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Ricordo di un incontro con Saramago

“La cecità stava dilagando, non come una marea repentina che tutto inondasse e spingesse avanti, ma come un’infiltrazione insidiosa di mille e uno rigagnoli inquietanti che, dopo aver inzuppato lentamente la terra, all’improvviso la sommergono completamente.”

Così leggiamo in “Cecità” uno dei capolavori di José Saramago, il grande scrittore portoghese mancato una decina d’anni fa (esattamente il 18 giugno 2010, e mi spiace di aver mancato di ricordarlo in quella occasione). “Cecità” (del 1995) è l’inquietante racconto di un’umanità che si avvia a perder la vista, ignara, e incosciente: “non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono”. Si tratta di un testo che in questo tempo orribile che ci è dato di vivere, è stato riscoperto, riletto, angosciosamente, come una terribile metafora della pandemia che ci stava e ci sta travolgendo (l’altra “riscoperta” è stata “Storia della colonna infame”, lo straordinario racconto, fondato su documenti processuali autentici relativi alla peste del secolo XVII, quella dei “Promessi Sposi”, di Alessandro Manzoni su come in tempi di epidemia si possa diventare paranoici, e persecutori del prossimo).

E accade che un’amica riscopra, proprio oggi, 16 novembre, giorno di nascita di Saramago (nel 1922) delle foto di undici anni or sono, e me le mandi. Non erano del resto difficili da scovare, ma me ne ero scordato. Sono immagini di un incontro da me organizzato e coordinato a Torino, nel Palazzo delle Facoltà Umanistiche (“Palazzo Nuovo”), in uno degli eventi preparatori della V Edizione di FestivalStoria che dirigevo (prima che alcune lobby, religiose, culturali e politiche affossassero la manifestazione, troppo libera e seria per piacere). Era esattamente il 10 ottobre 2009, un sabato mattina. E avevo intitolato l’incontro “I libri contro il potere”. Sottotitolo “Conversazione di José Saramago con gli studenti e il pubblico”. Con l’aiuto del collega Giancarlo Depretis, ispanista, io condussi l’incontro, stimolando lo scrittore con domande, a cui egli rispondeva in modo torrentizio, invano frenato da sua moglie, la vivacissima Pilar (al secolo Pilar del Rio Gonçalves, giornalista e traduttrice delle sue opere in spagnolo; la si vede alle sue spalle in una delle immagini).

Era appena uscito tra molte polemiche “Il Quaderno” che raccoglieva i testi per il suo blog, rifiutato dalla casa Einaudi (che pure era l’editore storico di Saramago in Italia) e accolto da Bollati Boringhieri. Si disse che essendo quel libro ferocissimo verso Silvio Berlusconi, ed essendo l’Einaudi divenuta proprietà di Elemond, che significava Mondadori, che significava Mediaset, il libro era stato censurato. Del resto Saramago, uomo liberissimo, oltre che scrittore meraviglioso, era stato sempre in battaglia: contro la dittatura di Salazar nel suo Paese, innanzi tutto, ma si era battuto contro la Chiesa cattolica, baluardo di oscurantismo (famoso il suo “Vangelo secondo Gesù Cristo”, del 1991), contro Israele per la sua politica persecutoria verso i palestinesi, contro i signori della guerra e via seguitando. Non dimentichiamo che figlio di una famiglia proletaria José si era iscritto al Partito Comunista Portoghese (più tardi si definì anarco-comunista), ed era sempre stato dalla parte dei deboli e degli oppressi, e la metafora della cecità in vero rinviava al bisogno di dire, di urlare la verità.

Fu un momento bellissimo, quel sabato di ottobre. Il pubblico era entusiasta (quello che era riuscito a entrare nell’aula magna a piano terra del Palazzo). Saramago in gran forma, cordiale ma duro quando si trattava di affrontare argomenti spinosi, sui quali non faceva mai un mezzo passo indietro. E fece comprendere a tutti che se esistono scrittori pronti a prostituirsi, ci sono, per nostra fortuna, anche quelli che non si tirano indietro, che non si piegano e non si lasciano comprare, intellettuali che non voltano la testa dall’altra parte, davanti all’ingiustizia, e sono suscitatori di inquietudini, di eccitatori del dubbio critico, e assumono su di sé il dovere di dire la verità e aiutare i loro lettori a scoprirla e a diffonderla. Eppure Saramago non si vergognava di essere stato un autodidatta, che aveva sospeso gli studi presto per le condizioni economiche familiari, e non faceva professione di intellettuale, per così dire, anzi in qualche modo polemizzando contro di essa, come quando iniziò il suo discorso di accettazione del Nobel per la Letteratura (1998), con questa frase: “l’uomo più saggio ch’io abbia mai conosciuto era mio nonno e non era in grado né di leggere né di scrivere”. Parole che suscitarono scandalo, come tante sue prese di posizione, e come, per i puristi di una certa letteratura, suscitava scandalo, a partire dagli anni Settanta in poi, la sua scrittura “disordinata”, spesso senza punteggiatura, quasi post-futurista e “anarchica”.

Per lui ateo dichiarato, si può usare come epigrafe la famosa frase (dal Vangelo di Matteo, ma con varianti in quello di Luca e altrove): “oportet ut scandala eveniant”. È necessario che gli scandali avvengano. Contro il quietismo, contro l’indifferenza, contro il silenzio dei vili.

Unico rimorso non aver il tempo di onorare il suo invito ad andare a trovarlo a Tias, nell’isola di Lanzarote (Canarie), dove si era ritirato a vivere e dove morì.

16 novembre 2020

(Le foto sono di Luca Ramella)

jose saramago nobel portoghese incontra gli studenti all’universita di torino
jose saramago nobel portoghese incontra gli studenti all’universita di torino

Perché il 25 Aprile non è solo una ricorrenza

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Intervista al Prof. Angelo d’Orsi di UniTo che, per la difesa della Costituzione, invita “a un 25 aprile che duri tutto l’anno”

Quello di quest’anno sarà un 25 aprile diverso, senza piazza né cortei, vista l’emergenza Coronavirus. A 75 anni dalla Liberazione dal nazifascismo, l’importanza di questa ricorrenza non è solo memorialistica ma ha un significato politico e morale, nonché d’attualità. Ne abbiamo parlato con il Prof. Angelo d’Orsi, docente di Storia del pensiero politico all’Università di Torino.

Il 25 aprile di quest’anno è senza manifestazioni tradizionali, questo può segnare una svolta?

