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Quale autorità? Quale autorevolezza? In merito a un nuovo attacco all’ANPI

Il tiro al piccione sull’ANPI l’ha avviato, a mia conoscenza, pochi giorni or sono, Paolo Flores su “MicroMega”, con un editoriale vergognoso, sul quale ho già espresso il mio disappunto, di antico collaboratore della testata, che ho ovviamente abbandonato al suo triste destino. Flores ritiene di possedere l’autorevolezza per infangare l’Associazione Partigiani, autentico baluardo della democrazia in questo Paese malandatissimo.
Ora arriva trafelato Massimo Gramellini, che diversamente dal direttore di MicroMega, non ambisce all’autorevolezza, ma si accontenta dell’ “autorità” che ritiene gli giunga dall’essere diventato grazie a Fabio Fazio, un personaggio televisivo e soprattutto di scrivere sul principale quotidiano italiano. L’articolo di Flores era apparso subito un atto imperdonabile, per la sua debolezza intrinseca sul piano logico-argomentativo, e per la volgarità con cui l’autore si esprimeva.
L’intervento di Gramellini sul “Corriere” odierno (12 aprile) riesce a spingersi molto oltre. I due pezzi, quello breve di costui, quello lungo di Flores, sono accomunati da quel “Fattore P” (come Putin) che Gramellini ha voluto mettere come titolo al suo corsivo.  In effetti l’odio per Putin, è il collante e l’anello di congiunzione fra i due fratelli di penna, che in fondo sono accomunati da un altro dato, l’anticomunismo, che nello strabismo che sta dilagando come la cecità del romanzo di Saramago, porta a sovrapporre Putin a Stalin e Lenin, a confondere la Federazione Russa di oggi, con l’Unione Sovietica di ieri, il socialismo con il “putinismo”, se è lecito usare questo termine, solo a fini di semplificazione. E nel retropensiero, espresso o meno, c’è pure lo zarismo, da un canto (Putin nuovo zar), e il nazifascismo dall’altro (Putin nuovo Hitler). Grande è la confusione sotto il cielo…
E il nesso preteso fra epoche storiche diversissime e personaggi altrettanto diversi è, confessato o meno, la russofobia, che si allarga volentieri a un violento razzismo antislavo. A ben vedere, questi signori sono contro la Russia, in quanto patria della Rivoluzione, contro la Russia perché considerata “asiatica”, non malleabile rispetto ai “valori” dell’Occidente: tanto la Russia degli zar, quanto quella dei bolscevichi del ’17, quanto ancora la Russia di Stalin (che, en passant, sconfisse le orde naziste, con 20-25 milioni di morti fra i russi), e infine la Russia post-sovietica. Forse l’unico che sembrava in fondo accettabile era l’ubriacone Boris Eltsin, che fece una violenta “occidentalizzazione” del suo paese, svendendolo agli euroamericani e avviando un percorso che di fatto ha condotto agli sviluppi odierni, in un modo o nell’altro.
Del resto costoro sono anche accomunati dall’idea che bisogna “decomunistizzare” la Resistenza, forse dimenticando che il PCI fu il partito-guida nell’antifascismo in clandestinità e in esilio, e sottovalutando il contributo, assolutamente determinante, che quel partito diede alla lotta di Liberazione e poi alla elaborazione della Carta Costituzionale, e alla fondazione della Repubblica. Di quella Carta, e della stessa Repubblica è custode, a mio avviso, proprio l’ANPI. Lo è di fatto, e lo è assai più della Corte Costituzionale e anche del capo dello Stato, due autorità troppo sovente corrive ai governi e alle maggioranze politiche (o “tecniche”) che li sorreggono. L’Associazione Nazionale Partigiani ha molti limiti, certo, e sta affrontando negli ultimi anni, un difficoltoso passaggio generazionale, ed è costretta a barcamenarsi fra componenti diverse, non sempre felicemente conviventi, ma sta comunque irrobustendo il suo ruolo appunto di “custode della Costituzione” e “presidio di antifascismo”. In quanto tale, pur sapendo che in essa vi sono divisioni e oscillazioni, l’ANPI, per quanto mi riguarda, deve essere considerata una istituzione, ossia assai più di un’associazione. Una istituzione fondamentale della nostra triste Italia.
E ora, appunto dopo l’affondo di Flores, che per odio a Putin (e al papa Francesco, aggiungo), ha sciorinato un campionario di ingiurie sull’ANPI e la sua dirigenza nazionale, sopraggiunge il Gramellini di turno, che nel suo ruolo di sedicente battitore libero, si permette di insultare chi gli pare e quanto gli pare. Si sente peraltro spalleggiato da sodali convinti come lui di essere non solo nel giusto e nel vero, ma di essere onnipotenti, ossia di avere diritto e forza di violentare la storia, la verità, la giustizia (l’elenco è lungo: Riotta, Rampini, Sofri, Giannini, Molinari e moltissimi altri).
Quello che ha scritto oggi il signor Gramellini potrà essere ricordato, in futuro, come una delle manifestazioni più volgari di un senso comune che, digiuno di conoscenza storica e di coscienza civica, mette in calderone russofobia, filoamericanismo, anti-antifascismo, e una larga messe di semplici, pesanti offese. Forse bisogna prendere sul serio la mia proposta: boicottare la “sacra triade” del pensiero unico, “Corriere della Sera”, “la Repubblica”, “La Stampa”. E resistere, resistere, resistere, come sulla linea del Piave a questo tsunami, organizzando una guerriglia come quella dei partigiani, ma non con i mitra Sten e le bombe a mano, bensì con un continuo, instancabile controcanto a questi avvelenatori della ragione.

In calce ripubblico l’articoletto di Gramellini (la rubrica “Il caffè”, sul “Corriere della Sera”, 12 aprile 2022).
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Il fattore P

Nel sacro nome della Resistenza, all’Anpi si è finito per perdonare di tutto. Non solo che i pochi partigiani ancora vivi non vi avessero più da tempo alcun ruolo, ma che l’associazione fosse sempre in prima linea quando si trattava di manifestare contro gli americani. I quali saranno pure il male assoluto, ma combatterono accanto alle brigate partigiane e le rifornirono di armi nella lotta all’invasore nazista. All’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia è stata perdonata anche la neutralità pelosa nella guerra in corso e persino certi arrampicamenti sui muri per distinguere la Resistenza buona da quella cattiva del popolo ucraino. Ma il manifesto del prossimo 25 aprile è imperdonabile e lascia intendere che il problema dell’Anpi sta diventando la sua P.

Anzitutto nessun cenno all’invasore Putin, che se non è un fascista, di certo gli assomiglia. Poi una citazione monca dell’articolo 11 della Costituzione, «l’Italia ripudia la guerra», dimenticandosi di aggiungere «come strumento di offesa» e arrivando così all’assurdo di ripudiare anche quella di Liberazione. Ultimo tocco d’artista, la gaffe delle bandiere alle finestre: simil-italiane ma in realtà ungheresi, omaggio inconscio a un altro politico di estrema destra, Orban, amico caro dell’aggressore russo. Alla fine, l’unica cosa azzeccata del manifesto resta la sigla Anpi, purché la si declini in modo più veritiero: Associazione Nazionale Putiniani d’Italia.
 

QUANDO L’INTELLETTUALE RINUNCIA ALLA RAGIONE. A PROPOSITO DI FLORES E DI “MICROMEGA”.

Il 4 aprile 2022 l’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) ha diffuso il seguente comunicato:
“L’ANPI condanna fermamente il massacro di Bucha, in attesa di una commissione d’inchiesta internazionale guidata dall’ONU e formata da rappresentanti di Paesi neutrali, per appurare cosa davvero è avvenuto, perché è avvenuto, chi sono i responsabili. Questa terribile vicenda conferma l’urgenza di porre fine all’orrore della guerra e al furore bellicistico che cresce ogni giorno di più”.


“Questo comunicato è osceno, e infanga i valori della Resistenza”, è l’incipit del commento di Paolo Flores d’Arcais, direttore di “MicroMega”, mentre a me è parso un comunicato di buon senso, e di civile rigore. In un editoriale sul sito della rivista, invece di sostenere la linea della ricerca della verità, Flores la dà per assodata, e chiede, dopo una profluvie di insulti ai dirigenti ANPI e di volgarità contro i russi, reclama una Norimberga per processarli (e poi? pena di morte?): un editoriale di una rozzezza e di una violenza che può fare invidia ai fogli più osceni del bellicismo italiota.

E meno male che Flores si è sempre presentato come il campione del razionalismo neoilluministico! Ma che cosa chiedeva Romain Rolland nel 1914 quando si scatenò nel mondo della cultura, in tutta Europa, la canea bellicistica? Chiedeva agli intellettualie di stare “al di sopra della mischia”, non al di fuori, ma al di sopra, cercando di non cedere alle passioni nazionali, e di non perdere il lume della ragione critica. E che cosa invocava Antonio Gramsci, negli anni di quella stessa guerra? La necessità della verità: ad ogni costo.

