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Sull’orlo del baratro. TRA CONTE E RENZI. Una piccola lezione di politica

La classifica dei personaggi che nei miei articoli ho preso di mira nel corso degli ultimi venticinque anni è guidata, senza ombra di dubbio, da Silvio Berlusconi; ma al secondo posto c’è lui, Matteo Renzi, il bullo di Rignano. Lo abbiamo osteggiato – uso il plurale, come dovrei fare anche per il Berlusconi, del resto –, nella persuasione che tanti la pensavano come il sottoscritto, e avremmo desiderato vedere disarcionato il primo come poi il secondo. Personalmente l’ho fortemente osteggiato, in tutti i modi che mi erano consentiti, per i contenuti della sua politica. L’ho combattuto sul jobs act, sulla buona scuola, e soprattutto sul referendum costituzionale, quando alla sua provvidenziale disfatta non seguì il ritiro della politica, come con grande enfasi aveva dato il menzognero annuncio di ritirarsi dalla politica.

(Foto ANSA/RICCARDO ANTIMIANI)

In Renzi c’era un disvalore aggiunto: i modi, il  “piacionismo”, la facilità a dire e disdire, la cialtroneria insistita sul “nuovismo”, e soprattutto la smodata ambizione politica. Del resto erano proprio i suoi modi che avevano fatto presa sull’elettorato orfano del PCI, allargandone i confini. Sicché Renzi era divenuto signore indiscusso del PD, con una irresistibile quanto rapida ascesa al vertice, osannato dal popolo piddino che lo credette il nuovo Togliatti, coccolato dai media, protetto dai poteri forti, e sul piano internazionale uno degli interlocutori privilegiati dei governanti israeliani, amato dagli yankees, Renzi apparve l’astro nascente della terza Repubblica, che avrebbe dovuto reggere grazie alla riforma costituzionale e a quella elettorale.

Il fiasco referendario lo mise fuori gioco, anche se alla politica non rinunciò affatto, come abbiamo potuto constatare, e ben presto essendosi chiusi gli spazi interni al PD trasmigrò creando un suo gruppetto, di non molta fortuna, ma di non scarsa ambizione. Gruppetto determinante per far nascere il Governo Conte II. E altrettanto per farlo cadere, o comunque tenerlo in ostaggio.

Detto tutto questo, a costo di deludere i miei “ammiratori” e “seguaci”, nella contesa che ha portato il governo sull’orlo del baratro, io ritengo che le responsabilità non siano di Matteo Renzi ma piuttosto di Giuseppe Conte. Mi ha agghiacciato assistere allo scatenarsi dell’odio contro Renzi da parte non solo dei Cinque Stelle, timorosi di essere mandati a casa da una anticipata tornata elettorale (per ben pochi di loro sarà possibile un rientro nelle aule dei Sacri Palazzi, stante la perdita di consensi, aggravata dalla demenziale, e direi infame riforma che ha dimezzato il numero dei parlamentari), ma degli ex sodali del PD, dei suoi ex tifosi lo osannavano e oggi lo crocifiggono. E mi ha angustiato leggere i commenti degli osservatori professionali, compresi quelli di sinistra-sinistra o degli sparuti rappresentanti della pseudo-sinistra di governo che col ministro della Salute Speranza hanno mostrato la loro totale pochezza politica. Commenti a senso unico: non semplicemente ingiuriosi verso Renzi (tirando spesso in ballo, i più beceri, i suoi genitori per le loro grane giudiziarie), ma incredibilmente privi di capacità di analisi sui fatti. Ossia ci si è fatti sovradeterminare dall’antipatia per il personaggio (che sicuramente la merita tutta), invece di provare a entrare nel merito delle sue proposte, o delle sue richieste.

Pochissimi si sono distinti: Stefano Feltri, direttore di Domani, in primo luogo, Massimo Cacciari, più volte, e recentissimo, persino, Ernesto Galli Della Loggia, sul Corriere della Sera. Pochi hanno avuto il coraggio di puntare l’indice invece che su questo bersaglio facile, il Renzi testa di turco, contro colui che invece merita, a mio avviso, tutta la pubblica esecrazione, ossia Giuseppe Conte, il signor nessuno spuntato dal cilindro dell’altro signor nessuno Luigi Di Maio. Come d’altronde, e lo scrive bene Della Loggia, tutti o quasi i politici di M5S, privi di qualsiasi background politico e culturale. Scelti dai capi palesi o occulti (ora Grillo, ora Casaleggio, ora Di Maio) oppure votati (con quale grado di controllo democratico non si può sapere), da “Rousseau”, la mitica “piattaforma” che infanga il glorioso nome del grande Ginevrino, un luogo virtuale dove gli aderenti decidono, fanno, disfano, in attesa che si avveri l’ultima profezia di Nostradamus-Grillo: il voto per sorteggio.

Galli Della Loggia ha messo in luce ciò che tutti dovrebbero aver chiaro: il trasformismo opportunistico di questo oscuro avvocato finito a guidare il governo, divenuto professore ordinario all’università con una carriera diciamo in cui il destino lo ha favorito avendo messo a capo  della commissione che gli diede la cattedra, il titolare di studio legale dove egli stesso praticava l’avvocatura (quando si dice il caso!). Ma possibile che a nessuno puzzi, direbbe Machiavelli, questa situazione? Un ignoto diviene presidente del Consiglio di un governo di destra che approva provvedimenti osceni, uno dopo l’altro, e una volta che il suo alleato Salvini cerca di sgambettarlo, avanzando la richiesta dei pieni poteri, con un misto di idiozia e ingenuità, ecco il signor nessuno diventare capo di un governo fotocopia ma ad alleanze rovesciate, col PD che sostituisce la Lega. E Conte (sul quale per settimane il segretario PD Zingaretti aveva fatto grottesche barricate: “il primo segnale di discontinuità deve essere il cambio del presidente del consiglio!, aveva tuonato, mentre le rane gracidavano intorno a lui, incuranti di quella voce) rimase al potere, e si trovò a gestire la prima crisi pandemica, godendo del favor popolare, a furia i proclami di grottesco ottimismo (ce la faremo, nessuno rimarrà solo, non lasceremo indietro nessuno, il governo è con voi, andrà tutto bene…), che nell’arco di un anno ha dimostrato tutte le sue falle, pericolose, e criminali.

Ai primi mesi sentivo e leggevo voci “a sinistra”: “immaginate se al governo ci fosse stato Salvini!?” Ma che razza di ragionamenti politici sarebbero codesti? E avendo nominato Salvini, mi tocca ribadire che nei sequestri di persone o negli illeciti respingimenti di migranti, per cui il leghista è a processo, la responsabilità dell’allora ministro dell’Interno fu interamente condivisa e avallata dal presidente del Consiglio. Come possiamo fingere di dimenticarlo? E che almeno una parola andrebbe da lui oggi detta, una franca ammissione di responsabilità, insomma.


E ritorno a Renzi: al netto dell’antipatia, al netto dell’ambizione, e dei suoi retropensieri che si riferiscono senz’altro all’ansia di potere personale, Renzi ha denunciato l’accentramento anomalo di potere nelle mani del presidente del Consiglio, con l’abuso di DPCM, con l’abuso dei decreti di stato d’eccezione, con l’anomalo ricorso a comitati di scelta del premier, composti da sedicenti “esperti”, che già nella prima ondata pandemica  facevano capo direttamente a lui (a proposito: che risultati ha prodotto la carica dei 900 guidati da Vittorio Colao, un manager residente a Londra, ex ad di Vodafone…, che avrebbe dovuto salvare l’Italia dal Coronavirus?). E di nuovo ora Conte ci ha riprovato per la gestione dei fondi europei, che pretenderebbe (o avrebbe preteso?) di gestire direttamente, attraverso un altro comitato di sua nomina? Per tacere del Commissario all’emergenza Arcuri (in grave sospetto di conflitto di interessi), le cui funzioni peraltro vanno sovente a sovrapporsi e confliggere con quelle ministeriali, con quelle della Protezione Civile, con quelle dei vari comitati tecnico-scientifici. E taccio delle allucinanti dispute tra Ministeri, Regioni, Comuni, ASL, con risultati che sono a dir poco inquietanti…

Dunque Renzi, ha detto queste cose, ha mosso queste accuse: nel modo antipatico che gli conosciamo. E ne ha aggiunto una forse più grave: la totale inerzia del governo nel piano del Recovery. È stato lasciato passare più di un mese, e il piano governativo era rimasto un catalogo di buone intenzioni. Italia Viva ha presentato un piano articolato, in cui certo sono state inserite delle boiate come il TAV o addirittura il Ponte sullo Stretto. Ma il problema è che Conte ha dimostrato totale inadeguatezza, con un corrispettivo, inquietante, di arroganza (la perla è la pretesa di gestione “en solitaire” dei Servizi segreti), di conduzione insomma monocratica del potere. Cosa grave di per sé, in regime democratico, ma intollerabile da parte di  un signore di nessuna esperienza, che nessuno ha eletto, che non rappresenta nessuno, che è stato indicato dall’allora “rappresentante politico” del M5S, come “avvocato del popolo”: e che governò un anno con i populisti di destra, per poi riciclarsi senza batter ciglio con gli avversari dichiarati tanto dei populisti di destra quanto degli altri populisti che non oserei definire di sinistra. Anzi! Come non ci si è accorti che i “pieni poteri” reclamati con stolta protervia da Matteo Salvini l’avvocato Giuseppe Conte li ha esercitati finora surrettiziamente, di fatto, con il suo felpatissimo stile democristiano? E come non gridare scandalo davanti all’osceno tentativo di raccattare voti a destra e a manca, invece di fare la sola cosa dignitosa e costituzionamente corretta appena perso il consenso del gruppo di IV? Ossia andare al Quirinale e rassegnare le dimissioni? Quando lo farà, spero oggi stesso, sarà sempre tardi.

