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Eclettico e fuori degli schemi. Addio a GIOrgio Galli

Anche Giorgio Galli ci ha lasciato, proprio alla fine di questo anno terribile. È morto, per infarto, oggi, 27 dicembre 2020. Aveva 92 anni: la sua è stata una esistenza lunga e laboriosa. Negli ultimi anni era piuttosto dimenticato, ma in passato aveva goduto di una notevole fama tra politologi, storici del pensiero e dei movimenti politici, opinionisti. In accademia non godè di gran fortuna, sebbene sia stato a lungo professore all’Università statale di Milano (non ottenendo mai la cattedra, se non ricordo male): in particolare venne sempre considerato un “estraneo” alla disciplina che insegnava, e che fu la mia, la Storia delle dottrine politiche, a cui dedicò anche uno svelto manuale (per Il Saggiatore, nel 1985).

In effetti Galli non aveva i “quarti di nobiltà” che questa disciplina, piuttosto parruccona e retriva rispetto all’innovazione e idiosincratica verso l’originalità, richiede; né lui fece alcunché per ingraziarsi i boss, un passaggio indispensabile se non si voleva essere emarginati o quanto meno variamente penalizzati (parlo per personale esperienza). D’altro canto, egli, scrittore prolifico (un’ottantina di libri!), eclettico fino all’estremo, viaggiò sempre su terre di confine, in territori che era difficile identificare in modo certo e definitivo: il meglio di sé lo diede negli anni Sessanta, con la formula del “bipartitismo imperfetto” (il volume così intitolato fu pubblicato dalle edizioni del Mulino nel 1966) per identificare la situazione politica italiana, bloccata fra DC e PCI: imperfetto perché, da un canto, in fondo vigeva quello che il giornalista Alberto Ronchey aveva chiamato “Il fattore K”, per indicare l’ipoteca (negativa a suo parere) del comunismo sul PCI, che impediva una sua ascesa al governo del Paese, mentre d’altro canto la DC era per varie ragioni, a cominciare dal sostegno del Vaticano e delle gerarchie cattoliche, inamovibile. In sostanza dei due componenti del campo bipartitico,  uno (il PCI) era di fatto impossibilitato all’ascesa al potere per ragioni ideologiche (il comunismo, e la “fedeltà” all’URSS), e l’altro (la DC) era embricato nella società italiana, tra istituzioni e forze sociali ed economiche, a tal punto che neppure le cannonate avrebbero potuto scollarlo dal governo. Eppure quei due competitors erano in combutta nel sottogoverno, nella gestione di clientele, di apparati sindacali, e quant’altro.

Le altre opere rilevanti di Galli non furono mai tecnicamente di storia del pensiero politico, ma sempre aperte e talvolta incerte, tra scienza politica e storia dei partiti, tra sociologia e filosofia politica, opere spesso discutibili sul piano metodo e anche sulle tesi interpretative, ma sempre stimolanti, capaci cioè (anche per esser confutate, e persino di essere radicalmente respinte), di dare inedite suggestioni, aprire scenari nuovi, suscitare la volontà di sapere di più e capire meglio.

Non fu mai un “intellettuale di sinistra”, ma non fu mai tra gli avversari della sinistra; scelse una sorta di via appartata, anche quando scriveva sulla stampa (tenne una rubrica per almeno un trentennio su “Panorama”, prima della svolta berlusconiana del settimanale), una via fondata su una totale indipendenza di giudizio, che gli consentiva di dire sempre la sua, in modo libero, anche se non di rado con giudizi non condivisibili, prima che sul piano politico, su quello scientifico. Si occupò, tra i primi, anche della “Storia del Partito Comunista Italiano”, con un volume così intitolato, firmato insieme a Fulvio Bellini, uscito presso il raffinato editore Schwarz di Milano nel 1953, l’anno della morte di Stalin, un personaggio storico verso il quale invitava a guardare senza semplificazioni demonizzanti e banalizzazioni incongrue; vanno ricordati i due libri “Stalin e la sinistra”, edito da Baldini Castoldi & Dalai (2009) e “In difesa del comunismo nella storia del XX secolo” (Kaos Edizioni, 1998).

C’era nel suo approccio alla storia del comunismo una attitudine laica, che respingeva ogni rifiuto aprioristico, ma altresì l’adesione ideologica, che peraltro era comunque, per quanto concerne il comunismo italiano, caratterizzato da una forte simpatia per Amadeo Bordiga e il bordighismo, corrente sconfitta in seno a un movimento a sua volta sconfitto. E fu tra i primi a proporre una interpretazione “dietrologica” del terrorismo brigatista con la Storia del partito armato (Rizzoli, 1986), in cui avanzava l’ipotesi, che oggi possiamo ritenere nient’affatto peregrina, che le azioni di brigatisti e sodali fossero state tollerate se non addirittura favorite da centri di potere, istituzionali ed economici, che erano ostili ad ogni vero cambiamento sociale in Italia.

Negli ultimi decenni Galli si era inerpicato sui sentieri malagevoli dell’esoterismo, per interpretare fenomeni, ideologie e movimenti come il nazismo, in particolare con una suggestiva e, ribadisco, non persuasiva analisi su “Hitler e il nazismo magico” (Rizzoli, 1989), ripresa e sviluppata nel succesivo, recentissimo “Hitler e l’esoterismo” (Oaks 2020).  Del testo hitleriano, il famigerato “Mein Kampf “ aveva osato pubblicare una edizione con sua ricca Introduzione (ancora con le Edizioni Kaos, 2002).

Più condivisibili a mio avviso, e di grande attualità, le analisi sugli svolgimenti del turbo-capitalismo e dell’inabissamento della democrazia, sullo strapotere dei grandi network della finanza internazionale con due libri recenti: “Il golpe invisibile” (Kaos, 2015) e “Il potere che sta conquistando il mondo” (con Mario Caligiuri e uscito da Rubbettino). Libri di cui si parlò poco, purtroppo, mentre al di là di una certa tendenza al complottismo, fornivano interessanti chiavi di lettura sulla spaventosa deriva del capitalismo internazionale. Ora Giorgio Galli non potrà più aiutarci a decifrare la china in cui il nostro mondo sta precipitando. Rimane, se non altro, di lui, la libertà di ricerca e l’indipendenza di giudizio: due valori da non sottovalutare, in un’epoca di triste conformismo

Giorgio Galli (dal sito del “Corriere della Sera”)

Goodbye, Leonardo!

