, per capire, e per lottare, tenere presenti sempre questi tre piani (locale, nazionale, sovranazionale). Il che non abbiamo fatto, e non facciamo se non rarissimamente.

E mi permetto di chiamare gli intellettuali a uscire dalle loro nicchie, a spendersi, a metterci la faccia – come ho fatto nella recente competizione elettorale, consapevole della temerarietà dell’impresa –, in questo processo, pronti ad affrontare il rischio della sconfitta, ma anche a dare il loro contributo di sapere a tutti: intellettuali che sappiano e vogliano “farsi popolo” e nel contempo aiutare quel popolo a trasformarsi in una “massa critica” intellettuale.

Perciò, rimettendomi personalmente in gioco, senza alcuna pretesa, se non quella di contribuire a far partire un movimento di riscossa, di rilancio, di vera e propria rinascita della Sinistra, propongo di lanciare da oggi un processo costituente, che possa condurci a siffatto obiettivo, cercando di non ripetere gli errori del “percorso del Brancaccio” del 2017-2018, e le tentazioni dell’egemonismo di un gruppo sugli altri. Propongo assemblee in tutte le realtà locali, ovunque, nel Paese, incontri nei quali non ci saranno soltanto le nostre proposte ma ci sarà anche e prima l’ascolto di bisogni ed esigenze di quella “gente comune” – dei più diversi ceti sociali, e in specie di tutti coloro che oggi rientrano nella vasta categoria dei “subalterni”, degli schiacciati da piccoli e grandi potentati, dai vessati da un fisco iniquo e da una burocrazia oppressiva, dagli ingannati da un sistema informativo colpevolmente menzognero, che è oggi il primo complice dei gruppi di oppressione e di sfruttamento.

Personalmente, coltivo un sogno, e lo rivelo soltanto come segnale della necessità e dell’urgenza di pensare in grande, di osare in grande, di sognare, se si vuole, in grande: confesso di sognare un “Partito Gramsciano”, magari con carattere sovranazionale, perché Antonio Gramsci è una straordinaria icona insieme italiana, europea, mondiale, conosciuto e studiato e seguito in larga parte del mondo. Un partito che sappia tesaurizzare il lascito gramsciano, che abbia come meta il comunismo inteso come “umanismo integrale”, che sappia essere un partito di massa in cui si discute, e si delibera insieme, democraticamente; un partito che faccia circolare le élite, che sappia selezionare dal basso costantemente la propria classe dirigente. Un partito le cui basi siano marxiste, ma allargate in modo da accogliere stimoli della più varia provenienza, proprio come fece Gramsci, che dilatò enormemente il marxismo e si confrontò criticamente con il leninismo, diventando un acutissimo interprete critico della modernità, utilizzando autori e culture di assai diversa provenienza, realizzando così uno originalissimo cocktail, che oggi è alla base della popolarità internazionale di questo nostro concittadino. Il partito che sogno, al di là della etichetta, dovrà tenersi alla larga da ogni forma di dogmatismo e di settarismo, capace, piuttosto, di accogliere in sé l’eterodossia, e anzi persino di stimolarla, come lievito fecondo. Un partito nel quale si arrivi insieme alla verità, dal basso, e non subendola dall’alto. Un partito fermo nei valori e nei princìpi, ma duttile nei dettagli, aperto verso tutti coloro che intendono collaborare anche soltanto su un unico aspetto, su una sola tematica, su una sola battaglia, perché tale partito deve saper distinguere la tattica dalla strategia, gli obiettivi a breve, a medio e a lungo termine.

Ma questo è puramente il mio sogno personale. Per ora, la proposta che più prudentemente lancio è quella di avviare un percorso, con tutti coloro che condividano grosso modo i pensieri che ho esposto in questo documento, sinteticamente. Quello che conta però, adesso, è muoversi, è partire, è avviare il processo. Se accettiamo oggi la condizione di irrilevanza in cui siamo, non potremo evitare, tra breve, l’estinzione. Perciò è indispensabile far partire subito il percorso. Per citare Lenin: “La storia non ci perdonerà” se non coglieremo questa occasione, o se tarderemo ancora. E rimarremo soltanto nella forma di una nota a piè di pagina dei futuri manuali di storia: “Ci fu un tempo in cui esisteva anche una sinistra alternativa: radicale, ecologista, comunista, che dopo essersi ridotta alla totale emarginazione, scomparve del tutto…”. È questo che vogliamo?

 Perciò, oso lanciare il motto: Avanti verso la Costituente della Sinistra!

PER UNA RINASCITA DELLA SINISTRA

Proposta per una Costituente

Terza puntata. Pandemia e politica: il vero scontro e quello finto

La protesta a cui stiamo assistendo da ormai un anno e più, e che assume forme crescenti, è innanzi tutto frutto di un disagio sociale enorme, ma essa, che parte perlopiù da presupposti scientifici palesemente del tutto infondati, ha in fondo fatto comodo ai governi, e in particolare a questo governo di union sacrée. Lo scontro tra si vax e no vax è un utile strumento per costringere l’opposizione in un cul di sacco, in un gioco che dobbiamo respingere decisamente e convintamente. La Sinistra, se vuole essere tale, deve certo prestare attenzione alle proteste, specie perché una turba di piccoli e grandi demagoghi sta cercando e ottenendo visibilità, o ricuperando una audience perduta da anni, e addirittura ora si ambisce a trasformare questo confuso movimento in partito politico!