La svolta mi pare ci sia stata nel tentativo governativo, per fortuna evitato, di impedire ai rappresentanti delle associazioni partigiane, come l’Anpi, di prendere parte alle celebrazioni anche con un solo manifestante. Un comunicato emanato dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Riccardo Fraccaro, rivolto ai prefetti, diceva che solo rappresentanti delle Prefetture, Questure e al massimo dei Comuni potevano partecipare alla cerimonia pubblica. Dopo le proteste vigorose della presidente nazionale dell’Anpi Carla Nespolo la questione è rientrata ed è arrivata una nuova circolare del ministero dell’Interno. Ma era stata sconcertate questa iniziativa. E soprattutto che alcuni personaggi del mondo politico e giornalistico si siano fregati le mani, dicendo che il Covid-19 si sarebbe portato via le manifestazioni del 25 aprile, il clima, dunque, non mi pare bello. Tuttavia, a partire da questa presa di posizione della presidente dell’Anpi, sta emergendo uno straordinario desiderio di continuare a celebrare il 25 aprile, seppure in forma diversa, attraverso, per esempio, la rete, e con associazioni e movimenti, dall’Anpi alla Cgil. Sono il segnale di una parte maggioritaria dell’opinione pubblica che ha capito l’importanza 25 aprile anche al di là delle cerimonie. D’ora in avanti potremmo parlare di 25 aprile che duri tutto l’anno.

Cosa intende per 25 aprile che duri tutto l’anno?

Il 25 aprile è la data fondante della Repubblica democratica e si inserisce in un trittico, con l’ 8 settembre 1943 (armistizio e via della Resistenza) e il 2 giugno 1946 (la nascita della Repubblica), che costituisce la base storica, politica e morale della Repubblica italiana. Il portato più maturo del 25 aprile è la Costituzione repubblicana. Quando dico che il 25 aprile duri tutto l’anno, significa sostenere e difendere la Carta costituzionale, che non smette di essere sotto attacco. Dopo il tentativo sventato del 2016, quando c’era al governo Renzi, e dopo la legge sulla riduzione dei parlamentari che sarà sottoposta a referendum, stiamo assistendo negli ultimi anni a una serie di sotterranee manomissioni della Carta costituzionale, con provvedimenti, leggi, atti amministrativi, ordinanze regionali e comunali che sono sotto l’occhio dei costituzionalisti più attenti. E mettono in evidenza gravi anomalie, lo si è visto nell’attuale crisi epidemica, come l’abuso della figura giuridica del Dpcm (decreto del presidente del Consiglio dei ministri), come ha notato il giurista Sabino Cassese, rompendo una tradizione che in casi di urgenza vedrebbe preferibile il ricorso al decreto presidenziale, quindi con l’approvazione del presidente della Repubblica. In questo caso il presidente del Consiglio Conte si è arrogato il diritto di emanare un provvedimento con valore di legge, prescindendo addirittura dalla stessa compagine ministeriale. Sono, da tempo, in corso tentativi di costruire una costituzione materiale parallela alla Costituzione considerata formale. Il 25 aprile tutto l’anno significa, non solo spolverare bandiere, ma difendere il frutto del sacrificio di decine di migliaia di italiani, ovvero la Costituzione, che è cosa viva e da vivere tutti i giorni. Ed è il binario su cui la Repubblica deve camminare. Se si comincia a cedere sui dettagli, anche quando c’è una situazione eccezionale, si finirà per perdere di vista i principi.

Perché il 25 aprile non viene ancora considerato comunemente un anniversario di liberazione del popolo italiano e segna sempre polemiche?

È segno del provincialismo italiano. Ogni Paese e ogni nazione, ha una data fondante in cui tutti si riconoscono. L’identità nazionale si costruisce anche partendo da simboli. Questa è la data simbolica della fine del fascismo e dell’inizio della nuova stagione. I francesi si riconoscono nel 14 luglio 1789 e a nessun esponente politico, del giornalismo o della cultura, viene in mente di mettere in discussione quella data. Trovo, dunque, incredibile che si possa mettere in discussione ancora il 25 aprile. Una nazione ha bisogno di elementi identitari che non sono etnici ma culturali. Un leader politico ha detto di trasformare il 25 aprile nella celebrazione dei morti da Coronavirus è mancanza di rispetto anche per le povere vittime di questa epidemia. Il Covid-19 non ci porta via il 25 aprile, che può avere una nuova forza anche nell’agorà elettronica e virtuale di quest’anno. Senza andare in piazza abbiamo, oggi, bisogno, per citare Salvemini, di “fare testuggine a resistere”, difendere la Resistenza e il suo significato, non solo memorialistico ma soprattutto politico e morale, quello del riscatto di un popolo. Un significato che emerge nella contrapposizione tra repubblichini e partigiani, tanto c’era efferatezza e crudeltà da una parte, tanto dall’altra c’era il tentativo sì di condurre una lotta armata ma nei limiti indispensabili. Non dico che non ci siano stati eccessi ed errori ma non paragonabili a quelli dei ragazzi di Salò. La Repubblica democratica nasce dalla lotta dei partigiani e se vuoi stare nella Repubblica ti identifichi in questa parte, perché non era una parte dato che la Resistenza è stato un fatto di popolo. E non avrebbe potuto vincere senza l’appoggio delle popolazioni locali.

Cosa bisogna fare perché i giovani oggi diventino i testimoni dei testimoni?

I partigiani sono tutti morti o molto anziani. Dobbiamo togliere alla Resistenza e alle sue date fondanti quella patina memorialistica e celebrativa e far capire a tutti che la Costituzione è una cosa viva e che si vive nei gesti di tutti i giorni. È vero, come ha detto Papa Francesco, che c’è un egoismo pandemico, ma questa crisi, come nelle situazioni più gravi, ha fatto venire fuori il meglio dalle persone. Vediamo continui gesti di solidarietà molto incoraggianti, la solidarietà è il cemento di una comunità. Molte iniziative sono fatte di giovani con adesioni di massa, come per esempio la raccolta di fondi per gli ospedali. C’è un tessuto sociale che per quanto si cerchi di frantumare riemerge nel senso comunitario. Dobbiamo trasmettere ai giovani come l’antifascismo, la Costituzione e il 25 aprile abbiano gettato le basi per costruire delle identità comunitarie in cui loro possono essere protagonisti, anche per ricostruire questo Paese. A partire dalle fondamenta che ci sono e non dobbiamo farle sprofondare.

Quali sono i valori della resistenza da riscoprire?

I valori della Resistenza da riscoprire e riproporre quotidianamente sono, appunto, la solidarietà tra coloro che soffrono e il voler dare voce a quelli che non ce l’hanno o sono stati costretti a tacere, la Resistenza è stata una lotta su tre fronti: una lotta di liberazione nazionale contro lo straniero occupante, una guerra civile, italiani contro italiani, e anche guerra sociale, come occasione storica per cambiare le cose, ridare a un popolo sottomesso da 20 anni di fascismo una centralità da protagonista. Il valore della Resistenza è aver portato sul proscenio masse di persone che erano nell’ombra, la democrazia è il protagonismo di quelle masse, la Resistenza le ha portate in prima linea, una concezione della politica autenticamente dal basso. La Resistenza ha rovesciato i dettami fascisti: si può credere a un valore condiviso che sia di democrazia e di libertà associata alla giustizia e all’uguaglianza. Non si obbediva più a un capo, l’obbedienza diventava, invece, quella nei confronti di leggi costruite insieme.

Visto che questo 25 aprile sarà più virtuale e dovremo passarlo sul divano di casa e non in piazza, quali sono film sul tema Liberazione che consiglia di vedere per festeggiare almeno in questo modo la sconfitta del nazifascismo?

