Tutti gli articoli di Angelo d'Orsi

Storico (Storia del pensiero politico, Università di Torino), organizzatore culturale, saggista e giornalista. Dirigo due riviste ("Historia Magistra" e "Gramsciana"), e un festival (FestivalStoria). Amo la bellezza, ma lotto per la verità, la pace e la giustizia. I miei ultimi libri sono: "1917. L'anno della rivoluzione" (Laterza, 2016); "Gramsci. Una nuova biografia" (Feltrinelli, 2017; nuova ed. riv. e accre. ivi, 2018); "L'intellettuale antifascista. Ritratto di Leone Ginzburg" (Neri Pozza, 2019).

addio al genio del calcio

Diego Armando Maradona non è stato un calciatore (non so se il più grande di tutti i tempi; la definizione “il genio del calcio”, mi pare assai adeguata), nè semplicemente un “personaggio” di ogni genere di cronaca.
Maradona è stato un simbolo: un duplice simbolo, di un bambino che nasce nella miseria estrema e si riscatta con il calcio, un calcio poetico (Pasolini disse che se in Europa il calcio era prosa, in America Latina era poesia) che egli portò ai livelli più incredibili, e quindi per il suo Paese, l’Argentina, in cerca di riscatto, proprio come Diego e la sua famiglia; ma è stato un simbolo anche per la città di Napoli, che nelle imprese di “Dieguito” trovò il culmine di una stagione di rinascita, poi andata tristemente rovinando.


Andai a Napoli subito dopo la vittoria del primo scudetto da parte della squadra, nel maggio del 1987. Era la prima volta che quella squadra vinceva il Campionato di calcio della Serie A. Un evento quasi impensabile, eppure atteso da anni. Ebbene, non avevo mai visto la città dove pure ero stato moltissime volte, così gioiosa, così trasfigurata, così ebbra di felicità.

Maradona era ovunque, e tutti, dico tutti, avavano il suo nome sulle labbra.Il suo bel volto, con quella chioma leonina, il numero 10 della sua maglia azzurra, i dettagli (una scarpa, un piede, un dito…), istoriavano i muri, sventolavano da stendardi, garrivano sulle bandiere bianche, azzurre, tricolori. Era difficile non farsi coinvolgere, e io che non seguivo più il calcio da anni, mi lasciai trascinare, cantando, fotografando, ridendo e agitando il pugno nel nome di Diego e degli “azzurri”. E quel ritornello: “Arriva Maradona / Arriva Maradona / Olè, olè” che ci entrava nella testa, e pur involontariamente per giorni e giorni, dopo la mia partenza, continuava a risuonare allegro e beffardo dentro me…


Capii solo allora che Maradona era il sogno di una città trascurata, negletta, considerata solo in termini di folclore e camorra: Maradona fu anche folclore, anche del peggiore, talvolta (con gravissime responsabilità dei media, che lo hanno sempre tormentato, tra gli osanna e il vituperio), ma fu una autentica speranza di catarsi. E quella speranza lui poi seppe portarla in giro, sostenendo le buone cause, prima di tutte quella per la libertà e l’indipendenza di Cuba.


Diego Armando Maradona, nessuno come te, possiamo dirlo tranquillamente, ma con il dolore che pure chi non è tifoso di calcio, pure chi non è napoletano, oggi prova, credo, per la tua morte. Ma davvero mi sento di aggiungere: una morte che non sarà una scomparsa. Dieguito da oggi è definitivamente entrato nell’immortalità, una condizione riservata a pochi, pochissimi.

10 maggio 1987. Maradona alla vittoria del primo scudetto al Napoli.


Nel link si vede Manu Chao cantare per e con Diego. Imperdibile. Struggente, in questo momento tanto più, la commozione del dedicatario della canzone.

Vietato Pensare?

Non ci si può ripetere, non posso ripetere ogni settimana lo stesso concetto, sia pur scrivendo articoli diversi. Morale della favola: questo è un paese senza speranza. O detto voltando il pessimismo della ragione in ottimismo della volontà, la speranza è nei piccoli gruppi, quelli esaltati da un filosofo che amai e che conobbi e frequentai da giovanissimo, Aldo Capitini, quelli nei quali egli vedeva la forza, che poi avrebbe dovuto contagiare via via le masse. La speranza è in quei pochi (ma quanto pochi, in vero?) che quanto meno si rifiutano di farsi irreggimentare, incapsulare, dominare dal pensiero corrente: coloro che si ostinano a pensare con la propria testa, e che non rinunciano a studiare, a documentarsi, seriamente, prima di aprire bocca, e lo fanno solo sui temi di cui hanno contezza e competenza. Piccoli gruppi, minoranze, esigue perlopiù; singoli individui che tentano di resistere al mainstream, o di ridestare i dormienti. Tutto ciò premesso, entro nel merito dell’attualità.

Nell’arco di 24 ore o poco più sono saliti ai disonori della cronaca due personaggi, un politico e un scienziato, non per qualcosa che abbiano fatto, ma per ciò che hanno detto, in due diverse chiacchierate con giornalisti (il che conferma che rilasciare interviste è pericoloso, e che “gli operatori dei media” sono sovente gente da cui stare alla larga).

Il primo dei due è il presidente della Commissione Antimafia, certo Nicola Morra, in quota 5 Stelle. A “Radio Capital”, costui, residente in Calabria da decenni (benché non calabrese di origine), è stato intervistato in merito alle vicende grottesche di cui abbiamo avuto notizia nell’ultima settimana, con un succedersi di candidature farlocche a un improbabile ruolo di “commissario” alla Sanità calabrese, e dulcis in fundo con l’arresto del presidente del Consiglio Regionale, certo Domenico Tallini, in quota Forza Italia, accusato addirittura  di “concorso esterno in associazione mafiosa e scambio elettorale politico-mafioso”.

Chi avesse letto o ascoltato i commenti di rappresentanti politici e di osservatori “professionali” prima di conoscere le parole del senatore Morra, sarebbe indubbiamente rimasto a dir poco turbato. “Parole indegne… Non gli restano che le dimissioni” (Tajani, Forza Italia). “Sono pronta a bloccare i lavori dell’Antimafia fino a quando questo signore non se ne andrà” (Mariastella Gelmini, Forza Italia: e intanto mi chiedo che cosa ci faccia la signora nell’Antimafia). “Parole vomitevoli… si dimetta” (Matteo Salvini, Lega: no comment). “Le sue parole sono indifendibili ed insopportabili….Si scusi subito” (Andrea Marcucci, capogruppo al Senato PD). ““Le parole del senatore Morra sono indegne e ingiuriose e volgari… Il senatore Morra avrebbe già dovuto scusarsi da molte ore” (Emanuele Fiano, PD). “”La frase di Morra disonora le istituzioni ” (Elisabetta Casellati, Presidente del Senato, quella che aveva garantito che Ruby era la “nipote di Mubarack”). “Non può restare impunita una volgarità così bassa” (Nicola Spirlì, il neofascista che ha preso il posto della Santelli scomparsa). E dulcis in fundo: ““Morra dovrebbe chiedere scusa per quanto affermato. Quanto detto è inaccettabile” (Davide Crippa. capogruppo M5S alla Camera).

Ebbene che cosa ha dichiarato Morra? Ha ricordato che l’ultimo arrestato, Domenico Tallini, era stato inserito nella poco onorevole lista degli “impresentabili” dalla Commissione Antimafia. Naturalmente Forza Italia l’ha candidato e il soggetto ha fatto il pieno di voti, pare sia stato il più votato nell’intera regione, di sicuro della Provincia di Catanzaro.  E che tra i suoi sostenitori vi era stata la berlusconiana (accanitamente tale, devo rammentare) Jole Santelli, divenuta poi presidente della Giunta Regionale, morta qualche tempo fa. Ricordare ora che Santelli era intima di personaggi come Tallini, cosa ovvia, essendo lei un pezzo da Novanta sostenuta personalmente dal Cavaliere di cui si ricordano le ultime spiritosaggini sessual-politiche nel comizio a sostegno della Santelli.

Ma questo è un paese cattolico e ipocrita, come ricordò Eduardo De Filippo, alla morte di Pasolini, un paese in cui quando si muore tutti diventano buoni e se ne cantano le lodi. Ma non è così. C’è morto e morto, disse Eduardo. E Pasolini era grande da morto come da vivo. Invece a Morra sono toccati gli improperi di tutti, le richieste di scuse o persino di dimissioni, da parte di gente che non ha battuto ciglio davanti a quello che accadeva in Regione Lombardia, e alle losche faccende del presidente Fontana.

Forse ciò che ha disturbato dietro la foglia di fico del rispetto dei morti e dei malati oncologici (ma che c’entra!?), è che Morra ha messo in evidenza ciò che in realtà è noto anche ai ciechi e ai sordi: che “Forza Italia ha un problema. E questo problema si chiama Dell’Utri”. FI è profondamente imbevuta di mafiosità, insomma, e le indagini giudiziarie ce lo confermano settimanalmente (e bene stanno, in prossimità, e contiguità con i berlusconiani, i partiti di Salvini e di Meloni, a dire il vero).

Sarà spiacevole quel che ha detto dopo, Morra, ma si tratta di parole sbagliate? “Era noto a tutti che la presidente della Calabria Santelli fosse una grave malata oncologica. Umanamente ho sempre rispettato la defunta Jole Santelli, politicamente c’era un abisso. Se però ai calabresi questo è piaciuto, è la democrazia”. In sostanza, Santelli, Tallini e gli altri sono stati votati dai calabresi. I quali ora hanno poco da lamentarsi. La sola frase che avrei evitato è la seguente: “La Calabria è irrecuperabile” ma se si legge il seguito diventa anch’essa, almeno parzialmente, condivisibile; il seguito è, infatti: “lo è fin quando lo Stato non affronterà la situazione con piena consapevolezza”.