Un altro morto. Se n’è andato ieri, 14 dicembre 2020, Leonardo Mosso, un uomo meraviglioso, un autentico esemplare di architetto filosofo, di architetto artista, di architetto creatore in sintesi. L’architettura, ci hanno insegnato i classici, da Aristotile a Vitruvio, da Leon Battista Alberti fino a Le Corbusier, richiede competenze che vanno dalla filosofia all’ingegneria, dalla storia alla letteratura. Richiede uno sguardo ampio, anzi amplissimo, un respiro intellettuale che tuttavia non è da tutti: troppo sovente, oggi specialmente, gli architetti sono dei tecnici, magari forniti di un know how specifico, ma senza quel respiro, senza la passione creativa, che pure sarebbe indispensabile se si vuole lasciare un’orma di sè. Leonardo Mosso si ispirava in particolare ad Alvar Aalto, di cui seguì le orme, adibendo, con la sua dolcissima compagna Laura Castagno, architetta e grande organizzatrice, la loro dimora in collina a Centro dedicato appunto al geniale architetto finlandese.

Leonardo era figlio d’arte: suo padre Nicola (che ebbi il piacere di intervistare molti anni fa, per le mie ricerche sulla cultura a Torino), fu un architetto che per un periodo aderì a futurismo, e ha dato alla città di Torino alcune opere importanti. Leonardo aveva in più la poesia, rispetto al padre: è stato davvero un creatore, con disegni (molti) e opere, poche rispetto a quanto sarebbe stato lecito aspettarsi, ma non era facile che i suoi progetti, veri esempi di poesia trasformata in architettura, venissero approvati dagli enti pubblici. non ha avuto il successo che meritava. Un paio d’anni or sono la città di Parigi, gli ha dedicato una sala permanente al Centre Pompidou. Ancora una volta dovremmo concludere: “nemo propheta in patria?”.

Curiosità degna di nota: Alvar Aalto aveva una barca con la quale compiva gite sui meravigliosi, innumerevoli laghi del suo Paese. La barca si chiamava “Nemo propheta in patria”.

Ma di Leonardo Mosso ricorderò soprattutto la dolcezza, l’apertura dialogica, l’empatia. Lo saluterò come fanno i finlandesi con chi muore: “Hyvästi Leonardo!”, ossia Goodbye, Leonardo!

“(L’immagine è tratta dalla cerimonia di designazione a “socio onorario” della SIAT, Società Ingegneri ed Architetti di Torino)

addio al genio del calcio

Diego Armando Maradona non è stato un calciatore (non so se il più grande di tutti i tempi; la definizione “il genio del calcio”, mi pare assai adeguata), nè semplicemente un “personaggio” di ogni genere di cronaca.
Maradona è stato un simbolo: un duplice simbolo, di un bambino che nasce nella miseria estrema e si riscatta con il calcio, un calcio poetico (Pasolini disse che se in Europa il calcio era prosa, in America Latina era poesia) che egli portò ai livelli più incredibili, e quindi per il suo Paese, l’Argentina, in cerca di riscatto, proprio come Diego e la sua famiglia; ma è stato un simbolo anche per la città di Napoli, che nelle imprese di “Dieguito” trovò il culmine di una stagione di rinascita, poi andata tristemente rovinando.


Andai a Napoli subito dopo la vittoria del primo scudetto da parte della squadra, nel maggio del 1987. Era la prima volta che quella squadra vinceva il Campionato di calcio della Serie A. Un evento quasi impensabile, eppure atteso da anni. Ebbene, non avevo mai visto la città dove pure ero stato moltissime volte, così gioiosa, così trasfigurata, così ebbra di felicità.

Maradona era ovunque, e tutti, dico tutti, avavano il suo nome sulle labbra.Il suo bel volto, con quella chioma leonina, il numero 10 della sua maglia azzurra, i dettagli (una scarpa, un piede, un dito…), istoriavano i muri, sventolavano da stendardi, garrivano sulle bandiere bianche, azzurre, tricolori. Era difficile non farsi coinvolgere, e io che non seguivo più il calcio da anni, mi lasciai trascinare, cantando, fotografando, ridendo e agitando il pugno nel nome di Diego e degli “azzurri”. E quel ritornello: “Arriva Maradona / Arriva Maradona / Olè, olè” che ci entrava nella testa, e pur involontariamente per giorni e giorni, dopo la mia partenza, continuava a risuonare allegro e beffardo dentro me…


Capii solo allora che Maradona era il sogno di una città trascurata, negletta, considerata solo in termini di folclore e camorra: Maradona fu anche folclore, anche del peggiore, talvolta (con gravissime responsabilità dei media, che lo hanno sempre tormentato, tra gli osanna e il vituperio), ma fu una autentica speranza di catarsi. E quella speranza lui poi seppe portarla in giro, sostenendo le buone cause, prima di tutte quella per la libertà e l’indipendenza di Cuba.


Diego Armando Maradona, nessuno come te, possiamo dirlo tranquillamente, ma con il dolore che pure chi non è tifoso di calcio, pure chi non è napoletano, oggi prova, credo, per la tua morte. Ma davvero mi sento di aggiungere: una morte che non sarà una scomparsa. Dieguito da oggi è definitivamente entrato nell’immortalità, una condizione riservata a pochi, pochissimi.

10 maggio 1987. Maradona alla vittoria del primo scudetto al Napoli.


Nel link si vede Manu Chao cantare per e con Diego. Imperdibile. Struggente, in questo momento tanto più, la commozione del dedicatario della canzone.