Consiglio, per esempio, L’Agnese va a morire (1976) di Giuliano Montaldo tratto dal bellissimo libro di Renata Viganò. Oppure Roma città aperta (1945) di Roberto Rossellini che è un classico insostituibile. E sempre relativamente al neorealismo e a Rossellini suggerisco Paisà (1946). O un suo film successivo: Il generale Della Rovere (1959). E, poi, ancora un film di Nanni Loy come Un giorno da leoni (1961). Ai giovani consiglio La Ragazza di Bube (1963) di Luigi Comencini, tratto dall’omonimo romanzo di Carlo Cassola. E infine Il partigiano Johnny (2000) del regista torinese Guido Chiesa, dal libro di Beppe Fenoglio, una lettura fondamentale per capire la resistenza, anche i limiti e gli aspetti meno eroici.

(Intervista di Mauro Ravarino, apparsa su “UnitoNews”, il 24 aprile 2020)

RIBADIRE IL VALORE DELLA LOTTA PARTIGIANA

E giunge in un momento tragico non soltanto per il Paese ma per il mondo, in lotta con una pandemia a cui per ora non si trova rimedio se non nella chiusura di città, regioni, intere nazioni. Un rimedio che alla lunga può essere altrettanto se non più rischioso del danno. E in questa situazione una ricorrenza così importante rischia a sua volta di essere sottaciuta, se non negata addirittura, come qualcuno auspica.

Ebbene, anche a distanza, anche senza manifestare camminando o ascoltando comizi in piazza, dobbiamo testimoniare, nel settantacinquesimo anniversario della Liberazione d’Italia dal nazismo e dal fascismo; testimoniare che l’antifascismo è vivo e necessario, perché il fascismo, in varie forme, è ancora in mezzo a noi. E dobbiamo ribadire il valore della lotta partigiana, della Resistenza antifascista, nel ’43-45. Dobbiamo ricordare che quella lotta, politica ideologica e militare, ha avuto una importanza fondamentale, nella sconfitta dei tedeschi occupanti e dei repubblichini collaborazionisti. Contro le discutibili e ideologiche interpretazioni storiografiche che mirano a svilire tale ruolo, e il suo significato specificamente militare.

Ma dobbiamo altresì ricordare il valore ideale, morale, della Resistenza. L’insegnamento di quegli uomini e quelle donne, che si sono battuti eroicamente, mettendo a rischio tutto, tutto sacrificando, compresa la vita, è un lascito che ha costituito il lievito fecondo della Repubblica, che, ribadiamolo, da quella lotta, da quel sacrificio, da quell’impegno di popolo, è nata.

E la gemma più preziosa di quel lascito è stata la Costituzione, che regolarmente, ad ogni stagione politica, qualcuno cerca di offendere, di danneggiare, di violentare. Ora la legge che pretende di ridurre il numero dei parlamentari con risibili argomentazioni di risparmio finanziario, è soltanto l’ultimo colpo inferto alla Carta Costituzionale, che va difesa, quando si giungerà al referendum per confermare, o, si spera, smentire quella sciagurata legge approvata alla chetichella da un parlamento distratto, e confuso. Il NO alla legge per la riduzione dei parlamentari sarà un sì alla tutela di quella eredità preziosa che i partigiani e poi i Padri costituenti ci hanno affidato. Perché ne facessimo il fondamento di uno Stato nuovo, giusto, democratico. E ridurre il numero dei rappresentanti del popolo significa non soltanto colpire la Costituzione, ma la democrazia stessa.

Perciò questo 25 aprile 2020, sia pure nelle forme che la situazione sanitaria consentirà, va ribadito che la Costituzione, e la Resistenza di cui è figlia legittima, si difendono facendo campagna contro quella legge, strumento subdolo di vanificazione della democrazia

Articolo per il giornale “La Voce” di alcune sezioni dell’ANPI piemontese, zona Nord, apparso il 25 aprile, col titolo “25 aprile. Dobbiamo ribadire il valore della lotta partigiana” poi ripreso da “MicroMega” e da “AlgeNews” .

Un libro racconta l’autunno caldo sotto la mole

Una fotografia può essere assai più di una illustrazione, e può valere molto più anche di un documento in forma scritta: in termini di capacità di comunicazione, certo, ma anche sul piano della pregnanza. Ogni tipo di documento serve, nell’attività storiografica, si sa: la massa documentaria che il passato, lontanissimo come recentissimo, ci offre è come il maiale: non si butta via nulla, tutto serve, ogni pezzo ha una sua utilità. Ma le fotografie sono un documento di tipo particolare. E a volte, lo si sa, e lo si ripete, una foto può valere più di mille parole.

È il caso di “Torino ’69”, un volume riccamente illustrato, di Ettore Boffano, Salvatore Tropea, Mauro Vallinotto, edito da Laterza. Le immagini vincono, e alla grande. Al di là dei meriti eventuali del fotografo – il bravissimo Mauro Vallinotto – e di quelli di chi scrive – due giornalisti di lungo corso, espertissimi delle vicende torinesi, Ettore Boffano e Salvatore Tropea, fondatori dell’edizione cittadina de la Repubblica –, questo è un libro che racconta Torino, la Fiat, il Sud, e il Nord, nel loro difficile incontro/scontro, e in verità l’Italia tutta, in una stagione che va molto al di là e sta molto al di qua della data in copertina. Al di là e al di qua: questo è uno dei punti più complessi e discutibili del volume, devo aggiungere subito. Detto altrimenti, la periodizzazione, uno degli elementi nodali del lavoro di chi fa storia: individuare le cesure e le continuità, un atto non facile, perché assai numerose sono le questioni in ballo, a cominciare dalla soggettività di chi scrive.

Quando inizia il ’69, in primo luogo? Dai fatti di Corso Traiano, il 3 luglio, secondo gli autori. Tesi discutibile.

Il Sessantanove italiano è in realtà una parte di un’endiadi: l’altra parte è il Sessantotto, che nel panorama internazionale rappresenta un unicum: è un unico movimento, che occupa un biennio. In tal senso, allora, il Sessantotto torinese inizia dall’occupazione di Palazzo Campana (giustamente ricordata dagli autori), il 17 novembre 1967. E senza una vera soluzione di continuità si giunge al 1969.