In sostanza, ciò che ha dichiarato Morra non fa una piega, e stiamo assistendo a un coro di ipocriti che con queste polemiche stanno raggiungendo un bell’obiettivo, oscurare la notizia, gravissima, sull’arresto del super-votato Tallini, e in generale impedire sul nascere una riflessione seria sulla situazione calabrese, e sull’intreccio mafia/politica su cui solo il procuratore Nicola Gratteri, vox clamantis in deserto, lancia gridi di allarme, sempre più isolato.

E invece, dalli al reprobo, la colpa non è dei politici collusi, o degli ndranghetisti che spadroneggiano, la colpa è di chi mette il dito nella piaga.

E vengo all’altro caso, e andiamo nel campo oggi ahinoi più frequentato dai media, quello sanitario in relazione al Coronavirus. Il protagonista è un noto microbiologo, Andrea Crisanti dell’Università di Padova. Sempre in una intervista (ah, se gli scienziati non si fossero lasciati sedurre dalla televisione!), alla domanda: “Lei, prenderebbe il vaccino, oggi?” E lui ha risposto: “Senza dati no”. Apriti cielo. Accusato di esser un “no vax” (orrore orrore!), di spargere pessimismo (siamo sempre al “ce la faremo”!…), di non sapere nulla del virus e del vaccino (un ignorante, insomma), e via seguitando. Il Crisanti svillaneggiato dal presidente dell’Agenzia del Farmaco (ovviamente, che sponsorizza il vaccino, quale che sia), dal Consiglio superiore di sanità (di nomina governativa…),e direttamente dall’autorità di governo, da quel ministero della Salute, il cui titolare, Speranza, si è messo in luce per varie topiche, la migliore delle quali è il libro che ha scritto qualche mese fa (quando ne ha trovato il tempo? Non era impegnatissimo a predisporre le risorse contro il virus?), dal titolo “Perché guariremo” Sottotitolo: “Dai giorni più duri a una nuova idea di salute” (ahimè, Feltrinelli editore). Il libro è stato bloccato in magazzino prima che venisse distribuito con la motivazione che il ministro ora non ha tempo per le presentazioni (sic!). Insomma, prima che gli italiani e le italiane lo tirassero in testa all’inclito scrittore/studioso/politico.

Ed ecco che Crisanti, il quale già in passato aveva frenato sugli stolti ottimismi di questo ministrello, viene gettato nella bolgia degli infami. La sua colpa? Avere detto che di norma occorrono anni per creare, sperimentare produrre un vaccino, e che sono necessari test complessi e reiterati su ampi campioni di popolazione. E insomma, mentre tutti – sospinti dalle società farmaceutiche impegnate nella produzione di vaccini concorrenti tra loro: business is business – gridano: “Vaccino! Vaccino subito! Un vaccino qualunque…!”, uno scienziato ha messo in guardia.

Contro Big Pharma, e contro la politica in cerca di facile consenso, forse dovremmo tutti essere un po’ Crisanti, ossia almeno attivare il dubbio critico. Tutto qui. Se ci dicono che non possiamo farlo noi profani di medicina, possiamo almeno accettare che lo faccia chi di mestiere si occupa di tali argomenti? No, a quanto pare non si può.

Insomma, la caccia all’untore, la semplicistica attribuzione di colpa ai “cittadini che non rispettano le regole”, con parallela implicita assoluzione della classe di governo, centrale e locale, che ha sulle sue spalle buona parte dei morti e degli ammalati di Covid 19, sta diventando ora caccia al “disfattista”.

Il caso Morra e il caso Crisanti sono due campanelli d’allarme. Non i primi e certo non gli ultimi, ma la loro concomitanza inquieta. Non si tratta di schierarsi con Morra o contro, con Crisanti o contro. Ma di riflettere. A me pare che siamo su una brutta, bruttissima china. Tra le tante limitazioni, presto sarà decretata anche quella al libero pensiero? Ci sarà concesso soltanto di pensare pensieri “autorizzati”?

21 novembre 2020

NICOLA MORRA

ANDREA CRISANTI

Ricordo di un incontro con Saramago

“La cecità stava dilagando, non come una marea repentina che tutto inondasse e spingesse avanti, ma come un’infiltrazione insidiosa di mille e uno rigagnoli inquietanti che, dopo aver inzuppato lentamente la terra, all’improvviso la sommergono completamente.”

Così leggiamo in “Cecità” uno dei capolavori di José Saramago, il grande scrittore portoghese mancato una decina d’anni fa (esattamente il 18 giugno 2010, e mi spiace di aver mancato di ricordarlo in quella occasione). “Cecità” (del 1995) è l’inquietante racconto di un’umanità che si avvia a perder la vista, ignara, e incosciente: “non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono”. Si tratta di un testo che in questo tempo orribile che ci è dato di vivere, è stato riscoperto, riletto, angosciosamente, come una terribile metafora della pandemia che ci stava e ci sta travolgendo (l’altra “riscoperta” è stata “Storia della colonna infame”, lo straordinario racconto, fondato su documenti processuali autentici relativi alla peste del secolo XVII, quella dei “Promessi Sposi”, di Alessandro Manzoni su come in tempi di epidemia si possa diventare paranoici, e persecutori del prossimo).

E accade che un’amica riscopra, proprio oggi, 16 novembre, giorno di nascita di Saramago (nel 1922) delle foto di undici anni or sono, e me le mandi. Non erano del resto difficili da scovare, ma me ne ero scordato. Sono immagini di un incontro da me organizzato e coordinato a Torino, nel Palazzo delle Facoltà Umanistiche (“Palazzo Nuovo”), in uno degli eventi preparatori della V Edizione di FestivalStoria che dirigevo (prima che alcune lobby, religiose, culturali e politiche affossassero la manifestazione, troppo libera e seria per piacere). Era esattamente il 10 ottobre 2009, un sabato mattina. E avevo intitolato l’incontro “I libri contro il potere”. Sottotitolo “Conversazione di José Saramago con gli studenti e il pubblico”. Con l’aiuto del collega Giancarlo Depretis, ispanista, io condussi l’incontro, stimolando lo scrittore con domande, a cui egli rispondeva in modo torrentizio, invano frenato da sua moglie, la vivacissima Pilar (al secolo Pilar del Rio Gonçalves, giornalista e traduttrice delle sue opere in spagnolo; la si vede alle sue spalle in una delle immagini).

Era appena uscito tra molte polemiche “Il Quaderno” che raccoglieva i testi per il suo blog, rifiutato dalla casa Einaudi (che pure era l’editore storico di Saramago in Italia) e accolto da Bollati Boringhieri. Si disse che essendo quel libro ferocissimo verso Silvio Berlusconi, ed essendo l’Einaudi divenuta proprietà di Elemond, che significava Mondadori, che significava Mediaset, il libro era stato censurato. Del resto Saramago, uomo liberissimo, oltre che scrittore meraviglioso, era stato sempre in battaglia: contro la dittatura di Salazar nel suo Paese, innanzi tutto, ma si era battuto contro la Chiesa cattolica, baluardo di oscurantismo (famoso il suo “Vangelo secondo Gesù Cristo”, del 1991), contro Israele per la sua politica persecutoria verso i palestinesi, contro i signori della guerra e via seguitando. Non dimentichiamo che figlio di una famiglia proletaria José si era iscritto al Partito Comunista Portoghese (più tardi si definì anarco-comunista), ed era sempre stato dalla parte dei deboli e degli oppressi, e la metafora della cecità in vero rinviava al bisogno di dire, di urlare la verità.

Fu un momento bellissimo, quel sabato di ottobre. Il pubblico era entusiasta (quello che era riuscito a entrare nell’aula magna a piano terra del Palazzo). Saramago in gran forma, cordiale ma duro quando si trattava di affrontare argomenti spinosi, sui quali non faceva mai un mezzo passo indietro. E fece comprendere a tutti che se esistono scrittori pronti a prostituirsi, ci sono, per nostra fortuna, anche quelli che non si tirano indietro, che non si piegano e non si lasciano comprare, intellettuali che non voltano la testa dall’altra parte, davanti all’ingiustizia, e sono suscitatori di inquietudini, di eccitatori del dubbio critico, e assumono su di sé il dovere di dire la verità e aiutare i loro lettori a scoprirla e a diffonderla. Eppure Saramago non si vergognava di essere stato un autodidatta, che aveva sospeso gli studi presto per le condizioni economiche familiari, e non faceva professione di intellettuale, per così dire, anzi in qualche modo polemizzando contro di essa, come quando iniziò il suo discorso di accettazione del Nobel per la Letteratura (1998), con questa frase: “l’uomo più saggio ch’io abbia mai conosciuto era mio nonno e non era in grado né di leggere né di scrivere”. Parole che suscitarono scandalo, come tante sue prese di posizione, e come, per i puristi di una certa letteratura, suscitava scandalo, a partire dagli anni Settanta in poi, la sua scrittura “disordinata”, spesso senza punteggiatura, quasi post-futurista e “anarchica”.

Per lui ateo dichiarato, si può usare come epigrafe la famosa frase (dal Vangelo di Matteo, ma con varianti in quello di Luca e altrove): “oportet ut scandala eveniant”. È necessario che gli scandali avvengano. Contro il quietismo, contro l’indifferenza, contro il silenzio dei vili.

Unico rimorso non aver il tempo di onorare il suo invito ad andare a trovarlo a Tias, nell’isola di Lanzarote (Canarie), dove si era ritirato a vivere e dove morì.

16 novembre 2020

(Le foto sono di Luca Ramella)

jose saramago nobel portoghese incontra gli studenti all’universita di torino
jose saramago nobel portoghese incontra gli studenti all’universita di torino

Basta col regionalismo!