Fabio ranchetti, economista curioso

“Nessun uomo è un’isola, completo in sé stesso; ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto. Se anche solo una zolla venisse lavata via dal mare, l’Europa ne sarebbe diminuita, come se le mancasse un promontorio, come se venisse a mancare una dimora di amici tuoi, o la tua stessa casa”.

Così scriveva cinque secoli fa il poeta e teologo britannico John Donne. Versi notissimi. Che ogni volta riaffiorano inesorabili quando mi arriva una notizia ferale. Il che accade troppo sovente, in questo lugubre 2020. E mi rendo conto che la mia bacheca sta diventando come la pagina delle necrologie dei giornali. E sono io stesso a soffrirne per primo. Il fatto è che non solo ogni morte di uomo mi diminuisce, perché ogni uomo è parte di un continente, e nessun uomo è un’isola, come dice John Donne, ripreso da Hemingway, in epigrafe al suo “Per chi suona la campana”), ma per la morte di un amico o di un’amica, di un conoscente, di un collega, mi prende il senso di colpa di essergli sopravvissuto. Tanto più ora, in tempi pandemici, quando la morte colpisce anche persone che non soffrivano di particolari patologie per cui potevi aspettarti che da un momento all’altro se ne andassero.

Non faccio in tempo a commemorare una persona deceduta che altri nomi sopraggiungono da inserire nel mio personale “libro dei morti”(il celebre esto funerario degli Antichi Egizi). L’ultimo, di cui mi è giunta notizia oggi stesso, è Fabio Ranchetti, economista docente in vari atenei (anche il mio anni fa, e Pavia, Milano Politecnico, Pisa, Milano Cattolica, ultima sua sede dove era professore a contratto, dopo il pensionamento, appena raggiunto), una persona intelligente, un democratico autentico proveniente da una famiglia che egli definiva “rigorosamente antifascista”, un intellettuale curioso, oltre che uno studioso serio. Era stato, poco prima di me, anche borsista della Fondazione Einaudi di Torino, un eccezionale semenzaio di studiosi e studiose, e spesso di intellettuali, che prendevano poi le strade più varie. Un economista di particolare apertura, verso altre discipline, in modo libero e creativo, la storia, naturalmente, perché ogni buon economista è anche storico del pensiero economico, innanzi tutto, ma anche altri territori del sapere e del creare, per esempio la linguistica e la letteratura, campi in cui Ranchetti (che aveva peraltro studiato Filosofia e non solo Economia) non aveva molti compagni di esplorazione, tra i suoi colleghi.

Basterebbe già solo questa sua curiosità culturale a farcelo rimpiangere. E personalmente non essendo un economista apprezzavo proprio tale dote. Ma ci sono alcuni suoi lavori che sono diventati quasi obbligatori anche per i non specialisti: ricordo la bella Introduzione al classico di Piero Sraffa, “Produzione di merci a mezzo di merci”, pubblicato da Einaudi nel 1999, un testo uscito in prima edizione sempre da Einaudi, nel 1960, dopo essere stato pubblicato poco prima nella versione originale inglese: un’opera che in poco più di cento pagine scarse ha cambiato la teoria economica mondiale, potrei azzardare, confermando così che la qualità non è legata alla quantità, e che si può essere stringati anche scrivendo di cose complicate; e le pagine introduttive di Ranchetti aiutavano a penetrare quell’aureo testo del grande economista amico di Gramsci.

Del resto Ranchetti si era formato, dopo l’ateneo statale milanese, proprio a Cambridge, il regno di Sraffa e Wittgenstein, che rimasero evidentemente come punti di riferimento importanti per il suo lavoro. Ma va ricordato soprattutto, per i non specialisti, il fondamentale volume firmato con Claudio Napoleoni, maestro dei maestri, “Il pensiero economico del Novecento” (Einaudi, 1990), un testo che si raccomanda per capacità di sintesi, lucidità di analisi, comprensibilità. Dietro quei due autori si intravedeva sia pure in controluce, la figura di Marx, non da sola, ma, al solito, imponente, anche nella compagnia di altre grandi ombre.

Ranchetti era nel pieno delle sue attività, e il Coronavirus ce lo ha sottratto. Lo piangeranno gli economisti, colleghi e allievi, lo piangeranno coloro che lo incontrarono (anche in poche ma belle occasioni come chi scrive), lo piangeranno quanti hanno letto il suo nome solo nella copertina di libri o nell’indice di riviste.

(22 ottobre 2020)

Il compagno andrea

“Chi ha compagni non muore mai”.

Abbiamo letto e sentito tante e tante volte, purtroppo, questa frase consolatoria, ma ogni volta con un senso di amara impotenza. A dire il vero, ogni volta, quando un compagno muore, ci si sente più soli, perché i compagni, nel senso più alto e pieno del termine, non li si incontra poi così di frequente, benché siano in fondo numerosi: partecipano a manifestazioni e assemblee, discuti di politica con loro, magari ci litighi, e tutto il resto. Ma personalmente uso il termine compagno con parsimonia, perché gli annetto un valore simbolico, prima che un contenuto: un valore simbolico che rinvia ad affettività e sentimenti, a ideali e timori, a una comune coscienza delle tragedie del passato ed alla persistente idea di un futuro da costruire.  

Quando mi è giunta, l’altro ieri mattina, 18 maggio, la notizia della scomparsa di Andrea, la parola mi è affiorata sulle labbra, anche se, essendo solo, non l’ho proferita. E in quel momento ho pensato che non sapevo neppure il suo cognome. Andrea era un compagno, un compagno vero, uno di quelli che senza “chiacchiere e distintivo”, tu senti che condividono con te ideali e passioni, che nutrono le tue stesse speranze, che, anche nei tempi più difficili, sono dure da estirpare. E finché ci saranno compagni come Andrea Gianella – questo il suo cognome – la speranza non sarà vana. Fin tanto che nel “nostro” piccolo mondo della sinistra – quella vera, autentica, non disposta a farsi rubare l’anima – possiamo ancora credere che “ce la faremo”, che “un altro mondo è possibile”, che esisterà una società in cui “ognuno darà in base alle possibilità e riceverà in base ai bisogni”.