Si tratta di un movimento in crescita, che pensa di sostituire all’intelligenza politica la furbizia, perciò capace di ottenere consenso (consenso genericamente anti-sistema), del tutto privo di sensibilità sul piano della cura alla pandemia che pericolosamente viene negata o sottovalutata, e privo anche di capacità di guardare al di là dei confini salvo per segnalare che non dappertutto vigono restrizioni, proprio mentre le restrizioni e le certificazioni stanno ritornando, prepotentemente. E mentre costoro, figli del ricco Occidente, ma figli anche dell’ignoranza saccente di Facebook, gridano “no al vaccino!”, in larga parte della Terra si urla, o si implora: “vogliamo il vaccino!”. Chi ce l’ha lo rifiuta, e coloro che lo vorrebbero ne sono privati a causa via dell’osceno ricatto dei brevetti di Big Pharma, davanti ai quali l’UE sembra impotente o complice. Un paradosso sul quale dovrebbero riflettere soprattutto quei contestatori che urlano alla “dittatura sanitaria” e si collocano o credono di collocarsi a Sinistra. Basti riflettere a un dato: il 74% di tutti i vaccini contro il coronavirus somministrati nel 2021 è andato ai Paesi ad alto e medio-alto reddito, mentre meno dell’1% è stato somministrato in quelli poveri. Non credo occorrano commenti.

La Sinistra che vorrei, ribadisco, dovrebbe essere attenta alla crescita di queste proteste, che hanno catturato anche militanti della propria parte, accanto a neofascisti, in una folla che nega la realtà della pandemia, che ritiene saggio opporsi alla maschera, e rifiutare al vaccino, e che fa della lotta al certificato verde (su cui sono leciti molti dubbi, sul piano medico e su quello politico, certo), una questione di principio, ma che accetta ogni altra estorsione di identità, ogni altra concessione dei propri dati personali, con assoluta tranquillità: ebbene va detto che nessuno di questi è un punto qualificante di una battaglia politica, e non sono questi gli obiettivi per combattere l’oppressione politica, per respingere le ingiustizie sociali e perlopiù altro non sono che velleitarie manifestazioni di impotenza prepolitica, e sovente addirittura, peggio, espressioni di brutalità oltre che di demenza (si pensi alle aggressioni a medici     e personale paramedico, colpevoli di voler curare i malati di Covid o prevenire la diffusione del virus). Una finta rappresentazione di un “Avanti o popolo alla riscossa”, in un moto sempre più egemonizzato da una destra eversiva, e ingannato da mestatori di pochi scrupoli, confortato da “scienziati” fuori da ogni serio consesso accademico, imbonito da intellettuali falliti.

Eppure quelle folle, vanno tenute presenti, se non altro come stimolo per auto-interrogarci sul come riuscire a parlare, come farci ascoltare, soprattutto come farci capire, e come riuscire a reindirizzare quello scontento, quella rabbia, quella frustrazione verso obiettivi veri, reali, precisi, invece di un generico ripudio di tutto e tutti, secondo la non dimenticata logica eversiva e grottesca del “vaffa” lanciato come motto di un intero movimento dal suo fondatore. In effetti i movimenti di no mask, no vax, no pass, con le opportune e necessarie distinzioni tra loro, richiamano le origini politicamente ‘plebee’ del M5S, ma appaiono imbarbariti, e ci riportano piuttosto all’effimero movimento dei “forconi”, quando anche allora una fetta di Sinistra radicale pensò che fosse da cavalcare, trattandosi di movimento di popolo, confondendo il popolo con il populismo, il confusionismo di piazza con la protesta politica.

Ma soprattutto, la “Nuova Sinistra” che ho in mente e che credo urgente far (ri)nascere deve porsi come una “terza forza”, che non sta con il governo (anzi gli si oppone duramente), ma non si colloca entro una protesta squalificata in partenza, che non ha alcun serio obiettivo politico, una protesta che non ha fini reali di contestazione del potere sul piano sociale, fiscale, sanitario. Il vero scontro non è tra si vax e no vax, il vero scontro non è tra chi grida alla dittatura sanitaria e chi la nega; il vero scontro è tra chi sta con gli attuali assetti di potere e chi vuole modificarli. Noi dobbiamo invece, se vogliamo essere una Sinistra nuova che combatte e sta in campo, lanciare le grandi questioni per il presente e il futuro. Quali sono? Il loro catalogo va costruito insieme, cominciando a discuterne subito.

In ogni caso è da affrontare anche il discorso sul fascismo, che non è un mero oggetto storico, ma una realtà con cui fare i conti, e lo abbiamo visto nelle manifestazioni no vax, no mask, no pass: non si può liquidare la presenza dei fascisti come un fatto casuale e occasionale. Né è condivisibile per nulla la tesi di chi – a Sinistra – rifiuta l’allarme fascismo, ritenendolo una favola inventata o comunque utilizzata dal PD per disorientare le masse e indirizzarle su pseudo-obiettivi; l’assalto alla sede CGIL di Roma del 9 ottobre 2021 è stato un episodio di gravità enorme, un vero atto squadristico in piena regola, che ci riporta davvero, di colpo, ai primi anni Venti, anzi all’agosto 1919, quando i fascisti e nazionalisti e arditi smobilitati assaltarono e distrussero la Camera del Lavoro di Trieste, compresa la biblioteca in essa conservata, preziosissima; le immagini degli assalitori che distruggevano arredi, mobili, computer nella sede centrale del maggior sindacato italiano, sono l’agghiacciante equivalente di quell’azione ignobile di un secolo fa, a cui altre ne sarebbero seguite da parte      delle “camicie nere”, con la protezione e talvolta con l’aiuto diretto di polizia carabinieri ed esercito.