Giorni fa avevo scritto un pezzo che esordiva così: “Un soffio di pazzia criminale percorre l’Italia”. E passavo in rassegna una serie di personaggi della classe politica e amministrativa, mostrandone le incredibili manchevolezze, la impreparazione, le miserie. Qualcuno ha ripetuto la solita solfa sui professori buoni a cianciare ma che non si sporcano le mani nell’azione. Sono anche stato accusato di qualunquismo, perché non risparmiavo nessuno, e molti hanno chiosato, benevolmente o provocatoriamente: “sì, va be’, ma che fare?”.

Io non faccio il politico di professione, sono uno studioso che cerca di essere presente se non altro come osservatore della realtà in cui sono immerso, anche se prevalentemente, come storico, mi occupo del passato. Ma essendo convinto che la storia ha un valore per il presente, tento di usare gli insegnamenti che essa mi offre per decifrare il nostro tempo, e trarne indicazioni sul come agire: sul che fare, insomma. E tuttavia non mi accontento. Provo anche, nei miei limiti evidenti (sono un senza partito, da sempre) a scendere in campo, e dico la mia sulla quotidianità politica, sociale e culturale. So che non basta. Come non basta indignarsi, non è sufficiente gridare sui tetti, le verità che pochi osano mormorare, e molti di più alla verità voltano le spalle. Eppure proprio la battaglia per la verità è ciò che distingue un intellettuale (militante) da uno studioso, da un docente, da un accademico. Perché la lotta per la verità è dirompente, e la verità e soltanto la verità è rivoluzionaria. Credo fermamente che questo sia il primo se non unico compito dell’intellettuale, specie di quegli intellettuali che si schierano dalla parte degli oppressi, come ho sempre cercato di fare, da quando ho l’età della ragione.

Sono trascorsi pochissimi giorni dal mio precedente articolo, ma la situazione appare in precipizio. Per non ripetere l’incipit dell’articolo precedente potrei incominciare con un canonico: “Grande è la confusione sotto il cielo”, aggiungendo “d’Italia”: sì, perché se è vero che la pandemia da Coronavirus sta colpendo quasi l’intero globo terracqueo, è altrettanto vero che nei diversi Paesi  in cui la Covid 19 si è diffusa e ahinoi non smette di diffondersi, vi sono state, da parte delle autorità, anche nelle incertezze, davanti al “nemico sconosciuto”, linee di condotta almeno univoche: ossia i governi davano degli indirizzi, assumevano decisioni, indicavano linee d’azione, giuste o errate, timide o forti, ma che non venivano boicottate o contrastate da altri organi dello Stato. In Italia stiamo assistendo esattamente all’opposto: gli organismi pubblici in guerra tra di loro, come e assai più che in primavera, nella prima ondata del virus, e ora in questo autunno che ci regala la seconda, ampiamente prevista e annunciata. Il contagio si diffonde quasi incontrollabile, gli esperti parlano a ruota libera, i tamponi latitano (e si possono fare a pagamento se non vuoi attendere le calende greche), il sistema ospedaliero in crisi, i medici e il personale paramedico chiede soccorso, i ministri a cominciare dal loro coordinatore (il presidente del Consiglio) balbettano, e i sedicenti “governatori” urlano, sgomitano, prima chiedono autonomia decisionale, poi la rigettano sulle spalle del governo – sempre più debole ed esangue, con il summenzionato presidente Conte che ripete “l’obiettivo è arrivare a fine legislatura” (ossia il fine perseguito è durare, non fare del bene alla collettività: agghiacciante).

Stiamo assistendo a uno spettacolo a dir poco inverecondo, aggravato dalla sovraesposizione mediatica di tutti lor signori: scienziati, tecnici, amministratori, politici e, immancabile, il corredo dei commentatori professionali da talk show, da Cacciari (eternamente presente e eternamente isterico come un etilista cui abbiano vietato il solito cartoccio di Tavernello) a Saviano (ahinoi, appena ritornato in campo, pensoso e serafico come un patriarca biblico). Lasciamo stare i casi semplicemente surreali come quello calabrese, con la doppia nomina di un commissario per la sanità calabrese (due personaggi ineffabili, bell’esempio di mancanza di professionalità loro e di totale assenza di serietà del governo, seguiti dalla mezza proposta avanzata a Gino Strada); oppure la infame campagna pubblicitaria della Regione Lombardia battezzata con atroce arguzia “The covid dilemma”, che ha lo scopo di scaricare sulla cittadinanza le colossali inefficienze del ceto amministrativo locale e i turpi traffici del presidente Fontana (il manifesto mostra una scritta sovrapposta al volto di una ragazza con la finta domanda: “Indossare la mascherina o indossare il respiratore?”, e la risposta colpevolizzante: “La scelta è tua”).

E lasciamo stare le quotidiane schermaglie tra sindaci e presidenti di regioni, e gli interventi contraddittori di vari ministri  e sottosegretari; lasciamo stare le rumorose bordate, perlopiù a salve, di Salvini-Meloni (di tanto in tanto apre bocca persino Silvio Berlusconi, oscillando tra l’embrassons-nous da crisi nazionale e la voce moderata dell’opposizione “costruttiva”); e lasciamo stare anche le nobili “prediche inutili” – come diceva Luigi Einaudi, primo presidente della Repubblica – di Sergio Mattarella; lasciamo stare il battage mercantile e politico sui vaccini (Russo? Cinese? Oxoniense? Tedesco-americano?…); lasciamo stare il bando della Regione Piemonte che in un momento di drammatico bisogno di personale, cerca sanitari purché italiani o della UE, vietando l’accesso a candidati esterni (dimenticando che l’aiuto ci è giunto in primavera dai Russi e dai Cubani); e lasciamo stare il dato incontestabile che le Regioni non sono state in grado di predisporre un piano per l’atteso ritorno del coronavirus, né per la distribuzione di mascherine (gratuite!), né tanto meno per  uno screening di massa coi relativi tamponi (gratuiti!). E lasciamo stare, infine, il fallimento complessivo della macchina di tracciamento dei contagiati. E lasciamo stare anche il ritardo sul vaccino antinfluenzale mai come quest’anno atteso e necessario…

Al netto di tutto questo, rimane il problema principale che è l’ente Regione. Alla stregua dei fatti, oggi possiamo dire che l’introduzione della Regione nell’ordinamento della Repubblica fu uno dei più tragici errori dei Costituenti (dopo l’introduzione nell’articolo 7 del Concordato Stato/Chiesa del 1929). A quell’errore, compiuto in perfetta buona fede, nell’idea che un po’ di decentramento amministrativo sarebbe stata cosa buona e giusta – lo voleva pure Tocqueville, nel 1835, ma sostenendo a contraltare un solido centralismo politico – se ne sono aggiunti altri gravi, come la manomissione del Titolo V della Carta Costituzionale, e la concessione di poteri enormi all’Ente Regione sulla sanità innanzi tutto, con gli strateghi del cosiddetto Centrosinistra, pronti a gettarsi all’inseguimento della Lega (che allora sbraitava sul “federalismo”) e a sacrificare poteri dello Stato… Gli effetti eccoli qua. Impotenza dell’ente centrale, contenzioso incessante tra Stato e Regione, inefficienza totale della pubblica amministrazione, crollo del sistema sanitario e crisi di quello scolastico – l’uno e l’altro finora in piedi, benchè a mal partito, solo per l’abnegazione del personale – e via seguitando.

Allora, ecco la risposta al “che fare?”. Lanciamo una campagna per una riforma della Costituzione: stavolta facciamola noi, dal basso, non aspettiamo che arrivino i Renzi, e i Salvini: perseguiamo due obiettivi. Obiettivo minimo cancellazione delle modifiche al Titolo V del 2001, con recupero allo Stato di funzioni delegate alle Regioni; e se vogliamo esagerare diamoci come obiettivo massimo l’eliminazione dell’Ente Regione, una macchina costosa, succhiasoldi, che non ha prodotto alcun miglioramento del “sistema-Paese”, come si usa dire, e invece, piuttosto, rivitializziamo le Province, riducendone il numero, dando loro la possibilità di ricuperare pienamente funzioni che già in passato competevano loro. Le Province, d’altronde, nella storia d’Italia hanno un’antica e nobile tradizione, a differenza delle Regioni. E hanno una dimensione che effettivamente può avvicinare l’istituzione alla cittadinanza.

Insomma, basta al cosiddetto “regionalismo”.  In attesa di reclamare “tutto il potere ai Soviet” (sognare è lecito…), almeno puntiamo per togliere potere a chi ha dimostrato di gestirlo solo nell’interesse di piccole camarille, di gruppi di pressione, di famiglie, di lobby, spesso incrociate con la grande criminalità. Basta alla destrutturazione della Repubblica. Basta alla distruzione della stessa unità nazionale.

Vogliamo tentare questa ragionevole follia?

Il manifesto della campagna della Regione Lombardia

Fabio ranchetti, economista curioso

“Nessun uomo è un’isola, completo in sé stesso; ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto. Se anche solo una zolla venisse lavata via dal mare, l’Europa ne sarebbe diminuita, come se le mancasse un promontorio, come se venisse a mancare una dimora di amici tuoi, o la tua stessa casa”.