Concludendo: quando si vuole contestare un avversario, si devono discutere, con la competenza, e se del caso con la durezza necessaria, le sue idee e le sue proposte, entrando nel merito; ma non farsi guidare semplicemente dall’antipatia o addirittura idiosincrasia (o all’opposto, dalla simpatia) per la persona. Si tratta di una norma dell’agire politico che definirei elementare. E che mi duole constatare ignorata o calpestata soprattutto a sinistra.  

Siamo sull’orlo del baratro. Tra cattiva gestione sanitaria, numeri farlocchi dati dalle autorità politiche e sanitarie. Sistema sanitario al collasso, per colpa di tagli indiscriminati durati decenni da parte di tutte la maggioranze governative succedutesi. Una generazione di ragazzi e ragazze, di adolescenti e di giovani a cui è stata sottratta la scuola. Interi settori economici disastrati, con nessuna prospettiva di ripresa in tempi accettabili, mentre mafia e ndrangheta si fanno avanti per rilevare aziende messe in ginocchio dalle chiusure. Assoluta subalternità italiana in politica estera tanto all’UE, quanto gli USA, ma persino a Egitto, Turchia, Israele… Spese militari costanti o addirittura in aumento davanti al bisogno crescente di spese sanitarie: bombardieri che vanno alla grande, mentre i posti letto latitano. E ora il vaccino di fatto sta andando all’asta: chi può pagare di più ne accaparra scorte ampie (Vedi Israele o Germania) chi non può aspetta, chissà fino a quando. E via seguitando. La logica del Mercato trionfa. La pandemia è l’ultimo trionfo del Capitale.

Come ne usciremo? Ne usciremo? Non è meglio andare a votare? E la sinistra non dovrebbe, se non è tutta in coma profondo, tentare di ragionare in vista di una prospettiva del genere, unitariamente? E abbozzare già un programma di minima, sulle cose essenziali da fare?

Siamo sull’orlo del baratro, insomma, e a maggior ragione rifiuto l’alternativa (la falsa alternativa) Renzi/Conte. Invito piuttosto a riflettere sui contenuti delle proposte dell’uno e dell’altro e persino, se si cogliessero spunti utili, dell’intero panorama politico. Nell’ultimo dibattito parlamentare ho sentito spesso, lo affermo sia pure a bassa voce, cose più interessanti da taluni esponenti della destra antigovernativa che da quasi tutti gli esponenti dell’area di governo, e specialmente dalla totalità del PD. A questo partito, preteso “erede” del Partito Comunista di cui stiamo celebrando il centenario, va il mio triste requiem.

Eclettico e fuori degli schemi. Addio a GIOrgio Galli

Anche Giorgio Galli ci ha lasciato, proprio alla fine di questo anno terribile. È morto, per infarto, oggi, 27 dicembre 2020. Aveva 92 anni: la sua è stata una esistenza lunga e laboriosa. Negli ultimi anni era piuttosto dimenticato, ma in passato aveva goduto di una notevole fama tra politologi, storici del pensiero e dei movimenti politici, opinionisti. In accademia non godè di gran fortuna, sebbene sia stato a lungo professore all’Università statale di Milano (non ottenendo mai la cattedra, se non ricordo male): in particolare venne sempre considerato un “estraneo” alla disciplina che insegnava, e che fu la mia, la Storia delle dottrine politiche, a cui dedicò anche uno svelto manuale (per Il Saggiatore, nel 1985).

In effetti Galli non aveva i “quarti di nobiltà” che questa disciplina, piuttosto parruccona e retriva rispetto all’innovazione e idiosincratica verso l’originalità, richiede; né lui fece alcunché per ingraziarsi i boss, un passaggio indispensabile se non si voleva essere emarginati o quanto meno variamente penalizzati (parlo per personale esperienza). D’altro canto, egli, scrittore prolifico (un’ottantina di libri!), eclettico fino all’estremo, viaggiò sempre su terre di confine, in territori che era difficile identificare in modo certo e definitivo: il meglio di sé lo diede negli anni Sessanta, con la formula del “bipartitismo imperfetto” (il volume così intitolato fu pubblicato dalle edizioni del Mulino nel 1966) per identificare la situazione politica italiana, bloccata fra DC e PCI: imperfetto perché, da un canto, in fondo vigeva quello che il giornalista Alberto Ronchey aveva chiamato “Il fattore K”, per indicare l’ipoteca (negativa a suo parere) del comunismo sul PCI, che impediva una sua ascesa al governo del Paese, mentre d’altro canto la DC era per varie ragioni, a cominciare dal sostegno del Vaticano e delle gerarchie cattoliche, inamovibile. In sostanza dei due componenti del campo bipartitico,  uno (il PCI) era di fatto impossibilitato all’ascesa al potere per ragioni ideologiche (il comunismo, e la “fedeltà” all’URSS), e l’altro (la DC) era embricato nella società italiana, tra istituzioni e forze sociali ed economiche, a tal punto che neppure le cannonate avrebbero potuto scollarlo dal governo. Eppure quei due competitors erano in combutta nel sottogoverno, nella gestione di clientele, di apparati sindacali, e quant’altro.

Le altre opere rilevanti di Galli non furono mai tecnicamente di storia del pensiero politico, ma sempre aperte e talvolta incerte, tra scienza politica e storia dei partiti, tra sociologia e filosofia politica, opere spesso discutibili sul piano metodo e anche sulle tesi interpretative, ma sempre stimolanti, capaci cioè (anche per esser confutate, e persino di essere radicalmente respinte), di dare inedite suggestioni, aprire scenari nuovi, suscitare la volontà di sapere di più e capire meglio.

Non fu mai un “intellettuale di sinistra”, ma non fu mai tra gli avversari della sinistra; scelse una sorta di via appartata, anche quando scriveva sulla stampa (tenne una rubrica per almeno un trentennio su “Panorama”, prima della svolta berlusconiana del settimanale), una via fondata su una totale indipendenza di giudizio, che gli consentiva di dire sempre la sua, in modo libero, anche se non di rado con giudizi non condivisibili, prima che sul piano politico, su quello scientifico. Si occupò, tra i primi, anche della “Storia del Partito Comunista Italiano”, con un volume così intitolato, firmato insieme a Fulvio Bellini, uscito presso il raffinato editore Schwarz di Milano nel 1953, l’anno della morte di Stalin, un personaggio storico verso il quale invitava a guardare senza semplificazioni demonizzanti e banalizzazioni incongrue; vanno ricordati i due libri “Stalin e la sinistra”, edito da Baldini Castoldi & Dalai (2009) e “In difesa del comunismo nella storia del XX secolo” (Kaos Edizioni, 1998).

C’era nel suo approccio alla storia del comunismo una attitudine laica, che respingeva ogni rifiuto aprioristico, ma altresì l’adesione ideologica, che peraltro era comunque, per quanto concerne il comunismo italiano, caratterizzato da una forte simpatia per Amadeo Bordiga e il bordighismo, corrente sconfitta in seno a un movimento a sua volta sconfitto. E fu tra i primi a proporre una interpretazione “dietrologica” del terrorismo brigatista con la Storia del partito armato (Rizzoli, 1986), in cui avanzava l’ipotesi, che oggi possiamo ritenere nient’affatto peregrina, che le azioni di brigatisti e sodali fossero state tollerate se non addirittura favorite da centri di potere, istituzionali ed economici, che erano ostili ad ogni vero cambiamento sociale in Italia.

Negli ultimi decenni Galli si era inerpicato sui sentieri malagevoli dell’esoterismo, per interpretare fenomeni, ideologie e movimenti come il nazismo, in particolare con una suggestiva e, ribadisco, non persuasiva analisi su “Hitler e il nazismo magico” (Rizzoli, 1989), ripresa e sviluppata nel succesivo, recentissimo “Hitler e l’esoterismo” (Oaks 2020).  Del testo hitleriano, il famigerato “Mein Kampf “ aveva osato pubblicare una edizione con sua ricca Introduzione (ancora con le Edizioni Kaos, 2002).

Più condivisibili a mio avviso, e di grande attualità, le analisi sugli svolgimenti del turbo-capitalismo e dell’inabissamento della democrazia, sullo strapotere dei grandi network della finanza internazionale con due libri recenti: “Il golpe invisibile” (Kaos, 2015) e “Il potere che sta conquistando il mondo” (con Mario Caligiuri e uscito da Rubbettino). Libri di cui si parlò poco, purtroppo, mentre al di là di una certa tendenza al complottismo, fornivano interessanti chiavi di lettura sulla spaventosa deriva del capitalismo internazionale. Ora Giorgio Galli non potrà più aiutarci a decifrare la china in cui il nostro mondo sta precipitando. Rimane, se non altro, di lui, la libertà di ricerca e l’indipendenza di giudizio: due valori da non sottovalutare, in un’epoca di triste conformismo

Giorgio Galli (dal sito del “Corriere della Sera”)

Goodbye, Leonardo!

Un altro morto. Se n’è andato ieri, 14 dicembre 2020, Leonardo Mosso, un uomo meraviglioso, un autentico esemplare di architetto filosofo, di architetto artista, di architetto creatore in sintesi. L’architettura, ci hanno insegnato i classici, da Aristotile a Vitruvio, da Leon Battista Alberti fino a Le Corbusier, richiede competenze che vanno dalla filosofia all’ingegneria, dalla storia alla letteratura. Richiede uno sguardo ampio, anzi amplissimo, un respiro intellettuale che tuttavia non è da tutti: troppo sovente, oggi specialmente, gli architetti sono dei tecnici, magari forniti di un know how specifico, ma senza quel respiro, senza la passione creativa, che pure sarebbe indispensabile se si vuole lasciare un’orma di sè. Leonardo Mosso si ispirava in particolare ad Alvar Aalto, di cui seguì le orme, adibendo, con la sua dolcissima compagna Laura Castagno, architetta e grande organizzatrice, la loro dimora in collina a Centro dedicato appunto al geniale architetto finlandese.