Naturalmente è lecito tentare di distinguere i due anni, ma allora il 1969, ossia l’autunno caldo, mi pare difficile farlo iniziare da quell’episodio. Si aggiunga che gli autori fanno degli andirivieni cronologici, non limitandosi affatto a quel biennio, ma risalendo indietro, al 1962 (Piazza Statuto), ai fatti di Ungheria (1956), e via seguitando in un tentativo comunque di mettere sotto gli occhi dei lettori i dati che segnano la rapidissima e quasi violenta trasformazione di Torino, da ex capitale politica a capitale industriale dalla nostalgia alla preoccupazione, davanti all’invasione dei “napuli”, i “moru”, le “terre da pipe”, i “terroni”, e via seguitando in una lunga galleria di colorite espressioni dal sapore razzista, anche quando “simpaticamente” espresso…

Le resistenze, dunque, vi furono, all’ondata dei meridionali, quelli che, come informavano centinaia di cartelli (ma anche di annunci sui quotidiani), non si affittava: e quello era un periodo in cui si trovava casa con facilità, ma per quegli uomini (prevalevano di gran lunga i maschi, d igiovane età), che giungevano dal Mezzogiorno, poteva diventare un’odissea faticosa e umiliante. Eppure quelle resistenze vennero travolte, malgrado gli sforzi in senso contrario da parte di alcune delle centrali egemoniche; si pensi alle pagine cittadine della Stampa, grondanti di razzismo, anche se i suoi padroni – la Fiat e gli Agnelli – avevano bisogno di quella manodopera. In generale (e meglio sarebbe stato sottolinearlo nei testi di accompagnamento alle immagini) è, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, un’intera classe politica a risultare impreparata, compresa quella comunista. Così come si palesa una certa sclerosi del sindacato, sorpassato dai comitati di base, in una inaspettata riemersione della “democrazia operaia” teorizzata da Gramsci nel 1919…

Fu la Chiesa cattolica, rispolverando la tradizione dei santi sociali piemontesi, a esercitare un importantissimo ruolo di supplenza, nella gestione di una situazione del tutto nuova e dirompente. Emerge altresì la debolezza culturale e l’assenza di un’etica dell’impresa nella proprietà e nella dirigenza FIAT, e i contrasti interni. Diego Novelli, mitico sindaco rosso degli anni Settanta, racconta un episodio interessante, al riguardo, relativo alla richiesta rivoltagli da Umberto Agnelli di metterlo in contatto con Luciano Lama, il grande capo della CGIL. La cosa non si fece per la recisa opposizione di Cesare Romiti, da cui si giunse poi alla grave sconfitta degli anni Ottanta. In precedenza, il passaggio nella direzione dell’azienda da Vittorio Valletta a Gianni Agnelli fu un passaggio dalla padella alla brace, che non recò benefici né all’impresa né ai lavoratori. Capitalismo padronale e neocapitalismo modernizzatore a parole, finirono per convivere in una faticosa gestione della maggiore azienda privata italiana.

Le interrelazioni con il resto del mondo, nei testi, sono quasi assenti, ma andrebbero tenute presenti per capire quegli anni. Nixon, l’escalation in Vietnam, ma anche in Cambogia e Laos, con gli effetti che produsse, anche nell’immaginario (“Agnelli l’Indocina ce l’hai in officina”, fu uno degli slogan più fortunati di quella fine decennio…). Meno rilevante, ma comunque importante, l’elezione di Arafat: la questione palestinese irrompeva nel dibattito politico. Le dimissioni di De Gaulle a fine aprile. La morte dello studente Jan Palach (inizio anno). La rottura del gruppo del Manifesto in seno al PCI. Gheddafi al potere in Libia (settembre). Il festival di Woodstock nello Stato di NY (agosto). Lo scontro sul fiume Ussuri tra Repubblica Popolare Cinese e URSS simbolo dei due comunismi ormai inconciliabili. E mentre la Russia dei Soviet perdeva il suo appeal, la Cina di Mao ne acquistava e un forzosamente redivivo “marxismo-leninismo” acquistava una quarta icona da inserire accanto al “trittico” Marx Engels Stalin, il faccione di Mao Zedong, il “grande timoniere”. E i “cinesi”, che ben presto si frammentavano in linee contrassegnate da colori, diventano una componente significativa, anche se non maggioritaria, del movimento di lotta, più fra gli studenti che fra gli operai.

Altrettanto nuova la “sinistra extraparlamentare”, che mostrava le maggiori contiguità tra movimento degli studenti e lotte operaie. A Torino la Lega Studenti Operai fu un fenomeno interessante, e addirittura vi fu un Gruppo Gramsci, rara avis in un mondo in cui a dispetto dei richiami oggettivi tra le due ondate di consiliarismo, a distanza di mezzo secolo (1919-1969), il rivoluzionario sardo venne ignorato quasi totalmente. Fu Bruno Trentin a cogliere, con la sua lucida intelligenza, le somiglianze, parlando per primo (e bene fanno gli autori a richiamarlo) di un “secondo biennio rosso”, aggiungendo che questo era più importante del primo: e il giudizio viene avvalorato dagli esiti di quel biennio, opportunamente elencati nel libro. Personalmente non condivido l’enfasi con cui Giovanni De Luna parla, nelle conversazioni con gli autori (“Fu un momento magico e irripetibile…”, p. 204) e uno sforzo di valutazione critica è necessario, ed è ciò che fanno, pure direi sotto traccia gli autori, i quali comunque si limitano per lo più a tentare di rappresentare, “fotograficamente” – e qui si percepisce l’egemonia del linguaggio delle immagini – non solo quell’anno ma l’intero dopoguerra fino oltre gli anni Settanta, con la più volte evocata marcia dei 40.000.

Il libro dal punto di vista della ricostruzione appare rapsodico, a dispetto degli sforzi degli autori di costruire delle sequenze, e questo se da una parte rende più debole sul piano storiografico, ne aumenta la leggibilità, in quanto risulta una chiacchierata, ricca di stimoli, con giudizi generalmente condivisibili.

Condivido assolutamente il giudizio conclusivo: “l’Autunno caldo non fu soltanto un affare di sindacati e di padroni, ma segnò l’epifania, e la venuta in primo piano, della questione operaia nella società italiana” (pp. 202-203).

(Articolo pubblicato su “MicroMega”, on line, il 3 marzo 2020)

La polizia sgombera gli occupanti di case in un quartiere periferico a Torino (Foto Mauro Vallinotto, tratta dal libro “Torino 1969”)

Monsieur le Président. Lettera a Sergio Mattarella

«Monsieur le Président / Je vous fais une lettre / Que vous lirez peut-être / Si vous avez le temps»… Così cantava il “poeta maledetto” e chansonnier Boris Vian nel 1954, nel pieno della crisi franco-indocinese, che avrebbe portato alla disfatta francese di Dien Bien Phou. Signor Presidente, scrivo, ripetendo come Vian il dubbio che Ella leggerà mai queste righe.

Le scrivo per esprimerle amarezza e sconcerto dopo il suo discorso del 10 febbraio, in cui non si è limitato a rendere onore a quelli che, nella narrazione corrente, ormai sono i «martiri delle foibe», ma ha usato ancora una espressione storicamente errata, politicamente pericolosa, moralmente inaccettabile: «pulizia etnica». Ella, signor Presidente, è caduto nella trappola della equiparazione del grande, spaventoso crimine, il genocidio della Shoah, con gli avvenimenti al Confine Orientale, tra Italia e Jugoslavia, fra il 1941 e il 1948, grosso modo. Non pretendo che abbia letto il mio precedente intervento sulle pagine del Manifesto, del 9 febbraio, ma un’occhiata, se avesse un minuto di tempo, mi permetto di suggerirle di dare a quell’articolo. Nel Suo discorso Ella ha precisamente ribaltato il mio argomentare, che poneva in guardia dall’uso scorretto del termine «negazionismo», che si riferisce, propriamente, alle ideologie che negano Auschwitz, ossia sostengono che mai è esistita una volontà sterminazionista e genocidaria nel nazismo.