Così scriveva cinque secoli fa il poeta e teologo britannico John Donne. Versi notissimi. Che ogni volta riaffiorano inesorabili quando mi arriva una notizia ferale. Il che accade troppo sovente, in questo lugubre 2020. E mi rendo conto che la mia bacheca sta diventando come la pagina delle necrologie dei giornali. E sono io stesso a soffrirne per primo. Il fatto è che non solo ogni morte di uomo mi diminuisce, perché ogni uomo è parte di un continente, e nessun uomo è un’isola, come dice John Donne, ripreso da Hemingway, in epigrafe al suo “Per chi suona la campana”), ma per la morte di un amico o di un’amica, di un conoscente, di un collega, mi prende il senso di colpa di essergli sopravvissuto. Tanto più ora, in tempi pandemici, quando la morte colpisce anche persone che non soffrivano di particolari patologie per cui potevi aspettarti che da un momento all’altro se ne andassero.

Non faccio in tempo a commemorare una persona deceduta che altri nomi sopraggiungono da inserire nel mio personale “libro dei morti”(il celebre esto funerario degli Antichi Egizi). L’ultimo, di cui mi è giunta notizia oggi stesso, è Fabio Ranchetti, economista docente in vari atenei (anche il mio anni fa, e Pavia, Milano Politecnico, Pisa, Milano Cattolica, ultima sua sede dove era professore a contratto, dopo il pensionamento, appena raggiunto), una persona intelligente, un democratico autentico proveniente da una famiglia che egli definiva “rigorosamente antifascista”, un intellettuale curioso, oltre che uno studioso serio. Era stato, poco prima di me, anche borsista della Fondazione Einaudi di Torino, un eccezionale semenzaio di studiosi e studiose, e spesso di intellettuali, che prendevano poi le strade più varie. Un economista di particolare apertura, verso altre discipline, in modo libero e creativo, la storia, naturalmente, perché ogni buon economista è anche storico del pensiero economico, innanzi tutto, ma anche altri territori del sapere e del creare, per esempio la linguistica e la letteratura, campi in cui Ranchetti (che aveva peraltro studiato Filosofia e non solo Economia) non aveva molti compagni di esplorazione, tra i suoi colleghi.

Basterebbe già solo questa sua curiosità culturale a farcelo rimpiangere. E personalmente non essendo un economista apprezzavo proprio tale dote. Ma ci sono alcuni suoi lavori che sono diventati quasi obbligatori anche per i non specialisti: ricordo la bella Introduzione al classico di Piero Sraffa, “Produzione di merci a mezzo di merci”, pubblicato da Einaudi nel 1999, un testo uscito in prima edizione sempre da Einaudi, nel 1960, dopo essere stato pubblicato poco prima nella versione originale inglese: un’opera che in poco più di cento pagine scarse ha cambiato la teoria economica mondiale, potrei azzardare, confermando così che la qualità non è legata alla quantità, e che si può essere stringati anche scrivendo di cose complicate; e le pagine introduttive di Ranchetti aiutavano a penetrare quell’aureo testo del grande economista amico di Gramsci.

Del resto Ranchetti si era formato, dopo l’ateneo statale milanese, proprio a Cambridge, il regno di Sraffa e Wittgenstein, che rimasero evidentemente come punti di riferimento importanti per il suo lavoro. Ma va ricordato soprattutto, per i non specialisti, il fondamentale volume firmato con Claudio Napoleoni, maestro dei maestri, “Il pensiero economico del Novecento” (Einaudi, 1990), un testo che si raccomanda per capacità di sintesi, lucidità di analisi, comprensibilità. Dietro quei due autori si intravedeva sia pure in controluce, la figura di Marx, non da sola, ma, al solito, imponente, anche nella compagnia di altre grandi ombre.

Ranchetti era nel pieno delle sue attività, e il Coronavirus ce lo ha sottratto. Lo piangeranno gli economisti, colleghi e allievi, lo piangeranno coloro che lo incontrarono (anche in poche ma belle occasioni come chi scrive), lo piangeranno quanti hanno letto il suo nome solo nella copertina di libri o nell’indice di riviste.

(22 ottobre 2020)

Il compagno andrea

“Chi ha compagni non muore mai”.

Abbiamo letto e sentito tante e tante volte, purtroppo, questa frase consolatoria, ma ogni volta con un senso di amara impotenza. A dire il vero, ogni volta, quando un compagno muore, ci si sente più soli, perché i compagni, nel senso più alto e pieno del termine, non li si incontra poi così di frequente, benché siano in fondo numerosi: partecipano a manifestazioni e assemblee, discuti di politica con loro, magari ci litighi, e tutto il resto. Ma personalmente uso il termine compagno con parsimonia, perché gli annetto un valore simbolico, prima che un contenuto: un valore simbolico che rinvia ad affettività e sentimenti, a ideali e timori, a una comune coscienza delle tragedie del passato ed alla persistente idea di un futuro da costruire.  

Quando mi è giunta, l’altro ieri mattina, 18 maggio, la notizia della scomparsa di Andrea, la parola mi è affiorata sulle labbra, anche se, essendo solo, non l’ho proferita. E in quel momento ho pensato che non sapevo neppure il suo cognome. Andrea era un compagno, un compagno vero, uno di quelli che senza “chiacchiere e distintivo”, tu senti che condividono con te ideali e passioni, che nutrono le tue stesse speranze, che, anche nei tempi più difficili, sono dure da estirpare. E finché ci saranno compagni come Andrea Gianella – questo il suo cognome – la speranza non sarà vana. Fin tanto che nel “nostro” piccolo mondo della sinistra – quella vera, autentica, non disposta a farsi rubare l’anima – possiamo ancora credere che “ce la faremo”, che “un altro mondo è possibile”, che esisterà una società in cui “ognuno darà in base alle possibilità e riceverà in base ai bisogni”.


Perciò il giorno della scomparsa di Andrea è un giorno tristissimo.
Andrea non era solo un compagno, però, di ideali, era un compagno che metteva il suo cuore e tutte le sue energie a disposizione della comunità. E nella terra di Lunigiana, in particolare tra Sarzana e La Spezia, quel piccolo uomo dall’aria mite, dai modi pacati, dalla voce controllata, è stata una presenza costante, che lo rendeva parte del paesaggio, in particolare nei boschi e sulle strade di Fosdinovo, nelle innumerevoli attività dei “ragazzi e ragazze” degli Archivi della Resistenza. In specie d’estate, nei preparativi, negli svolgimenti e nel seguito del festival “Fino al cuore della rivolta”, Andrea era lì, sempre, silenzioso, attivo, a pulire quanto c’era da pulire, a portare quanto c’era da portare, a togliere erbacce, a dare una mano alle cucine come a chi si occupava del palco. Era il compagno di cui ti potevi fidare, quello che non delude, quello serio…: tutte caratteristiche non così frequenti, come sappiamo, a sinistra.  


Compagno di Rifondazione Comunista fin dalle origini, Andrea però non aveva preconcetti e chiusure, e tutto ciò che accadeva a sinistra, tra forze politiche e sindacali, lo trovava interlocutore attento e partecipe. Lui che era stato infermiere professionale aveva dato un forte tratto anche “politico” al suo lavoro, al di là delle competenze che pure aveva accumulato tanto da diventare formatore degli operatori sanitari, e coordinatore delle attività infermieristiche nei servizi territoriali delle valli Magra e Vara. Aveva ricoperto incarichi sindacali nella CGIL prima in Lombardia poi appunto in Lunigiana: qui, inoltre, fu attivo nel comitato per il completamento dell’Ospedale di Sarzana.

E come militante e dirigente sindacale aveva animato importanti battaglie per la difesa della sanità pubblica, mettendoci, come suol dirsi, l’anima. E oggi al dolore per la sua immatura scomparsa (se qualche giovane mi consentirà di considerare immatura la morte a 72 anni) si aggiunge, credo non soltanto in me, la rabbia. Andrea è morto ucciso dal Coronavirus, certo, ma Andrea è stata una vittima di quello smantellamento dei presidi sanitari pubblici, contro cui si era battuto con tanto ardore e dedizione. Andrea è una delle tante vittime di un obbrobrioso processo di privatizzazione, aziendalizzazione ed “esternalizzazione” dei servizi sanitari,  in nome di presunto risparmio di spesa, e di recupero di efficienza che si sono rivelati falsi obiettivi: i risparmi hanno significato trasferimento di risorse ai privati, che lucrano sulla cura della malattia e anche sulla prevenzione della malattia, spesso sulla base di una narrazione fasulla; quanto all’efficienza si è rivelata pienamente nella crisi della pandemia in corso, nel senso che le strutture private hanno subito mostrato la corda. Abbiamo assistito, a una tardiva corsa al ritorno verso il pubblico, quando ormai le porte delle stalle erano aperte, e il danno era compiuto. E ora ci si chiede, ipocritamente, di versare un obolo alla Protezione Civile, ora quando i morti sono decine di migliaia, i contagiati centinaia, e il virus continua a circolare tra noi. Ora si scopre che la sanità pubblica è più efficace di quella privata, che l’Ospedale è più sicuro di una clinica e che le RSA in mano a società finanziarie che speculano in modo vergognoso sui “vecchi” collocati a “riposo” in quelle strutture che invece che “protette” si sono rivelate trappole mortali.


Andrea è morto lottando fino all’ultimo contro questo scempio. E la sua morte è una sconfitta per noi. Che rimaniamo più soli, ammesso che siamo in grado di raccogliere il testimone dalle sue mani che si sono dolcemente schiuse in un estremo gesto di fiducia e amore.

Ma non voglio dimenticare che Andrea è stato, un vigoroso militante dell’antifascismo, questa parola che richiede conoscenza storica contro i revisionismi e i rovescismi in agguato, ma che reclama anche, e forse prima ancora, passione civile, e volontà di mettersi in gioco. Il Festival di Fosdinovo, e il lavoro degli Archivi della Resistenza, erano in tal senso una nicchia perfetta per Andrea, che con la sua fedele presenza sembrava simboleggiare la volontà di durare e di non smettere di lottare. Sempre tuttavia con la sua aria serena, con le labbra serrate che di tanto in tanto si aprivano in un sorriso timido e dolce, con gesti che esprimevano empatia.