Leonardo era figlio d’arte: suo padre Nicola (che ebbi il piacere di intervistare molti anni fa, per le mie ricerche sulla cultura a Torino), fu un architetto che per un periodo aderì a futurismo, e ha dato alla città di Torino alcune opere importanti. Leonardo aveva in più la poesia, rispetto al padre: è stato davvero un creatore, con disegni (molti) e opere, poche rispetto a quanto sarebbe stato lecito aspettarsi, ma non era facile che i suoi progetti, veri esempi di poesia trasformata in architettura, venissero approvati dagli enti pubblici. non ha avuto il successo che meritava. Un paio d’anni or sono la città di Parigi, gli ha dedicato una sala permanente al Centre Pompidou. Ancora una volta dovremmo concludere: “nemo propheta in patria?”.

Curiosità degna di nota: Alvar Aalto aveva una barca con la quale compiva gite sui meravigliosi, innumerevoli laghi del suo Paese. La barca si chiamava “Nemo propheta in patria”.

Ma di Leonardo Mosso ricorderò soprattutto la dolcezza, l’apertura dialogica, l’empatia. Lo saluterò come fanno i finlandesi con chi muore: “Hyvästi Leonardo!”, ossia Goodbye, Leonardo!

“(L’immagine è tratta dalla cerimonia di designazione a “socio onorario” della SIAT, Società Ingegneri ed Architetti di Torino)

I pazzi e i ciechi

“È la piaga dei tempi quando i pazzi guidano i ciechi”. la citazione è assai nota (dall’Atto IV del “Re Lear” di Shakespeare, e sono parole messe in bocca al povero conte di Gloucester), persino abusata, e mi scuso, ma oggi più che mai utile a descrivere la situazione in cui ci troviamo. Nel Rapporto Censis diffuso due giorni or sono, emerge un quadro impressionante della situazione generata, si dice, dalla pandemia, ma forse dovremmo aggiungere: “e dalle politiche dei governanti, nazionali e locali”: sono loro i pazzi, nelle cui mani abbiamo lasciato le nostre vite, troppo spaventati per negar loro la fiducia (“agiscono per il nostro bene…”), troppo frastornati per avere piena coscienza della situazione reale, troppo disorientati per il susseguirsi e il sovrapporsi di notizie contraddittorie e incomplete, per reagire, per riprendere almeno un poco in mano il nostro destino.Loro i pazzi, noi i ciechi; una cecità che non è solo quella che nasce appunto dalla paura dell’ignoto (e qui il pensiero corre allo straordinario romanzo “Cecità” di Saramago, che già mi è capitato recentemente di citare), ma è anche frutto di un atteggiamento rinunciatario, di base, pronto a “lasciar fare” ai governanti, appunto. A costo di apparire il solito pedante professore, voglio richiamare un altro autore, Benjamin Constant (e stavolta andiamo nel secolo XIX, per l’esattezza 1819) il quale, pur liberale orgoglioso che polemizzava contro l’ingerenza dello Stato nella vita degli individui, concludeva il suo discorso invitando a non rinunciare a occuparsi della vita pubblica, a “non fare ai nostri governanti questo favore”. E invece lo abbiamo proprio fatto, questo favore. Per di più a una banda di incompetenti, spesso disonesti, cialtroni. Possibile che qualche frammento di verità ci debba giungere da un programma tv, che è riuscito finora a sottrarsi alla manipolazione e al controllo? (Alludo a “Report”, su RaiTre). Possibile che ministri (Speranza, tanto per fare un nome) e sedicenti governatori (Fontana, tanto per fare un nome) coinvolti in losche vicende, siedano tuttora tranquillamente sui loro scranni? Possibile che alcune parole di buon senso debbano venire dalla destra (al netto ovviamente delle infami speculazioni di personaggi miserabili, che le sorreggono), mentre PD, LEU e M5S sono immersi nel brago, ripetendo tutti i loro esponenti frasi preconfezionate, che poi il sedicente “capo del governo” si incarica di dettare, con i modi perfettamente democristiani che lo caratterizzano, nelle conferenze stampa?Nel rapporto Censis mi ha colpito non solo ciò che all’ingrosso sapevo – la catastrofe socioeconomica in cui il Paese sta precipitando, i cui effetti si vedranno soltanto nell’arco di qualche anno – ma la risposta di circa l’80% dei nostri concittadini intervistati sulle misure approntate dalle autorità per contrastare la diffusione del virus, i quali chiedono misure “più severe” verso coloro che non rispettano tali misure.Questo mi ha provocato un senso di angoscia e di ripulsa. È vero, intorno a me, sento ogni giorno dire: certo “la gente” non rispetta le norme, ecco perché si va male… Questo che cosa significa? A mio parere semplicemente che la narrazione governativa è transitata dentro i nostri cervelli, e ne siamo diventati portatori, spesso inconsapevoli, esattamente come accade ai contagiati “asintomatici”. Ci siamo lasciati persuadere, non con dati precisi, con informazioni esatte, con indicazioni univoche e chiare: no, ci siamo abbandonati, come i bimbi tra le braccia della mamma, fiduciosi di essere protetti. Certo, il compito di esser vigili, lo ammetto, è sempre più difficile: paradossalmente, nell’era della comunicazione digitale onnipresente e onnisciente, siamo a corto di verità; ossia all’eccesso di comunicazione corrisponde un deficit di informazione. E questo nella vicenda che stiamo drammaticamente vivendo è tanto più evidente. Si aggiunga il ruolo davvero infame dei media e in particolare della TV che ha trasformato esperti e sedicenti esperti (come possiamo distinguere gli uni dagli altri?) in “personaggi”. Dunque quelli che “bucano lo schermo”, ossia coloro che risultano più efficaci sul piano della comunicazione sono stati premiati, con “passaggi” pressoché quotidiani sugli schermi delle varie emittenti, pubbliche e private, ed è stata loro concessa facoltà di parola, anche quando si sono contraddetti a distanza di giorni, o addirittura di ore. Qualcuno di loro sta già costruendo una nuova carriera, forte del successo televisivo. Ma la cittadinanza, trasformata in “audience” quanto beneficio ne ha ricevuto? Come facciamo a difenderci dal bombardamento di false notizie di questa “guerra”, come viene chiamata fin dallo scorso marzo, e come guerra richiede provvedimenti “eccezionali”, misure “eccezionali”, piani sanitari “eccezionali”, e via seguitando sulla strada melmosa e sdrucciolevole dell’eccezionalismo.Non appartengo al novero di coloro che hanno creduto o comunque ripetuto che il virus è una invenzione, o che i dispositivi di protezione (leggi mascherine, innanzi tutto), siano inutili, o che hanno pensato, neppure per un attimo, che la Covid 19 fosse poco più di una influenza (alla Trump o Bolsonaro). Ma trovo inaccettabile il ricorso a un lemma pericoloso e ambiguo come “negazionismo” usato non soltanto a fini di delegittimazione di chi prova ad esprimere dei dubbi, non sul virus, ma sulle politiche sanitarie gestite dal ministero, dagli assessorati regionali, dalle giunte comunali, dai sindaci di singoli comuni: una babele politica frutto della sciagurata “devolution” imposta dai leghisti prima maniera e accettata dal PD. L’inefficienza del sistema è sotto i nostri occhi. E lo dico con dolore, pensando agli amici che ho perduto, a quelli tuttora ricoverati in gravi condizioni, o tormentato dall’ansia che la malattia possa colpire persone care. Ma non posso tacere davanti all’improntitudine con cui Giuseppe Conte, in coro con i suoi ministri, ripete “non dobbiamo abbassare la guardia se vogliamo ripetere una terza ondata”, alludendo, direttamente o indirettamente, alle “colpe” dei cittadini che si sono lasciati andare ad “assembramenti”. E le autocritiche dove sono? Perché il ministro della Sanità non ammette che nulla è stato fatto dal suo dicastero nei mesi estivi per prevenire una seconda ondata del virus, o almeno attrezzarsi a fronteggiarla? Quante sono le persone affette da grave patologie cardiache o oncologiche che non ricevono più le cure, dato che i reparti specifici sono stati chiusi o trasformati in reparti-Covid? Quanti morti dovremo conteggiare tra loro e a chi daremo la responsabilità? E la ministra dell’Istruzione, che ora finge di piagnucolare sulle scuole chiuse, perché non ha predisposto il piano scuole? E le Regioni? Perché non hanno preveduto un piano trasporti? E ancora: chi ci fornirà una volta per tutte dati certi sui malati e sui morti? Quanti di loro sono deceduti per la Covid? O “con la Covid”? ed è vero che le aziende ospedaliere ricevono un bonus monetario per ogni vittima da Covid?E poi, perché come in primavera alla prima ondata ora in autunno con la seconda il governo mette su giganteschi apparati di “tecnici ed esperti” (di nomina governativa, in totale mancanza di trasparenza) per “gestire l’emergenza”? E a che servono gli staff ministeriali? E dove è finito il super manager Colao che da Londra doveva salvare l’Italia, con un esercito di un migliaio di consulenti? E ora si ripete lo schema…La seconda ondata non è arrivata per le colpe dei cittadini, ma per quelle dei governanti: le loro inadempienze, i loro ritardi, i loro errori… E intanto, un anno scolastico è praticamente perduto (le proteste di studenti insegnanti e famiglie non vengono neppure prese in considerazione), con danni gravi alla formazione della personalità degli adolescenti. E danni altrettanto gravi, come accertato dai servizi di monitoraggio delle ASL, si sono già prodotti nella psiche di centinaia di migliaia di italiani, a causa del timore del contagio, certo, ma soprattutto delle misure spesso assurde e terroristiche che dovrebbero prevenirlo. Su tutto questo, vorremmo essere rassicurati, non con la ripetizione insopportabile che “dobbiamo evitare la terza ondata con comportamenti responsabili”. I comportamenti responsabili devono esser prima di tutto dei governanti. I quali dovrebbero anche interrogarsi sulla morte dei teatri e su quella, economicamente ben più grave, dell’intero comparto della ristorazione. E non si dica, a mo’ di risposta, che non è colpa di nessuno: i provvedimenti presi e reiterati sono stati e continuano ad essere punitivi ma non producono risultati apprezzabili. Il ministro Speranza, e il presidente del Consiglio Conte ci devono spiegare perché siamo il Paese con la mortalità più alta, tra quelli colpiti dalla pandemia. E ci devono, infine, convincere che” il più massiccio piano di vaccinazione di massa” di cui stanno parlando da settimane sarà la soluzione, l’unica soluzione, tanto più che di vaccini ne circolano ormai una dozzina, e di nessuno, per ora, possiamo essere sicuri, né sulla efficacia, né sui possibili danni. E qualcuno, in seno alla scompaginata compagine governativa, ha addirittura proposto di istituire un passaporto sanitario, un libretto da portare sempre con noi, insieme alla carta di identità, da cui risulti che siamo vaccinati. Per fortuna si sono levate parecchie voci contrarie. Ma il rischio rimane. E intanto, con roboante e inquietante annuncio veniamo avvertiti che nelle vacanze natalizie 70.000 agenti delle varie forze di polizia saranno schierati sul territorio per controllare il rispetto delle norme emanate nell’ennesimo DPCM. Una vera e propria militarizzazione del Paese, che ci bolla tutti gli italiani e le italiane come potenziali colpevoli.Insomma, a me pare davvero che siamo nelle mani dei pazzi. E noi abbiamo fatto finora, troppo spesso, adagiandoci nella comodità di essere guidati, la parte dei ciechi.L’Atto IV della tragedia shakespeariana si conclude così: “Le notizie variano. È tempo di stare in guardia. Le forze del regno si avvicinano in fretta.” Risponde un personaggio: “È probabile che l’esito sia sanguinoso”.Se vogliamo mettere fine al sangue, ossia alla morte, alla malattia, e al disastro economico e sociale, forse dobbiamo cominciare ad aprire gli occhi e fare i mastini da guardia, tutti, dato che la stampa libera è inesistente o marginale. Informiamoci, diffondiamo notizie certe, poniamo quesiti almeno, e pretendiamo risposte. Questo è democrazia.