Perciò il giorno della scomparsa di Andrea è un giorno tristissimo.
Andrea non era solo un compagno, però, di ideali, era un compagno che metteva il suo cuore e tutte le sue energie a disposizione della comunità. E nella terra di Lunigiana, in particolare tra Sarzana e La Spezia, quel piccolo uomo dall’aria mite, dai modi pacati, dalla voce controllata, è stata una presenza costante, che lo rendeva parte del paesaggio, in particolare nei boschi e sulle strade di Fosdinovo, nelle innumerevoli attività dei “ragazzi e ragazze” degli Archivi della Resistenza. In specie d’estate, nei preparativi, negli svolgimenti e nel seguito del festival “Fino al cuore della rivolta”, Andrea era lì, sempre, silenzioso, attivo, a pulire quanto c’era da pulire, a portare quanto c’era da portare, a togliere erbacce, a dare una mano alle cucine come a chi si occupava del palco. Era il compagno di cui ti potevi fidare, quello che non delude, quello serio…: tutte caratteristiche non così frequenti, come sappiamo, a sinistra.  


Compagno di Rifondazione Comunista fin dalle origini, Andrea però non aveva preconcetti e chiusure, e tutto ciò che accadeva a sinistra, tra forze politiche e sindacali, lo trovava interlocutore attento e partecipe. Lui che era stato infermiere professionale aveva dato un forte tratto anche “politico” al suo lavoro, al di là delle competenze che pure aveva accumulato tanto da diventare formatore degli operatori sanitari, e coordinatore delle attività infermieristiche nei servizi territoriali delle valli Magra e Vara. Aveva ricoperto incarichi sindacali nella CGIL prima in Lombardia poi appunto in Lunigiana: qui, inoltre, fu attivo nel comitato per il completamento dell’Ospedale di Sarzana.

E come militante e dirigente sindacale aveva animato importanti battaglie per la difesa della sanità pubblica, mettendoci, come suol dirsi, l’anima. E oggi al dolore per la sua immatura scomparsa (se qualche giovane mi consentirà di considerare immatura la morte a 72 anni) si aggiunge, credo non soltanto in me, la rabbia. Andrea è morto ucciso dal Coronavirus, certo, ma Andrea è stata una vittima di quello smantellamento dei presidi sanitari pubblici, contro cui si era battuto con tanto ardore e dedizione. Andrea è una delle tante vittime di un obbrobrioso processo di privatizzazione, aziendalizzazione ed “esternalizzazione” dei servizi sanitari,  in nome di presunto risparmio di spesa, e di recupero di efficienza che si sono rivelati falsi obiettivi: i risparmi hanno significato trasferimento di risorse ai privati, che lucrano sulla cura della malattia e anche sulla prevenzione della malattia, spesso sulla base di una narrazione fasulla; quanto all’efficienza si è rivelata pienamente nella crisi della pandemia in corso, nel senso che le strutture private hanno subito mostrato la corda. Abbiamo assistito, a una tardiva corsa al ritorno verso il pubblico, quando ormai le porte delle stalle erano aperte, e il danno era compiuto. E ora ci si chiede, ipocritamente, di versare un obolo alla Protezione Civile, ora quando i morti sono decine di migliaia, i contagiati centinaia, e il virus continua a circolare tra noi. Ora si scopre che la sanità pubblica è più efficace di quella privata, che l’Ospedale è più sicuro di una clinica e che le RSA in mano a società finanziarie che speculano in modo vergognoso sui “vecchi” collocati a “riposo” in quelle strutture che invece che “protette” si sono rivelate trappole mortali.


Andrea è morto lottando fino all’ultimo contro questo scempio. E la sua morte è una sconfitta per noi. Che rimaniamo più soli, ammesso che siamo in grado di raccogliere il testimone dalle sue mani che si sono dolcemente schiuse in un estremo gesto di fiducia e amore.

Ma non voglio dimenticare che Andrea è stato, un vigoroso militante dell’antifascismo, questa parola che richiede conoscenza storica contro i revisionismi e i rovescismi in agguato, ma che reclama anche, e forse prima ancora, passione civile, e volontà di mettersi in gioco. Il Festival di Fosdinovo, e il lavoro degli Archivi della Resistenza, erano in tal senso una nicchia perfetta per Andrea, che con la sua fedele presenza sembrava simboleggiare la volontà di durare e di non smettere di lottare. Sempre tuttavia con la sua aria serena, con le labbra serrate che di tanto in tanto si aprivano in un sorriso timido e dolce, con gesti che esprimevano empatia.

Perché Andrea, il compagno Gianella, era un uomo che nella lotta, costante, sovente dura, e aspra, sapeva davvero “non perdere la tenerezza”.

Mi mancherà e ci mancherà anche per questo.

l’intransigente. in memoria di franco cordero

Si inseguono i morti, non si riesce a piangerne uno che sopraggiunge la notizia del successivo. È la volta ora di Franco Cordero, scomparso ieri 8 maggio 2020. Era nato nel 1928 (a Cuneo), dunque si dirà che aveva i suoi anni. Certo, la sua è stata una lunga vita. Ma quando scompare un uomo così, al dispiacere che sempre la morte produce, si aggiunge lo sgomento per la perdita di un patrimonio intellettuale, che, a mia conoscenza, era unico. Non credo di aver conosciuto mai una mente così ricca di erudizione, quale quella di Franco Cordero, una mente che spaziava dal diritto alla storia, dalla letteratura alle scienze religiose, dalla filologia alla favolistica. È davvero difficile ricapitolare quante letture, in quante lingue, avesse accumulato Cordero, quante nozioni avesse apprese, quante discipline avesse frequentato, quante lezioni avesse impartito, quante dotte conferenze avesse tenuto, lui professore di Procedura penale – il più grande sulla scena – sempre da maestro, docente a Torino, Urbino, Milano, Trieste, Roma, alla Sapienza, dove concluse la sua carriera. Ma queste mie parole possono essere fuorvianti: chi se ne è andato oggi, era tutt’altro che il mero pozzo di scienza, l’erudito che tutto sa ma nulla fa oltre che discettare nei campi del suo sapere, estraneo alla vita sociale, al dibattito pubblico, alla dimensione civile.