Flores non ha dubbi, e “l’eccidio” di Timisorara, e la provetta del falso antrace di Colin Powel, e le fosse comuni qua e là attribuite ai nemici di turno di USA-NATO, non gli hanno insegnato nulla, a quanto pare. Lui la verità ce l’ha in tasca. Lui rappresenta la razionalità laica. E incarna la Verità e forse il Verbo. Aveva ragione il compianto padre Ernesto Balducci quando nel 1991 denunciava le “disavventure della cultura laica”: anche allora c’era stata la levata di scudi dei guerrafondai che incitavano a combattere il nuovo “feroce Saladino”, come veniva presentato Saddam Hussein. Allora il papa (Karol Woytila) si schierò clamorosamente, convintamente, contro la guerra (“Fermatevi, in nome di Dio!”, forse qualcuno lo ricorderà), contro l’aggressione USA-NATO all’Iraq. E nessuno gli diede retta, come oggi nessuno dà retta a papa Francesco, a cominciare dai nostri governanti pronti a farsi il segno della croce, a genuflettersi e a cospergersi di acquasanta, e parlare di “valori”, alludendo a quelli incarnati da Gesù Cristo. Allora, Flores e “MicroMega” furono in prima fila contro il papa e per la guerra. Un editoriale di quell’epoca, firmato da Flores, mentre gli occidentali bombardavano un popolo, recitava: “Pacifismo, papismo, fondamentalismo: la santa alleanza contro la modernità”. La modernità, invero, era proprio l’Iraq, un Paese progredito, il più “moderno” tra i Paesi arabi, che oggi, dopo le due aggressioni di Bush padre (1991) e di Bush figlio, del 2003, è un Paese a pezzi e dove la vita umana non vale più nulla. Lo stesso dicasi per Afghanistan, Siria, Libia…

Ovunque l’Occidente (USA-NATO-UE) abbia deciso di “esportare la democrazia” ha portato l’inferno. E in tutti quei casi la propaganda è stata decisiva per giustificare interventi militari ingiustificabili. Quelle distruzioni, quei morti, ricadono anche sulla testa di intellettuali che hanno incitato, hanno approvato, hanno sostenuto. Stupisce che un libero pensatore, un ammiratore di Voltaire, perda in modo così plateale proprio il lume della ragione e si scateni contro l’ANPI, rifiutando precisamente l’esercizio della ragione. E si lasci andare a frasi inaccettabili, ricorrendo a termini di una pesantezza sconcertante. Paolo, ma che ti è accaduto? Il tuo odio per Putin ha accecato la ragione? Che cosa chiede l’ANPI? Quello che ogni persona di buon senso, in particolare chi fa professione di intellettuale, dovrebbe avere. Chiede di evitare di cadere una volta ancora nelle trappole della propaganda, chiede una commissione indipendente di inchiesta, come la stessa ONU, ridestatasi dal letargo, ha proposto, e come la Federazione Russa ha richiesto a sua volta. (Non del Tribunale dell’Aja, la cui attendibilità è del tutto dubbia). E allora? Era il caso di scatenarsi così platealmente contro l’ANPI? Aggiungo che già il titolo è assurdo e offensivo (Le Fosse Ardeatine!) e la richiesta di un nuovo Processo di Norimberga per i russi colpevoli! Dunque di nuovo il ricorso alla facile analogia storica che assimila Putin a Hitler, i russi non ai tedeschi, bensì ai nazisti. E tutto quello che stanno facendo e hanno fatto per un quindicennio gli ucraini, contro le popolazioni del Donbass, non dovrebbe essere preso in considerazione? E le torture e le violenze, stupri compresi, praticati ora, non nel 2014, dall’esercito ucraino e non solo dal Battaglione Azov, torture e violenze documentate, non vanno tenute in nessun conto? Ma come si può smarrire in tal modo il senso critico? Persino l’impaginazione con una foto del presidente ANPI, Gianfranco Pagliarulo, un po’ buffa, vorrebbe essere uno sberleffo volgare. E come non sottolineare che Flores nella sua violenta e sgangherata requisitoria si lasci andare a espressioni di un razzismo insopportabile? Ecco un esempio della sua prosa, degna di Giampaolo Pansa quando denigrava i partigiani: “Le “truppe ‘asiatiche’ di Putin”, i russi “macellai”, massacratori, violentatori, i quali “costretti a ripiegare perché respinti dalla resistenza eroica delle inferiori armi ucraine, sfogano sui civili inermi la loro bestiale frustrazione di “liberatori” mancati, la loro mostruosa rabbia di “trionfatori” sconfitti: trucidare vecchi, violentare donne prima di sterminarle, e l’orrore vieta di dire il destino di alcuni bambini”.

In calce pubblico l’intero articolo. E dico a Flores: Caro Paolo, certo, su “MicroMega” hai ospitato anche voci dissenzienti, ma questo tuo Editoriale per quanto mi riguarda è talmente orrendo, che mi sento obbligato a rompere ogni rapporto con la rivista, dopo 18 anni di collaborazione strettissima.  Se questo è l’antifascismo, e non quello dell’ANPI, io sto con l’ANPI (o con la sua parte maggioritaria, che difende i valori della pace); se la tua è manifestazione di esercizio critico della ragione, io me ne dissocio. E ti dico che tu hai voltato le spalle a quella cultura del dubbio critico che mi ha insegnato il mio Maestro Bobbio.

#IOSTOCONLANPI

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Ecco il testo dell’Editoriale di Flores d’Arcais, che fornisco anche come documento per gli storici del futuro.

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Appurare cosa davvero è avvenuto? Non bastano le testimonianze di ogni genere, che si confermano e rafforzano a vicenda? I racconti dei sopravvissuti, che hanno visto coi loro occhi la mattanza, la documentazione sconvolgente dei fotografi e dei giornalisti sul campo, le riprese aeree dei giorni precedenti che inchiodano i macellai di Putin?

Questa frase del vergognoso comunicato dell’ANPI non rappresenta un esercizio di dubbio critico ma una sciagurata volontà di spacciare per incerto ciò che è orrendamente lapalissiano: la barbarie delle truppe di Putin, la “normalità” che per esse costituisce abbandonarsi ai crimini di guerra.

I 410 cadaveri di civili trucidati fin qui recuperati sono le Fosse ardeatine dell’Ucraina. Il sangue innocente che esige per Putin e i suoi boia un processo di Norinberga.

Perché è avvenuto? Veramente i dirigenti dell’ANPI non capiscono? Sono davvero così imbecilli, o preferiscono invece avvolgere nella nebbia di un interrogativo insensato l’evidenza del comportamento delle truppe “asiatiche” di Putin? Gli scherani macellai del suo disegno zarista, quando non riescono a sfondare, e sono anzi costretti a ripiegare perché respinti dalla resistenza eroica delle inferiori armi ucraine, sfogano sui civili inermi la loro bestiale frustrazione di “liberatori” mancati, la loro mostruosa rabbia di “trionfatori” sconfitti: trucidare vecchi, violentare donne prima di sterminarle, e l’orrore vieta di dire il destino di alcuni bambini.

Chi sono i responsabili? E per caso Gesù Cristo non sarà morto di freddo, ponzipilati dell’ANPI? Veramente si rimane sbigottiti, e stomacati oltre ogni possibile aggettivo, da un tale baratro di ipocrisia. Il responsabile nel senso del mandante si chiama Vladimir Putin, lo sa chiunque abbia occhi per vedere e orecchi per intendere, e lo sanno anche i sassi. Ma si conosce anche l’esecutore, il tenente colonnello Omurbekov Azarbek Asanbekovich, comandante dell’unità di fucilieri motorizzati 51460 della 64a brigata.

Di fronte al disgusto che le ignobili parole del comunicato dell’ANPI hanno provocato anche in parte del campo “pacifista”, il presidente dell’associazione, Gianfranco Pagliarulo, ha dettato all’Ansa una precisazione che entra di diritto nella serie “peggio el tacon del buso”. Detta Pagliarulo: “Sappiamo benissimo chi è l’aggressore, l’abbiamo sempre denunciato e condannato, anzi siamo stati probabilmente tra i primi a condannare l’invasione”. Però nel comunicato si “condanna fermamente il massacro”, come fosse ancora anonimo, e ci si chiede di “appurare cosa è avvenuto”, e il perché, e i responsabili, che è un po’ il contrario di far credere di aver fin dall’inizio indicato in Putin e nel suo esercito i massacratori di civili di Bucha. E infatti, anche nella “precisazione”, Pagliarulo dice che “sappiamo benissimo chi è l’aggressore” nel senso dell’inizio della guerra, ma non può dire “sappiamo benissimo e l’abbiamo detto, chi erano i responsabili della carneficina di civili a Bucha”.

Naturalmente una commissione d’inchiesta del Tribunale internazionale dell’Aja non solo è necessaria, ma è già iniziata, perché si tratterà di individuare le responsabilità individuali dei vari ufficiali e soldati, ma non quelle di Putin e del suo tenente colonnello, più che acclarate. E quest’ultimo, comandante dell’unità dei massacratori, mai potrà opporre la giustificazione sempre avanzata dai criminali nazisti: obbedivo agli ordini. I tribunali internazionali sui crimini di guerra di tali “giustificazioni”, almeno per i comandanti e gli alti ufficiali, hanno fatto da tempo giustizia.

Il carattere disgustosamente ponziopilatesco della posizione dell’ANPI è del resto confermata dalla frase finale del comunicato, che il presidente Pagliarulo non ha nemmeno provato a correggere: “Questa terribile vicenda conferma l’urgenza di porre fine all’orrore della guerra e al furore bellicistico che cresce ogni giorno di più”. La mattanza di civili ucraini da parte delle truppe di Putin diventa una sfocata, indeterminata e anonima “terribile vicenda”. “L’orrore” diventa quello di una ancor più nebbiosa e indecifrabile “guerra”, non di una “invasione imperialistica mostruosa” (rubo la frase a un pacifista doc come Tomaso Montanari – cfr il dibattito di MicroMega), e il vero nemico è “il furore bellicistico che cresce ogni giorno di più”, di modo che la mostruosa invasione imperialistica, e l’eroica resistenza di un popolo abissalmente inferiore per numero e per armi, diventano equivalenti incarnazioni di uno stesso “furore bellicistico”.

Robbaccia (con due b). Robbaccia inqualificabile di piccoli mediocri politici, forse politicanti, che con la Resistenza hanno poco a che fare, e con i valori della Resistenza nulla.

DALLA RUSSOFOBIA ALLA RUSSOFOLLIA

“Un soffio di follia criminale” si sta abbattendo sull’Italia. Lo denunciava Antonio Gramsci, oltre un secolo fa, davanti al delirio nazionalistico, generato dalla Guerra mondiale. Userebbe le stesse parole oggi, davanti alla gigantesca union sacrée formatasi nel volgere di un pugno di ore nel nostro Parlamento, ma che trova un avvilente corrispettivo in quello della UE, fino a raggiungere l’Assemblea generale dell’ONU, dove si è assistito ieri a una scena a dir poco inquietante con la generalità dei delegati occidentali nel momento in cui è comparso sullo schermo il ministro degli Esteri della Federazione Russa, Sergej Lavrov ha abbandonato l’aula. Un gesto che non ha precedenti, a mia memoria, nella vita dell’ONU. Un gesto di gravità inconcepibile, specie in un consesso il cui fine istituzionale è risolvere pacificamente i contrasti fra i propri associati.  Benzina sul fuoco, in termini semplici, gettata con straordinaria irresponsabilità da coloro che dovrebbero al contrario adoprarsi per spegnere l’incendio.