(Apparso su “MicroMega” on line, 9 dicembre 2020)

Ricordando la morte di sette operai

A Torino oggi 6 dicembre 2020 si è inaugurato il Museo-Memoriale dedicato ai setti lavoratori uccisi nell’incidente alla Tyssenkrupp nella notte tra il 5 e il 6 dicembre del 2007.

Scrissi a fine anno un articolo, che venne intitolato “I nostri “Magnifici sette”. Riflettori accesi sulla classe operaia“. Apparve sul settimanale “Avvenimenti”, nei primi giorni di gennaio 2008. Lo ripropongo, ora, con l’amarezza di un esito processuale che non ha condannato i proprietari tedeschi della fabbrica. E come omaggio, doveroso e partecipe, a quei nostri “Magnifici Sette”.

Che il presidente della Repubblica, nel discorso tradizionale del 31 dicembre, dedichi spazio, e cospicuo spazio, a un incidente sul lavoro, e ne tragga spunto per ribadire il concetto già espresso del problema delle “morti bianche”, è un fatto nuovo nella storia della Repubblica. Non sono cosa nuova, ahimé, i lutti procurati a tante famiglie da impalcature che cedono nei cantieri, da altiforni che scoppiano, da volte di miniere che crollano, da impastatrici che inghiottano persone.

La costanza e la regolarità degli incidenti sul lavoro, l’indefettibile somma di morti e feriti e mutilati, e dall’altro canto l’immutabile litania (post factum, naturalmente) degli ispettorati del lavoro che lamentano scarsità di mezzi e di fondi, tuttavia, contrastano con questo clima emergenziale che fa sì che la più alta carica dello Stato nella solenne cerimonia allocutoria di fine anno se ne occupi. Com’è possibile, mi dicevo, davanti all’autentica commozione di Napolitano – a mia volta commosso –, che da decenni il bilancio di fine anno sia sempre lo stesso? Com’è possibile che cambiando i governi, mutando le stagioni politiche, e davanti a trasformazioni sociali e persino antropologiche della classe lavoratrice, nulla cambi? Com’è possibile (e com’è accettabile) che ogni giorno almeno tre esseri umani lascino la vita in fabbriche, cantieri, aziende agricole, miniere? E, contemperando il pessimismo dell’intelligenza, con l’ottimismo della volontà, cui il residuo gramscianesimo del postcomunista Napolitano ci invitava, sono ritornato con il pensiero ai morti di Torino, a quei nostri compagni, amici, fratelli sconosciuti di cui ormai sappiamo molto: le speranze rimaste inappagate, i sogni celati nel cassetto, i bimbi che li aspetteranno invano, le mogli e fidanzate che li piangono, i genitori che maledicono chi quelle vite ha spezzato.

Rocco, il “padre” di tutti, sacrificatosi come il capitano della nave: 54 anni, a soltanto un passo dalla pensione; Angelo, quarantenne, padre di due ragazzi; Antonio, e Roberto trentenni, entrambi genitori l’uno di tre figli, l’ultimo nato solo due mesi fa, l’altro con due bambini piccoli; e poi i tre ventiseienni, l’età in cui la gran parte dei miei studenti universitari è lontana dalla laurea: loro, Bruno, Rosario, Giuseppe, avevano già anni di acciaierie alle spalle e un futuro che immaginavano diverso, e che non avranno. I loro nomi, i loro volti, le loro storie, sono del tutto “normali”, come in fondo lo sono le loro morti atroci, sopravvenute, tutte, tranne la prima (quella di Antonio), istantanea, dopo agonie di varia durata. Essi sono gli involontari, ma veri eroi del proletariato.

Guai alla nazione che ha bisogno di eroi, ammonisce il vecchio Brecht. Ma questa Italia che ha assegnato medaglie, eretto monumenti, intitolato strade agli “eroi di Nassiria”; che ha santificato un mercenario al soldo di “agenzie” straniere; questa Italia che con troppa facilità ha esondato retorica, parlando di “missioni di pace” in relazione a uomini in divisa, armati fino ai denti; questa nostra Italia forse ora dovrebbe chiedersi se non siano qui, nelle acciaierie di Torino, e in tutte le fabbriche non ancora dismesse del territorio italiano, i nostri veri campioni in “missione di pace”. Giuseppe, Rosario, Bruno, Roberto, Antonio, Angelo, e Rocco – nomi e volti di una fetta di umanità che frettolosamente, sulla base di semplicistiche analisi sociologiche, abbiamo imparato quasi ad espungere dal nostro universo quotidiano – ci hanno ricordato, nella loro tragedia, che la classe operaia esiste, e che tutta l’immaterialità (economia virtuale, comunicazione, informatica, cultura, sapere scientifico e tecnologico, intrattenimento…), esiste in quanto ci sono degli operai – quegli “uomini di carne ed ossa” a cui Antonio Gramsci invitava ogni giorno della sua breve vita a guardare, ad ascoltare, e a imparare da loro – che producono beni materiali, beni che regalano ricchezza a pochi, ma sicurezza a tutti, rendendo possibile la stessa sopravvivenza della struttura sociale ed economica.

Eppure la sicurezza della società, che “Rocco e i suoi fratelli” (come li ha chiamati la Repubblica), ogni giorno, e ogni notte, ci garantiscono, viene ripagata dalla società non soltanto con salari indecenti, ma con condizioni di vita che, troppo spesso, si rivelano condizioni di morte. A loro, i nostri “magnifici sette”, vorrei che tutti coloro che credono ancora nella possibilità se non di una liberazione universale, almeno di una (minima) giustizia sociale, rendessero omaggio ogni giorno di questo anno nuovo, non più spegnendo le luci della ribalta – come giustamente ha fatto il sindaco di Torino, Chiamparino, per la sera di San Silvestro – ma d’ora in avanti, tenendole accese: ma su di loro, sul loro lavoro, sulla loro vita, sul loro ruolo sociale.

D’ora in avanti, teniamoli accesi i riflettori, sulle fabbriche e sui cantieri, sulle miniere e sulle officine, senza aspettare la prossima tragedia. Sarà il modo in cui chi non condivide l’esistenza di un tornitore o di un tubista, di un manovale o di un minatore, ne assumerà, in qualche modo, i problemi, e vigilerà: pronti, tutti noi –  politici, amministratori, tecnici, giornalisti, intellettuali, militanti, cittadini consapevoli e attivi – ogni volta che sia necessario, a passare dall’osservazione alla critica e alla denuncia. Ma, per favore, prima, non dopo.

(Nell’immagine tratta dal web i volti dei sette operai)

addio al genio del calcio

Diego Armando Maradona non è stato un calciatore (non so se il più grande di tutti i tempi; la definizione “il genio del calcio”, mi pare assai adeguata), nè semplicemente un “personaggio” di ogni genere di cronaca.
Maradona è stato un simbolo: un duplice simbolo, di un bambino che nasce nella miseria estrema e si riscatta con il calcio, un calcio poetico (Pasolini disse che se in Europa il calcio era prosa, in America Latina era poesia) che egli portò ai livelli più incredibili, e quindi per il suo Paese, l’Argentina, in cerca di riscatto, proprio come Diego e la sua famiglia; ma è stato un simbolo anche per la città di Napoli, che nelle imprese di “Dieguito” trovò il culmine di una stagione di rinascita, poi andata tristemente rovinando.