Da qualche tempo, ahimè, la destra estrema si è impadronita della parola e la va usando a proprio piacimento, e in particolare ne fa uno strabiliante abuso sulla «questione foibe», e applica l’etichetta, che ovviamente suona infamante, a chi semplicemente si impegna, scientificamente – tutti gli storici degni di questo nome – , nella ricerca della verità in merito alle «complesse vicende del Confine Orientale», come recita la legge del 2004, istitutiva del «Giorno del ricordo», non a caso voluto a ridosso di quello «della memoria» che dovrebbe invece rammemorarci, nel giorno dell’apertura dei cancelli di Auschwitz da parte dell’Armata rossa.

Ella, signor Presidente, non senza un palpabile disprezzo, ha parlato di «piccole sacche di deprecabile negazionismo militante», che si ostinerebbero a «negare»: che cosa? La «pulizia etnica» che viene identificata come la somma dei «crimini comunisti» in quelle terre. E lodevolmente, Lei, signor Presidente, invita allo studio della storia. Ma è precisamente ciò che i «negazionisti» nel distorto messaggio che Ella ha tenuto, cercano di fare, e vengono insultati, isolati, quasi cancellati. E mentre giornalisti senza etica e politici in caccia di voti snocciolano cifre fantastiche (1000, 2000, 10.000, 20.000, fino alle 30.000 annunciate da un tg nazionale ieri in apertura…), il paziente lavoro dei ricercatori propone un’altra versione, frutto dello scavo (compreso quello tremendo delle cavità del Carso chiamate “foibe”), dell’accumulo di documenti, delle prove testimoniali verificate.

La storiografia ci dice tutt’altro dalla chiacchiera politico-mediatica: le vittime accertate, ad oggi, furono poco più di 800 (compresi i militari), parecchie delle quali giustiziate, essendosi macchiate di crimini, autentici quanto taciuti, verso le popolazioni locali: nessun generale italiano accusato di crimini di guerra è mai stato punito.

E 400mila civili slavi rastrellati, deportati, torturati e fucilati semplicemente vengono cancellati. Spiace che anche le autorità istituzionali a Lei seconde e terze, abbiano ritenuto di usare espressioni gravi quanto infondate: «Genocidio programmato contro gli italiani», dice la presidente del Senato; «Le atrocità nazifasciste non sono una giustificazione», aggiunge il presidente della Camera.

Spiace soprattutto che le Sue parole abbiano, involontariamente, offerto un formidabile assist ai soliti Salvini – che equipara tout court Shoa e foibe pericolosamente banalizzando l’Olocausto – e Meloni, ai quali non è sembrato vero di poterne approfittare con altri inquietanti anatemi, mentre l’intero schieramento della destra usava con cinica disinvoltura il Suo discorso, Presidente, per berciare contro «i negazionisti» (etichettati senza mezzi termini «comunisti»).

Ieri la delegazione del Pd ha abbandonato le celebrazioni alla cosiddetta foiba di Basovizza, davanti alla plateale strumentalizzazione da parte della destra. Episodio che dovrebbe forse indurLa, Presidente, a una maggior prudenza.

Il Suo discorso, mi consenta, insomma, fa un grave torto alla conoscenza storica, che Ella, lodevolmente, incita a perseguire, e genera conflitti che Ella e la legge del 2004 vorrebbero chiudere.

(Pubblicato sul “Manifesto” il 10 febbraio 2020)

l’agguerrito esercito della negazione della storia

Ci risiamo. La ricorrenza del 10 febbraio – il cosiddetto “Giorno del ricordo”, istituito con legge “bipartisan” Berlusconi imperante (l. n. 92 del 3 marzo 2004) – eccita gli animi, in modo ogni anno più parossistico: è il primo paradossale risultato di quella legge sciagurata, che in nome della “pacificazione” e delle “memorie condivise” ha prodotto l’opposto effetto. Com’era ovvio, perché le memorie degli uni non solo non si pareggiano con quelle degli altri, ma, al contrario, emergono con rinnovato sentimento oppositivo. Gli eredi, biologici o politici, dei fascisti occupanti la Jugoslavia negli anni ‘40, autori di stragi inaudite, di devastazioni e vessazioni ai danni della popolazione locale, non sembrano più in cerca di una semplice (e impossibile) autoassoluzione per il loro ruolo di carnefici, ma ormai si propongono, con crescente protervia, nei duplici panni di vittime, e, addirittura, di «eroi». Si vedano gli annunci di iniziative delle associazioni degli esuli istriani e dalmati, o di circoli neofascisti, in cui ricorre accanto o invece del termine «martiri» quello appunto di «eroi»: gli eroi delle foibe.

Ecco, i neofascisti: chiamiamoli come preferiamo, ma qui siamo in presenza di un eccezionale rigurgito di fascismo aggressivamente «nostalgico». Tra la legalità garantita da una Costituzione democratica e l’illegalità di azioni che quella stessa Legge contrasta, i fascisti del terzo millennio, e i loro amici e sodali, stanno cavalcando «le foibe» in un disegno politico-ideologico davanti al quale la cultura democratica e la ricerca storica appaiono in disarmo, capaci al massimo di flebili voci di protesta. Vediamo in campo, da un lato, un esercito agguerrito e all’attacco, e dall’altro un esercito in rotta o in disarmo. Più spazio viene lasciato, a proposito della questione del «Confine orientale», alla destra, meno spazio rimane non per la sinistra, ma per la ricerca della verità e la sua difesa.

E di anno in anno lo squilibrio fra i due eserciti si aggrava, in una sostanziale indifferenza della cosiddetta opinione pubblica democratica. Ora siamo ad un paradosso: la destra, quella più becera e ignorante, nell’ormai antica pretesa di impartire lezioni di metodo storico, ha compiuto un’operazione indubbiamente degna di attenzione: ha sottratto all’arsenale sia della metodologia della storia, sia della cultura democratica, una parola che finora esprimeva una certo concetto, ma ora non più. La parola è «negazionismo». Nei manuali di metodologia della ricerca storica, si indica con questo «ismo» una delle forme estreme del revisionismo in tema di campi di sterminio nazista, quello che precisamente nega se non la loro esistenza, la loro funzione sterminazionista, cercando spiegazioni (risibili) per le camere a gas e i forni crematori: insomma nega il progetto genocidario del lager nazista.

Ora capita che la destra che sta costruendo proprio disegno egemonico, dai tanti aspetti, si sia impadronita della parola, rovesciandone in certo senso il concetto, facendolo trapassare dal campo democratico-antifascista a quello opposto. E con un cortocircuito, facilitato dalla vicinanza tra il 27 gennaio e 10 febbraio e dalla stessa terminologia (Giorno della memoria, (Giorno del ricordo), foibe e lager vengono avvicinati, poi sovrapposti e infine confusi, generando una cappa di nuvolaglia graveolente, sotto la quale si agitano i professionisti della «verità politica», che nulla ha a che spartire con la verità storica.