Questa sacra unione unifica forze politiche, commentatori “indipendenti” (ma non troppo…), giornalisti che fanno il loro dovere di impiegati delle proprietà, esponenti della cosiddetta “società civile”. E in nome della difesa della pecorella Ucraina aggredita come agnello sacrificale dall’orso russo, si stanno adottando misure politiche, militari, commerciali, finanziarie e persino culturali che dovrebbero “mettere in ginocchio” il popolo russo, insieme al suo leader Vladimir Putin, qualificato ipso facto come “dittatore”, dimenticando che è stato eletto in elezioni libere, e che gli USA che ci impartiscono ogni giorno nozioni di democrazia hanno degli begli scheletri nei loro armadi: come dimenticare, ad esempio, che Bush junior venne “nominato” presidente, dalla Corte suprema (con voto a maggioranza!), invece che “eletto”? Tanto più che il suo contendente Al Gore aveva raccolto un numero di suffragi decisamente superiore…

Per chi abbia qualche nozione di storia, la situazione appare fortemente evocativa. Ma si sa che ha pochi alunni.

Il sito “Stroncature”, che ci inonda di messaggi autopromozionali, vantando la propria indipendenza e chiedendo denaro per concedere di leggere le opinioni dei suoi autori, ha subito indossato l’elmetto e fin dall’inizio delle ostilità sta portando avanti una linea, ridondante di aggettivazione bellicistica, che fa venire i brividi: oggi leggo, per esempio, che la mossa di Putin “ci ha restituito un nemico comune” (ossia la Russia), dove quel “ci” dovrebbe rappresentare il mondo civile. E rieccoci al vecchio topos del contrasto radicale tra barbarie e civiltà, che aveva dominato il discorso pubblico nel 1914-’18, un contrasto in cui ciascuna delle parti in campo ribaltava sull’altra la qualifica di barbara.

Allora, invano pochi spiriti liberi invitavano alla ragionevolezza, a cominciare dal francese, premio Nobel per la Letteratura, Romain Rolland che sorpreso in Svizzera dallo scoppio del conflitto nell’estate 1914 non potè rientrare in patria a causa di una serie di articoli in cui invitava gli uomini di cultura a non confondersi con la “canea nazionalista”. Anche allora il suo messaggio rimase inascoltato. Oggi vorrei leggere prese di posizioni simili, inviti alla ragionevolezza, invece che incitamenti agli schieramenti, pro o contra Putin, vorrei non leggere notizie come la censura al giornalista della Rai Marc Innaro reo di aver ricordato l’eccessiva estensione della NATO a est, tra le cause della reazione russa. Vorrei non leggere che il sindaco di Milano cancella l’esibizione alla Scala un prestigioso direttore d’orchestra, Valery Gergiev, perché russo e “amico di Putin”, provocando come conseguenza la rinuncia di una celebre soprano, Anna Netrebko, a esibirsi nel più famoso teatro d’Italia. Per non essere da meno, l’Università Bicocca annulla un breve corso su Dostoevskij, affidato a Paolo Nori, autore di una biografia di questo gigante della letteratura mondiale. Per fare concorrenza alla “capitale morale”, a sua volta, Genova, per la precisione il Teatro Govi (che da poco aveva riaperto dopo la pausa pandemica) si sente autorizzato ad annullare a sua volta un intero festival dostoevskiano.  La motivazione appare a dir poco grottesca, e vale la pena di leggerla: “con grande dispiacere che annunciamo la decisione, durissima da prendere, di rinunciare all’evento per affermare a gran voce la nostra posizione: Il Teatro Govi è un luogo di cultura, pace e speranza che non vuole aprirsi a chi preferisce le bombe alle parole. Siamo consapevoli che essere di nazionalità russa non significhi automaticamente essere guerrafondai e siamo consapevoli che in una guerra a soffrire siano i popoli di tutte le fazioni coinvolte, ma in questo terribile clima mondiale preferiamo prendere una posizione netta, nella speranza che si ritorni alla Pace nel più breve tempo possibile.”

Incommentabile. Intanto, ancora una volta il governo italiano, sostenuto dall’intero Parlamento con l’eccezione del gruppuscolo di “Manifesta”, invia armi e uomini in Ucraina, mentre centinaia di associazioni “umanitarie” raccolgono fondi e materiali per la popolazione colpita. Le stesse che mai hanno battuto ciglio davanti al massacro che dura da anni degli abitanti di Donesk e  Lugansk, dell’Ucraina russofona. E nel proliferare di manifestazioni per la democrazia e la libertà si dimentica che il governo di Kiev è stato impiantato da un colpo di Stato favorito da USA e UE, anche se il presidente Janukovyč era un uomo corrotto, il diritto internazionale che oggi tutti invocano, consentiva allora un cambio di governo foraggiato da potenze straniere e con la partecipazione attiva di formazioni neonaziste, oggi parte di quel governo “democratico”?

E l’UE si spinge fino a inviare armi a un Paese esterno all’Unione, cosa mai accaduta, mentre invoca sanzioni sempre più dure, contro Mosca, le cui conseguenze pagheremo tutti e pagheremo caro. Ed Enrico Letta guida la pattuglia dei sostenitori dell’eterno “armiamoci e partite”, blaterando di valori assoluti davanti ai quali non si può transigere. Quei valori espressi dai neonazi che hanno bruciato vivi nella Casa dei Sindacati di Odessa forse 150 persone? Quelli che hanno ucciso il giovane fotografo italiano Andy Rocchelli e il suo sodale russo Andrej Mironov? Omicidio rimasto impunito, nel silenzio dei governanti ucraini. Addirittura stiamo leggendo di uffici reclutamento (a Milano!)“volontari” per una sorta di “legione straniera” da inviare in Ucraina, in barba ad ogni legge come del resto il nostro governo e il nostro parlamento si stanno infischiando tranquillamente dell’art. 11 della nostra Costituzione, ormai divenuto mero testo museale… C’è persino il direttore di un Museo Ebraico che si permette di attaccare il presidente dell’ANPI, l’ottimo Pagliarulo, per aver ricordato, mentre condanna l’invasione russa, le responsabilità della NATO!

Nel 1916 a Torino venne annullato un concerto di Arturo Toscanini perché aveva tra gli altri brani inserito uno di Wagner: come osa far risuonare la barbarica musica germanica nelle orecchie sensibili della cittadinanza torinese? – si chiedeva sarcastico Gramsci. La sua fu la voce clamantis in deserto. E il giornalista socialista in un articolo chiese scusa al grande maestro.
Oggi siamo di nuovo a quel punto. Il nemico è tutto ciò che è russo. Invano, qualche anno dopo, Leone Ginzburg, un russo (nativo di Odessa!) che aveva scelto Torino, per farsi italiano e combattere contro il fascismo, si batteva perché la cultura del tempo, si rendesse conto che l’identità europea non poteva prescindere dalla Russia: si può essere e sentirsi europei senza Tolstoj e Cechov, senza Puskin e senza Gogol, senza Dostoevskij, senza la grande musica, la grande arte, persino la grande spiritualità russa? Oggi una Santa Alleanza si è formata per annichilire la Russia, mossa più che da ragionamenti politici da un ritorno dell’antica russofobia, che, come ha scritto Guy Mettan, in un libro di cui suggerisco la lettura (Russofobia. Mille anni di diffidenza, Teti Editore), si sta trasformando in “russofollia”. Le conseguenze saranno pesanti per tutti.

PER UNA RINASCITA DELLA SINISTRA.

Proposta per una Costituente

2. Seconda puntata. Il quadro politico e la pandemia: attualità della rivoluzione?

Non c’è dubbio che nell’era del finanzcapitalismo  (o turbocapitalismo) così bene analizzato dal compianto Luciano Gallino, si sia verificato un grave arretramento della linea difensiva dei diritti dei lavoratori (e ancora di più delle lavoratrici), in parallelo alla perdita di diritti dei cittadini  nella “post-democrazia” (così chiamata dal politologo Colin Crouch), che possiamo interpretare come l’espressione istituzionale del capitalismo della nostra epoca, il quale ha un retroterra dottrinale nel neoliberismo, la teoria del privato è bello, la teoria della deregulation dei servizi, e della loro privatizzazione (trasporti, telecomunicazioni, sanità…), del progressivo arretramento del pubblico a vantaggio del privato. E quindi della scomparsa di politiche e di sentimenti fondati sulla solidarietà, dell’aiuto a chi resta indietro, del sostegno a chi “non ce la fa”. Prevale sempre più la logica del datti-da-fare, se vuoi sopravvivere. E le leggi, la loro formulazione e ancor più la loro applicazione, debbono adeguarsi a questa triste filosofia fondata sull’esaltazione della disuguaglianza, volta a creare feroci gerarchie sociali.

Nuovi assetti produttivi, vanno definendosi in questo capitalismo sempre più sovranazionale davanti al quale gli Stati nazionali appaiono in affanno, sempre più sopraffatti. Come ci ha insegnato Marx, l’economia va più veloce della politica, e il capitalismo globale “domina come Dio sull’universo”: è una frase di Tocqueville che riteneva, nella prima metà dell’Ottocento, a partire dall’esempio degli Usa, che fosse la democrazia a dominare estendendosi irresistibilmente sulla Terra. Dopo la lunga stagione della faticosa conquista dei diritti, dopo i “trenta gloriosi” (ossia gli anni Quaranta-Cinquanta-Sessanta), con le grandi conquiste sul piano di diritti sociali (una stagione da noi proseguita anche nella prima metà dei Settanta, specie sul  piano dei diritti civili), siamo entrati in un imbuto, alla cui ombra si stanno da un lato scardinando i diritti politici (si pensi alle varie riforme elettorali, ultima l’infamissima della riduzione dei parlamentari, a cui anche settori progressisti hanno consentito in nome di un preteso “risparmio”), e dall’altro si stanno riducendo quelli sociali, aggravando forme di oppressione e di sfruttamento. Come contentino ci vengono concessi taluni diritti civili, ma anch’essi col contagocce, e in modo spesso parziale, limitato o addirittura ingannevole.