Davanti a questa squallida ripetizione odierna, la reazione delle istituzioni pubbliche, e quella dello stesso sindacato sono apparse flebili; e in generale anche la Sinistra – tutta – ha sottovalutato questo avvenimento, stoltamente o colpevolmente. Anche in questo caso gli esempi del passato ci dovrebbero indurre a porre la dovuta attenzione ai fatti. Noi dobbiamo monitorare denunciare e reagire in tutte le forme consentite, ad ogni episodio di neofascismo “classico”, e ogni esempio di acquiescenza delle autorità e di favoreggiamento da parte di forze politiche “ufficiali”. Ciò non toglie che dobbiamo essere consapevoli, come ci spiegava il filosofo Theodor Adorno, che il perdurare del fascismo in seno alla democrazia “è potenzialmente più pericoloso della sopravvivenza di tendenze fasciste contro la democrazia”. Tanto più in una situazione in cui lo Stato si mostra come una agghiacciante combinazione di repressione e inefficienza, mentre lascia spazi sempre più larghi al “Libero Mercato”, e l’economia pare senza guida, la cultura viene totalmente mercantilizzata, l’informazione asservita. E nella carenza o nella cattiva gestione delle informazioni scientifiche (gravissima colpa di governi e amministrazioni locali, e degli stessi media), negli errori delle politiche sanitarie, che hanno creduto che il vaccino (presidio sanitario fondamentale) fosse l’unica risposta, invece di correre ai ripari ristabilendo il primato della Sanità pubblica, e la necessità della sua gestione centralizzata e non regionalizzata, come servizio e non in termini aziendalistici, invece di occuparsi dei luoghi di lavoro e delle scuole e dei trasporti, non in luogo del vaccinazione, ma insieme alla vaccinazione di massa. E intanto dilagano le informazioni fai-da-te, con l’emergere di personaggi senza alcuna competenza, ma che parlano, anzi gridano, il linguaggio della “gente”, estremo frutto di un liberismo anarcoide che nulla ha a che fare con il pensiero e la storia della Sinistra.

E allora, che fare?

Quello che mi appare sicuro è che una Sinistra che voglia andare oltre la mera autoconservazione (sempre più in forse) dovrebbe intercettare i bisogni reali delle più vaste fasce di popolazione, e trasformarli in azione politica. Ma occorre prepararsi, occorre impegnarsi, occorre disciplinarsi: le elezioni politiche sembrano lontane ma non lo sono e comunque non si può escludere che siano anticipate. Poiché pare che disattendendo gli impegni tanto il M5S quanto il PD, complice gran parte dello schieramento ‘costituzionale’, lor signori stiano lasciando cadere la riforma elettorale in senso proporzionalistico, che era stata decisa a compenso della sciagurata “riforma” che ha dimezzato (e in modo tra l’altro iniquo verso le realtà territoriali) il numero dei parlamentari, dobbiamo impegnarci in ogni forma possibile per spingere quei partiti a tener fede all’impegno: facendo capire alla pubblica opinione che se non si farà questa riforma la democrazia italiana potrà considerarsi morta. Infatti, la possibilità per le ‘forze minori’ (condizione in cui oggi siamo, ahinoi; anzi, ormai siamo forze minime…) per giungere in Parlamento saranno pressoché inesistenti. E se la riforma non si dovesse fare allora la nostra risposta dovrà essere forte, fino a minacciare il boicottaggio delle elezioni. Non dobbiamo accettare un gioco truccato all’ennesima potenza. Siamo già vittime di norme elettorali fortemente penalizzanti, non possiamo renderci complici di questo estremo crimine, di questa decisiva ferita alla Costituzione repubblicana. Ormai la nostra Repubblica, trasformata già da un ventennio in una “post-democrazia”, oggi appare un’oligarchia. Il sedicente “governo dei migliori” si è rivelato, nel suo insieme, un governo dei peggiori. Possiamo rimanere inerti? Forma e sostanza della Costituzione vengono obliterate o cancellate tranquillamente: in nome di una fittizia contrapposizione tra “Costituzione formale” (quella del 1948, giudicata “vecchia”) e “Costituzione materiale”, che sembra esserne lo specchio scuro, o addirittura l’immagine rovesciata.

(nella immagine una istantanea tratta da “Il Messaggero”, dell’assalto alla CGIL del 9 ottobre 2021)

PER UNA RINASCITA DELLA SINISTRA.