Andai a Napoli subito dopo la vittoria del primo scudetto da parte della squadra, nel maggio del 1987. Era la prima volta che quella squadra vinceva il Campionato di calcio della Serie A. Un evento quasi impensabile, eppure atteso da anni. Ebbene, non avevo mai visto la città dove pure ero stato moltissime volte, così gioiosa, così trasfigurata, così ebbra di felicità.

Maradona era ovunque, e tutti, dico tutti, avavano il suo nome sulle labbra.Il suo bel volto, con quella chioma leonina, il numero 10 della sua maglia azzurra, i dettagli (una scarpa, un piede, un dito…), istoriavano i muri, sventolavano da stendardi, garrivano sulle bandiere bianche, azzurre, tricolori. Era difficile non farsi coinvolgere, e io che non seguivo più il calcio da anni, mi lasciai trascinare, cantando, fotografando, ridendo e agitando il pugno nel nome di Diego e degli “azzurri”. E quel ritornello: “Arriva Maradona / Arriva Maradona / Olè, olè” che ci entrava nella testa, e pur involontariamente per giorni e giorni, dopo la mia partenza, continuava a risuonare allegro e beffardo dentro me…


Capii solo allora che Maradona era il sogno di una città trascurata, negletta, considerata solo in termini di folclore e camorra: Maradona fu anche folclore, anche del peggiore, talvolta (con gravissime responsabilità dei media, che lo hanno sempre tormentato, tra gli osanna e il vituperio), ma fu una autentica speranza di catarsi. E quella speranza lui poi seppe portarla in giro, sostenendo le buone cause, prima di tutte quella per la libertà e l’indipendenza di Cuba.


Diego Armando Maradona, nessuno come te, possiamo dirlo tranquillamente, ma con il dolore che pure chi non è tifoso di calcio, pure chi non è napoletano, oggi prova, credo, per la tua morte. Ma davvero mi sento di aggiungere: una morte che non sarà una scomparsa. Dieguito da oggi è definitivamente entrato nell’immortalità, una condizione riservata a pochi, pochissimi.

10 maggio 1987. Maradona alla vittoria del primo scudetto al Napoli.


Nel link si vede Manu Chao cantare per e con Diego. Imperdibile. Struggente, in questo momento tanto più, la commozione del dedicatario della canzone.

Vietato Pensare?

Non ci si può ripetere, non posso ripetere ogni settimana lo stesso concetto, sia pur scrivendo articoli diversi. Morale della favola: questo è un paese senza speranza. O detto voltando il pessimismo della ragione in ottimismo della volontà, la speranza è nei piccoli gruppi, quelli esaltati da un filosofo che amai e che conobbi e frequentai da giovanissimo, Aldo Capitini, quelli nei quali egli vedeva la forza, che poi avrebbe dovuto contagiare via via le masse. La speranza è in quei pochi (ma quanto pochi, in vero?) che quanto meno si rifiutano di farsi irreggimentare, incapsulare, dominare dal pensiero corrente: coloro che si ostinano a pensare con la propria testa, e che non rinunciano a studiare, a documentarsi, seriamente, prima di aprire bocca, e lo fanno solo sui temi di cui hanno contezza e competenza. Piccoli gruppi, minoranze, esigue perlopiù; singoli individui che tentano di resistere al mainstream, o di ridestare i dormienti. Tutto ciò premesso, entro nel merito dell’attualità.

Nell’arco di 24 ore o poco più sono saliti ai disonori della cronaca due personaggi, un politico e un scienziato, non per qualcosa che abbiano fatto, ma per ciò che hanno detto, in due diverse chiacchierate con giornalisti (il che conferma che rilasciare interviste è pericoloso, e che “gli operatori dei media” sono sovente gente da cui stare alla larga).

Il primo dei due è il presidente della Commissione Antimafia, certo Nicola Morra, in quota 5 Stelle. A “Radio Capital”, costui, residente in Calabria da decenni (benché non calabrese di origine), è stato intervistato in merito alle vicende grottesche di cui abbiamo avuto notizia nell’ultima settimana, con un succedersi di candidature farlocche a un improbabile ruolo di “commissario” alla Sanità calabrese, e dulcis in fundo con l’arresto del presidente del Consiglio Regionale, certo Domenico Tallini, in quota Forza Italia, accusato addirittura  di “concorso esterno in associazione mafiosa e scambio elettorale politico-mafioso”.

Chi avesse letto o ascoltato i commenti di rappresentanti politici e di osservatori “professionali” prima di conoscere le parole del senatore Morra, sarebbe indubbiamente rimasto a dir poco turbato. “Parole indegne… Non gli restano che le dimissioni” (Tajani, Forza Italia). “Sono pronta a bloccare i lavori dell’Antimafia fino a quando questo signore non se ne andrà” (Mariastella Gelmini, Forza Italia: e intanto mi chiedo che cosa ci faccia la signora nell’Antimafia). “Parole vomitevoli… si dimetta” (Matteo Salvini, Lega: no comment). “Le sue parole sono indifendibili ed insopportabili….Si scusi subito” (Andrea Marcucci, capogruppo al Senato PD). ““Le parole del senatore Morra sono indegne e ingiuriose e volgari… Il senatore Morra avrebbe già dovuto scusarsi da molte ore” (Emanuele Fiano, PD). “”La frase di Morra disonora le istituzioni ” (Elisabetta Casellati, Presidente del Senato, quella che aveva garantito che Ruby era la “nipote di Mubarack”). “Non può restare impunita una volgarità così bassa” (Nicola Spirlì, il neofascista che ha preso il posto della Santelli scomparsa). E dulcis in fundo: ““Morra dovrebbe chiedere scusa per quanto affermato. Quanto detto è inaccettabile” (Davide Crippa. capogruppo M5S alla Camera).

Ebbene che cosa ha dichiarato Morra? Ha ricordato che l’ultimo arrestato, Domenico Tallini, era stato inserito nella poco onorevole lista degli “impresentabili” dalla Commissione Antimafia. Naturalmente Forza Italia l’ha candidato e il soggetto ha fatto il pieno di voti, pare sia stato il più votato nell’intera regione, di sicuro della Provincia di Catanzaro.  E che tra i suoi sostenitori vi era stata la berlusconiana (accanitamente tale, devo rammentare) Jole Santelli, divenuta poi presidente della Giunta Regionale, morta qualche tempo fa. Ricordare ora che Santelli era intima di personaggi come Tallini, cosa ovvia, essendo lei un pezzo da Novanta sostenuta personalmente dal Cavaliere di cui si ricordano le ultime spiritosaggini sessual-politiche nel comizio a sostegno della Santelli.

Ma questo è un paese cattolico e ipocrita, come ricordò Eduardo De Filippo, alla morte di Pasolini, un paese in cui quando si muore tutti diventano buoni e se ne cantano le lodi. Ma non è così. C’è morto e morto, disse Eduardo. E Pasolini era grande da morto come da vivo. Invece a Morra sono toccati gli improperi di tutti, le richieste di scuse o persino di dimissioni, da parte di gente che non ha battuto ciglio davanti a quello che accadeva in Regione Lombardia, e alle losche faccende del presidente Fontana.

Forse ciò che ha disturbato dietro la foglia di fico del rispetto dei morti e dei malati oncologici (ma che c’entra!?), è che Morra ha messo in evidenza ciò che in realtà è noto anche ai ciechi e ai sordi: che “Forza Italia ha un problema. E questo problema si chiama Dell’Utri”. FI è profondamente imbevuta di mafiosità, insomma, e le indagini giudiziarie ce lo confermano settimanalmente (e bene stanno, in prossimità, e contiguità con i berlusconiani, i partiti di Salvini e di Meloni, a dire il vero).

Sarà spiacevole quel che ha detto dopo, Morra, ma si tratta di parole sbagliate? “Era noto a tutti che la presidente della Calabria Santelli fosse una grave malata oncologica. Umanamente ho sempre rispettato la defunta Jole Santelli, politicamente c’era un abisso. Se però ai calabresi questo è piaciuto, è la democrazia”. In sostanza, Santelli, Tallini e gli altri sono stati votati dai calabresi. I quali ora hanno poco da lamentarsi. La sola frase che avrei evitato è la seguente: “La Calabria è irrecuperabile” ma se si legge il seguito diventa anch’essa, almeno parzialmente, condivisibile; il seguito è, infatti: “lo è fin quando lo Stato non affronterà la situazione con piena consapevolezza”.

In sostanza, ciò che ha dichiarato Morra non fa una piega, e stiamo assistendo a un coro di ipocriti che con queste polemiche stanno raggiungendo un bell’obiettivo, oscurare la notizia, gravissima, sull’arresto del super-votato Tallini, e in generale impedire sul nascere una riflessione seria sulla situazione calabrese, e sull’intreccio mafia/politica su cui solo il procuratore Nicola Gratteri, vox clamantis in deserto, lancia gridi di allarme, sempre più isolato.

E invece, dalli al reprobo, la colpa non è dei politici collusi, o degli ndranghetisti che spadroneggiano, la colpa è di chi mette il dito nella piaga.