Non dobbiamo certo rifiutare i diritti civili, ma non lasciamoci obnubilare da essi, mentre i fallimentatori di professione chiudono le fabbriche, i delocalizzatori conducono trattative sotto banco per spostare la produzione fuori d’Italia, e certo la risposta del cosiddetto “sovranismo” è sbagliata: il nemico non è il lavoratore di un altro Paese, il nemico è il padrone transnazionale. E occorre anche porre come obiettivo importante il principio che la democrazia deve entrare nei luoghi di lavoro, nelle fabbriche, e anche in questo Gramsci ci è maestro, con le sue teorie dei Consigli di fabbrica e di una democrazia operaia, dal basso, che si estende dalla fabbrica alla città. La gestione della pandemia ha volutamente sacrificato i lavoratori, come ha sacrificato gli anziani nelle residenze: “scarti” (come li ha definito, con amarezza, il sociologo Bauman) questi ultimi, come i primi invece sono stati considerati e usati come carne da cannone, per la produzione. Una volta i proletari si mandavano a morire in guerra, oggi si mandano a infettarsi nelle fabbriche, o sui mezzi di trasporto sovraffollati… E lo stesso dicasi del personale sanitario, osannato e insieme sacrificato, in modo vergognoso.

In sintesi, il capitale sta cambiando, con l’imporsi del capitalismo digitale, con la totale prevalenza del potere finanziario, con la perdita di potere degli Stati nazionali, davanti ai giganti del web e della finanza. E stanno cambiando le modalità lavorative e le figure del lavoro, tra chi lo dà e chi lo espleta. Cambia il lavoro, le sue tecnologie, il suo ambiente. Ma con una intensificazione dello sfruttamento e della precarizzazione. L’economia digitale sta modificando anche la testa delle persone, in una prospettiva transnazionale. E condiziona in modo mai visto finora i media, la cultura, i processi di formazione (si pensi all’aziendalizzazione della scuola e dell’università).

La rivoluzione è attuale, in questo contesto? Scriveva Gramsci un secolo fa: “La rivoluzione non è l’atto arbitrario di una organizzazione che si afferma rivoluzionaria”, ma è “un lunghissimo processo storico che si verifica nel sorgere, nello svilupparsi di determinate forze produttive […], in un determinato ambente storico”. Interviene su questo poi l’atto della volontà degli individui, sia i singoli, sia gli individui collettivi, le classi, quando abbiano maturato una precisa coscienza. Siamo in questa situazione, oggi?

Certo, non possiamo prendere Gramsci alla lettera. Il contesto 2020-2022 non è quello del 1918-1922, e tuttavia ci sono alcuni elementi comuni. La pandemia è stata assimilata a   una guerra, a torto o ragione, ma la metafora rende l’idea, anche se è stata usata anche per comprimere in modo più agevole gli spazi di libertà. E come ogni guerra ha lasciato ferite d’ogni sorta. E ha prodotto, e continua a produrre scontento, disgregazione, ansia sul futuro. Come un secolo fa c’è bisogno di ricostruire. Di creare un ordine, ma che sia nuovo. Tanto più in una situazione assolutamente nuova come quella legata a una pandemia che       non ha riscontri recenti, nel nostro mondo: quelle che l’hanno preceduta ci hanno soltanto sfiorato, essendo localizzate perlopiù fuori dall’Europa e dagli Usa.

E questo nuovo ordine a cui si dovrà tendere deve essere radicalmente diverso da quello che le classi dominanti stanno mettendo in atto, mattone dopo mattone, nella generale, colpevole inerzia (con minime sporadiche eccezioni) delle forze che in teoria dovrebbero rappresentare un’alternativa all’insegna dei bisogni e delle esigenze dei ceti popolari. Il PD e i suoi cespugli a Sinistra (Articolo 1, Sinistra Italiana…) sono sostanzialmente inglobati, pur con qualche modesto distinguo, mentre quelli a destra (Italia viva, PiùEuropa, Azione ecc.) si sono tranquillamente inseriti in un grande “centro” in un probabile processo di fusione con Forza Italia, a prezzo persino di fare andare al Quirinale un personaggio squalificato sotto ogni aspetto come Silvio Berlusconi: un’autentica oscenità solo il pensarlo. Di fatto è una nuova destra politica, che si sta formando, la quale tende a emarginare le ali estreme, ricuperando a sé il grosso della Lega e dei 5 Stelle, movimento che dopo aver saputo intercettare la protesta sociale e dato voce al bisogno di onestà, nella gestione della cosa pubblica, oggi appare frantumato, avendo mostrato drammaticamente la sua pochezza politica e una notevole dose di opportunismo, capace di produrre risultati positivi a breve termine, ma non a medio e lungo termine, anche  per il modesto, talora modestissimo livello di cultura non soltanto politica della stragrande maggioranza dei suoi dirigenti. Ma anche in questo movimento ci sono persone che hanno ancora una volontà genuina di fare il bene pubblico, e con loro bisogna parlare.

Gli orientamenti che i grandi potentati stanno esprimendo per superare la crisi pandemica non concedono spazio alla speranza che le cose possano cambiare: o meglio in fondo quelle scelte stanno dicendoci che le       cose cambieranno, ma non certo nel senso di un riequilibrio dei poteri e delle ricchezze: perché, proprio come era accaduto con la Guerra del ’14-’18 si sono prodotte nuove disuguaglianze, generando gigantesche ricchezze per le grandi multinazionali del farmaco, e inattesi profitti per farmacie, per ditte varie che si sono gettate sul mercato dei “presidi di sicurezza” anti-Coronavirus; e, scandalosamente ma non sorprendentemente, non pochi individui e gruppi hanno lucrato e continuano sulla “lotta alla pandemia”, in modo legale o illegale, sovente squisitamente truffaldino (si pensi soltanto allo scandalo “mascherine” dell’ex Presidente della Camera Irene Pivetti e alle numerose imputazioni emesse a carico dell’ex “commissario all’emergenza”, Domenico Arcuri, scelto personalmente, non dimentichiamolo, da Giuseppe Conte, allora presidente del Consiglio, il cosiddetto “avvocato del popolo”).

Dall’altro canto, abbiamo centinaia di migliaia di persone e famiglie che hanno patito su ogni piano non soltanto la pandemia, ma anche la risposta politico-sanitaria ad essa data da governi impreparati o semplicemente inetti, o direttamente colpevoli, o complici dei colpevoli che hanno distrutto il sistema sanitario nazionale, che era stato il principale risultato delle lotte sociali degli anni Sessanta. Una colpa irredimibile, di cui peraltro sembra che nessuno voglia assumersi la responsabilità e nessuno nei due anni di pandemia ha cercato di cominciare a rimediare alle scelte compiute, anzi il ricorso al privato è stata anche nella pandemia la principale risorsa: errori e insieme scelte precise che vanno in una direzione che non può essere la nostra.

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Adesso basta! (“Gegen Ugo Mattei und Consorten”)

Adesso basta! Ugo Mattei ci ha seccato.

Gli ho fatto passare tutto, nella campagna elettorale, condotta in modo scorretto e sgangherato, con un furgone super-inquinante che gracchiava per le vie di Torino, con volantini di propaganda per la sua lista distribuiti fuori tempo massimo, con comizi al Campus dove era vietato fare propaganda elettorale, con discorsi grotteschi, in cui alle domande di eventuali intervistatori o spettatori rispondeva sciorinando i propri meriti (tutti da scoprire), e quelli del babbo e del nonno (non ho approfondito, ma che c’entrano i parenti con quello che noi facciamo o diciamo?).

E la sua lista personale, partita poco dopo l’inizio dell’anno addirittura, lui la presentava come “né di destra, né di sinistra”, proprio lui che aveva incantato un po’ di giovani con la parola d’ordine del “benecomunismo”, dopo aver lucrato delle teorie di Stefano Rodotà, compianto, sui “Beni comuni”, e post mortem ha continuato a dirsi suo collaboratore, anzi nel suo discorso era Rodotà che semmai collaborava con lui…(povero Rodotà, mi piacerebbe proprio sentire un suo commento!).

Lui che scriveva sul Manifesto e partecipava scomposto ai cortei, purché fossero non di sinistra, ma di estrema sinistra. Lui che vociava contro il Tav, lui che voleva salvare la Cavallerizza dalla privatizzazione, lui che insegnava negli Usa e contemporaneamente a Torino, tanto da avere delle grane amministrative, dalle quali non so come sia uscito.

In campagna elettorale al di là delle pagliacciate (esempio il tuffo nel Po per dimostrare la sua purezza, tra pantegane e piante velenose…), ha continuato a ripetere fino alla vigilia estrema del voto che i sondaggi che lo davano spacciato erano fasulli, e che i suoi personali sondaggi, affidati ad una società statunitense lo accreditavano del 25-30% e che sarebbe arrivato sicuramente al ballottaggio.  Ora infatti ripete lo schema e dice che i dati del Ministero della Sanità e quelli dell’OMS e di tutti gli organismi di ricerca e amministrazione della scienza medica sono farlocchi, e che lui ha i dati veri. E che è falso che i non vaccinati siano più esposti alla malattia, più a rischio di prenderla in modo grave, più a rischio di intasare gli ospedali e di morire e far morire coloro – affetti da altre patologie – a cui in sostanza rubano i posti letto.