Proposta per una Costituente

2. Seconda puntata. Il quadro politico e la pandemia: attualità della rivoluzione?

Non c’è dubbio che nell’era del finanzcapitalismo  (o turbocapitalismo) così bene analizzato dal compianto Luciano Gallino, si sia verificato un grave arretramento della linea difensiva dei diritti dei lavoratori (e ancora di più delle lavoratrici), in parallelo alla perdita di diritti dei cittadini  nella “post-democrazia” (così chiamata dal politologo Colin Crouch), che possiamo interpretare come l’espressione istituzionale del capitalismo della nostra epoca, il quale ha un retroterra dottrinale nel neoliberismo, la teoria del privato è bello, la teoria della deregulation dei servizi, e della loro privatizzazione (trasporti, telecomunicazioni, sanità…), del progressivo arretramento del pubblico a vantaggio del privato. E quindi della scomparsa di politiche e di sentimenti fondati sulla solidarietà, dell’aiuto a chi resta indietro, del sostegno a chi “non ce la fa”. Prevale sempre più la logica del datti-da-fare, se vuoi sopravvivere. E le leggi, la loro formulazione e ancor più la loro applicazione, debbono adeguarsi a questa triste filosofia fondata sull’esaltazione della disuguaglianza, volta a creare feroci gerarchie sociali.

Nuovi assetti produttivi, vanno definendosi in questo capitalismo sempre più sovranazionale davanti al quale gli Stati nazionali appaiono in affanno, sempre più sopraffatti. Come ci ha insegnato Marx, l’economia va più veloce della politica, e il capitalismo globale “domina come Dio sull’universo”: è una frase di Tocqueville che riteneva, nella prima metà dell’Ottocento, a partire dall’esempio degli Usa, che fosse la democrazia a dominare estendendosi irresistibilmente sulla Terra. Dopo la lunga stagione della faticosa conquista dei diritti, dopo i “trenta gloriosi” (ossia gli anni Quaranta-Cinquanta-Sessanta), con le grandi conquiste sul piano di diritti sociali (una stagione da noi proseguita anche nella prima metà dei Settanta, specie sul  piano dei diritti civili), siamo entrati in un imbuto, alla cui ombra si stanno da un lato scardinando i diritti politici (si pensi alle varie riforme elettorali, ultima l’infamissima della riduzione dei parlamentari, a cui anche settori progressisti hanno consentito in nome di un preteso “risparmio”), e dall’altro si stanno riducendo quelli sociali, aggravando forme di oppressione e di sfruttamento. Come contentino ci vengono concessi taluni diritti civili, ma anch’essi col contagocce, e in modo spesso parziale, limitato o addirittura ingannevole.

Non dobbiamo certo rifiutare i diritti civili, ma non lasciamoci obnubilare da essi, mentre i fallimentatori di professione chiudono le fabbriche, i delocalizzatori conducono trattative sotto banco per spostare la produzione fuori d’Italia, e certo la risposta del cosiddetto “sovranismo” è sbagliata: il nemico non è il lavoratore di un altro Paese, il nemico è il padrone transnazionale. E occorre anche porre come obiettivo importante il principio che la democrazia deve entrare nei luoghi di lavoro, nelle fabbriche, e anche in questo Gramsci ci è maestro, con le sue teorie dei Consigli di fabbrica e di una democrazia operaia, dal basso, che si estende dalla fabbrica alla città. La gestione della pandemia ha volutamente sacrificato i lavoratori, come ha sacrificato gli anziani nelle residenze: “scarti” (come li ha definito, con amarezza, il sociologo Bauman) questi ultimi, come i primi invece sono stati considerati e usati come carne da cannone, per la produzione. Una volta i proletari si mandavano a morire in guerra, oggi si mandano a infettarsi nelle fabbriche, o sui mezzi di trasporto sovraffollati… E lo stesso dicasi del personale sanitario, osannato e insieme sacrificato, in modo vergognoso.

In sintesi, il capitale sta cambiando, con l’imporsi del capitalismo digitale, con la totale prevalenza del potere finanziario, con la perdita di potere degli Stati nazionali, davanti ai giganti del web e della finanza. E stanno cambiando le modalità lavorative e le figure del lavoro, tra chi lo dà e chi lo espleta. Cambia il lavoro, le sue tecnologie, il suo ambiente. Ma con una intensificazione dello sfruttamento e della precarizzazione. L’economia digitale sta modificando anche la testa delle persone, in una prospettiva transnazionale. E condiziona in modo mai visto finora i media, la cultura, i processi di formazione (si pensi all’aziendalizzazione della scuola e dell’università).

La rivoluzione è attuale, in questo contesto? Scriveva Gramsci un secolo fa: “La rivoluzione non è l’atto arbitrario di una organizzazione che si afferma rivoluzionaria”, ma è “un lunghissimo processo storico che si verifica nel sorgere, nello svilupparsi di determinate forze produttive […], in un determinato ambente storico”. Interviene su questo poi l’atto della volontà degli individui, sia i singoli, sia gli individui collettivi, le classi, quando abbiano maturato una precisa coscienza. Siamo in questa situazione, oggi?

Certo, non possiamo prendere Gramsci alla lettera. Il contesto 2020-2022 non è quello del 1918-1922, e tuttavia ci sono alcuni elementi comuni. La pandemia è stata assimilata a   una guerra, a torto o ragione, ma la metafora rende l’idea, anche se è stata usata anche per comprimere in modo più agevole gli spazi di libertà. E come ogni guerra ha lasciato ferite d’ogni sorta. E ha prodotto, e continua a produrre scontento, disgregazione, ansia sul futuro. Come un secolo fa c’è bisogno di ricostruire. Di creare un ordine, ma che sia nuovo. Tanto più in una situazione assolutamente nuova come quella legata a una pandemia che       non ha riscontri recenti, nel nostro mondo: quelle che l’hanno preceduta ci hanno soltanto sfiorato, essendo localizzate perlopiù fuori dall’Europa e dagli Usa.