Perché Andrea, il compagno Gianella, era un uomo che nella lotta, costante, sovente dura, e aspra, sapeva davvero “non perdere la tenerezza”.

Mi mancherà e ci mancherà anche per questo.

l’intransigente. in memoria di franco cordero

Si inseguono i morti, non si riesce a piangerne uno che sopraggiunge la notizia del successivo. È la volta ora di Franco Cordero, scomparso ieri 8 maggio 2020. Era nato nel 1928 (a Cuneo), dunque si dirà che aveva i suoi anni. Certo, la sua è stata una lunga vita. Ma quando scompare un uomo così, al dispiacere che sempre la morte produce, si aggiunge lo sgomento per la perdita di un patrimonio intellettuale, che, a mia conoscenza, era unico. Non credo di aver conosciuto mai una mente così ricca di erudizione, quale quella di Franco Cordero, una mente che spaziava dal diritto alla storia, dalla letteratura alle scienze religiose, dalla filologia alla favolistica. È davvero difficile ricapitolare quante letture, in quante lingue, avesse accumulato Cordero, quante nozioni avesse apprese, quante discipline avesse frequentato, quante lezioni avesse impartito, quante dotte conferenze avesse tenuto, lui professore di Procedura penale – il più grande sulla scena – sempre da maestro, docente a Torino, Urbino, Milano, Trieste, Roma, alla Sapienza, dove concluse la sua carriera. Ma queste mie parole possono essere fuorvianti: chi se ne è andato oggi, era tutt’altro che il mero pozzo di scienza, l’erudito che tutto sa ma nulla fa oltre che discettare nei campi del suo sapere, estraneo alla vita sociale, al dibattito pubblico, alla dimensione civile.

E non mi riferisco solo alle centinaia di conferenze, e agli articoli, ai dibattiti, mai in tv, perché Cordero non era “telegenico”, non era “comunicativo”; non sorrideva, non urlava, non gesticolava: tutto l’opposto di certi personaggi divenuti star della TV e del web. Dalle labbra strette di Franco Cordero fuorusciva troppa cultura, troppo flebile la sua voce, troppo elevati i suoi ragionamenti, una sfida permanente alla perspicacia (e alla cultura) di chi lo ascoltava. Era un flusso incessante di sapere, che poteva stordirti, ma, sovente, anche nei momenti più aulici del suo argomentare, affiorava una ironia sottile, un sarcasmo gramscianamente appassionato, che si esprimeva in una forma lessicale raffinatissima, che mescolava arcaismi e neologismi, talora di sua invenzione, spaziando tra le lingue dal passato e le lingue moderne, mostrando quanto potessero essere vive le cosiddette “lingue morte”.

Forse i suoi capolavori sono “Criminalia. Nascita dei sistemi penali” (Laterza, 1985) e la monumentale biografia di “Savonarola” (che reca come sottotitolo “Vita calamitosa. 1454-1492”), edito ancora da Laterza (in 4 volumi), sul finire degli anni Ottanta (e ripubblicato da Bollati Boringhieri, 2009): un capolavoro storiografico, fonte incredibile di informazioni per chi voglia conoscere la vita pubblica fiorentina, ma anche dei costumi, della sensibilità collettiva, del clima umano, alla fine del Medioevo.

Studioso, commentatore, narratore, Cordero era l’intransigenza morale e intellettuale fatte persona, l’uomo che non cercava lo scontro ma non si tirava indietro sulle questioni di principio, capace di rilanciare fino allo stremo. Fu così che venne espulso dalla Università Cattolica di Milano, dopo la pubblicazione del libro “Gli osservanti. Fenomenologia delle norme” (Giuffrè 1967, riedito da Aragno nel 2008), e la dura critica contenuta in quel testo alle gerarchie vaticane. Erano i tardi anni Sessanta, e nella Chiesa si stava affermando un lento, ma forte movimento anticonciliare: Cordero si batteva, anche, per una Chiesa capace di rinnovarsi, da teologo insieme preparatissimo ma radicale, attento alla persistenza del messaggio religioso. In tal senso il suo commento alla “Lettera ai Romani” di Paolo di Tarso (nel libro “L’Epistola ai Romani. Antropologia del cristianesimo paolino”, Einaudi 1972), è uno studio teologico, fedelissimo sul piano storico-filologico, ma anche originale, per qualcuno al limite dell’eresia, nella sua temeraria analisi della “Lettera”, producendo, alla fine, un testo politico, nel senso più alto.

Nell’età berlusconiana Cordero diede il meglio come notista politico, riservando all’ex cavaliere l’appellativo di “caimano”, che poi gli rimase appiccicato. E Cordero seguì passo passo Berlusconi-caimano nelle quotidiane scempiaggini e nelle sue nefandezze politiche e morali, quasi braccandolo, in punta di diritto, di etica pubblica, di buon gusto. I suoi lunghi, dotti articoli su “la Repubblica” (era allora un giornale!), ritratto dolentissimo dell’Italia, trovarono posto poi in volumi quali “Le strane regole del Signor B.” e “Nere lune d’Italia” (Garzanti, 2003-2004), che serviranno da guida agli storici futuri.

In fondo Cordero ci faceva comprendere che Berlusconi, con la sua stessa personalità, era lo specchio iperrealistico d’Italia. Di qui l’idea di un originalissimo controcanto al discorso di Giacomo Leopardi “Sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani” del 1824: si era nel 2011, e Cordero con amara attitudine confermava le sconfortate diagnosi del Recanatese sulla “scostumatezza” del popolo italiano. O si scorra, sulla scia, “Morbo italico” (edito da Laterza nel 2013), una lettura ancora oggi avvilente e insieme riconfortante, se vi sono (vi erano?) italiani come Franco Cordero.

Negli ultimi anni Cordero aveva scritto meno sui giornali, ma non aveva certo smesso di lavorare, in particolare a un romanzo, “La tredicesima cattedra”, che è in uscita tra pochi giorni presso l’editore “La nave di Teseo”. L’autore non lo potrà sfogliare, ma noi potremo consolarci della sua scomparsa prendendolo tra le mani, avviando l’usuale, istruttivo quanto impegnativo confronto dialettico con Franco Cordero e quello che oggi dobbiamo, ahinoi, chiamare “l’ultimo suo libro”.

Franco Cordero a Saluzzo, nel 2007, riceve il Premio “FestivalStoria” (ph. Eloisa d’Orsi)

UNa introduzione ai “quaderni del carcere” di Gramsci


La percezione della sconfitta, sua personale, del Partito comunista e dell’intero movimento operaio occidentale, induce Gramsci – ormai in carcere – a un doloroso ripensamento della propria esperienza politica che, però, non si traduce mai in una sconfessione delle proprie idealità. Muovendosi tra filosofia, letteratura, scienza politica, economia, diritto, antropologia, sociologia, teatro, scienze esatte, il dirigente del Pci condensa nei Quaderni le sue riflessioni, con un preciso intento politico: per proseguire sul cammino della rivoluzione, occorre comprendere le ragioni della sconfitta.

di Angelo d’Orsi

All’interno del decennio che va dall’arresto di Antonio Gramsci (8 novembre 1926) fino alla sua morte (27 aprile 1937), si contano sei anni (1929-1935) di potente creatività teoretica, a partire dal momento in cui riceve il permesso di scrivere, per qualche ora al giorno (febbraio 1929): il risultato è contenuto in 33 quaderni, che verranno pubblicati per la prima volta fra il 1948 e il 1951, in una edizione tematica, in sei volumi, pensata da Palmiro Togliatti e curata da Felice Platone, per i tipi di Einaudi. Un’edizione discutibile sul piano filologico, ma intelligente su quello editoriale e politico: rendeva più agevole la lettura di un testo non finito, e consentiva un miglior utilizzo del pensiero gramsciano come basamento del «partito nuovo» togliattiano, nell’avvio di una prudente presa di distanza dall’Urss. Bisognerà attendere il 1975 per avere l’edizione critica, curata da Valentino Gerratana: e sarà quasi un nuovo Gramsci, quello svincolato dall’interpretazione togliattiana. Oggi, nell’ambito dell’edizione nazionale di tutti gli scritti, è in corso un’edizione filologicamente ancora più accurata, diretta da Gianni Francioni, che consentirà il massimo di fruibilità dei testi gramsciani.
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Dal momento dell’arresto all’inizio dei Quaderni, Gramsci ha solo la possibilità di scrivere lettere, che tuttavia non vanno intese come un semplice documento affettivo: esse fanno corpo con i Quaderni, fornendo un aiuto non soltanto per datare per quanto possibile le note raccolte nei Quaderni stessi, ma anche per comprenderle.

Tuttavia, la filologia e la cronologia non devono indurre alla frammentazione dei Quaderni del carcere, i quali, pur nella loro provvisorietà e disarticolazione, costituiscono, in certo senso, «un’opera», e non solo grazie alla tradizione che così li ha letti: a ben guardare, si coglie la volontà dell’autore di superare la frammentarietà pur rimanendo il suo un pensiero dialogico, dunque «frammentistico». Non è casuale il suo ritornare, dopo un certo tempo dall’inizio della scrittura, sui testi, rielaborarli, e persino abbozzare dei saggi (i «quaderni speciali»). Non va poi trascurato il nesso tra la condizione fisica e psicologica del recluso e il suo lavoro intellettuale; ossia, tra il degrado del fisico e l’elaborazione teorica; lo stile stesso della scrittura ne risente. La percezione della sconfitta, sua personale, del Partito comunista e dell’intero movimento operaio occidentale, lo induce a un doloroso ripensamento che, però, non si traduce mai in una sconfessione delle proprie idealità. Il lavoro di Gramsci, nella lunga detenzione, risulta anche essere un’acuta meditazione sulla modernità, quella del secolo XX e più in generale del grande processo di costituzione del «moderno».