E non mi riferisco solo alle centinaia di conferenze, e agli articoli, ai dibattiti, mai in tv, perché Cordero non era “telegenico”, non era “comunicativo”; non sorrideva, non urlava, non gesticolava: tutto l’opposto di certi personaggi divenuti star della TV e del web. Dalle labbra strette di Franco Cordero fuorusciva troppa cultura, troppo flebile la sua voce, troppo elevati i suoi ragionamenti, una sfida permanente alla perspicacia (e alla cultura) di chi lo ascoltava. Era un flusso incessante di sapere, che poteva stordirti, ma, sovente, anche nei momenti più aulici del suo argomentare, affiorava una ironia sottile, un sarcasmo gramscianamente appassionato, che si esprimeva in una forma lessicale raffinatissima, che mescolava arcaismi e neologismi, talora di sua invenzione, spaziando tra le lingue dal passato e le lingue moderne, mostrando quanto potessero essere vive le cosiddette “lingue morte”.

Forse i suoi capolavori sono “Criminalia. Nascita dei sistemi penali” (Laterza, 1985) e la monumentale biografia di “Savonarola” (che reca come sottotitolo “Vita calamitosa. 1454-1492”), edito ancora da Laterza (in 4 volumi), sul finire degli anni Ottanta (e ripubblicato da Bollati Boringhieri, 2009): un capolavoro storiografico, fonte incredibile di informazioni per chi voglia conoscere la vita pubblica fiorentina, ma anche i costumi, la sensibilità collettiva, il clima umano, alla fine del Medioevo.

Studioso, commentatore, narratore, Cordero era l’intransigenza morale e intellettuale fatte persona, l’uomo che non cercava lo scontro ma non si tirava indietro sulle questioni di principio, capace di rilanciare fino allo stremo. Fu così che venne espulso dalla Università Cattolica di Milano, dopo la pubblicazione del libro “Gli osservanti. Fenomenologia delle norme” (Giuffrè 1967, riedito da Aragno nel 2008), e la dura critica contenuta in quel testo alle gerarchie vaticane. Erano i tardi anni Sessanta, e nella Chiesa si stava affermando un lento, ma forte movimento anticonciliare: Cordero si batteva, anche, per una Chiesa capace di rinnovarsi, da teologo insieme preparatissimo ma radicale, attento alla persistenza del messaggio religioso. In tal senso il suo commento alla “Lettera ai Romani” di Paolo di Tarso (nel libro “L’Epistola ai Romani. Antropologia del cristianesimo paolino”, Einaudi 1972), è uno studio teologico, fedelissimo sul piano storico-filologico, ma anche originale, per qualcuno al limite dell’eresia, nella sua temeraria analisi della “Lettera”, producendo, alla fine, un testo politico, nel senso più alto.

Nell’età berlusconiana Cordero diede il meglio come notista politico, riservando all’ex cavaliere l’appellativo di “caimano”, che poi gli rimase appiccicato. E Cordero seguì passo passo Berlusconi-caimano nelle quotidiane scempiaggini e nelle sue nefandezze politiche e morali, quasi braccandolo, in punta di diritto, di etica pubblica, di buon gusto. I suoi lunghi, dotti articoli su “la Repubblica” (era allora un giornale!), ritratto dolentissimo dell’Italia, trovarono posto poi in volumi quali “Le strane regole del Signor B.” e “Nere lune d’Italia” (Garzanti, 2003-2004), che serviranno da guida agli storici futuri.

In fondo Cordero ci faceva comprendere che Berlusconi, con la sua stessa personalità, era lo specchio iperrealistico d’Italia. Di qui l’idea di un originalissimo controcanto al discorso di Giacomo Leopardi “Sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani” del 1824: si era nel 2011, e Cordero con amara attitudine confermava le sconfortate diagnosi del Recanatese sulla “scostumatezza” del popolo italiano. O si scorra, sulla scia, “Morbo italico” (edito da Laterza nel 2013), una lettura ancora oggi avvilente e insieme riconfortante, se vi sono (vi erano?) italiani come Franco Cordero.

Negli ultimi anni Cordero aveva scritto meno sui giornali, ma non aveva certo smesso di lavorare, in particolare a un romanzo, “La tredicesima cattedra”, che è in uscita tra pochi giorni presso l’editore “La nave di Teseo”. L’autore non lo potrà sfogliare, ma noi potremo consolarci della sua scomparsa prendendolo tra le mani, avviando l’usuale, istruttivo quanto impegnativo confronto dialettico con Franco Cordero e quello che oggi dobbiamo, ahinoi, chiamare “l’ultimo suo libro”.

Franco Cordero a Saluzzo, nel 2007, riceve il Premio “FestivalStoria” (ph. Eloisa d’Orsi)

Giulietto Chiesa, un gigante dell’informazione (autentica)

Angelo d’Orsi

Giunge inattesa la tragica notizia della scomparsa improvvisa di Giulietto Chiesa, uno degli ultimi, autentici giornalisti italiani. Era nato ad Acqui Terme, in Piemonte, il 4 settembre 1940; avrebbe traguardato i Settanta dunque per giungere ad avviare l’ottavo decennio di vita tra qualche mese. Non gli è stato concesso. E ne sono, ne siamo, credo, davvero rammaricato e dispiaciuto.

Militante e poi dirigente del PCI, era stato a lungo corrispondente da Mosca per “l’Unità”, e aveva costruito una competenza eccezionale sul mondo russo e slavo. Giulietto era un reporter “vecchia scuola”, come si dice. Andava alla ricerca dei fatti, come erano realmente accaduti, intervistava testimoni, cercava prove: documentava, e raccontava, sulla base dei documenti. Il suo lavoro ha testimoniato, in una intera vita, purtroppo bruscamente interrotta, che il giornalista e lo storico svolgono la medesima attività: raccontano ciò che è accaduto, sulla base di prove, ossia di documenti, dopo averli selezionati in base alla loro autenticità e attendibilità. E Chiesa è stato un giornalista capace di dare dei punti agli storici professionali.