E questo nuovo ordine a cui si dovrà tendere deve essere radicalmente diverso da quello che le classi dominanti stanno mettendo in atto, mattone dopo mattone, nella generale, colpevole inerzia (con minime sporadiche eccezioni) delle forze che in teoria dovrebbero rappresentare un’alternativa all’insegna dei bisogni e delle esigenze dei ceti popolari. Il PD e i suoi cespugli a Sinistra (Articolo 1, Sinistra Italiana…) sono sostanzialmente inglobati, pur con qualche modesto distinguo, mentre quelli a destra (Italia viva, PiùEuropa, Azione ecc.) si sono tranquillamente inseriti in un grande “centro” in un probabile processo di fusione con Forza Italia, a prezzo persino di fare andare al Quirinale un personaggio squalificato sotto ogni aspetto come Silvio Berlusconi: un’autentica oscenità solo il pensarlo. Di fatto è una nuova destra politica, che si sta formando, la quale tende a emarginare le ali estreme, ricuperando a sé il grosso della Lega e dei 5 Stelle, movimento che dopo aver saputo intercettare la protesta sociale e dato voce al bisogno di onestà, nella gestione della cosa pubblica, oggi appare frantumato, avendo mostrato drammaticamente la sua pochezza politica e una notevole dose di opportunismo, capace di produrre risultati positivi a breve termine, ma non a medio e lungo termine, anche  per il modesto, talora modestissimo livello di cultura non soltanto politica della stragrande maggioranza dei suoi dirigenti. Ma anche in questo movimento ci sono persone che hanno ancora una volontà genuina di fare il bene pubblico, e con loro bisogna parlare.

Gli orientamenti che i grandi potentati stanno esprimendo per superare la crisi pandemica non concedono spazio alla speranza che le cose possano cambiare: o meglio in fondo quelle scelte stanno dicendoci che le       cose cambieranno, ma non certo nel senso di un riequilibrio dei poteri e delle ricchezze: perché, proprio come era accaduto con la Guerra del ’14-’18 si sono prodotte nuove disuguaglianze, generando gigantesche ricchezze per le grandi multinazionali del farmaco, e inattesi profitti per farmacie, per ditte varie che si sono gettate sul mercato dei “presidi di sicurezza” anti-Coronavirus; e, scandalosamente ma non sorprendentemente, non pochi individui e gruppi hanno lucrato e continuano sulla “lotta alla pandemia”, in modo legale o illegale, sovente squisitamente truffaldino (si pensi soltanto allo scandalo “mascherine” dell’ex Presidente della Camera Irene Pivetti e alle numerose imputazioni emesse a carico dell’ex “commissario all’emergenza”, Domenico Arcuri, scelto personalmente, non dimentichiamolo, da Giuseppe Conte, allora presidente del Consiglio, il cosiddetto “avvocato del popolo”).

Dall’altro canto, abbiamo centinaia di migliaia di persone e famiglie che hanno patito su ogni piano non soltanto la pandemia, ma anche la risposta politico-sanitaria ad essa data da governi impreparati o semplicemente inetti, o direttamente colpevoli, o complici dei colpevoli che hanno distrutto il sistema sanitario nazionale, che era stato il principale risultato delle lotte sociali degli anni Sessanta. Una colpa irredimibile, di cui peraltro sembra che nessuno voglia assumersi la responsabilità e nessuno nei due anni di pandemia ha cercato di cominciare a rimediare alle scelte compiute, anzi il ricorso al privato è stata anche nella pandemia la principale risorsa: errori e insieme scelte precise che vanno in una direzione che non può essere la nostra.

.

PER UNA RINASCITA DELLA SINISTRA.

Proposta per una Costituente

  1. Prima puntata. Riflettere sulla sconfitta

Le Elezioni amministrative dell’ottobre 2021 sono state l’ennesima tappa di un percorso di sconfitte della Sinistra, iniziato ormai molti anni or sono. Ritengo non solo necessario ma inevitabile e urgente avviare una riflessione non rituale. Ci sono tre possibilità: 1) fare una presa d’atto formale, ma proseguire sulla linea di condotta del passato, magari con qualche piccolo aggiustamento; 2) tirare i remi in barca, o appendere la penna al chiodo (o riporre la falce e il martello in soffitta) e aspettare un cambio di stagione; 3) rialzarsi e rimettersi al lavoro, forse non proprio “serenamente” – come insegna Gramsci –, anzi con ansia e  forse qualche timore, ma senza esitazioni. Essendo stato protagonista della battaglia (e della sconfitta), nel caso di Torino, o almeno front man, ho avvertito la necessità di affrontare direttamente, e personalmente, i problemi ed esaminare le ragioni della sconfitta, passaggio preliminare per tentare di rispondere alla domanda fondamentale: che fare, ora? Le ragioni della sconfitta, se sviscerate a fondo, possono essere altrettanti insegnamenti. E non tenerne conto, sarebbe suicida.