La stesura delle prime note dei Quaderni, tra il 1929 e il 1931, oltre agli esercizi di traduzione (con scelte tutt’altro che casuali), coincide con la «svolta» in seno al Comintern, che rappresenta un momento di acuta crisi all’interno del movimento comunista, che per il dirigente in prigione è occasione per ripensare la storia e i problemi di quella comunità di cui continuava a sentirsi (e di cui era oggettivamente) parte. Gramsci analizza e scrive con il distacco di chi è impossibilitato a essere attore politico, ma continua a pensare politicamente, pur servendosi di una metodologia storica e ricorrendo alle più varie discipline: filosofia, letteratura, scienza politica, economia, diritto, antropologia, sociologia, teatro, scienze esatte…

I Quaderni diventano, via via, un autentico «Zibaldone di pensieri», che oggi ci appare un serbatoio di concetti per interpretare il moderno. Si tratta nell’insieme di un’opera fortemente intrisa di storicità che trascende la storia, quella del suo tempo, quella del movimento comunista, quella del proletariato. Di qui l’importanza di datare le pagine dei Quaderni, dandone cioè una lettura diacronica, senza cedere all’esasperazione filologica, tenendo conto che esse hanno una sorta di «struttura reticolare» in cui l’autore procede con una scrittura che è stata definita «a spirale». Perciò è importante tentare di ricostruire l’insieme dei temi messi a fuoco da Gramsci, il quale procede rivedendo i testi di prima stesura (i «quaderni miscellanei»), aggiungendo, precisando, introducendo modifiche nella propria elaborazione (i «quaderni di seconda stesura»).

Si tenga poi conto, oltre che della frammentarietà della scrittura, del suo carattere spesso allusivo, simbolico, circospetto, per timore della censura, e per l’autocensura di Gramsci stesso. Rimane comunque un dato: a dispetto della dichiarazione di scrivere für ewig, concetto di derivazione goethiana, che allude a un non immediato utilizzo pratico delle sue riflessioni, l’intento fondamentale dei Quaderni è politico: per proseguire sul cammino della rivoluzione, occorre comprendere le ragioni della sconfitta. Si tratta, quindi, di ricalibrare la rivoluzione, definirne un modello nuovo, diverso da quello canonico dell’Ottobre russo: una rivoluzione come processo, non come atto, come costruzione egemonica, non come assalto frontale. Di qui, la complessa elaborazione sulla figura e il ruolo dell’intellettuale, di cui egli allarga i confini, sottolineando che non si tratta di una categoria, ma che ogni classe ha e deve avere i propri intellettuali. Il proletariato, in particolare, secondo Gramsci ha questa necessità nella fase che si trovava ad attraversare in quel momento, quella successiva alla propria disfatta politica.

Naturalmente, vi sono pagine più immediatamente politiche, anche in forma cifrata; altre lo sono in modo mediato, in una trattazione che privilegia un approccio storico, ma attento agli ambiti delle altre scienze umane e sociali. La ricerca delle cause della sconfitta implica la riflessione sui vincitori, le forze che hanno battuto il movimento proletario, ossia il fascismo e l’americanismo: due volti, in sostanza, del capitalismo. Nelle pagine del quaderno speciale Americanismo e fordismo, è notevolissima la capacità di penetrare quel mondo, con analisi che sembrano anticipare quelle degli esponenti della Scuola di Francoforte, ma con un’attenzione al fattore economico estraneo alle analisi di Adorno e sodali e con tratto decisamente più politico, non di mera denuncia morale nei confronti di un sistema dei cui benefici si è partecipi.

In relazione alla crisi del 1929, la lettura gramsciana sfida le stolide certezze del Comintern, e ribalta l’interpretazione che pretenderebbe come imminente il crollo del capitalismo e l’avvento del comunismo. Anche se fosse vicina la società di uomini e donne liberi ed eguali, Gramsci giudica comunque necessaria una fase di transizione, col recupero della democrazia: ecco il senso della proposta della Costituente, un raggruppamento di forze antifasciste dal comune orientamento. Una proposta che suscita forte contrarietà in seno al Pcd’I, creandogli difficoltà nei suoi rapporti con i compagni in prigione come lui. È quella del resto l’epoca in cui Gramsci compie lo sforzo di delineare un profilo diverso della rivoluzione, usando come paragone oppositivo le categorie di «Occidente» e «Oriente». In Occidente, ossia nelle società a capitalismo avanzato, la rivoluzione non può più essere concepita secondo il modello bolscevico, quello concretizzatosi il 7 novembre 1917 a Pietrogrado con l’assalto al Palazzo d’Inverno; la rivoluzione non solo deve essere predisposta con un lento lavorio ideologico e culturale (come Gramsci teorizzava già negli anni giovanili), ma deve essere costruita come un processo volto a sostituire all’egemonia e al dominio borghese quelli proletari, lavorando essenzialmente nei campi della cultura, grazie agli intellettuali «organici» alla classe lavoratrice, la classe degli sfruttati e degli oppressi. Una classe che, dunque, può diventare «dominante» solo se prima è in grado di essere «dirigente», realizzando una contro-egemonia rispetto all’egemonia del capitale.

Di qui l’importanza di avere propri intellettuali, il cui compito precipuo è aiutare la classe a diventare egemone. Una classe che, nondimeno, nel corso del tempo, Gramsci comincia a vedere nelle sue trasformazioni, al punto da iniziare a parlare di «gruppi subalterni» invece che di «proletari» o di «classe operaia»: una delle grandi novità del lavoro intellettuale in carcere, novità che, accanto al concetto di egemonia, sembra essere tra le principali spiegazioni dell’odierna fortuna del pensiero gramsciano, più adeguato di quello di altre pur grandi figure che hanno riflettuto sui caratteri della modernità novecentesca a comprendere i caratteri sociali e culturali del nostro tempo, ai fini di una sua radicale trasformazione.

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Nel serbatoio gramsciano, tra il 1929 e il 1935, con un massiccio ricorso alla ricostruzione storica e una puntuale, benché non sempre coerente, trattazione teorica, ivi comprese oscillazioni lessicali (ma si deve tener conto del carattere di cantiere aperto, di laboratorio, che hanno i Quaderni), vengono a definirsi una serie di concetti fondamentali, da egemonia a gruppi subalterni, da rivoluzione passiva a blocco storico, da società regolata a Stato allargato, da nazionale-popolare a cesarismo (progressivo e regressivo) e così via: si tratta di idee forza che spesso Gramsci riprende da altri autori, anche esterni alla tradizione marxista, ispirato e influenzato, sia pure spesso in forma di contrasto, non solo da Marx, Labriola o Lenin, ma anche da Croce, Sorel, dai pragmatisti e dagli elitisti… Forse il suo riferimento principale è Machiavelli, anche per una sorta di processo di autoimmedesimazione nella figura del segretario fiorentino, come lui costretto ad abbandonare la politica attiva, come lui pronto a recuperarla ricorrendo al bagaglio dell’esperienza diretta e alla conoscenza della storia. Come Machiavelli, nei Quaderni Gramsci riflette sulla politica e sul politico, sulla formazione delle leadership, sui problemi dello Stato moderno e, invece che sul Principe come figura individuale, sul Principe come intellettuale collettivo, ossia il partito politico (comunista), e se lo sguardo machiavelliano indugia su Firenze e sull’Italia del XVI secolo, a Gramsci tocca riflettere sul «suo» Mezzogiorno sfruttato e vilipeso, sul Risorgimento, come rivoluzione mancata, e sulla questione meridionale, in relazione a quella nazionale, superata su di un piano sovranazionale. Riemerge ellitticamente l’idea giovanile di un comunismo come umanesimo integrale, un comunismo che non avrebbe obbligato gli esseri umani a essere liberi, capace di costruire una società egualitaria, in cui sarebbero stati banditi i processi politici, dove la cultura sarebbe stata una risorsa da valorizzare, e dove a tutti sarebbe stato garantito il diritto di godere della bellezza.

Nell’insieme, i Quaderni ci appaiono oggi una miniera a cui le scienze umane e sociali possono proficuamente attingere, anche solo per uno spunto da riprendere, sviluppare e adattare alla temperie di diversa epoca storica. Una nuova teoria generale del marxismo si affaccia, con importanti innesti nel corpo stesso del pensiero di Marx, mentre si verifica un allontanamento via via più netto dalle dogmatiche del marxismo-leninismo e anche un uso di Marx come contraltare rispetto allo stesso Lenin.

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Il biennio trascorso a Formia (1933-1935), nella prima delle due cliniche che accolgono Gramsci, rappresenta l’ultimo periodo di creatività: ha ottenuto la semidetenzione, ma è nondimeno sottoposto a un controllo poliziesco persino più intenso rispetto al carcere. Nel 1935 Gramsci finisce per cedere. La tentazione di «sparire come un sasso nell’oceano» (parole indirizzate alla moglie Giulia nel 1931), di tanto in tanto affiorante, sembra prevalere, e ciò spiega la fine della stesura dei Quaderni, e la rarefazione delle Lettere; e spiega infine il tono via via più amaro, con il progressivo emergere di un sentimento tenuto fino ad allora a bada, l’autocommiserazione: «Questo inferno in cui muoio lentamente», scrive nel luglio ’33. Gli anni seguenti sono un calvario, in una drammatica dialettica tra la speranza e la disperazione, la voglia di continuare a lottare, ossia a scrivere, e il desiderio di abbandono. Le ultime note sono del maggio 1935, poi soltanto rade lettere ai familiari. Il passaggio a un’altra clinica, la Quisisana di Roma, non sortisce gli effetti sperati: il suo fisico è troppo logorato, troppo provato lo spirito. Mentre aumentano le paure, le angosce, il senso di fallimento, le manie di persecuzione.