Davide Conti ha parlato su questo giornale di «populismo storico»: la formula è efficace, ma andrebbe corretta in «populismo storiografico», in quanto il chiacchiericcio mediatico, accanto a iniziative di politici e di amministratori, pretende di far scaturire come verità quello che «la gente» anela sentirsi dire, dopo essere stata opportunamente manipolata. E tutto questo con una crescente aggressività che vede presi a bersagli i pochi studiosi autentici del tema, compresi coloro che hanno lavorato in modo discreto cercando di non schierarsi troppo esplicitamente. Interdizioni, minacce, impedimenti opposti a quanti, singoli o associazioni, provano a fare onestamente il proprio lavoro: il populismo storiografico mescola le carte, dà non solo per acquisite, ma per scontate pseudo-verità, e si appella ai sentimenti di un nuovo pseudo-patriottismo, che dovrebbe interpretare in modo «spontaneo» i sentimenti diffusi, il senso comune, il pensiero della gente della strada, divenuta, non si sa in base a quale principio, depositaria delle «verità nascoste» (ovviamente dai comunisti) delle foibe.

E la storiografia, quella vera, arretra, tace, balbetta. Mentre dovrebbe sfoderare tutte le sue armi, e chiamare l’intero mondo intellettuale a propria tutela, e non esitare a pretendere dal ceto politico l’abrogazione di quella legge, generatrice di menzogne e, come stiamo vedendo, di un clima persecutorio.

(Pubblicato sul “Manifesto” il 9 febbraio 2020)

Auschwitz e la memoria corrotta dalla russofobia

(Intervista di Clara Statello ad Angelo d’Orsi)

Il giorno della Memoria impone una riflessione sul ruolo della storia, sulla rimozione ad uso politico di verità che per qualche ragione risultano scomode. Sputnik Italia ne ha discusso con lo storico Angelo D’Orsi.

Una tendenza è in corso, in molti paesi occidentali, quella di rimuovere il contributo dell’Urss e quindi del popolo sovietico, nella sconfitta del nazismo. Di nuovo la Polonia celebra la liberazione di Awschitz senza invitare i nipoti dei liberatori. Il premier polacco, Mateusz Morawiecki, nega il ruolo dell’Armata Rossa nella liberazione della Polonia e accusa la Russia di voler riscrivere la storia.

Queste narrazioni hanno una legittimità storica? O c’è una ragione politica per cui si tenta di rimuovere certe verità storiche?

Sputnik Italia ne ha discusso con il professore Angelo D’Orsi, storico, già professore ordinario del pensiero politico all’Università di Torino, direttore della rivista Historia Magistra, attualmente impegnato in un tour di presentazioni del suo ultimo libro “L’intellettuale antifascista. Ritratto di Leone Ginzburg”. Nella conversazione con il professore D’Orsi, si è anche delineato il profilo di questo grande intellettuale russo che scelse l’Italia, senza mai dimenticare di essere russo.

– Lei verrà nei prossimi giorni in Sicilia a presentare la sua biografia su Leone Ginzburg. Qual è l’importanza di questo personaggio e l’influsso della cultura russa nella sua opera e nella sua azione?

– Ginzburg era russo, nato ad Odessa, da una famiglia borghese ed ebraica proveniente dalla Germania. Ha una fisionomia cosmopolita. Sin da piccolo viaggia per Italia e Germania sino a stabilirsi definitivamente nel nostro Paese, a Torino. Da intellettuale farà una battaglia per dare alla Russia ciò che alla Russia spetta.

Nel momento in cui la Russia veniva considerata l'”altrove asiatico”, lui non transige sul fatto che la Russia faccia parte dell’Europa e non si può immaginare un’identità europea senza la cultura russa, dal punto di vista letterario, storico e religioso. Lui ha in mente un’Europa federale che comprenda la Russia.

– Anche in questo momento storico c’è una tendenza a sottostimare il ruolo della Russia. As esempio alle celebrazioni per la liberazione di Auschwitz, Mike Pence non ha fatto cenno al ruolo dell’Armata Rossa, affermando che erano stati dei generici “soldati” ad aprire i cancelli del lager. Perché questa rimozione storica?

Questo episodio si inserisce all’interno di un quadro generale di deformazione e corruzione pesantissima della verità storica. Siamo davanti al ritorno di un male che riaffiora periodicamente nel nostro mondo occidentale. Questo male di chiama russofobia. E’ insieme paura e disprezzo per il mondo russo e in generale slavo. Occorrerebbe fare una battaglia culturale, come quella che portò avanti Ginzburg, per far capire che non si può pensare a un’Europa senza la Russia, che la Russia è una componente fondamentale dell’Europa.

– Perché questo ritorno della russofobia?

Man mano che Putin emergeva come grande figura di statista internazionale e la Russia putiniana acquisiva un ruolo sulla scena internazionale, il mondo unipolare che si era delineato dopo la caduta del muro di Berlino, veniva messo in crisi. La Russia, assieme ad altre potenze come la Cina, ha contribuito a trasformare il quadro geopolitico in multipolare.

La risposta è stata un assalto concentrico alla Russia: economico, politico e ideologico. Questo ha fatto riemergere la russofobia che è sia paura ma è anche disprezzo e soprattutto è il tentativo di rimettere la Russia al posto che gli Usa vogliono assegnarle: quello degli sconfitti della storia recente.

– In Europa la Polonia tenta di addebitare le cause della IIW alla Russia. Esistono i presupposti per abilitare questa narrazione a verità storica?

Gli orrori di Auschwitz

No, non c’è alcun elemento di verità in questa narrazione. Tutta la storiografia scientifica non accetterebbe mai un’interpretazione che tenta di equiparare il III Reich all’Urss, come due potenze complici che hanno scatenato la guerra per spartirsi il mondo. Un’interpretazione infondata e falsa. L’hitlerismo aveva un progetto di dominio mondiale che Stalin non ha mai avuto. L’Urss è servita a spezzare e fermare questo progetto. Questo va detto e ribadito a chiare lettere, non solo sussurrato al telefono, ma urlato sui tetti.

– Nei giorni scorsi il presidente russo Vladimir Putin ha annunciato la diffusione di documenti d’archivio sulla Grande Guerra Patriottica. Questo intervento servirà a tutelare una corretta memoria dal revisionismo storico/politico?

– Io mi auguro sì. Può servire anche per fugare sottintesi ed evitare che si continui a mormorare che ci siano documenti nascosti che proverebbero chissà che. Come diceva Gramsci la verità fa bene a tutti. Credo che sia una decisione molto saggia, anche politicamente saggia.

– Tornando all’importanza della memoria storica, perché oggi è importante ricordare un personaggio come Leone Ginzburg?

– Ginzburg è un personaggio tanto importante quanto dimenticato. Leone Ginzburg è morto nel febbraio 1944 e la mia è la prima biografia, dopo 75 anni, su di lui. E’ incredibile. Ci sono biografie e monografie su qualsiasi personaggio, ma abbiamo dimenticato incredibilmente Leone Ginzburg, che è stato un gigante. Ha auto un’importanza decisiva sul piano culturale ma anche morale, perché Ginzburg ci ha dato un esempio di come si poteva essere, anche all’epoca negli anni del regime, intellettuali ma anche antifascisti.