In effetti, a un certo punto della campagna elettorale, lunga ed estenuante, davanti agli scarsi progressi della sua lista (tutta sua), ecco il giurista Mattei scoprire nei no vax un bacino elettorale e cominciare a vezzeggiarli. E poi fallito, come candidato sindaco, come consigliere, come docente, ha deciso che quel bacino elettorale poteva diventare direttamente un bacino politico, ed ecco lanciare l’idea del movimento “olistico”, nel qual ci può stare di tutto, come in effetti capita tra i no mask no vax no pass…

E , ora si spaccia per costituzionalista, senza esserlo, e persino conoscitore del passato storico per appellarvisi onde sostenere la causa per la quale combatte, intrepido, leader in pectore del movimento, cercando di rubare la scena ad altri personaggi in cerca di visibilità: dal vecchio Agamben, ripescato in un fondo di magazzino foucaultiano, al solito Cacciari, che non perde un’occasione per farsi notare sprezzante di dire autentiche minchiate (sia consentito il termine), fino ai residui del mondo che fu, come Carlo Freccero, il sedicente filosofo Diego Fusaro, l’ex medico (radiato dall’Ordine) e opinionista tuttologo, Alessandro Meluzzi, passato dal PCI a Forza Italia, con cui fu eletto in Parlamento.  Una bella compagnia cantante, che comprende altre cime come Enrico Montesano, Eleonora Brigliadori e non so più chi altri…

Ma il più acccanito è lui, il Mattei, il benecomunista olistico, che straparla, e alla manifestazione di sabato 8 a Torino ha arringato la folla, con una grottesca “lectio magistralis”, nella quale ha lanciato con grande temerarietà la idea di un CLN, un nuovo Comitato di Liberazione Nazionale che, come quello che radunava le forze antifasciste per guidare la Resistenza contro le camicie nere e i loro padroni nazisti, vorrebbe liberare gli italiani. E con una impudenza a cui ormai ci ha abituato nelle sue sortite, ha paragonato se stesso, con grande modestia, ai 12 docenti che rinunciarono alla cattedra nel 1931 perché si rifiutarono di giurare fedeltà al regime mussoliniano.

Del resto questo genere di paragoni storici, che gridano vendetta, erano già circolati negli scorsi mesi, con osceni richiami ad Auschwitz, con la falsa, infame analogia, tra gli ebrei perseguitati e inviati nei campi di sterminio, e i “resistenti” no vax che vogliamo cacciare in qualche campo di patate, forse, dove starebbero benissimo a scavarle, per servire alle mense popolari.

No, ora basta! Le scempiaggini pseudoscientifiche che i social media hanno diffuso e amplificato, le semplificazioni giuridiche altrettanto infondate, insieme alle aggressioni agli ospedali alle ambulanze le minacce e le violenze contro medici e paramedici, devono suscitare dopo la riprovazione, per tacere dell’azione squadristica contro la CGIL (che vide uniti no mask no vax e no green pass ai fascisti di ogni risma) una risposta del mondo intellettuale. Basta con questi pseudo-scienziati, basta con questi filosofi da strapazzo, basta con questi giuristi dell’ultim’ora. Non c’è un solo scienziato serio, che si sia espresso contro mascherina e vaccini, non c’è un solo costituzionalista che abbia avallato la bella trovata di Agamben, ripetuta pappagallescamente dai suoi seguaci, della “dittatura sanitaria”, non c’è una sola persona di buon senso che possa paragonare il vaccino al gas Zyclon-B con cui si uccidevano a milioni gli internati nei lager nazisti. Non c’è un intellettuale degno di questo nome che possa ancora tollerare queste sparate, che impunemente Ugo Mattei, sta ululando nelle piazze.


Ora basta! Mattei non sa cos’è stato il fascismo, infanga la Resistenza, e ignora quale fu il ruolo storico  il CLN e quale coraggio ebbero i professori che non giurarono.  Il suo coraggio, è quello del piccolo demagogo opportunista, in caccia di consenso, pensando, dopo il fiasco locale a Torino, di mettere su una schiera che lo porti a Montecitorio o a Palazzo Madama.

E tutto questo non vuol dire avallare acriticamente Draghi e Speranza, e gli altri ministri e amministratori; tutt’altro: gli errori sono stati tanti e proseguono. Ma conservare lo spirito critico, non deve indurci a osannare la “libertà” come fanno i fascisti (curioso, questo appellarsi alla libertà da parte loro!), seguendo la loro leader Meloni, o i leghisti che ancora stanno a sentire Salvini. La libertà è sempre da considerare in un quadro sociale, di interesse generale. È così difficile da capire? E quando, nella storia, abbiamo sentito soltanto gridare “Libertà” era la destra che faceva capolino, se accanto alla libertà non si chiedeva uguaglianza, che è la cartina di tornasole della sinistra.  E oggi uguaglianza significa assicurare a tutti, nel mondo, il vaccino, i vaccini, non importa se le varianti del Coronavirus ci obbligheranno a farne due tre quattro cinque dosi. E mentre qui da noi, nel ricco Occidente, ci sono quelli che lo rifiutano, sdegnosamente in nome della “libertà” o per timore di essere controllati dal Grande Fratello, e non vogliono sostentare Big Pharma (ma intanto sono pronti a dare alle aziende farmaceutiche milioni di euro e dollari con centinaia di tamponi, invece del vaccino!), una larga parte di umanità anela a quei vaccini. Oggi schierarsi a sinistra significa non lottare contro il vaccino ma contro i brevetti per i vaccini e farli arrivare in dosi massicce in Africa, Asia, America Latina. Questo è esser di sinistra, questo è sostenere le cure mediche come un “bene comune”, e non urlare nelle strade d’Italia, beotamente: “Libertà-Libertà-Libertà”.

Capito, Mattei, “benecomunista” dei miei stivali?

Il silenzio degli intellettuali seri, non cialtroneschi come lui, non può proseguire.  È ora di gridargli sul muso: “Mattei, ora basta!”

Ugo Mattei a Torino arringa le folle (8 gennaio 2022 . Il sottotitolo dell’articolo è una parafrasi da Marx ed Engels,”Die heilige Familie. oder Kritik der kritischen Kritik”, ossia “La sacra famiglia, ovvero Critica della critica critica” (1845) che recita “Contro Bruno Bauer e consorti”, in tedesco: “Gegen Bruno Bauer und Consorten”, stroncatura della cosiddetta sinistra hegeliana)

“I soldi non ci sono”. Ma per qualcuno sì

Lo so, il tema interessa solo qualche decina di migliaia di italiani e italiane, quei nostri concittadini impegnati professionalmente nella ricerca scientifica (nel significato più ampio), un settore che alla luce della pandemia da Coronavirus che dura ormai da oltre due anni, si è rivelato però strategico. Cosa che peraltro i nostri governanti centrali e amministratori locali dovrebbero ben sapere.  Tutti si riempiono la bocca, beninteso, sull’importanza della ricerca, e sulla necessità del suo finanziamento. Ma chi lavora nelle università e nei centri alla ricerca adibiti piange ogni giorno miseria, perché i fondi scarseggiano o mancano del tutto.

È noto che l’Italia è, al solito, fanalino di coda in Europa in questo ambito. E la “fuga dei cervelli” dal Bel Paese in paesi magari meno belli ma più accoglienti è incessante e addirittura in aumento costante. Ma non pare che questa venga percepita come una emergenza nazionale: e invece lo è. Basti pensare al CNR, la principale istituzione di ricerca, che dovrebbe sovrintendere e coordinare e promuovere la ricerca, che soffre di una strutturale carenza di fondi. Chi ci lavora, chi ci ha lavorato, o semplicemente chi vi ha svolto seminari (come il sottoscritto) ha toccato con mano questa drammatica carenza. Là chi vuole fare ricerca e non accontentarsi di gestire la normale amministrazione, deve procacciarsi i fondi all’esterno e spesso mettere addirittura di tasca propria una quota, pagarsi le spese vive, e così via. Una situazione a dir poco scandalosa. Alla quale siamo stati abituati dal ritornello ripetuto all’infinito dai politici: “Non ci sono soldi”. Abbiamo provato ogni volta a rispondere che i soldi ci sono e che basta spostare la loro destinazione, e invece del TAV o del Ponte sullo Stretto, di cui si sta ricominciando a parlare, invece delle “missioni di pace” in decine di posti del mondo, invece degli aerei da combattimento F35 (uno dei quali costa come centinaia di centri di ricerca o decine di ospedali, tanto per dire), si può finanziare decentemente università e ricerca. Ma non ci danno retta.

Inoltre se accendiamo un faro specifico sui fondi per la ricerca, facciamo delle interessanti scoperte. Fermiamoci sull’ultima, segnalata, vigorosamente, dalla docente e senatrice a vita Elena Cattaneo, un’autorità nel campo della ricerca scientifica, specificamente farmacologica. Prima sul quotidiano Domani poi sul Messaggero, questa scienziata ha denunciato senza alcun successo, finora, un’ennesima infamia, che grida vendetta. La denuncia è stata per ora ripresa soltanto dall’ANDU (Associazione Nazionale dei Docenti Universitari), ma mi auguro che altri, singoli o gruppi, vogliano rilanciarla, sia per il fatto in sé, sia per il significato politico generale che conferma come il clientelismo, l’interesse personale e di camarilla, siano i valori che guidano il cammino della classe politica italiana, a livello centrale come locale.

Dunque nella legge di Bilancio approvata senza alcuna discussione, nel clima emergenziale in cui siamo immersi, ma con un nuovo, ulteriore schiaffo al Parlamento, peraltro compiacente a quanto pare di ricevere schiaffi, rinunciando alle proprie funzioni istituzionali, è stato inserito, fra gli innumerevoli emendamenti, uno (primo firmatario, il senatore PD Daniele Manca, titolo di studio Diploma di Maturità scientifica) per dar vita alla Fondazione “Biotecnopolo” di Siena, con una dotazione di 9 milioni per il 2022, 12 per il 2023 e 16 all’anno per sempre – per sempre! – dal 2024. A Siena e nel circondario vi sono già diverse istituzioni “d’eccellenza” nell’ambito delle scienze della vita, ambito in cui si dovrebbe collocare anche questo “Biotecnopolo”.  Che bisogno v’era di crearne un’altra? Le voci circolanti dicono che il segretario PD Enrico Letta nella campagna elettorale per vincere il collegio di Siena nelle elezioni suppletive di qualche settimana fa, aveva fatto promesse ai potentati locali, ai grandi collettori di voti. Ed ecco che arriva la ricompensa: un bel centro di ricerca, lautamente finanziato dallo Stato, quello stesso Stato che nega fondi agli atenei, e al CNR.

Si tratta, in realtà, solo dell’ultimo esempio di una sciagurata gestione dei fondi pubblici, di una assenza totale di serietà della classe politica e amministrativa, e dell’assoluto disinteresse per la ricerca, per i parametri di scientificità, oggettività, e apartiticità che dovrebbe avere. Invece anche la ricerca è diventata terreno di caccia, strumento di consenso, mezzo acchiappavoti. E lo è specialmente quella detta di “eccellenza”, un campo divenuto di puro arbitrio da parte dei potenti di turno, rispetto al quale, ahinoi, il ceto degli studiosi e degli intellettuali tace, sperando di lucrare col proprio silenzio un posto in un CdA, in un Comitato scientifico (di quelli importanti e provvisti di lauti gettoni), e quando fanno sentire la loro pur flebile voce lo fanno perché non hanno ottenuto, per sé e le loro strette cerchie, ciò che era stato loro promesso.