È la morte, giunta il 27 aprile del ’37, a liberarlo. Ebbe ragione Piero Sraffa a dire, appena avuta la notizia, che quella era «una disgrazia senza l’eguale»; non solo per amici e compagni, e per la vicenda del comunismo, ma per la storia della cultura internazionale. Ci restano i Quaderni, uno dei più preziosi tesori del pensiero umano.
(28 aprile 2020)

Acerca de Gramsci. Entrevista exclusiva al historiador italiano Angelo d’Orsi Acerca de Gramsci.

Por Cris González

Angelo d’Orsi atendió al llamado de Correo del Alba inmediatamente y nos encontramos con un historiador dueño de una prolífica obra sobre metodología, historia, ciencias políticas, así como uno de los expertos en la vida y pensamiento de Antonio Gramsci. Hace tres años, en ocasión del 83 aniversario de la muerte del sardo, publicó Una nuova biografia sobre el intelectual comunista. Algunos detalles de la trayectoria del profesor de la Universidad de Torino, como escritor vinculado a la tarea de comunicar, es que forma parte de varios comités de revistas científicas y es miembro fundador de algunas series editoriales y de diversos medios como: Nuova Sinistra. Apuntes de Turín (1971-1974), Nubes (1991, de las cuales luego se mudó), Cuadernos de historia de la Universidad de Turín (1996-2001), Historia Magistra. Revista de historia crítica (2009-en progreso), Gramsciana. Revista internacional de estudios sobre Antonio Gramsci (2015-en progreso). También fundó Festival Storia (2003, 1ª edición 2005). Ha colaborado con varios periódicos (Il Sole 24 ORE, Corriere della Sera, La Stampa, Workers ‘Daily, Il Fatto Quotidiano). Sin más y para homenajear al genio sardo, les dejamos este diálogo con D’Orsi. Lo primero es expresarle el agradecimiento y solidaridad desde Correo del Alba. Manifestarle nuestros mejores deseos bienestar para usted, su familia y su pueblo, en momentos tan críticos para Italia.  ¿Cómo está y cómo lleva la cuarentena? La situación, como sabes, en Italia es muy mala. Y después de dos meses de lock down –cierre total–, el Gobierno no tiene seguridad en cuanto a las opciones a tomar, no sabe si prolongar el cierre. Pero los ciudadanos estamos al borde de la crisis de nervios, sin hablar  del gravísimo daño económico que está destruyendo a muchos sectores. Italia corre el riesgo de perder un cuarto o incluso la mitad de su PIB antes del 2021. Si nada cambia, el país, su economía, su tejido social, no podrá volver a la normalidad, por muy feo y cruel que esto sea. Pero, la opción de todos los países en el mundo ha sido la cuarentena. El cierre está socavando las relaciones humanas y causando graves daños psicológicos y económicos a los individuos y las familias. Todos estamos muy afectados y esperábamos salir de la cuarentena a principios de mayo, pero en cambio nos acaban de decir que el cierre se ha extendido para todo el mes de mayo. ¡Esto es terrible! ¿La inédita situación del Covid-19 podría desembocar en nuevas formas de control por parte de los gobiernos de derecha para frenar estallidos sociales? Sin duda, el riesgo de una deriva autoritaria existe y es visible. El poder aquí está asumiendo un proceso de centralización en manos del Primer Ministro, que actúa como “jefe de Gobierno”, una figura política inexistente en el sistema institucional italiano. “Gramsci, que vive solo una generación después de la de Lenin, es un agudo intérprete de la modernidad, es decir, de los cambios que el siglo XX trajo en el plano social, político e intelectual” La Constitución considera que el Gobierno está formado por un colectivo de ministros secretarios de Estado, todos del mismo nivel, y un primer ministro, quien solo tiene una tarea de coordinación y dirección. En cambio, hoy, gracias a la emergencia del Covid-19, el Primer Ministro (que, por cierto, es un ciudadano particular elegido no se sabe por quién o porqué) actúa como líder absoluto, lo que excluye la consulta al resto de los ministros, bloquea el debate parlamentario, impide una discusión pública, mientras que asiste a comisiones, y a un número indeterminado de grupos de trabajo nombrados por él, sobre los cuales su elección y nombramiento no se ha discutido, ni en el Parlamento ni fuera de este. Las normas que se han ido aprobando para evitar la propagación del contagio son confusas y “amplias”, es decir, dejan un extenso margen de discreción en su aplicación  a las fuerzas policiales, que se comportan de manera verdaderamente represiva y a menudo absurdamente dictatorial en contra de los ciudadanos. Sobre estos últimos se descarga la responsabilidad de una situación que, por otra parte, es enteramente responsabilidad de la clase política, de la “centro-derecha”, de la “centro-izquierda” y del partido con mayoría en el parlamento, el Movimiento 5 Stelle. El proceso de desmantelamiento del Estado social, el welfare estado, ha sido llevado a cabo, aunque con cierta diversidad de énfasis, por toda la clase política, y ahora es la ciudadanía la que paga las consecuencias. Además, las medidas adoptadas –seguramente destinadas a impedir la propagación del virus– asumen aspectos inquietantes de represión de la libertad de movimiento, de expresión del pensamiento e incluso de manifestación de afectos y sentimientos. El riesgo es que estas medidas, consideradas “provisionales”, se conviertan en definitivas, en medio de la indiferencia general de la ciudadanía. Y la democracia quede de hecho a un lado y sea reemplazada por una forma de “cesarismo regresivo”, como diría Gramsci. ¿Cuál  considera que es el papel de la sociedad civil en la teoría del Estado ampliado en Gramsci? Gramsci innova profundamente la tradición marxista, en muchos ámbitos, y añade nuevos elementos al propio pensamiento de Marx. Por ejemplo, sobre el Estado, que para Gramsci ya no es el instrumento que utiliza una clase o un grupo de clases sociales para dominar a las demás clases, según la teorización clásica de Lenin, que en El Estado y Revolución (1917) y en otros escritos retoma y desarrolla, de manera original pero limitada, las ideas que en Marx, y especialmente en Engels, se encuentran sobre el tema del Estado. Gramsci, que vive solo una generación después de la de Lenin, es un agudo intérprete de la modernidad, es decir, de los cambios que el siglo XX trajo en el plano social, político e intelectual. Especialmente a partir de la derrota que el movimiento proletario sufrió en Occidente, él quiere entender las razones de esa derrota, que es también una derrota personal, como hombre, como marido, como padre y como líder político. Su atención se centra en los procesos de modernización, tanto en Italia, en forma de modernización reaccionaria, de revolución pasiva, representada por el régimen fascista en el poder, como especialmente en los Estados Unidos. “La revolución como acto deberá ser sustituida por la revolución como proceso destinado a desestabilizar el poder burgués, mediante la conquista de la hegemonía” El Cuaderno especial, titulado por Gramsci como “Americanismo y fordismo”, que data de la primera mitad de los años 30, pero también muchos pasajes de los demás Cuadernos, nos presentan una concepción del Estado definida especialmente por la forma en que en Occidente se reaccionó a la crisis económica de 1929, es decir, ampliando las funciones públicas y dando al Estado un papel no solo como un organismo que ejerce legalmente la coerción, sino como un conjunto de aparatos hegemónicos, gracias a los cuales las clases dominantes son conjuntamente, y antes que eso, clases dirigentes. ¿Cuál sería la responsabilidad de la clase trabajadora e intelectuales norteamericanos, considerando a los Estados Unidos como el hegemón? En los Estados Unidos, la clase proletaria es víctima pero igualmente cómplice, después de todo, de las condiciones de explotación. Por lo tanto, si los grupos subordinados (concepto que Gramsci comenzó a utilizar conjuntamente y en sustitución de clase obrera o proletaria; con esto innovando el léxico marxista) quieren llegar a ser dominantes, o sea, derribar las relaciones sociales, deben primero llegar a ser dirigentes, construir una contrahegemonía a la hegemonía burguesa. ¿Y el papel de los intelectuales? El papel de los intelectuales es fundamental, para que ayuden a los proletarios –o subordinados– a construir esos procesos hegemónicos, dada la imposibilidad, en esta fase histórica, de hacer la revolución según el modelo bolchevique, al menos en Occidente, es decir, en sociedades con un capitalismo maduro. En otras palabras, la revolución como acto deberá ser sustituida por la revolución como proceso destinado a desestabilizar el poder burgués, mediante la conquista de la hegemonía, también en el Estado, y en sus aparatos –empezando, por ejemplo, por la escuela– para que esto permita el derrocamiento de las relaciones entre las clases.  ¿Dónde situaría en la actualidad el pesimismo ante la realidad que asistimos? Gramsci teoriza un “pesimismo de la inteligencia”, pero de la misma manera el “optimismo de la voluntad”. Hoy en día necesitamos desesperadamente de ambos. Y en el fondo, incluso en esta terrible situación en la que nos encontramos, una situación completamente inédita al menos en nuestro mundo y época, hay razones tanto para temer que las cosas no mejoren, sino que empeoren, incluso de forma irreversible, hasta una catástrofe final, pero asimismo hay razones para el optimismo. ¿Cuál es el horizonte que nos permite hoy ser optimista y no cesar en el afán de un mundo mejor? La izquierda radical, la pequeña izquierda que queda en Italia, repite el slogan: “No queremos volver a la normalidad, porque la normalidad era el problema”. Pues bien, creo que esta situación que estamos viviendo, con el sufrimiento que conlleva, con los muertos, con la tragedia de la sanidad pública, con la pobreza que está produciendo, puede ser una gran y extraordinaria oportunidad para el cambio social, económico y cultural. Lo que dificulta esta hipótesis es la falta de un Gramsci y de una fuerza política adecuada, capaz de organizar un gran movimiento de masas para el cambio. ______________________________________

Intervista di Cris Gonzalez, apparsa sul giornale venezuelano “Correo de Alba”, il 27 aprile 2020.