Nei trattati di metodologia storiografica (e io stesso l’ho fatto) viene ricordato  il merito di Chiesa, corrispondente della “Stampa” da Mosca: correva l’anno 1992;  e “La Stampa” aveva Chiesa come corrispondente dalla Russia, mentre oggi è divenuta il principale semenzaio italiano della russofobia (ruolo che forse sarà ora occupato da “la Repubblica”, dopo il cambio di direttore…). In sintesi, la tenacia e il rigore di Chiesa  furono decisivi nello smascherare la manipolazione compiuta dallo storico togato Franco Andreucci su di una lettera del 1943 di Palmiro Togliatti rinvenuta negli Archivi del PCUS allora appena aperti e sottoposti a ogni sorta di saccheggio, prima che venissero nuovamente, e giustamente chiusi, onde evitare la prosecuzione di una sorta di libero mercato. La lettera di Togliatti fu pubblicata con gran clamore dal più esposto dei media filocraxiani, “Panorama”, in vista delle elezioni imminenti della primavera.

 Era il 1° febbraio 1992: ironia della storia, pochi giorni dopo un altro Chiesa, omonimo di Giulietto, Mario Chiesa veniva arrestato su mandato della Procura di Milano, e partiva Mani Pulite che avrebbe travolto con il PSI di Craxi, l’intera classe politica nazionale.

La lettera doveva dimostrare il famoso “cinismo” di Togliatti, allora esule a Mosca, il quale (stando ad Andreucci) si augurava, fregandosi le mani, magari con un ghigno satanico, la morte di soldati italiani caduti prigionieri nella sciagurata “campagna di Russia” voluta da Mussolini, onde far prendere coscienza al popolo italiano di quanto fosse inutile, dannosa e sciagurata quella guerra fascista.

Giulietto Chiesa sentì puzza di bruciato e volle recarsi agli Archivi e controllare puntualmente, e puntigliosamente, quel documento: nella “collazione” dei testi,  come si dice in linguaggio filologico, ossia nel confronto ddell’originale da lui visionato con il testo pubblicato su “Panorama”, e rilanciato da vari media, Chiesa rilevò ben 12 punti difformi, ossia dei passaggi della lettera originale che erano diversi in quella diffusa. Lo storico si difese inizialmente parlando di errori involontari di trascrizione, di documento giuntogli in fotocopia, in parte dettatogli al telefono… Giunse persino a parlare di una propria volontà di rendere “più efficace” il documento. In chiave anticomunista e craxiana, naturalmente: era l’epoca in cui larga parte della intellettualità comunista era passata armi e bagagli a Craxi per poi spostarsi un paio d’anni dopo verso Arcore, dove li attendeva a braccia spalancate Silvio Berlusconi. Le “interpolazioni” di Andreucci erano significative e volevano “dimostrare” una tesi pregiudiziale, invece che “mostrare” le cose nella loro effettualità:  il capo comunista in sostanza affermava, scrivendo al compagno Vincenzo Bianco, che bisogna far pesare nella trattativa i prigionieri italiani in Russia. Tutto qui. Mentre lo storico aveva calcato la mano, con i suoi “interventi” sul testo originale, al punto che, riprendendo le frasi manipolate da Andreucci, Cossiga (indimenticabile presidente della Repubblica!), si lanciò in una clamorosa intemerata contro i comunisti, a partire dal loro capo, definendolo “vigliacco, traditore e assassino”, dando segno non soltanto di una visione storico-politica errata e distorta, ma di una mente ormai palesemente disturbata. Insomma, si trattò di un peccato capitale per un “professionista” della ricerca storica, denunciato, prove alla mano, da un “dilettante”: il giornalista sconfiggeva clamorosamente lo storico.

Basterebbe questo episodio per ricordare e apprezzare Giulietto Chiesa. Il quale continuò la sua carriera di professionista dell’informazione, passando dalla carta stampata (ultima testata per cui lavorò è stato “il Manifesto) alle reti televisive, affiancando al lavoro propriamente giornalistico,  una intensissima attività di studioso di geopolitica, di ambiente, e soprattutto delle nuove guerre, pubblicando centinaia di articoli, e una dozzina di libri che costituiscono oggi fonte preziosa per chi voglia ricostruire gli ultimi decenni del Novecento i primi del Duemila. Cito per tutti La guerra infinita (Feltrinelli, 2002), uno dei primi tentativi di comprendere la natura delle new wars, denunciando la pericolosa china in cui il mondo, dopo la fine dell’URSS, si era messo. Importantissimo fu il suo lavoro, con altri, a cominciare, per indagare su eventi come i fatti di Genova del 2001 (G8-Genova, Einaudi, 2001), o l’inchiesta per tanti versi sconvolgente sull’11 settembre, con il volume e film Zero. Inchiesta sull’11 settembre (con la collaborazione di Roberto Vignoli Piemme, 2008). Fu proprio quella inchiesta che appiccicò su Chiesa l’etichetta di “cospirazionista”. Ma con gli anni i dubbi si moltiplicarono e le notizie che giungevano dagli stessi ambienti giornalistici e politici statunitensi generavano nuovi interrogativi:  invece di chiarirsi, i fatti, col tempo, appaiono sempre più intorbidati da un fumo denso come quello che avvolse le Torri. Forse il “complottista” Giulietto non aveva poi tutti i torti a dubitare della verità ufficiale. Nella sua ansia indomita di fare e informare, Giulietto fu anche parlamentare europeo, eletto nel 2003 in uno bizzarro raggruppamento (che comprendeva Occhetto e Di Pietro). Si trattò di una esperienza che gli permise di ampliare il suo raggio di interessi, e la sua rete di relazioni internazionali, che seppe poi mettere a fuoco con grande efficacia.