Ammesso che sia giusto far nascere centri di ricerca, ad ogni piè sospinto, non si dovrebbe forse procedere in altro modo? Scrive la Cattaneo a proposito del Biotecnopolo: “Il rischio di veder nascere l’ennesimo centro di ricerca sulle scienze della vita dotato di risorse proprie, assegnate senza competizione ogni anno e per sempre, che si sovrappone con un contesto regionale e nazionale già ricco di iniziative e soggetti attivi e produttivi sullo stesso tema è evidente e dovrebbe essere chiaro a chi si interessa di politiche pubbliche, soprattutto in un Paese che conta già 150 tra università, IRCCS ed enti di ricerca”.

Come ho ricordato, si tratta solo dell’ultimo esempio, vergognoso, di una gestione politico-affaristico-clientelare della ricerca scientifica.  Era il 2003, quando, con un’operazione analoga, un decreto legge (dunque di nuovo senza alcun dibattito), dava vita l’Istituto italiano di tecnologia (IIT), fondazione di diritto privato, ma con finanziamento pubblico inizialmente di 10 anni, ma die anni dopo trasformato in finanziamento perenne di circa 100 milioni all’anno. Chi fu il promotore? Un certo Giulio Tremonti, per puro caso allora ricoprente la carica di ministro dell’Economia nel governo Berlusconi. Che cosa ha prodotto dal 2003 al 2022 quell’istituto a nostro carico? In 18 anni ha succhiato circa un miliardo e settecentomila euro, tra soldi pubblici e soldi di privati. La stessa domanda potremmo farci per un’altra istituzione, lo Human Technopole (HT) di Milano, imposto manu militari nel 2016 da Matteo Renzi, capo del governo, il quale senza chiedere pareri scientifici né di compatibilità economica, decise di costruire un nuovo centro di ricerca nell’area di Expo 2015. Quell’istituto ebbe una dotazione, di nuovo perenne, di 140 milioni di euro all’anno, e anche in quel caso si procedette per decreto legge. Già allora la professoressa Cattaneo, entrata in Senato per nomina di Giorgio Napolitano nel 2013, denunciò le “modalità arbitrarie e poco trasparenti” con cui si era proceduto, sottolineando che non vi era stata uno straccio di gara. Ma allora Renzi aveva un potere quasi assoluto, e il PD gli si affidava perché “finalmente si torna a vincere”.

La Cattaneo ebbe a rilevare che quella era una “concorrenza sleale” nei confronti  di tutti gli altri enti e istituti obbligati alla competizione, per ottenere risorse. E questo a prescindere poi dalla missione scientifica di quella singola istituzione. Anche lo Human Technopole nell’arco del tempo, dopo una serie di interventi legislativi, e con l’intervento tre ministeri riuscì a fare anche qualcosa di buono. Ma non è così che si deve procedere. E ricordiamo ancora che nel 2020, un emendamento al cosiddetto “decreto Rilancio”, firmato da Maria Stella Gelmini (l’Attila dell’Università italiana), premiata oggi con il ministero per gli Affari regionali, diede il via a un “Centro per l’innovazione e il trasferimento tecnologico in Lombardia”, all’interno sempre dello Human Technopole, con un finanziamento aggiuntivo di 10 milioni di euro per il primo anno e di due milioni annui successivamente. Ed era il momento in cui non c’erano soldi per gli ospedali, dopo la “cura” a base di regionalizzazione, aziendalizzazione, e privatizzazione, ospedali intasati da pazienti Covid. E la Lombardia era ridotta davvero malissimo, da una gestione della pubblica sanità che oggi è sotto l’occhio della magistratura. Inoltre in quella regione erano già presenti ben due centri con funzioni analoghe a quelle del nuovo centro “gelminiano”.

L’elenco potrebbe continuare, con grandi e piccoli istituti di ricerca, centri “di eccellenza”, che nascono in modo opaco, sempre per decisione del potente di turno, prescindendo da esigenze reali della società, e dal parere di esperti indipendenti. Come si procede in altre nazioni? La Cattaneo ricorda che il sindaco di New York Bloomberg (preciso, uomo di destra) decise di realizzare un nuovo polo di ricerca scientifica: fece un bando pubblico, aperto internazionalmente, e una commissione di studiosi scelse, tra una ventina di proposte diverse. Siamo sempre pronti a lodare gli Usa, ma quando ci sarebbe da seguirne l’esempio ce li scordiamo.  Perché qui da noi anche la ricerca è merce di scambio, ed è soggetta al capriccio dei potenti. E si sta procedendo nella direzione di creare università e centri di ricerca divise per fasce, come il campionato di calcio: e la massa più rilevante dei contributi pubblici (che a loro volta attireranno quelli privati) sarà concentrata in pochi centri (quelli decretati “di eccellenza”), che avranno la possibilità di fare ricerca senza affanni, mentre tutti gli altri – divisi appunto per classe, A B C Quarta serie, e via via discendendo – dovranno accontentarsi di quanto rimane, fino agli ultimi, che riceveranno briciole. E i “cervelli” italiani, se non hanno la fortuna di finire nella serie A, saranno sempre di più tentati di cercare altrove, fuori d’Italia, la serietà, prima ancora che i fondi.

Ora ci sarà la grande pioggia di denaro del PNRR: “grande opportunità” si ripete, e rischio ancora più grande. Un test interessante per vedere se si può ricuperare un po’ di dignità nel mondo della ricerca, e un po’ di etica nel mondo della politica. Sono, ad essere eufemistici, assai dubbioso.

(nella foto tratta dal web, la senatrice Elena Cattaneo)

I cosiddetti “diritti umani” nell’era post-democratica

Il mondo celebra il 9 dicembre i “diritti umani” (aspetto qualcuno che mi spieghi che cosa sono: ho una laurea in Filosofia del diritto con Norberto Bobbio e oltre 40 anni di docenza alle spalle di Storia del pensiero politico, ma l’espressione mi sembra vaga e ambigua…) e precisamente in questa data, con tempismo eccezionale, l’Alta corte di giustizia inglese si pronuncia a favore dell’estradizione di Julian Assange negli Usa, il che vuol dire come minimo ergastolo se non morte per quello che io personalmente definii tempo fa “un eroe del nostro tempo”.

Contemporaneamente, nella medesima “giornata dei diritti umani” la nostra Corte di Cassazione conferma l’assoluzione per il fascista ucraino Vitaly Markiv, condannato in primo grado a 24 anni di reclusione per l’omicidio di Andrea Rocchelli, Andy per amici e familiari, ucciso mentre cercava di documentare i fatti seguiti al golpe ucraino, sostenuto da USA e UE, nella regione del Donbass. In seconda battuta Markiv, per la cui liberazione si è vergognosamente battuto il Partito Radicale Italiano (sempre in prima fila in questioni di giustizia!), era stato assolto, in Appello. E ora la faccenda viene dichiarata chiusa da questa sentenza che non smentisce l’impianto accusatorio ma rigetta la richiesta di un nuovo processo, avanzata dalla procura, per questioni di mera forma.

Trionfa dunque l’ingiustizia nell’era della post-democrazia, la quale, tronfiamente, goffamente, celebra i “diritti umani”.

Ma questi due fatti, scollegati fra loro, e accomunati dalla iniquità di una “giustizia” che in Italia come in Inghilterra si nutre di pura forma, e rigetta la sostanza, una “giustizia” che nulla ha a che spartire con la verità, sono collegati strettamente da un filo rosso (o piuttosto nero, nerissimo). Essi certificano la fine del diritto all’informazione. Rocchelli con le fotografie (bellissime, tra l’altro: autentiche opere d’arte) e Assange con il sito Wikileaks, hanno documentato le infamie della guerra, gli “arcana imperii et dominationis” (di cui parla Tacito), le vergogne del potere, le oscenità dell’ingiustizia globale. Il popolo deve sapere, aveva detto Lenin, rendendo pubblici i trattati segreti sottoscritti dallo Zar con le potenze imperialistiche. Dove esiste un potere invisibile non può esserci democrazia, mi ha insegnato Bobbio. E dunque?

Ciliegia sulla torta: sempre il 9 dicembre con una coda il giorno 10, si svolgevano le assise virtuali dell’autocelebrazione della “democrazia”, con il “Summit for democracy” convocato dal capo del paese che vuole vedere Assange sulla sedia elettrica (per avere raccontato la verità sulle guerre di “esportazione della democrazia”), o marcire a San Quintino. La stessa nazione che ha sostenuto il colpo di Stato in Ucraina, e che porta, sia pure indirettamente, la responsabilità dell’assassinio di Andy Rocchelli. Ebbene, il presidente Biden ha avuto l’improntitudine di dichiarare, nell’apertura della videconferenza, queste priorità per il sistema democratico: “Combattere la corruzione, difendere la libertà dei media e i diritti umani”.

Qualche anchorman, qualche ministro, qualche sottosegretario, qualche presidente, ha nulla da dire in proposito? Dobbiamo sempre chinare la testa e trangugiare il boccone, anche quando amarissimo?

Feb 18, Kiev, Ucraina: protests in the Ukrainian capital continue

Una fotografia di Andrea Rocchelli in Ucraina tratta dal portfolio nel suo sito

Sull’orlo del baratro. TRA CONTE E RENZI. Una piccola lezione di politica

La classifica dei personaggi che nei miei articoli ho preso di mira nel corso degli ultimi venticinque anni è guidata, senza ombra di dubbio, da Silvio Berlusconi; ma al secondo posto c’è lui, Matteo Renzi, il bullo di Rignano. Lo abbiamo osteggiato – uso il plurale, come dovrei fare anche per il Berlusconi, del resto –, nella persuasione che tanti la pensavano come il sottoscritto, e avremmo desiderato vedere disarcionato il primo come poi il secondo. Personalmente l’ho fortemente osteggiato, in tutti i modi che mi erano consentiti, per i contenuti della sua politica. L’ho combattuto sul jobs act, sulla buona scuola, e soprattutto sul referendum costituzionale, quando alla sua provvidenziale disfatta non seguì il ritiro della politica, come con grande enfasi aveva dato il menzognero annuncio di ritirarsi dalla politica.