E vengo all’altro caso, e andiamo nel campo oggi ahinoi più frequentato dai media, quello sanitario in relazione al Coronavirus. Il protagonista è un noto microbiologo, Andrea Crisanti dell’Università di Padova. Sempre in una intervista (ah, se gli scienziati non si fossero lasciati sedurre dalla televisione!), alla domanda: “Lei, prenderebbe il vaccino, oggi?” E lui ha risposto: “Senza dati no”. Apriti cielo. Accusato di esser un “no vax” (orrore orrore!), di spargere pessimismo (siamo sempre al “ce la faremo”!…), di non sapere nulla del virus e del vaccino (un ignorante, insomma), e via seguitando. Il Crisanti svillaneggiato dal presidente dell’Agenzia del Farmaco (ovviamente, che sponsorizza il vaccino, quale che sia), dal Consiglio superiore di sanità (di nomina governativa…),e direttamente dall’autorità di governo, da quel ministero della Salute, il cui titolare, Speranza, si è messo in luce per varie topiche, la migliore delle quali è il libro che ha scritto qualche mese fa (quando ne ha trovato il tempo? Non era impegnatissimo a predisporre le risorse contro il virus?), dal titolo “Perché guariremo” Sottotitolo: “Dai giorni più duri a una nuova idea di salute” (ahimè, Feltrinelli editore). Il libro è stato bloccato in magazzino prima che venisse distribuito con la motivazione che il ministro ora non ha tempo per le presentazioni (sic!). Insomma, prima che gli italiani e le italiane lo tirassero in testa all’inclito scrittore/studioso/politico.

Ed ecco che Crisanti, il quale già in passato aveva frenato sugli stolti ottimismi di questo ministrello, viene gettato nella bolgia degli infami. La sua colpa? Avere detto che di norma occorrono anni per creare, sperimentare produrre un vaccino, e che sono necessari test complessi e reiterati su ampi campioni di popolazione. E insomma, mentre tutti – sospinti dalle società farmaceutiche impegnate nella produzione di vaccini concorrenti tra loro: business is business – gridano: “Vaccino! Vaccino subito! Un vaccino qualunque…!”, uno scienziato ha messo in guardia.

Contro Big Pharma, e contro la politica in cerca di facile consenso, forse dovremmo tutti essere un po’ Crisanti, ossia almeno attivare il dubbio critico. Tutto qui. Se ci dicono che non possiamo farlo noi profani di medicina, possiamo almeno accettare che lo faccia chi di mestiere si occupa di tali argomenti? No, a quanto pare non si può.

Insomma, la caccia all’untore, la semplicistica attribuzione di colpa ai “cittadini che non rispettano le regole”, con parallela implicita assoluzione della classe di governo, centrale e locale, che ha sulle sue spalle buona parte dei morti e degli ammalati di Covid 19, sta diventando ora caccia al “disfattista”.

Il caso Morra e il caso Crisanti sono due campanelli d’allarme. Non i primi e certo non gli ultimi, ma la loro concomitanza inquieta. Non si tratta di schierarsi con Morra o contro, con Crisanti o contro. Ma di riflettere. A me pare che siamo su una brutta, bruttissima china. Tra le tante limitazioni, presto sarà decretata anche quella al libero pensiero? Ci sarà concesso soltanto di pensare pensieri “autorizzati”?

21 novembre 2020

NICOLA MORRA

ANDREA CRISANTI

Basta col regionalismo!

Giorni fa avevo scritto un pezzo che esordiva così: “Un soffio di pazzia criminale percorre l’Italia”. E passavo in rassegna una serie di personaggi della classe politica e amministrativa, mostrandone le incredibili manchevolezze, la impreparazione, le miserie. Qualcuno ha ripetuto la solita solfa sui professori buoni a cianciare ma che non si sporcano le mani nell’azione. Sono anche stato accusato di qualunquismo, perché non risparmiavo nessuno, e molti hanno chiosato, benevolmente o provocatoriamente: “sì, va be’, ma che fare?”.

Io non faccio il politico di professione, sono uno studioso che cerca di essere presente se non altro come osservatore della realtà in cui sono immerso, anche se prevalentemente, come storico, mi occupo del passato. Ma essendo convinto che la storia ha un valore per il presente, tento di usare gli insegnamenti che essa mi offre per decifrare il nostro tempo, e trarne indicazioni sul come agire: sul che fare, insomma. E tuttavia non mi accontento. Provo anche, nei miei limiti evidenti (sono un senza partito, da sempre) a scendere in campo, e dico la mia sulla quotidianità politica, sociale e culturale. So che non basta. Come non basta indignarsi, non è sufficiente gridare sui tetti, le verità che pochi osano mormorare, e molti di più alla verità voltano le spalle. Eppure proprio la battaglia per la verità è ciò che distingue un intellettuale (militante) da uno studioso, da un docente, da un accademico. Perché la lotta per la verità è dirompente, e la verità e soltanto la verità è rivoluzionaria. Credo fermamente che questo sia il primo se non unico compito dell’intellettuale, specie di quegli intellettuali che si schierano dalla parte degli oppressi, come ho sempre cercato di fare, da quando ho l’età della ragione.

Sono trascorsi pochissimi giorni dal mio precedente articolo, ma la situazione appare in precipizio. Per non ripetere l’incipit dell’articolo precedente potrei incominciare con un canonico: “Grande è la confusione sotto il cielo”, aggiungendo “d’Italia”: sì, perché se è vero che la pandemia da Coronavirus sta colpendo quasi l’intero globo terracqueo, è altrettanto vero che nei diversi Paesi  in cui la Covid 19 si è diffusa e ahinoi non smette di diffondersi, vi sono state, da parte delle autorità, anche nelle incertezze, davanti al “nemico sconosciuto”, linee di condotta almeno univoche: ossia i governi davano degli indirizzi, assumevano decisioni, indicavano linee d’azione, giuste o errate, timide o forti, ma che non venivano boicottate o contrastate da altri organi dello Stato. In Italia stiamo assistendo esattamente all’opposto: gli organismi pubblici in guerra tra di loro, come e assai più che in primavera, nella prima ondata del virus, e ora in questo autunno che ci regala la seconda, ampiamente prevista e annunciata. Il contagio si diffonde quasi incontrollabile, gli esperti parlano a ruota libera, i tamponi latitano (e si possono fare a pagamento se non vuoi attendere le calende greche), il sistema ospedaliero in crisi, i medici e il personale paramedico chiede soccorso, i ministri a cominciare dal loro coordinatore (il presidente del Consiglio) balbettano, e i sedicenti “governatori” urlano, sgomitano, prima chiedono autonomia decisionale, poi la rigettano sulle spalle del governo – sempre più debole ed esangue, con il summenzionato presidente Conte che ripete “l’obiettivo è arrivare a fine legislatura” (ossia il fine perseguito è durare, non fare del bene alla collettività: agghiacciante).

Stiamo assistendo a uno spettacolo a dir poco inverecondo, aggravato dalla sovraesposizione mediatica di tutti lor signori: scienziati, tecnici, amministratori, politici e, immancabile, il corredo dei commentatori professionali da talk show, da Cacciari (eternamente presente e eternamente isterico come un etilista cui abbiano vietato il solito cartoccio di Tavernello) a Saviano (ahinoi, appena ritornato in campo, pensoso e serafico come un patriarca biblico). Lasciamo stare i casi semplicemente surreali come quello calabrese, con la doppia nomina di un commissario per la sanità calabrese (due personaggi ineffabili, bell’esempio di mancanza di professionalità loro e di totale assenza di serietà del governo, seguiti dalla mezza proposta avanzata a Gino Strada); oppure la infame campagna pubblicitaria della Regione Lombardia battezzata con atroce arguzia “The covid dilemma”, che ha lo scopo di scaricare sulla cittadinanza le colossali inefficienze del ceto amministrativo locale e i turpi traffici del presidente Fontana (il manifesto mostra una scritta sovrapposta al volto di una ragazza con la finta domanda: “Indossare la mascherina o indossare il respiratore?”, e la risposta colpevolizzante: “La scelta è tua”).

E lasciamo stare le quotidiane schermaglie tra sindaci e presidenti di regioni, e gli interventi contraddittori di vari ministri  e sottosegretari; lasciamo stare le rumorose bordate, perlopiù a salve, di Salvini-Meloni (di tanto in tanto apre bocca persino Silvio Berlusconi, oscillando tra l’embrassons-nous da crisi nazionale e la voce moderata dell’opposizione “costruttiva”); e lasciamo stare anche le nobili “prediche inutili” – come diceva Luigi Einaudi, primo presidente della Repubblica – di Sergio Mattarella; lasciamo stare il battage mercantile e politico sui vaccini (Russo? Cinese? Oxoniense? Tedesco-americano?…); lasciamo stare il bando della Regione Piemonte che in un momento di drammatico bisogno di personale, cerca sanitari purché italiani o della UE, vietando l’accesso a candidati esterni (dimenticando che l’aiuto ci è giunto in primavera dai Russi e dai Cubani); e lasciamo stare il dato incontestabile che le Regioni non sono state in grado di predisporre un piano per l’atteso ritorno del coronavirus, né per la distribuzione di mascherine (gratuite!), né tanto meno per  uno screening di massa coi relativi tamponi (gratuiti!). E lasciamo stare, infine, il fallimento complessivo della macchina di tracciamento dei contagiati. E lasciamo stare anche il ritardo sul vaccino antinfluenzale mai come quest’anno atteso e necessario…

Al netto di tutto questo, rimane il problema principale che è l’ente Regione. Alla stregua dei fatti, oggi possiamo dire che l’introduzione della Regione nell’ordinamento della Repubblica fu uno dei più tragici errori dei Costituenti (dopo l’introduzione nell’articolo 7 del Concordato Stato/Chiesa del 1929). A quell’errore, compiuto in perfetta buona fede, nell’idea che un po’ di decentramento amministrativo sarebbe stata cosa buona e giusta – lo voleva pure Tocqueville, nel 1835, ma sostenendo a contraltare un solido centralismo politico – se ne sono aggiunti altri gravi, come la manomissione del Titolo V della Carta Costituzionale, e la concessione di poteri enormi all’Ente Regione sulla sanità innanzi tutto, con gli strateghi del cosiddetto Centrosinistra, pronti a gettarsi all’inseguimento della Lega (che allora sbraitava sul “federalismo”) e a sacrificare poteri dello Stato… Gli effetti eccoli qua. Impotenza dell’ente centrale, contenzioso incessante tra Stato e Regione, inefficienza totale della pubblica amministrazione, crollo del sistema sanitario e crisi di quello scolastico – l’uno e l’altro finora in piedi, benchè a mal partito, solo per l’abnegazione del personale – e via seguitando.