Questa nuova battuta d’arresto, una volta superato lo smarrimento, ci obbliga ad uno sforzo di sincerità, ma anche di immaginazione. Almeno io sento di doverlo fare. Questa lettera aperta vuol essere uno stimolo per avviare un processo costituente che possa favorire una rinascita della Sinistra, ma non è certo una pretenziosa autocandidatura, ma semplicemente una dichiarazione di disponibilità a fare questo percorso con chi ne vedrà, con me, la necessità e l’urgenza.

L’esperienza elettorale di Torino mi ha insegnato molto, nel bene e nel male. E questo bagaglio vorrei in certo modo mettere a disposizione del “popolo della Sinistra”.

La situazione politica italiana sembra senza sbocchi, incastrata fra la pandemia e un governo di tecnocrati di modesto valore (nel migliore dei casi, e da politici di lungo o medio corso, di pessima fama (ci siamo ritrovati fra i piedi personaggi come Brunetta e la Gelmini!): un governo di destra, a cui inutilmente PD e M5S tentano di apporre etichette emergenziali per far più agevolmente accogliere politiche di aggressione alle classi meno abbienti, di “riforme” imposte dalla UE e dal FMI, mentre la popolazione così duramente provata dal Covid, e dalle misure spesso pasticciate, contraddittorie e spesso di dubbia efficacia messe in essere per contrastarlo. E nessun provvedimento serio viene adottato per rimediare alla catastrofe sanitaria, effetto della regionalizzazione, della privatizzazione e dell’aziendalizzazione. Un governo di destra, non legittimato da un voto, come del resto i precedenti, che sembra semplicemente istituito per gestire una politica antipopolare, sotto una falsa vernice di modernizzazione e di tecnicizzazione. E che nello strombazzato consenso della UE (una istituzione che andrebbe messa totalmente, radicalmente in discussione), mette a punto provvedimenti economici, sociali e ambientali che non vogliono toccare gli interessi dei gruppi dominanti, cambiare il modello di sviluppo, invertire il senso della produzione e le sue logiche, arrivando davvero a una economia “green”, e avvicinarsi a una pur minima equità fiscale. Basti pensare all’ultima trovata del Parlamento dell’Unione: ricuperare tra le fonti “green” il  nucleare e il gas! Un governo, che, sotto specie di unità nazionale anti-virus, sembra indirizzare le proprie scelte agire contro tutti i ceti subalterni, vecchi e nuovi, ossia quelli messi in ginocchio dal Covid e dalle misure restrittive per contrastarlo. La difficoltà di larga parte della popolazione  si fa sentire, quotidianamente, con l’aumento della disoccupazione e gli astronomici rincari di beni di prima necessità e soprattutto dei costi dei servizi, del carburante, e di tutte le utenze legate all’energia, e alle carenze del servizio sanitario, a cui non si pone rimedio. Mentre, per converso, si prosegue nella scellerata politica delle “Grandi Opere”, Tav in testa (ma si ritorna persino a parlare del Ponte sullo Stretto!): opere tanto inutili sul piano della viabilità, quanto dannose per il territorio, e costosissime per il bilancio pubblico.

Tutto ciò non può che produrre disaffezione alla cosa pubblica (le ultime elezioni hanno visto un tasso di astensione che ha raggiunto punte intorno al 60%, e questo ha penalizzato specialmente noi esponenti di forze di Sinistra: a Torino le periferie proletarie e sottoproletarie non sono andate alle urne o hanno votato a destra) e produce disincanto, rancore, rabbia. La rabbia si può tramutare in politica? La rabbia storicamente è stata più volte un fattore propulsivo, ma abbandonata a sé stessa, si traduce nella mera protesta distruggitrice, con conseguente repressione, e inevitabilmente – questo mi pare l’insegnamento della storia – riduzione degli spazi di agibilità politica per quanti contestano la gestione del potere. L’ultimo decreto della titolare del dicastero dell’Interno Lamorgese è perfettamente in linea con questi insegnamenti storici: le reiterate, sempre più aggressive manifestazioni no green pass (che pure hanno ragion d’essere, trattandosi di una scelta politica di dubbio valore, e che contiene certamente elementi di discriminazione a cui prestare attenzione), e le proteste no mask, no vax, no pass hanno fornito il pretesto per una stretta preoccupante, mai vista almeno in tempi recenti. Bisogna tornare alla emergenza “anti-terrorismo” per trovare qualcosa di analogo (pensiamo alla famigerata Legge Reale, del resto oggi tuttora vigente, anche se in sonno, buona però per essere risvegliata quando occorresse). Ma la rabbia è un segnale importante, e va colto, capito e si deve tentare, appunto, di trasformarla in azione politica.

Al termine della Grande Guerra Gramsci si poneva questo stesso problema, ossia come trasformare la rabbia in proposta e azione politica rivoluzionaria: allora ai sacrifici immensi dei combattenti si sommava la sofferenza delle popolazioni civili, provate dalla durata del conflitto, con tutte le sue conseguenze sulla vita quotidiana, con i lutti in tutte le famiglie (lutti che la febbre “spagnola” che stava scoppiando proprio allora avrebbe raddoppiato: la stessa famiglia Gramsci ne fu colpita, con la morte di una sorella di Antonio). Tutto questo produceva rabbia, e il Partito socialista, di cui egli era militante, un militante sempre più insofferente dell’inanità della sua dirigenza, avrebbe dovuto sapere intercettare quella rabbia, e trasformarla in azione coerente delle masse. E non fu in grado di farlo. Gramsci riteneva che fosse indispensabile educare le masse, istruendole, aiutandole a ritrovare entusiasmo in se stesse, e voglia di lottare, ma organizzandole. Gramsci pensava che quelle masse avessero comunque una coscienza, sia pure “elementare”, una sorta di materia grezza su cui occorreva lavorare, attraverso un lavoro di pedagogia politica essenziale.