(Foto ANSA/RICCARDO ANTIMIANI)

In Renzi c’era un disvalore aggiunto: i modi, il  “piacionismo”, la facilità a dire e disdire, la cialtroneria insistita sul “nuovismo”, e soprattutto la smodata ambizione politica. Del resto erano proprio i suoi modi che avevano fatto presa sull’elettorato orfano del PCI, allargandone i confini. Sicché Renzi era divenuto signore indiscusso del PD, con una irresistibile quanto rapida ascesa al vertice, osannato dal popolo piddino che lo credette il nuovo Togliatti, coccolato dai media, protetto dai poteri forti, e sul piano internazionale uno degli interlocutori privilegiati dei governanti israeliani, amato dagli yankees, Renzi apparve l’astro nascente della terza Repubblica, che avrebbe dovuto reggere grazie alla riforma costituzionale e a quella elettorale.

Il fiasco referendario lo mise fuori gioco, anche se alla politica non rinunciò affatto, come abbiamo potuto constatare, e ben presto essendosi chiusi gli spazi interni al PD trasmigrò creando un suo gruppetto, di non molta fortuna, ma di non scarsa ambizione. Gruppetto determinante per far nascere il Governo Conte II. E altrettanto per farlo cadere, o comunque tenerlo in ostaggio.

Detto tutto questo, a costo di deludere i miei “ammiratori” e “seguaci”, nella contesa che ha portato il governo sull’orlo del baratro, io ritengo che le responsabilità non siano di Matteo Renzi ma piuttosto di Giuseppe Conte. Mi ha agghiacciato assistere allo scatenarsi dell’odio contro Renzi da parte non solo dei Cinque Stelle, timorosi di essere mandati a casa da una anticipata tornata elettorale (per ben pochi di loro sarà possibile un rientro nelle aule dei Sacri Palazzi, stante la perdita di consensi, aggravata dalla demenziale, e direi infame riforma che ha dimezzato il numero dei parlamentari), ma degli ex sodali del PD, dei suoi ex tifosi lo osannavano e oggi lo crocifiggono. E mi ha angustiato leggere i commenti degli osservatori professionali, compresi quelli di sinistra-sinistra o degli sparuti rappresentanti della pseudo-sinistra di governo che col ministro della Salute Speranza hanno mostrato la loro totale pochezza politica. Commenti a senso unico: non semplicemente ingiuriosi verso Renzi (tirando spesso in ballo, i più beceri, i suoi genitori per le loro grane giudiziarie), ma incredibilmente privi di capacità di analisi sui fatti. Ossia ci si è fatti sovradeterminare dall’antipatia per il personaggio (che sicuramente la merita tutta), invece di provare a entrare nel merito delle sue proposte, o delle sue richieste.

Pochissimi si sono distinti: Stefano Feltri, direttore di Domani, in primo luogo, Massimo Cacciari, più volte, e recentissimo, persino, Ernesto Galli Della Loggia, sul Corriere della Sera. Pochi hanno avuto il coraggio di puntare l’indice invece che su questo bersaglio facile, il Renzi testa di turco, contro colui che invece merita, a mio avviso, tutta la pubblica esecrazione, ossia Giuseppe Conte, il signor nessuno spuntato dal cilindro dell’altro signor nessuno Luigi Di Maio. Come d’altronde, e lo scrive bene Della Loggia, tutti o quasi i politici di M5S, privi di qualsiasi background politico e culturale. Scelti dai capi palesi o occulti (ora Grillo, ora Casaleggio, ora Di Maio) oppure votati (con quale grado di controllo democratico non si può sapere), da “Rousseau”, la mitica “piattaforma” che infanga il glorioso nome del grande Ginevrino, un luogo virtuale dove gli aderenti decidono, fanno, disfano, in attesa che si avveri l’ultima profezia di Nostradamus-Grillo: il voto per sorteggio.

Galli Della Loggia ha messo in luce ciò che tutti dovrebbero aver chiaro: il trasformismo opportunistico di questo oscuro avvocato finito a guidare il governo, divenuto professore ordinario all’università con una carriera diciamo in cui il destino lo ha favorito avendo messo a capo  della commissione che gli diede la cattedra, il titolare di studio legale dove egli stesso praticava l’avvocatura (quando si dice il caso!). Ma possibile che a nessuno puzzi, direbbe Machiavelli, questa situazione? Un ignoto diviene presidente del Consiglio di un governo di destra che approva provvedimenti osceni, uno dopo l’altro, e una volta che il suo alleato Salvini cerca di sgambettarlo, avanzando la richiesta dei pieni poteri, con un misto di idiozia e ingenuità, ecco il signor nessuno diventare capo di un governo fotocopia ma ad alleanze rovesciate, col PD che sostituisce la Lega. E Conte (sul quale per settimane il segretario PD Zingaretti aveva fatto grottesche barricate: “il primo segnale di discontinuità deve essere il cambio del presidente del consiglio!, aveva tuonato, mentre le rane gracidavano intorno a lui, incuranti di quella voce) rimase al potere, e si trovò a gestire la prima crisi pandemica, godendo del favor popolare, a furia i proclami di grottesco ottimismo (ce la faremo, nessuno rimarrà solo, non lasceremo indietro nessuno, il governo è con voi, andrà tutto bene…), che nell’arco di un anno ha dimostrato tutte le sue falle, pericolose, e criminali.

Ai primi mesi sentivo e leggevo voci “a sinistra”: “immaginate se al governo ci fosse stato Salvini!?” Ma che razza di ragionamenti politici sarebbero codesti? E avendo nominato Salvini, mi tocca ribadire che nei sequestri di persone o negli illeciti respingimenti di migranti, per cui il leghista è a processo, la responsabilità dell’allora ministro dell’Interno fu interamente condivisa e avallata dal presidente del Consiglio. Come possiamo fingere di dimenticarlo? E che almeno una parola andrebbe da lui oggi detta, una franca ammissione di responsabilità, insomma.


E ritorno a Renzi: al netto dell’antipatia, al netto dell’ambizione, e dei suoi retropensieri che si riferiscono senz’altro all’ansia di potere personale, Renzi ha denunciato l’accentramento anomalo di potere nelle mani del presidente del Consiglio, con l’abuso di DPCM, con l’abuso dei decreti di stato d’eccezione, con l’anomalo ricorso a comitati di scelta del premier, composti da sedicenti “esperti”, che già nella prima ondata pandemica  facevano capo direttamente a lui (a proposito: che risultati ha prodotto la carica dei 900 guidati da Vittorio Colao, un manager residente a Londra, ex ad di Vodafone…, che avrebbe dovuto salvare l’Italia dal Coronavirus?). E di nuovo ora Conte ci ha riprovato per la gestione dei fondi europei, che pretenderebbe (o avrebbe preteso?) di gestire direttamente, attraverso un altro comitato di sua nomina? Per tacere del Commissario all’emergenza Arcuri (in grave sospetto di conflitto di interessi), le cui funzioni peraltro vanno sovente a sovrapporsi e confliggere con quelle ministeriali, con quelle della Protezione Civile, con quelle dei vari comitati tecnico-scientifici. E taccio delle allucinanti dispute tra Ministeri, Regioni, Comuni, ASL, con risultati che sono a dir poco inquietanti…

Dunque Renzi, ha detto queste cose, ha mosso queste accuse: nel modo antipatico che gli conosciamo. E ne ha aggiunto una forse più grave: la totale inerzia del governo nel piano del Recovery. È stato lasciato passare più di un mese, e il piano governativo era rimasto un catalogo di buone intenzioni. Italia Viva ha presentato un piano articolato, in cui certo sono state inserite delle boiate come il TAV o addirittura il Ponte sullo Stretto. Ma il problema è che Conte ha dimostrato totale inadeguatezza, con un corrispettivo, inquietante, di arroganza (la perla è la pretesa di gestione “en solitaire” dei Servizi segreti), di conduzione insomma monocratica del potere. Cosa grave di per sé, in regime democratico, ma intollerabile da parte di  un signore di nessuna esperienza, che nessuno ha eletto, che non rappresenta nessuno, che è stato indicato dall’allora “rappresentante politico” del M5S, come “avvocato del popolo”: e che governò un anno con i populisti di destra, per poi riciclarsi senza batter ciglio con gli avversari dichiarati tanto dei populisti di destra quanto degli altri populisti che non oserei definire di sinistra. Anzi! Come non ci si è accorti che i “pieni poteri” reclamati con stolta protervia da Matteo Salvini l’avvocato Giuseppe Conte li ha esercitati finora surrettiziamente, di fatto, con il suo felpatissimo stile democristiano? E come non gridare scandalo davanti all’osceno tentativo di raccattare voti a destra e a manca, invece di fare la sola cosa dignitosa e costituzionamente corretta appena perso il consenso del gruppo di IV? Ossia andare al Quirinale e rassegnare le dimissioni? Quando lo farà, spero oggi stesso, sarà sempre tardi.

Concludendo: quando si vuole contestare un avversario, si devono discutere, con la competenza, e se del caso con la durezza necessaria, le sue idee e le sue proposte, entrando nel merito; ma non farsi guidare semplicemente dall’antipatia o addirittura idiosincrasia (o all’opposto, dalla simpatia) per la persona. Si tratta di una norma dell’agire politico che definirei elementare. E che mi duole constatare ignorata o calpestata soprattutto a sinistra.  

Siamo sull’orlo del baratro. Tra cattiva gestione sanitaria, numeri farlocchi dati dalle autorità politiche e sanitarie. Sistema sanitario al collasso, per colpa di tagli indiscriminati durati decenni da parte di tutte la maggioranze governative succedutesi. Una generazione di ragazzi e ragazze, di adolescenti e di giovani a cui è stata sottratta la scuola. Interi settori economici disastrati, con nessuna prospettiva di ripresa in tempi accettabili, mentre mafia e ndrangheta si fanno avanti per rilevare aziende messe in ginocchio dalle chiusure. Assoluta subalternità italiana in politica estera tanto all’UE, quanto gli USA, ma persino a Egitto, Turchia, Israele… Spese militari costanti o addirittura in aumento davanti al bisogno crescente di spese sanitarie: bombardieri che vanno alla grande, mentre i posti letto latitano. E ora il vaccino di fatto sta andando all’asta: chi può pagare di più ne accaparra scorte ampie (Vedi Israele o Germania) chi non può aspetta, chissà fino a quando. E via seguitando. La logica del Mercato trionfa. La pandemia è l’ultimo trionfo del Capitale.