Infatti il mio libro si intitola “Un intellettuale antifascista” perché voglio mettere in evidenza l’eccezione rappresentata da Ginzburg nell’epoca in cui tutti gli intellettuali o quasi, si sono piegati al fascismo, hanno indossato la camicia nera, hanno messo la spillina all’occhiello con il distintivo del Partito Nazionale Fascista, Ginzburg è diverso, rifiuta qualsiasi gesto di adesione e ne paga tutte le conseguenze, sino alla fine.

Un esempio di coerenza politica straordinaria. Ma nello stesso tempo Ginzburg ha continuato a fare l’intellettuale. E che intellettuale. Ginzburg è stato un uomo di levatura superiore. Quest’uomo che poteva essere un grande politico, un grande studioso, un filologo, uno storico un letterato, ebbene ha sacrificato tutto per la coerenza degli ideali.

[Pubblicata su “Sputnik”, il 27 gennaio 2020 ]

LE PAROLE DI ERNEST HEMINGWAY VANNO RICORDATE SOPRATTUTTO OGGI, NEL GIORNO DELLA MEMORIA

“Ogni essere umano che ami la libertà deve più ringraziamenti all’Armata Rossa di quanti ne possa pronunciare in tutta la sua vita!”. Le parole di Ernest Hemingway vanno ricordate specialmente oggi, 27 gennaio, quando nell’orgia celebrativa del “Giorno della memoria” si rischia di dimenticare chi spezzò i cancelli di Auschwitz-Birkenau, il più grande campo di sterminio nazista. Specialmente oggi che, sempre più, anche sulla base di una recente, sciagurata risoluzione del Parlamento della Unione Europea si pretende di mettere sullo stesso piano liberatori e oppressori, vittime e carnefici, nazifascismo e comunismo.
Fu l’Armata Rossa a liberare i sopravvissuti alla mostruosa macchina di sterminio industriale messa in atto dal nazismo, sulla base della infame “soluzione finale” del “problema ebraico”, senza dimenticare che quella macchina di morte fu anche destinata alla eliminazione di Sinti e Rom, di disabili, di Testimoni di Geova, di omosessuali, di comunisti…
E fu l’URSS di Stailn – alla cui politica interna non si possono fare sconti, certo: non dimentichiamo le famigerate “purghe” che eliminarono cenitinaia di migliaia di russi, di comunisti, e la stessa gerarchia dell’Armata Rossa, con gravi conseguenze sul piano militare -, fu l’URSS il grande scoglio contro cui, a prezzo di oltre 20 milioni (forse 25) di morti tra i sovietici, si infranse l’onda della furia sterminatrice, imperialista e colonialista del nazismo. Fu grazie, soprattutto, alle forze armate e al sacrificio dei popoli dell’Unione Sovietica, che la svastica fu fermata e non si estese sul Continente.
Giorno della Memoria deve significare anche questa memoria. La memoria che deve mettere di fronte, in modo antitetico, fascismo e comunismo, fascismo e antifascismo, ricordando le responsabilità opposte degli uni e degli altri. La memoria di chi offese l’intera umanità, e non solo il popoo ebraico, prima vittima, con la logica perversa e spietata di Auschwitz, e di chi cerò di salvaguardarla, opponendovisi, colpo su colpo, con la forza delle armi ma anche, prima, durante e dopo, con la forza delle idee.
Essere antifascisti oggi significa ricordare che il fascismo, quale che sia il suo travestimento, va combattuto, oggi come ieri, opponendo le nostre idee alle loro, la ragione alla violenza, ma quando fosse necessario, ricorrendo alle armi, come in Spagna nel ’36, in Italia nel ’43-45. Memoria è ricordo delle vittime, ricordo dei carnefici, e anche ricordo di chi ha dato la vita per combattere gli uni, e liberare le altre.

{Pubblicato su “Alganews”, il 27 gennaio 2020]

Leone Ginzburg eroe dimenticato

Nasceva oggi, 4 aprile, a Odessa, Leone Ginzburg: l’anno era il 1909. 110 anni dunque, sono trascorsi, e Ginzburg è un classico eroe dimenticato. Rimarrebbe deluso chi cercasse nei suoi Scritti i segni della grandezza. O meglio, i segni ci sono; ma solo una lettura in profondità, che al testo affianchi il contesto, che dietro lo scrittore faccia emergere l’uomo, che ricostruisca quella straordinaria vicenda di incroci umani, intellettuali e politici che fu la biografia di questo ebreo-russo fattosi italiano per scelta, con un travagliato iter per ottenere la cittadinanza italiana che poi gli venne tolta, quando scattarono le leggi razziali del 1938.

Rimasto in Italia perché sorpreso dallo scoppio della Grande Guerra, il piccolo Leone, da Viareggio passò a Torino: l’approdo al “mitico” Liceo D’Azeglio e le amicizie decisive con quell’eccezionale gruppo di giovani che, tra Umberto Cosmo e Augusto Monti, e specialmente sotto la guida di quest’ultimo, tra Norberto Bobbio e Massimo Mila, Cesare Pavese e Giulio Einaudi, fu un piccolo movimento di idee capace di influenzare una larga fetta della cultura cittadina, e ben presto anche nazionale.

Nel gruppo Leone spiccò subito per il suo fascino soggiogatore, per una base culturale infinitamente superiore a quella dei coetanei, e per maturità umana: e da solo o con alcuni di quegli amici e compagni egli fu coinvolto in alcune delle più notevoli avventure della Torino dell’epoca, una autentica capitale culturale d’Italia: dalla casa editrice in lingue estere Slavia alla Frassinelli, dove si mise in luce Franco Antonicelli, con la  “Biblioteca Europea”. L’esperienza della rivista “La Cultura” –“ago calamitato di tutta la limatura di ferro dell’antifascismo cittadino”, secondo l’Ovra – e quindi la casa dello Struzzo.

Il segno unificante di queste imprese fu in sostanza gobettiano (ma Gobetti aveva a sua volta importato a Torino da Firenze il modello della “Voce”, eliminando il cinismo di Prezzolini e dando invece una salda base morale al proprio lavoro). Come Gobetti, del resto, Ginzburg si mosse  sul binario della intrasingenza politica e dell’apertura culturale: il dialogo con i gli omologhi fascisti, impossibile sul piano politico, poteva aprirsi su quello culturale, nel nome del comune mestiere intellettuale. Ecco i rapporti dunque con un Gentile o con un Ojetti. Ma nel contempo – intanto Leone si laureava in Lettere nell’ateneo torinese, avendo grandi maestri, da Augusto Rostagni a Ferdinando Neri – egli aderiva alla cospirazione giellista, dopo aver conosciuto a Parigi Carlo Rosselli. Lungi da ogni doppiezza dava un esempio di eccezionale dirittura quando rinunciò alla Libera docenza appena guadagnata per non sottostare al giuramento al regime mussoliniano esteso dai professori di ruolo ai liberi docenti.