Fu insomma, uno straordinario “storico del tempo presente”, Giulietto, capace di andare a fondo nella ricerca della verità, spingendosi oltre le verità ufficiali, svolgendo un compito di smascheratore di falsità, e di minatore che scavava, scavava, cercando sempre di giungere ai nodi delle questioni, con una visione che col tempo divenne sempre più planetaria. E ebbe la grande intuizione, che libri e giornali non fossero sufficienti, ma che occorresse una televisione, una tv capace di raccontare la verità, quella verità che i media mainstream, appartenenti a pochi gruppi finanziari, nascondevano o manipolavano. Occorreva risvegliare i dormienti, e dare voce ad analisti seri, a studiosi competenti, ad autentici reporter. Nacque così “Pandora TV”, la più temeraria operazione di un network televisivo alternativo, divenuta un insostituibile presidio per chi oggi voglia informarsi. “Un’altra visione del mondo”, si legge nel suo logo: ed era del tutto vero.

Due giorni fa la sua ultima diretta su quegli schermi ( https://youtu.be/e6jG2JgPWak)

E ora non avremo più questo punto di riferimento, questa bussola preziosa per orientarci nel mondo sempre meno vasto ma sempre più terribile.

Addio, Giulietto. Con la tua morte, l’informazione, quella autentica, perde un gigante.

Il potere dei sogni. In ricordo di luis sepulveda, intellettuale autentico

Dedico la morte di Luis “Lucho” Sepúlveda a tutti coloro che da febbraio vanno ripetendo che la pandemia in corso è poco più di una influenza. Che i deceduti sono tutti persone anziane e malandate. Che sarebbero “andati” comunque.

Lo so, nella mia beffarda dedica dovrei aggiungere le centinaia di migliaia di morti in tutto il mondo, e quelli che al computer sono stati già calcolati come morituri. Ma il fatto è che la morte di questo grande scrittore, generoso militante, intellettuale valoroso, mi turba in modo particolare. Scrisse Sepúlveda, mancato il 16 aprile 2020, dopo due mesi di lotta contro Covid 19, “Sono morto tante volte, se è per questo. La prima quando il Cile fu stravolto dal colpo di Stato; la seconda quando mi arrestarono; la terza quando imprigionarono Carmen, mia moglie; la quarta quando mi tolsero il passaporto. Potrei continuare”. Ora è morto un’ultima volta, e i fascisti di tutto il mondo, il canagliume fascista che si sta ringalluzzendo in Latinoamerica come in Europa, dal Cile all’Ucraina, potranno gongolare, perché Lucho era un militante antifascista, un orgoglioso comunista, e un convinto sostenitore di una visione del mondo radicalmente antitetica a quella nazional-fascista, a quella gerarchica e razzista, a quella sopraffattoria e colonialista.

Si schierò sempre dalla parte giusta, fu un combattente di ogni buona causa, e perciò Pinochet e i suoi sgherri lo imprigionarono, torturarono e poi imprigionarono Carmen Yáñez, poetessa, compagna e sua moglie, tuttora sotto terapia contro il maledetto virus, al quale la resistenza di Luis è stata lunga ma infine vana.

E ora che l’autore dell’indimenticabile “Gabbianella” (un libro per bambini di quelli che i “grandi” potevano apprezzare alla stessa stregua) o del meraviglioso libro “per grandi”, “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore”, sua opera prima che oggi possiamo leggere anche come un poetico omaggio a quei “vecchi” che la risposta eugenetica alla crisi del Coronavirus vorrebbe condannare a priori a togliersi dai piedi in modo spiccio e vantaggioso per chi resta. Guerrigliero coraggioso nella clandestinità in Bolivia come in Nicaragua, iscritto al Partito Comunista Cileno, Sepulveda fu un appassionato sostenitore del governo di Salvador Allende – di cui non si stancò mai di tessere le lodi, mentre qui in Europa tanta sinistra straparlava del “modesto riformismo” di quello straordinario medico-presidente … – e poi di difenderne la memoria, ovunque andasse, ramingo ambasciatore di cultura e di giustizia attraverso i suoi scritti e nei tanti incontri, uno dei quali, l’ultimo in Andalusia, per ricevere un premio, gli è stato fatale.

Ma l’azione fondamentale di Sepúlveda – scrittore, poeta, viaggiatore, conferenziere, giornalista, sceneggiatore – è stata quella di credere nel potere della letteratura, nella forza dirompente della cultura, nei messaggi che essa può dare universalmente, un messaggio contro la brutalità del potere, contro l’intolleranza, o peggio la falsa tolleranza, dei suoi ideologi, contro il silenzio di chi è connivente o di chi da vittima finisce per farsi complice, in nome di un quieto vivere che la storia ha dimostrato impossibile.

Di quella impossibilità Luis, privato della libertà e brutalizzato sotto Pinochet, egli che vide tanti suoi amici e compagni uccisi, o costretti, se erano fortunati, all’esilio, ha avuto prova diretta, durissima e dolorosa prova. E ora, in un rarefatto silenzio, nella distrazione del mondo impegnato a combattere con armi spesso spuntate contro il virus, ha ceduto, ha abbandonato la lotta, e ci ha lasciato l’enorme vuoto che può procurare la perdita di una personalità tanto forte, uno degli ultimi grandi narratori della nostra epoca. E insieme un autentico “intellettuale” nel senso gramsciano e sartriano, un individuo che “abbraccia interamente la sua epoca”, e, costi quel che costi, non si limita a riempire pagine bianche con la sua penna, o tele con i pennelli, e così via, ma si getta nell’agone della vita, pienamente, anche quando, o soprattutto, quando la vita è un drammatico mulinello di lotta e sofferenza.