Come ne usciremo? Ne usciremo? Non è meglio andare a votare? E la sinistra non dovrebbe, se non è tutta in coma profondo, tentare di ragionare in vista di una prospettiva del genere, unitariamente? E abbozzare già un programma di minima, sulle cose essenziali da fare?

Siamo sull’orlo del baratro, insomma, e a maggior ragione rifiuto l’alternativa (la falsa alternativa) Renzi/Conte. Invito piuttosto a riflettere sui contenuti delle proposte dell’uno e dell’altro e persino, se si cogliessero spunti utili, dell’intero panorama politico. Nell’ultimo dibattito parlamentare ho sentito spesso, lo affermo sia pure a bassa voce, cose più interessanti da taluni esponenti della destra antigovernativa che da quasi tutti gli esponenti dell’area di governo, e specialmente dalla totalità del PD. A questo partito, preteso “erede” del Partito Comunista di cui stiamo celebrando il centenario, va il mio triste requiem.

Eclettico e fuori degli schemi. Addio a GIOrgio Galli

Anche Giorgio Galli ci ha lasciato, proprio alla fine di questo anno terribile. È morto, per infarto, oggi, 27 dicembre 2020. Aveva 92 anni: la sua è stata una esistenza lunga e laboriosa. Negli ultimi anni era piuttosto dimenticato, ma in passato aveva goduto di una notevole fama tra politologi, storici del pensiero e dei movimenti politici, opinionisti. In accademia non godè di gran fortuna, sebbene sia stato a lungo professore all’Università statale di Milano (non ottenendo mai la cattedra, se non ricordo male): in particolare venne sempre considerato un “estraneo” alla disciplina che insegnava, e che fu la mia, la Storia delle dottrine politiche, a cui dedicò anche uno svelto manuale (per Il Saggiatore, nel 1985).

In effetti Galli non aveva i “quarti di nobiltà” che questa disciplina, piuttosto parruccona e retriva rispetto all’innovazione e idiosincratica verso l’originalità, richiede; né lui fece alcunché per ingraziarsi i boss, un passaggio indispensabile se non si voleva essere emarginati o quanto meno variamente penalizzati (parlo per personale esperienza). D’altro canto, egli, scrittore prolifico (un’ottantina di libri!), eclettico fino all’estremo, viaggiò sempre su terre di confine, in territori che era difficile identificare in modo certo e definitivo: il meglio di sé lo diede negli anni Sessanta, con la formula del “bipartitismo imperfetto” (il volume così intitolato fu pubblicato dalle edizioni del Mulino nel 1966) per identificare la situazione politica italiana, bloccata fra DC e PCI: imperfetto perché, da un canto, in fondo vigeva quello che il giornalista Alberto Ronchey aveva chiamato “Il fattore K”, per indicare l’ipoteca (negativa a suo parere) del comunismo sul PCI, che impediva una sua ascesa al governo del Paese, mentre d’altro canto la DC era per varie ragioni, a cominciare dal sostegno del Vaticano e delle gerarchie cattoliche, inamovibile. In sostanza dei due componenti del campo bipartitico,  uno (il PCI) era di fatto impossibilitato all’ascesa al potere per ragioni ideologiche (il comunismo, e la “fedeltà” all’URSS), e l’altro (la DC) era embricato nella società italiana, tra istituzioni e forze sociali ed economiche, a tal punto che neppure le cannonate avrebbero potuto scollarlo dal governo. Eppure quei due competitors erano in combutta nel sottogoverno, nella gestione di clientele, di apparati sindacali, e quant’altro.

Le altre opere rilevanti di Galli non furono mai tecnicamente di storia del pensiero politico, ma sempre aperte e talvolta incerte, tra scienza politica e storia dei partiti, tra sociologia e filosofia politica, opere spesso discutibili sul piano metodo e anche sulle tesi interpretative, ma sempre stimolanti, capaci cioè (anche per esser confutate, e persino di essere radicalmente respinte), di dare inedite suggestioni, aprire scenari nuovi, suscitare la volontà di sapere di più e capire meglio.

Non fu mai un “intellettuale di sinistra”, ma non fu mai tra gli avversari della sinistra; scelse una sorta di via appartata, anche quando scriveva sulla stampa (tenne una rubrica per almeno un trentennio su “Panorama”, prima della svolta berlusconiana del settimanale), una via fondata su una totale indipendenza di giudizio, che gli consentiva di dire sempre la sua, in modo libero, anche se non di rado con giudizi non condivisibili, prima che sul piano politico, su quello scientifico. Si occupò, tra i primi, anche della “Storia del Partito Comunista Italiano”, con un volume così intitolato, firmato insieme a Fulvio Bellini, uscito presso il raffinato editore Schwarz di Milano nel 1953, l’anno della morte di Stalin, un personaggio storico verso il quale invitava a guardare senza semplificazioni demonizzanti e banalizzazioni incongrue; vanno ricordati i due libri “Stalin e la sinistra”, edito da Baldini Castoldi & Dalai (2009) e “In difesa del comunismo nella storia del XX secolo” (Kaos Edizioni, 1998).

C’era nel suo approccio alla storia del comunismo una attitudine laica, che respingeva ogni rifiuto aprioristico, ma altresì l’adesione ideologica, che peraltro era comunque, per quanto concerne il comunismo italiano, caratterizzato da una forte simpatia per Amadeo Bordiga e il bordighismo, corrente sconfitta in seno a un movimento a sua volta sconfitto. E fu tra i primi a proporre una interpretazione “dietrologica” del terrorismo brigatista con la Storia del partito armato (Rizzoli, 1986), in cui avanzava l’ipotesi, che oggi possiamo ritenere nient’affatto peregrina, che le azioni di brigatisti e sodali fossero state tollerate se non addirittura favorite da centri di potere, istituzionali ed economici, che erano ostili ad ogni vero cambiamento sociale in Italia.

Negli ultimi decenni Galli si era inerpicato sui sentieri malagevoli dell’esoterismo, per interpretare fenomeni, ideologie e movimenti come il nazismo, in particolare con una suggestiva e, ribadisco, non persuasiva analisi su “Hitler e il nazismo magico” (Rizzoli, 1989), ripresa e sviluppata nel succesivo, recentissimo “Hitler e l’esoterismo” (Oaks 2020).  Del testo hitleriano, il famigerato “Mein Kampf “ aveva osato pubblicare una edizione con sua ricca Introduzione (ancora con le Edizioni Kaos, 2002).

Più condivisibili a mio avviso, e di grande attualità, le analisi sugli svolgimenti del turbo-capitalismo e dell’inabissamento della democrazia, sullo strapotere dei grandi network della finanza internazionale con due libri recenti: “Il golpe invisibile” (Kaos, 2015) e “Il potere che sta conquistando il mondo” (con Mario Caligiuri e uscito da Rubbettino). Libri di cui si parlò poco, purtroppo, mentre al di là di una certa tendenza al complottismo, fornivano interessanti chiavi di lettura sulla spaventosa deriva del capitalismo internazionale. Ora Giorgio Galli non potrà più aiutarci a decifrare la china in cui il nostro mondo sta precipitando. Rimane, se non altro, di lui, la libertà di ricerca e l’indipendenza di giudizio: due valori da non sottovalutare, in un’epoca di triste conformismo

Giorgio Galli (dal sito del “Corriere della Sera”)

Goodbye, Leonardo!

Un altro morto. Se n’è andato ieri, 14 dicembre 2020, Leonardo Mosso, un uomo meraviglioso, un autentico esemplare di architetto filosofo, di architetto artista, di architetto creatore in sintesi. L’architettura, ci hanno insegnato i classici, da Aristotile a Vitruvio, da Leon Battista Alberti fino a Le Corbusier, richiede competenze che vanno dalla filosofia all’ingegneria, dalla storia alla letteratura. Richiede uno sguardo ampio, anzi amplissimo, un respiro intellettuale che tuttavia non è da tutti: troppo sovente, oggi specialmente, gli architetti sono dei tecnici, magari forniti di un know how specifico, ma senza quel respiro, senza la passione creativa, che pure sarebbe indispensabile se si vuole lasciare un’orma di sè. Leonardo Mosso si ispirava in particolare ad Alvar Aalto, di cui seguì le orme, adibendo, con la sua dolcissima compagna Laura Castagno, architetta e grande organizzatrice, la loro dimora in collina a Centro dedicato appunto al geniale architetto finlandese.

Leonardo era figlio d’arte: suo padre Nicola (che ebbi il piacere di intervistare molti anni fa, per le mie ricerche sulla cultura a Torino), fu un architetto che per un periodo aderì a futurismo, e ha dato alla città di Torino alcune opere importanti. Leonardo aveva in più la poesia, rispetto al padre: è stato davvero un creatore, con disegni (molti) e opere, poche rispetto a quanto sarebbe stato lecito aspettarsi, ma non era facile che i suoi progetti, veri esempi di poesia trasformata in architettura, venissero approvati dagli enti pubblici. non ha avuto il successo che meritava. Un paio d’anni or sono la città di Parigi, gli ha dedicato una sala permanente al Centre Pompidou. Ancora una volta dovremmo concludere: “nemo propheta in patria?”.

Curiosità degna di nota: Alvar Aalto aveva una barca con la quale compiva gite sui meravigliosi, innumerevoli laghi del suo Paese. La barca si chiamava “Nemo propheta in patria”.

Ma di Leonardo Mosso ricorderò soprattutto la dolcezza, l’apertura dialogica, l’empatia. Lo saluterò come fanno i finlandesi con chi muore: “Hyvästi Leonardo!”, ossia Goodbye, Leonardo!

“(L’immagine è tratta dalla cerimonia di designazione a “socio onorario” della SIAT, Società Ingegneri ed Architetti di Torino)