Oggi, a dispetto di chi crede e ripete che siamo in una situazione rivoluzionaria, ritengo piuttosto che siamo  in una crisi profonda i cui esiti sono imperscrutabili. Dobbiamo innanzitutto osservare e cercare di comprendere le trasformazioni degli assetti produttivi, con l’emergere, devastante, del capitalismo digitale, e del settore della logistica, su cui il capitale si è avventato famelico e vorace e la nascita di nuove figure di lavoratori “atipici”, per la stabilizzazione contrattuale dei quali si sono fatte e si stanno facendo lotte sicuramente partite in ritardo, e che finora si sono limitate a una prospettiva sostanzialmente corporativa.  Occorre invece collocare questa varietà di ruoli e soggetti individuali in una prospettiva più ampia, che sia a vantaggio dei lavoratori ma non accetti la logica per la quale il datore di lavoro sia un algoritmo, una entità ignota e spietata che ti multa se la consegna è effettuata con un minuto di ritardo, e così via, in una girandola infernale, magnificamente e amaramente rappresentata da Ken Loach nel suo ultimo film Sorry, we missed you. Oggi battersi per la riduzione degli orari di lavoro e l’aumento dei salari, per esempio, dovrebbe essere uno dei primi punti dell’agenda della Sinistra.

Adesso basta! (“Gegen Ugo Mattei und Consorten”)

Adesso basta! Ugo Mattei ci ha seccato.

Gli ho fatto passare tutto, nella campagna elettorale, condotta in modo scorretto e sgangherato, con un furgone super-inquinante che gracchiava per le vie di Torino, con volantini di propaganda per la sua lista distribuiti fuori tempo massimo, con comizi al Campus dove era vietato fare propaganda elettorale, con discorsi grotteschi, in cui alle domande di eventuali intervistatori o spettatori rispondeva sciorinando i propri meriti (tutti da scoprire), e quelli del babbo e del nonno (non ho approfondito, ma che c’entrano i parenti con quello che noi facciamo o diciamo?).

E la sua lista personale, partita poco dopo l’inizio dell’anno addirittura, lui la presentava come “né di destra, né di sinistra”, proprio lui che aveva incantato un po’ di giovani con la parola d’ordine del “benecomunismo”, dopo aver lucrato delle teorie di Stefano Rodotà, compianto, sui “Beni comuni”, e post mortem ha continuato a dirsi suo collaboratore, anzi nel suo discorso era Rodotà che semmai collaborava con lui…(povero Rodotà, mi piacerebbe proprio sentire un suo commento!).

Lui che scriveva sul Manifesto e partecipava scomposto ai cortei, purché fossero non di sinistra, ma di estrema sinistra. Lui che vociava contro il Tav, lui che voleva salvare la Cavallerizza dalla privatizzazione, lui che insegnava negli Usa e contemporaneamente a Torino, tanto da avere delle grane amministrative, dalle quali non so come sia uscito.

In campagna elettorale al di là delle pagliacciate (esempio il tuffo nel Po per dimostrare la sua purezza, tra pantegane e piante velenose…), ha continuato a ripetere fino alla vigilia estrema del voto che i sondaggi che lo davano spacciato erano fasulli, e che i suoi personali sondaggi, affidati ad una società statunitense lo accreditavano del 25-30% e che sarebbe arrivato sicuramente al ballottaggio.  Ora infatti ripete lo schema e dice che i dati del Ministero della Sanità e quelli dell’OMS e di tutti gli organismi di ricerca e amministrazione della scienza medica sono farlocchi, e che lui ha i dati veri. E che è falso che i non vaccinati siano più esposti alla malattia, più a rischio di prenderla in modo grave, più a rischio di intasare gli ospedali e di morire e far morire coloro – affetti da altre patologie – a cui in sostanza rubano i posti letto.

In effetti, a un certo punto della campagna elettorale, lunga ed estenuante, davanti agli scarsi progressi della sua lista (tutta sua), ecco il giurista Mattei scoprire nei no vax un bacino elettorale e cominciare a vezzeggiarli. E poi fallito, come candidato sindaco, come consigliere, come docente, ha deciso che quel bacino elettorale poteva diventare direttamente un bacino politico, ed ecco lanciare l’idea del movimento “olistico”, nel qual ci può stare di tutto, come in effetti capita tra i no mask no vax no pass…

E , ora si spaccia per costituzionalista, senza esserlo, e persino conoscitore del passato storico per appellarvisi onde sostenere la causa per la quale combatte, intrepido, leader in pectore del movimento, cercando di rubare la scena ad altri personaggi in cerca di visibilità: dal vecchio Agamben, ripescato in un fondo di magazzino foucaultiano, al solito Cacciari, che non perde un’occasione per farsi notare sprezzante di dire autentiche minchiate (sia consentito il termine), fino ai residui del mondo che fu, come Carlo Freccero, il sedicente filosofo Diego Fusaro, l’ex medico (radiato dall’Ordine) e opinionista tuttologo, Alessandro Meluzzi, passato dal PCI a Forza Italia, con cui fu eletto in Parlamento.  Una bella compagnia cantante, che comprende altre cime come Enrico Montesano, Eleonora Brigliadori e non so più chi altri…