Allora, ecco la risposta al “che fare?”. Lanciamo una campagna per una riforma della Costituzione: stavolta facciamola noi, dal basso, non aspettiamo che arrivino i Renzi, e i Salvini: perseguiamo due obiettivi. Obiettivo minimo cancellazione delle modifiche al Titolo V del 2001, con recupero allo Stato di funzioni delegate alle Regioni; e se vogliamo esagerare diamoci come obiettivo massimo l’eliminazione dell’Ente Regione, una macchina costosa, succhiasoldi, che non ha prodotto alcun miglioramento del “sistema-Paese”, come si usa dire, e invece, piuttosto, rivitializziamo le Province, riducendone il numero, dando loro la possibilità di ricuperare pienamente funzioni che già in passato competevano loro. Le Province, d’altronde, nella storia d’Italia hanno un’antica e nobile tradizione, a differenza delle Regioni. E hanno una dimensione che effettivamente può avvicinare l’istituzione alla cittadinanza.

Insomma, basta al cosiddetto “regionalismo”.  In attesa di reclamare “tutto il potere ai Soviet” (sognare è lecito…), almeno puntiamo per togliere potere a chi ha dimostrato di gestirlo solo nell’interesse di piccole camarille, di gruppi di pressione, di famiglie, di lobby, spesso incrociate con la grande criminalità. Basta alla destrutturazione della Repubblica. Basta alla distruzione della stessa unità nazionale.

Vogliamo tentare questa ragionevole follia?

Il manifesto della campagna della Regione Lombardia

Perché il 25 Aprile non è solo una ricorrenza

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Intervista al Prof. Angelo d’Orsi di UniTo che, per la difesa della Costituzione, invita “a un 25 aprile che duri tutto l’anno”

Quello di quest’anno sarà un 25 aprile diverso, senza piazza né cortei, vista l’emergenza Coronavirus. A 75 anni dalla Liberazione dal nazifascismo, l’importanza di questa ricorrenza non è solo memorialistica ma ha un significato politico e morale, nonché d’attualità. Ne abbiamo parlato con il Prof. Angelo d’Orsi, docente di Storia del pensiero politico all’Università di Torino.

Il 25 aprile di quest’anno è senza manifestazioni tradizionali, questo può segnare una svolta?

La svolta mi pare ci sia stata nel tentativo governativo, per fortuna evitato, di impedire ai rappresentanti delle associazioni partigiane, come l’Anpi, di prendere parte alle celebrazioni anche con un solo manifestante. Un comunicato emanato dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Riccardo Fraccaro, rivolto ai prefetti, diceva che solo rappresentanti delle Prefetture, Questure e al massimo dei Comuni potevano partecipare alla cerimonia pubblica. Dopo le proteste vigorose della presidente nazionale dell’Anpi Carla Nespolo la questione è rientrata ed è arrivata una nuova circolare del ministero dell’Interno. Ma era stata sconcertate questa iniziativa. E soprattutto che alcuni personaggi del mondo politico e giornalistico si siano fregati le mani, dicendo che il Covid-19 si sarebbe portato via le manifestazioni del 25 aprile, il clima, dunque, non mi pare bello. Tuttavia, a partire da questa presa di posizione della presidente dell’Anpi, sta emergendo uno straordinario desiderio di continuare a celebrare il 25 aprile, seppure in forma diversa, attraverso, per esempio, la rete, e con associazioni e movimenti, dall’Anpi alla Cgil. Sono il segnale di una parte maggioritaria dell’opinione pubblica che ha capito l’importanza 25 aprile anche al di là delle cerimonie. D’ora in avanti potremmo parlare di 25 aprile che duri tutto l’anno.

Cosa intende per 25 aprile che duri tutto l’anno?

Il 25 aprile è la data fondante della Repubblica democratica e si inserisce in un trittico, con l’ 8 settembre 1943 (armistizio e via della Resistenza) e il 2 giugno 1946 (la nascita della Repubblica), che costituisce la base storica, politica e morale della Repubblica italiana. Il portato più maturo del 25 aprile è la Costituzione repubblicana. Quando dico che il 25 aprile duri tutto l’anno, significa sostenere e difendere la Carta costituzionale, che non smette di essere sotto attacco. Dopo il tentativo sventato del 2016, quando c’era al governo Renzi, e dopo la legge sulla riduzione dei parlamentari che sarà sottoposta a referendum, stiamo assistendo negli ultimi anni a una serie di sotterranee manomissioni della Carta costituzionale, con provvedimenti, leggi, atti amministrativi, ordinanze regionali e comunali che sono sotto l’occhio dei costituzionalisti più attenti. E mettono in evidenza gravi anomalie, lo si è visto nell’attuale crisi epidemica, come l’abuso della figura giuridica del Dpcm (decreto del presidente del Consiglio dei ministri), come ha notato il giurista Sabino Cassese, rompendo una tradizione che in casi di urgenza vedrebbe preferibile il ricorso al decreto presidenziale, quindi con l’approvazione del presidente della Repubblica. In questo caso il presidente del Consiglio Conte si è arrogato il diritto di emanare un provvedimento con valore di legge, prescindendo addirittura dalla stessa compagine ministeriale. Sono, da tempo, in corso tentativi di costruire una costituzione materiale parallela alla Costituzione considerata formale. Il 25 aprile tutto l’anno significa, non solo spolverare bandiere, ma difendere il frutto del sacrificio di decine di migliaia di italiani, ovvero la Costituzione, che è cosa viva e da vivere tutti i giorni. Ed è il binario su cui la Repubblica deve camminare. Se si comincia a cedere sui dettagli, anche quando c’è una situazione eccezionale, si finirà per perdere di vista i principi.

Perché il 25 aprile non viene ancora considerato comunemente un anniversario di liberazione del popolo italiano e segna sempre polemiche?

È segno del provincialismo italiano. Ogni Paese e ogni nazione, ha una data fondante in cui tutti si riconoscono. L’identità nazionale si costruisce anche partendo da simboli. Questa è la data simbolica della fine del fascismo e dell’inizio della nuova stagione. I francesi si riconoscono nel 14 luglio 1789 e a nessun esponente politico, del giornalismo o della cultura, viene in mente di mettere in discussione quella data. Trovo, dunque, incredibile che si possa mettere in discussione ancora il 25 aprile. Una nazione ha bisogno di elementi identitari che non sono etnici ma culturali. Un leader politico ha detto di trasformare il 25 aprile nella celebrazione dei morti da Coronavirus è mancanza di rispetto anche per le povere vittime di questa epidemia. Il Covid-19 non ci porta via il 25 aprile, che può avere una nuova forza anche nell’agorà elettronica e virtuale di quest’anno. Senza andare in piazza abbiamo, oggi, bisogno, per citare Salvemini, di “fare testuggine a resistere”, difendere la Resistenza e il suo significato, non solo memorialistico ma soprattutto politico e morale, quello del riscatto di un popolo. Un significato che emerge nella contrapposizione tra repubblichini e partigiani, tanto c’era efferatezza e crudeltà da una parte, tanto dall’altra c’era il tentativo sì di condurre una lotta armata ma nei limiti indispensabili. Non dico che non ci siano stati eccessi ed errori ma non paragonabili a quelli dei ragazzi di Salò. La Repubblica democratica nasce dalla lotta dei partigiani e se vuoi stare nella Repubblica ti identifichi in questa parte, perché non era una parte dato che la Resistenza è stato un fatto di popolo. E non avrebbe potuto vincere senza l’appoggio delle popolazioni locali.

Cosa bisogna fare perché i giovani oggi diventino i testimoni dei testimoni?

I partigiani sono tutti morti o molto anziani. Dobbiamo togliere alla Resistenza e alle sue date fondanti quella patina memorialistica e celebrativa e far capire a tutti che la Costituzione è una cosa viva e che si vive nei gesti di tutti i giorni. È vero, come ha detto Papa Francesco, che c’è un egoismo pandemico, ma questa crisi, come nelle situazioni più gravi, ha fatto venire fuori il meglio dalle persone. Vediamo continui gesti di solidarietà molto incoraggianti, la solidarietà è il cemento di una comunità. Molte iniziative sono fatte di giovani con adesioni di massa, come per esempio la raccolta di fondi per gli ospedali. C’è un tessuto sociale che per quanto si cerchi di frantumare riemerge nel senso comunitario. Dobbiamo trasmettere ai giovani come l’antifascismo, la Costituzione e il 25 aprile abbiano gettato le basi per costruire delle identità comunitarie in cui loro possono essere protagonisti, anche per ricostruire questo Paese. A partire dalle fondamenta che ci sono e non dobbiamo farle sprofondare.

Quali sono i valori della resistenza da riscoprire?

I valori della Resistenza da riscoprire e riproporre quotidianamente sono, appunto, la solidarietà tra coloro che soffrono e il voler dare voce a quelli che non ce l’hanno o sono stati costretti a tacere, la Resistenza è stata una lotta su tre fronti: una lotta di liberazione nazionale contro lo straniero occupante, una guerra civile, italiani contro italiani, e anche guerra sociale, come occasione storica per cambiare le cose, ridare a un popolo sottomesso da 20 anni di fascismo una centralità da protagonista. Il valore della Resistenza è aver portato sul proscenio masse di persone che erano nell’ombra, la democrazia è il protagonismo di quelle masse, la Resistenza le ha portate in prima linea, una concezione della politica autenticamente dal basso. La Resistenza ha rovesciato i dettami fascisti: si può credere a un valore condiviso che sia di democrazia e di libertà associata alla giustizia e all’uguaglianza. Non si obbediva più a un capo, l’obbedienza diventava, invece, quella nei confronti di leggi costruite insieme.