Fu arrestato nel marzo del ’34, e passò due anni nel carcere di Civitavecchia, da cui ritornò poi a Torino continuando a dirigere nella clandestinità l’azione del gruppo di Giustizia e Libertà. Poi le leggi razziali, la guerra, il confino nelle montagne dAbruzzo (dove la moglie Natalia, figlia del grande anatamo-patologo Giuseppe Levi, lo seguì e dove nacquero due dei tre figli). Non tenne in conto il consiglio di Croce, suo amico e ammiratore, che lo invitava a lasciar perdere la politica in tempi così difficili, specie per un ebreo ritornato nella condizione di “apolide” . Nulla valse a smorzare l’impegno politico e la voglia di combattere il fascismo, ma nemmeno la passione culturale: ne è prova il carteggio con la casa editrice Einaudi (che proprio lui, con Giulio e Cesare Pavese aveva fondato nel ’33), in cui emerge non solo un sicuro talento di “editor”, ma altresì uno zelo filologico che rinvia alla grande scuola subalpina.

Il 25 luglio del ’43, con la provvisoria caduta del fasciamo, non fu per lui occasione di fuga, di ricerca della salvezza personale: nelle file del Partito d’Azione in clandestinità Leone prese la via di Roma, affrontando il rischio con fiera consapevolezza, perché “tutto è preferibile al fascismo”. Benché avvertito dai compagni della possibilità dell’irruzione della Gestapo nella tipografia dove si stampava il foglio clandestino antifascista “L’Italia Libera” (da lui diretto con Fancello e Muscetta), non volle sottrarsi a quello che considerava il suo dovere: un esempio che ricorda il martirio di Rosa Luxemburg e Karl  Liebknecht. Morì nel braccio tedesco di Regina Coeli, dove era stato a lungo “interrogato” dagli aguzzini nazisti, con la complicità dei fascisti nostrani. Era il 5 febbraio del ’44. Non aveva ancora compiuto 35 anni.

Rispetto a un tale profilo i testi che Ginzburg ci ha lasciato pur rivestendo interesse per i cultori di letterature europee (dalla russa alla francese), per gli storici politici e delle idee, sono poca cosa per capire un uomo che più che un realizzatore fu un suscitatore, un uomo che sacrificò le sue enormi doti intellettuali a quella che giudicava, con una intransigenza etica che ha pochi riscontri nella storia del ceto intellettuale, un dovere morale. Negli articoli, nelle prefazioni alle sue mirabili traduzioni dal russo, nelle recensioni, negli scritti politici della clandestinità, nei frammenti storici, possiamo intuire la ricchezza multiforme di un genio che avrebbe potuto dare tanto in ciascuno di questi ambiti, ma scelse di mettere in secondo piano la sua genialità per salvare, con la propria, la dignità di tutto un popolo.

Davvero un insegnamento gobettiano, il suo, nel senso più nobile, e ad esso dovremmo guardare tutti quando siamo tentati di mollare la tensione etica del nostro “mestiere” di intellettuali, quando le sollecitazioni del mercato o dell’accademia ci spingono irresistibilmente verso una dimensione puramente tecnica del lavoro culturale. Un esempio altissimo quello ginzburghiano, per la stragrande maggioranza dei chierici suoi contemporanei (coetanei o della generazione precedente) inarrivabile, e oggi addirittura improponibile. Ma la vita di Ginzburg – di per se stessa la sua opera migliore – implica anche un insegnamento per i politici: non ci può essere serietà dell’azione politica senza una forte istanza morale. Nondimeno, se guardiamo al trasformismo dei chierici e all’opportunismo dei politici c’è da temere che la voce di questa splendida figura d’intellettuale che alle cattedre e ai titoli accademici preferì l’azione diretta per la libertà di tutti, fino all’estremo sacrificio della vita, risuoni come quella di chi grida nel deserto.

Angelo d’Orsi – 4 aprile 2019

RICORDARE LA “GUERRA ETICA” DEL KOSOVO

Una delle più infami tra le “guerre ineguali”, o “asimmetriche”, fu quella scatenata vent’anni or sono, il 24 marzo 1999, dalla più grande delle coalizioni militari della storia, 19 Stati, a guida Nato e Usa, contro un piccolo Stato, la Repubblica Federale Socialista di Jugoslavia, o quel che ne rimaneva dopo le prime secessioni, pilotate dall’Occidente (Germania, e Santa Sede di Woytila), di Slovenia e Croazia.
La “guerra del Kosovo”, o meglio dei Balcani, fu a mio giudizio la più iniqua delle guerre “posteroiche”, alla quale l’Italia di Massimo D’Alema e presidente del Consiglio (con Sergio Mattarella vicepresidente) diede il suo volenteroso contributo. Una guerra ingiustificabile da ogni punto di vista, e quindi bisognosa di un gigantesco apparato propagandistico per convincere l’opinione pubblica occidentale della sua “necessità”. La propaganda, con la guerra del 1999, da arma di guerra diventà., come ebbe a scrivere un compianto studioso, Danilo Zolo, divenne “essa stessa propaganda” (“Chi dice umanità”, Einaudi, 2000). Eugenio Scalfari, Paolo Mieli, Adriano Sofri, Giorgio Bocca, Giampaolo Pansa, Gianni Riotta, Enzo Bettiza, Mario Pirani, Enrico Deaglio, “la Repubblica”, “l’Espresso”, il “Corriere della Sera”, e così via, e tutti i TG scesero in campo per sostenere l’aggressione usando nobili parole, e tirando in ballo assurde e sconvenienti analogie storiche, come i kosovari nuovi ebrei, di una nuova Shoah, e Milosevic come il nuovo Hitler (ma anche il nuovo Stalin, a piacere). Persino il mio maestro Norberto Bobbio si fece aedo di quella guerra arrivando a definirla incredibilmente “etica”. Con lui un altro padre della patria come Vittorio Foa, a giustificare gli aggressori. Per ricordare solo i maggiori.
La storia fu saccheggiata, vilipesa, usata come un serbatoio di argomenti senza fondamento.
Quella guerra vile, che mirava in realtà semplicemente ad eliminare “l’anomalia jugoslava”, ossia uno Stato che si proclamava orgogliosamente socialista nel cuore dell’Europa capitalistica avviata sulla strada dell’ultraliberismo.
Uno dei risultati fu l’indipendenza del Kosovo, un concentrato di delinquenza, centrale europea del traffico di armi, droga e prostituzione. E non dimentichiamo il rapimento illegale, la detenzione altrettanto illegale del presidente jugolsavo Svobodan Milosevic, e la sua “misteriosa” morte in un carcere dell’Aja, nel 2006.
Ma con quella “Missione” (ovviamente “di pace”) si portò la “democrazia” in un Paese, dopo averlo devastato con le bombe, inquinato con l’uranio impoverito, distrutto nelle sue infrastrutture civili, logistiche, economiche, con circa diecimila morti, mentre gli aggressori praticamente non ebbero vittime. Fu davvero un capitolo vergognoso della storia dell’Europa, degli Usa, e della nostra Italia, che con quella terra, e quelle genti aveva sempre avuto, dopo la caduta del fascismo, rapporti intensi di collaborazione e di amicizia.
Non dimentichiamo.

Post di Angelo d’Orsi sul proprio profilo Facebook, 24 marzo 2019
(Nell’immagine, tratta dal Web, uno dei tanti edifici di Belgrado colpiti dalle “bombe intelligenti” euro-americane)