Ma il più acccanito è lui, il Mattei, il benecomunista olistico, che straparla, e alla manifestazione di sabato 8 a Torino ha arringato la folla, con una grottesca “lectio magistralis”, nella quale ha lanciato con grande temerarietà la idea di un CLN, un nuovo Comitato di Liberazione Nazionale che, come quello che radunava le forze antifasciste per guidare la Resistenza contro le camicie nere e i loro padroni nazisti, vorrebbe liberare gli italiani. E con una impudenza a cui ormai ci ha abituato nelle sue sortite, ha paragonato se stesso, con grande modestia, ai 12 docenti che rinunciarono alla cattedra nel 1931 perché si rifiutarono di giurare fedeltà al regime mussoliniano.

Del resto questo genere di paragoni storici, che gridano vendetta, erano già circolati negli scorsi mesi, con osceni richiami ad Auschwitz, con la falsa, infame analogia, tra gli ebrei perseguitati e inviati nei campi di sterminio, e i “resistenti” no vax che vogliamo cacciare in qualche campo di patate, forse, dove starebbero benissimo a scavarle, per servire alle mense popolari.

No, ora basta! Le scempiaggini pseudoscientifiche che i social media hanno diffuso e amplificato, le semplificazioni giuridiche altrettanto infondate, insieme alle aggressioni agli ospedali alle ambulanze le minacce e le violenze contro medici e paramedici, devono suscitare dopo la riprovazione, per tacere dell’azione squadristica contro la CGIL (che vide uniti no mask no vax e no green pass ai fascisti di ogni risma) una risposta del mondo intellettuale. Basta con questi pseudo-scienziati, basta con questi filosofi da strapazzo, basta con questi giuristi dell’ultim’ora. Non c’è un solo scienziato serio, che si sia espresso contro mascherina e vaccini, non c’è un solo costituzionalista che abbia avallato la bella trovata di Agamben, ripetuta pappagallescamente dai suoi seguaci, della “dittatura sanitaria”, non c’è una sola persona di buon senso che possa paragonare il vaccino al gas Zyclon-B con cui si uccidevano a milioni gli internati nei lager nazisti. Non c’è un intellettuale degno di questo nome che possa ancora tollerare queste sparate, che impunemente Ugo Mattei, sta ululando nelle piazze.


Ora basta! Mattei non sa cos’è stato il fascismo, infanga la Resistenza, e ignora quale fu il ruolo storico  il CLN e quale coraggio ebbero i professori che non giurarono.  Il suo coraggio, è quello del piccolo demagogo opportunista, in caccia di consenso, pensando, dopo il fiasco locale a Torino, di mettere su una schiera che lo porti a Montecitorio o a Palazzo Madama.

E tutto questo non vuol dire avallare acriticamente Draghi e Speranza, e gli altri ministri e amministratori; tutt’altro: gli errori sono stati tanti e proseguono. Ma conservare lo spirito critico, non deve indurci a osannare la “libertà” come fanno i fascisti (curioso, questo appellarsi alla libertà da parte loro!), seguendo la loro leader Meloni, o i leghisti che ancora stanno a sentire Salvini. La libertà è sempre da considerare in un quadro sociale, di interesse generale. È così difficile da capire? E quando, nella storia, abbiamo sentito soltanto gridare “Libertà” era la destra che faceva capolino, se accanto alla libertà non si chiedeva uguaglianza, che è la cartina di tornasole della sinistra.  E oggi uguaglianza significa assicurare a tutti, nel mondo, il vaccino, i vaccini, non importa se le varianti del Coronavirus ci obbligheranno a farne due tre quattro cinque dosi. E mentre qui da noi, nel ricco Occidente, ci sono quelli che lo rifiutano, sdegnosamente in nome della “libertà” o per timore di essere controllati dal Grande Fratello, e non vogliono sostentare Big Pharma (ma intanto sono pronti a dare alle aziende farmaceutiche milioni di euro e dollari con centinaia di tamponi, invece del vaccino!), una larga parte di umanità anela a quei vaccini. Oggi schierarsi a sinistra significa non lottare contro il vaccino ma contro i brevetti per i vaccini e farli arrivare in dosi massicce in Africa, Asia, America Latina. Questo è esser di sinistra, questo è sostenere le cure mediche come un “bene comune”, e non urlare nelle strade d’Italia, beotamente: “Libertà-Libertà-Libertà”.

Capito, Mattei, “benecomunista” dei miei stivali?

Il silenzio degli intellettuali seri, non cialtroneschi come lui, non può proseguire.  È ora di gridargli sul muso: “Mattei, ora basta!”

Ugo Mattei a Torino arringa le folle (8 gennaio 2022 . Il sottotitolo dell’articolo è una parafrasi da Marx ed Engels,”Die heilige Familie. oder Kritik der kritischen Kritik”, ossia “La sacra famiglia, ovvero Critica della critica critica” (1845) che recita “Contro Bruno Bauer e consorti”, in tedesco: “Gegen Bruno Bauer und Consorten”, stroncatura della cosiddetta sinistra hegeliana)