Visto che questo 25 aprile sarà più virtuale e dovremo passarlo sul divano di casa e non in piazza, quali sono film sul tema Liberazione che consiglia di vedere per festeggiare almeno in questo modo la sconfitta del nazifascismo?

Consiglio, per esempio, L’Agnese va a morire (1976) di Giuliano Montaldo tratto dal bellissimo libro di Renata Viganò. Oppure Roma città aperta (1945) di Roberto Rossellini che è un classico insostituibile. E sempre relativamente al neorealismo e a Rossellini suggerisco Paisà (1946). O un suo film successivo: Il generale Della Rovere (1959). E, poi, ancora un film di Nanni Loy come Un giorno da leoni (1961). Ai giovani consiglio La Ragazza di Bube (1963) di Luigi Comencini, tratto dall’omonimo romanzo di Carlo Cassola. E infine Il partigiano Johnny (2000) del regista torinese Guido Chiesa, dal libro di Beppe Fenoglio, una lettura fondamentale per capire la resistenza, anche i limiti e gli aspetti meno eroici.

(Intervista di Mauro Ravarino, apparsa su “UnitoNews”, il 24 aprile 2020)

Giulietto Chiesa, un gigante dell’informazione (autentica)

Angelo d’Orsi

Giunge inattesa la tragica notizia della scomparsa improvvisa di Giulietto Chiesa, uno degli ultimi, autentici giornalisti italiani. Era nato ad Acqui Terme, in Piemonte, il 4 settembre 1940; avrebbe traguardato i Settanta dunque per giungere ad avviare l’ottavo decennio di vita tra qualche mese. Non gli è stato concesso. E ne sono, ne siamo, credo, davvero rammaricato e dispiaciuto.

Militante e poi dirigente del PCI, era stato a lungo corrispondente da Mosca per “l’Unità”, e aveva costruito una competenza eccezionale sul mondo russo e slavo. Giulietto era un reporter “vecchia scuola”, come si dice. Andava alla ricerca dei fatti, come erano realmente accaduti, intervistava testimoni, cercava prove: documentava, e raccontava, sulla base dei documenti. Il suo lavoro ha testimoniato, in una intera vita, purtroppo bruscamente interrotta, che il giornalista e lo storico svolgono la medesima attività: raccontano ciò che è accaduto, sulla base di prove, ossia di documenti, dopo averli selezionati in base alla loro autenticità e attendibilità. E Chiesa è stato un giornalista capace di dare dei punti agli storici professionali.

Nei trattati di metodologia storiografica (e io stesso l’ho fatto) viene ricordato  il merito di Chiesa, corrispondente della “Stampa” da Mosca: correva l’anno 1992;  e “La Stampa” aveva Chiesa come corrispondente dalla Russia, mentre oggi è divenuta il principale semenzaio italiano della russofobia (ruolo che forse sarà ora occupato da “la Repubblica”, dopo il cambio di direttore…). In sintesi, la tenacia e il rigore di Chiesa  furono decisivi nello smascherare la manipolazione compiuta dallo storico togato Franco Andreucci su di una lettera del 1943 di Palmiro Togliatti rinvenuta negli Archivi del PCUS allora appena aperti e sottoposti a ogni sorta di saccheggio, prima che venissero nuovamente, e giustamente chiusi, onde evitare la prosecuzione di una sorta di libero mercato. La lettera di Togliatti fu pubblicata con gran clamore dal più esposto dei media filocraxiani, “Panorama”, in vista delle elezioni imminenti della primavera.

 Era il 1° febbraio 1992: ironia della storia, pochi giorni dopo un altro Chiesa, omonimo di Giulietto, Mario Chiesa veniva arrestato su mandato della Procura di Milano, e partiva Mani Pulite che avrebbe travolto con il PSI di Craxi, l’intera classe politica nazionale.

La lettera doveva dimostrare il famoso “cinismo” di Togliatti, allora esule a Mosca, il quale (stando ad Andreucci) si augurava, fregandosi le mani, magari con un ghigno satanico, la morte di soldati italiani caduti prigionieri nella sciagurata “campagna di Russia” voluta da Mussolini, onde far prendere coscienza al popolo italiano di quanto fosse inutile, dannosa e sciagurata quella guerra fascista.

Giulietto Chiesa sentì puzza di bruciato e volle recarsi agli Archivi e controllare puntualmente, e puntigliosamente, quel documento: nella “collazione” dei testi,  come si dice in linguaggio filologico, ossia nel confronto ddell’originale da lui visionato con il testo pubblicato su “Panorama”, e rilanciato da vari media, Chiesa rilevò ben 12 punti difformi, ossia dei passaggi della lettera originale che erano diversi in quella diffusa. Lo storico si difese inizialmente parlando di errori involontari di trascrizione, di documento giuntogli in fotocopia, in parte dettatogli al telefono… Giunse persino a parlare di una propria volontà di rendere “più efficace” il documento. In chiave anticomunista e craxiana, naturalmente: era l’epoca in cui larga parte della intellettualità comunista era passata armi e bagagli a Craxi per poi spostarsi un paio d’anni dopo verso Arcore, dove li attendeva a braccia spalancate Silvio Berlusconi. Le “interpolazioni” di Andreucci erano significative e volevano “dimostrare” una tesi pregiudiziale, invece che “mostrare” le cose nella loro effettualità:  il capo comunista in sostanza affermava, scrivendo al compagno Vincenzo Bianco, che bisogna far pesare nella trattativa i prigionieri italiani in Russia. Tutto qui. Mentre lo storico aveva calcato la mano, con i suoi “interventi” sul testo originale, al punto che, riprendendo le frasi manipolate da Andreucci, Cossiga (indimenticabile presidente della Repubblica!), si lanciò in una clamorosa intemerata contro i comunisti, a partire dal loro capo, definendolo “vigliacco, traditore e assassino”, dando segno non soltanto di una visione storico-politica errata e distorta, ma di una mente ormai palesemente disturbata. Insomma, si trattò di un peccato capitale per un “professionista” della ricerca storica, denunciato, prove alla mano, da un “dilettante”: il giornalista sconfiggeva clamorosamente lo storico.

Basterebbe questo episodio per ricordare e apprezzare Giulietto Chiesa. Il quale continuò la sua carriera di professionista dell’informazione, passando dalla carta stampata (ultima testata per cui lavorò è stato “il Manifesto) alle reti televisive, affiancando al lavoro propriamente giornalistico,  una intensissima attività di studioso di geopolitica, di ambiente, e soprattutto delle nuove guerre, pubblicando centinaia di articoli, e una dozzina di libri che costituiscono oggi fonte preziosa per chi voglia ricostruire gli ultimi decenni del Novecento i primi del Duemila. Cito per tutti La guerra infinita (Feltrinelli, 2002), uno dei primi tentativi di comprendere la natura delle new wars, denunciando la pericolosa china in cui il mondo, dopo la fine dell’URSS, si era messo. Importantissimo fu il suo lavoro, con altri, a cominciare, per indagare su eventi come i fatti di Genova del 2001 (G8-Genova, Einaudi, 2001), o l’inchiesta per tanti versi sconvolgente sull’11 settembre, con il volume e film Zero. Inchiesta sull’11 settembre (con la collaborazione di Roberto Vignoli Piemme, 2008). Fu proprio quella inchiesta che appiccicò su Chiesa l’etichetta di “cospirazionista”. Ma con gli anni i dubbi si moltiplicarono e le notizie che giungevano dagli stessi ambienti giornalistici e politici statunitensi generavano nuovi interrogativi:  invece di chiarirsi, i fatti, col tempo, appaiono sempre più intorbidati da un fumo denso come quello che avvolse le Torri. Forse il “complottista” Giulietto non aveva poi tutti i torti a dubitare della verità ufficiale. Nella sua ansia indomita di fare e informare, Giulietto fu anche parlamentare europeo, eletto nel 2003 in uno bizzarro raggruppamento (che comprendeva Occhetto e Di Pietro). Si trattò di una esperienza che gli permise di ampliare il suo raggio di interessi, e la sua rete di relazioni internazionali, che seppe poi mettere a fuoco con grande efficacia.

Fu insomma, uno straordinario “storico del tempo presente”, Giulietto, capace di andare a fondo nella ricerca della verità, spingendosi oltre le verità ufficiali, svolgendo un compito di smascheratore di falsità, e di minatore che scavava, scavava, cercando sempre di giungere ai nodi delle questioni, con una visione che col tempo divenne sempre più planetaria. E ebbe la grande intuizione, che libri e giornali non fossero sufficienti, ma che occorresse una televisione, una tv capace di raccontare la verità, quella verità che i media mainstream, appartenenti a pochi gruppi finanziari, nascondevano o manipolavano. Occorreva risvegliare i dormienti, e dare voce ad analisti seri, a studiosi competenti, ad autentici reporter. Nacque così “Pandora TV”, la più temeraria operazione di un network televisivo alternativo, divenuta un insostituibile presidio per chi oggi voglia informarsi. “Un’altra visione del mondo”, si legge nel suo logo: ed era del tutto vero.

Due giorni fa la sua ultima diretta su quegli schermi ( https://youtu.be/e6jG2JgPWak)

E ora non avremo più questo punto di riferimento, questa bussola preziosa per orientarci nel mondo sempre meno vasto ma sempre più terribile.

Addio, Giulietto. Con la tua morte, l’informazione, quella autentica, perde un gigante.