Perché il 25 Aprile non è solo una ricorrenza

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Intervista al Prof. Angelo d’Orsi di UniTo che, per la difesa della Costituzione, invita “a un 25 aprile che duri tutto l’anno”

Quello di quest’anno sarà un 25 aprile diverso, senza piazza né cortei, vista l’emergenza Coronavirus. A 75 anni dalla Liberazione dal nazifascismo, l’importanza di questa ricorrenza non è solo memorialistica ma ha un significato politico e morale, nonché d’attualità. Ne abbiamo parlato con il Prof. Angelo d’Orsi, docente di Storia del pensiero politico all’Università di Torino.

Il 25 aprile di quest’anno è senza manifestazioni tradizionali, questo può segnare una svolta?

La svolta mi pare ci sia stata nel tentativo governativo, per fortuna evitato, di impedire ai rappresentanti delle associazioni partigiane, come l’Anpi, di prendere parte alle celebrazioni anche con un solo manifestante. Un comunicato emanato dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Riccardo Fraccaro, rivolto ai prefetti, diceva che solo rappresentanti delle Prefetture, Questure e al massimo dei Comuni potevano partecipare alla cerimonia pubblica. Dopo le proteste vigorose della presidente nazionale dell’Anpi Carla Nespolo la questione è rientrata ed è arrivata una nuova circolare del ministero dell’Interno. Ma era stata sconcertate questa iniziativa. E soprattutto che alcuni personaggi del mondo politico e giornalistico si siano fregati le mani, dicendo che il Covid-19 si sarebbe portato via le manifestazioni del 25 aprile, il clima, dunque, non mi pare bello. Tuttavia, a partire da questa presa di posizione della presidente dell’Anpi, sta emergendo uno straordinario desiderio di continuare a celebrare il 25 aprile, seppure in forma diversa, attraverso, per esempio, la rete, e con associazioni e movimenti, dall’Anpi alla Cgil. Sono il segnale di una parte maggioritaria dell’opinione pubblica che ha capito l’importanza 25 aprile anche al di là delle cerimonie. D’ora in avanti potremmo parlare di 25 aprile che duri tutto l’anno.

Cosa intende per 25 aprile che duri tutto l’anno?

Il 25 aprile è la data fondante della Repubblica democratica e si inserisce in un trittico, con l’ 8 settembre 1943 (armistizio e via della Resistenza) e il 2 giugno 1946 (la nascita della Repubblica), che costituisce la base storica, politica e morale della Repubblica italiana. Il portato più maturo del 25 aprile è la Costituzione repubblicana. Quando dico che il 25 aprile duri tutto l’anno, significa sostenere e difendere la Carta costituzionale, che non smette di essere sotto attacco. Dopo il tentativo sventato del 2016, quando c’era al governo Renzi, e dopo la legge sulla riduzione dei parlamentari che sarà sottoposta a referendum, stiamo assistendo negli ultimi anni a una serie di sotterranee manomissioni della Carta costituzionale, con provvedimenti, leggi, atti amministrativi, ordinanze regionali e comunali che sono sotto l’occhio dei costituzionalisti più attenti. E mettono in evidenza gravi anomalie, lo si è visto nell’attuale crisi epidemica, come l’abuso della figura giuridica del Dpcm (decreto del presidente del Consiglio dei ministri), come ha notato il giurista Sabino Cassese, rompendo una tradizione che in casi di urgenza vedrebbe preferibile il ricorso al decreto presidenziale, quindi con l’approvazione del presidente della Repubblica. In questo caso il presidente del Consiglio Conte si è arrogato il diritto di emanare un provvedimento con valore di legge, prescindendo addirittura dalla stessa compagine ministeriale. Sono, da tempo, in corso tentativi di costruire una costituzione materiale parallela alla Costituzione considerata formale. Il 25 aprile tutto l’anno significa, non solo spolverare bandiere, ma difendere il frutto del sacrificio di decine di migliaia di italiani, ovvero la Costituzione, che è cosa viva e da vivere tutti i giorni. Ed è il binario su cui la Repubblica deve camminare. Se si comincia a cedere sui dettagli, anche quando c’è una situazione eccezionale, si finirà per perdere di vista i principi.

Perché il 25 aprile non viene ancora considerato comunemente un anniversario di liberazione del popolo italiano e segna sempre polemiche?

È segno del provincialismo italiano. Ogni Paese e ogni nazione, ha una data fondante in cui tutti si riconoscono. L’identità nazionale si costruisce anche partendo da simboli. Questa è la data simbolica della fine del fascismo e dell’inizio della nuova stagione. I francesi si riconoscono nel 14 luglio 1789 e a nessun esponente politico, del giornalismo o della cultura, viene in mente di mettere in discussione quella data. Trovo, dunque, incredibile che si possa mettere in discussione ancora il 25 aprile. Una nazione ha bisogno di elementi identitari che non sono etnici ma culturali. Un leader politico ha detto di trasformare il 25 aprile nella celebrazione dei morti da Coronavirus è mancanza di rispetto anche per le povere vittime di questa epidemia. Il Covid-19 non ci porta via il 25 aprile, che può avere una nuova forza anche nell’agorà elettronica e virtuale di quest’anno. Senza andare in piazza abbiamo, oggi, bisogno, per citare Salvemini, di “fare testuggine a resistere”, difendere la Resistenza e il suo significato, non solo memorialistico ma soprattutto politico e morale, quello del riscatto di un popolo. Un significato che emerge nella contrapposizione tra repubblichini e partigiani, tanto c’era efferatezza e crudeltà da una parte, tanto dall’altra c’era il tentativo sì di condurre una lotta armata ma nei limiti indispensabili. Non dico che non ci siano stati eccessi ed errori ma non paragonabili a quelli dei ragazzi di Salò. La Repubblica democratica nasce dalla lotta dei partigiani e se vuoi stare nella Repubblica ti identifichi in questa parte, perché non era una parte dato che la Resistenza è stato un fatto di popolo. E non avrebbe potuto vincere senza l’appoggio delle popolazioni locali.

Cosa bisogna fare perché i giovani oggi diventino i testimoni dei testimoni?

I partigiani sono tutti morti o molto anziani. Dobbiamo togliere alla Resistenza e alle sue date fondanti quella patina memorialistica e celebrativa e far capire a tutti che la Costituzione è una cosa viva e che si vive nei gesti di tutti i giorni. È vero, come ha detto Papa Francesco, che c’è un egoismo pandemico, ma questa crisi, come nelle situazioni più gravi, ha fatto venire fuori il meglio dalle persone. Vediamo continui gesti di solidarietà molto incoraggianti, la solidarietà è il cemento di una comunità. Molte iniziative sono fatte di giovani con adesioni di massa, come per esempio la raccolta di fondi per gli ospedali. C’è un tessuto sociale che per quanto si cerchi di frantumare riemerge nel senso comunitario. Dobbiamo trasmettere ai giovani come l’antifascismo, la Costituzione e il 25 aprile abbiano gettato le basi per costruire delle identità comunitarie in cui loro possono essere protagonisti, anche per ricostruire questo Paese. A partire dalle fondamenta che ci sono e non dobbiamo farle sprofondare.

Quali sono i valori della resistenza da riscoprire?

I valori della Resistenza da riscoprire e riproporre quotidianamente sono, appunto, la solidarietà tra coloro che soffrono e il voler dare voce a quelli che non ce l’hanno o sono stati costretti a tacere, la Resistenza è stata una lotta su tre fronti: una lotta di liberazione nazionale contro lo straniero occupante, una guerra civile, italiani contro italiani, e anche guerra sociale, come occasione storica per cambiare le cose, ridare a un popolo sottomesso da 20 anni di fascismo una centralità da protagonista. Il valore della Resistenza è aver portato sul proscenio masse di persone che erano nell’ombra, la democrazia è il protagonismo di quelle masse, la Resistenza le ha portate in prima linea, una concezione della politica autenticamente dal basso. La Resistenza ha rovesciato i dettami fascisti: si può credere a un valore condiviso che sia di democrazia e di libertà associata alla giustizia e all’uguaglianza. Non si obbediva più a un capo, l’obbedienza diventava, invece, quella nei confronti di leggi costruite insieme.

Visto che questo 25 aprile sarà più virtuale e dovremo passarlo sul divano di casa e non in piazza, quali sono film sul tema Liberazione che consiglia di vedere per festeggiare almeno in questo modo la sconfitta del nazifascismo?

Consiglio, per esempio, L’Agnese va a morire (1976) di Giuliano Montaldo tratto dal bellissimo libro di Renata Viganò. Oppure Roma città aperta (1945) di Roberto Rossellini che è un classico insostituibile. E sempre relativamente al neorealismo e a Rossellini suggerisco Paisà (1946). O un suo film successivo: Il generale Della Rovere (1959). E, poi, ancora un film di Nanni Loy come Un giorno da leoni (1961). Ai giovani consiglio La Ragazza di Bube (1963) di Luigi Comencini, tratto dall’omonimo romanzo di Carlo Cassola. E infine Il partigiano Johnny (2000) del regista torinese Guido Chiesa, dal libro di Beppe Fenoglio, una lettura fondamentale per capire la resistenza, anche i limiti e gli aspetti meno eroici.

(Intervista di Mauro Ravarino, apparsa su “UnitoNews”, il 24 aprile 2020)