Se ha ancora senso evocare la figura dell’intellettuale, ebbene con Luis Sepúlveda Calfucura (questo il suo nome completo) se ne va un intellettuale autentico, e non si può che piangere con la sua morte, anche la perdita di uno di quei rappresentanti di quel genere di intellettuali, oggi sempre più rarefatti nella nostra società feroce e classista, pronta a piegare la testa, mentre i suoi pretesi maîtres à penser pensano soltanto al mercato.
Uno dei suoi libri, una raccolta di scritti vari, si intitola “Il potere dei sogni”. E tutta la produzione letteraria giornalistica ma anche dell’azione politica di Sepulveda potrebbe intitolarsi così, alla indomita fede nel sogno. Sogno è l’uguaglianza tra gli individui, e tra le nazioni. Sogno è la giustizia sociale. Sogno la fine del colonialismo e dell’imperialismo. Sogno è un mondo dove gli umani imparino a rispettare la natura e a convivere con essa, invece di violentarla quotidianamente. Sogno è il trionfo del socialismo, come un sistema che, solo, può impedire lo scivolamento dell’umanità nella barbarie.

(Articolo pubblicato su “MicroMega” in linea, il 16 aprile 2020)

Luis Sepúlveda con la moglie Carmen Yáñez (“La Stampa”)

CIAO ORNELLA TERRACINI, DONNA DOLCE E GENTILE DI CUI AVEVAMO BISOGNO

Questa signora sorridente, elegante nel tratto, è Ornella Terracini. Se n’è andata ieri, in silenzio, con la discrezione che ha sempre caratterizzato il suo modo d’essere.
Anche se non era una figura nota sul piano nazionale, ed è difficile assegnarle medaglie al merito per atti o scritti, Ornella lascia un acre rimpianto in chi anche solo indirettamente, o sul web, l’ha potuta incontrare.
Era una discendente della incredibile genealogia dei Terracini, che ha dato all’italia scienziati letterati e soprattutto un autentico “padre della Patria”, in senso proprio, Umberto Terracini, fondatore del Partito comunista a Livorno nel gennaio 1921, militante antifascista, prigioniero politico del regime mussoliniano, e infine firmatario della nostra Costituzione. Ornella apparteneva al novero degli ebrei critici di Israele, gli ebrei contro l’occupazione della Palestina, e si era avvicinata presto ai movimenti di sinistra, militando in varie formazioni, dal PRC ai Comunisti Italiani, e infine iscrivendosi al nuovo PCI, di cui era attiva aderente.
Matematica di formazione, ricercatrice CNR, donna partecipe alle iniziative e ai movimenti femminili, Ornella è stata una di quelle non così comuni persone che sanno e vogliono con determinazione essere cittadine a parte intera, quale che sia la loro professione o appartenenza sociale. Non credeva nelle etnie nè nelle religioni, e laicamente da ebrea razionalista e da militante comunista, ripudiava l’uso politico della Shoa, e criticava le politiche dei governanti israeliani, distaccandosi dalle centrali italiane che, sotto varie denominazioni, erano e sono tuttora altrettante “longa manus” di quei governi.
In un tempo in cui l’antisionismo viene criminalizzato ogni giorno di più, e l’accusa infamante di antisemitismo è usata proditoriamente, scorrettamente, contro chi difende i diritti del popolo palestinese, e ne denuncia la condizione di oppressione, entro i confini dello Stato israeliano, o raccogliendo le risoluzioni dell’ONU, rivendica a quel popolo il diritto al ritorno nella terra, sottratta con l’inganno e la violenza…. ebbene rispetto a questo soffocante mainstream, storicamente infondato, politicamente pericoloso, moralmente inaccettabile, Ornella, da ebrea, seppe stare sempre dalla parte degli schiacciati e dei perseguitati di oggi, senza dimenticare i perseguitati di ieri, icona della lotta contro ogni forma di razzismo, da un lato, ovviamente a partire dall’antisemitismo, ma anche dell’islamofobia, e di tutte le innumerevoli turpitudini che diventano senso comune, discorso pubblico, atti di violenza contro cose e persone.
Ornella, in breve, fu sempre dalla parte giusta.
E da donna colta, figlia di una grande tradizione razionalistica e umanistica, non si fece mai trascinare nell’alterco, nell’ingiuria, nell’aggressione verbale. Colpiva di lei la gentilezza, che fu l’altra faccia della sua determinazione.
Oggi, più che mai, avvertiremo la sua mancanza: oggi più che mai avremmo bisogno di decine, di centinaia, di migliaia di persone così, non solo schierate per le buone battaglie, ma capaci di farlo senza mai perdere la tenerezza.
Addio, Ornella. Ti saluto con dolore, ma conservando in cuore e nella mente la dolcezza del tuo sorriso.

(Nato come post su Facebook, ripreso da “Alganews”, che ha dato il titolo, il 19 gennaio 2020)

STORICA E MILITANTE, CON DOLCEZZA

Giunge oggi (8 dicembre 2019) la notizia della improvvisa scomparsa di Anna Bravo. E me ne dolgo molto.

Nata nel 1938 a Torino, Anna Bravo è stata una storica di grande originalità, una studiosa che ha dato sempre una curvatura militante ai suoi lavori, attenti alla questione femminile, alla dimensione sociale, e ad alcune tematiche di grande respiro, dalla guerra alla lotta partigiana.

Aveva militato nelle file del PCI, prima, e dopo una esperienza con ambienti alternativi milanesi, legati alla rivista Mondo Beat  a sua volta connessa ai gruppi dei cosiddetti “Provos”, in Olanda, la Bravo era entrata in Lotta Continua. Ma anche in quella organizzazione non aveva perduto il senso della storicità, e soprattutto una dimensione volta più alla comprensione e al dialogo che alla intransigenza, alla rigidezza, allo scontro intestino, quando era proprio questo il mood di quella come di altre sigle della Sinistra “extraparlamentare”. Comunista e femminista, aveva evitato ogni estremizzazione in entrambe queste caratterizzazioni

Non a caso nel corso degli anni aveva acuito il proprio interesse per le forme di resistenza non armata, per la lotta nonviolenta, e per le pratiche di riconciliazione, sottolineando il versante femminile, inteso anche se non soprattutto, come capacità di comprendere, come energia che non si identifica con l’impiego della forza, come costante volontà di auto-interrogarsi.

È stata docente di Storia sociale all’Università di Torino, e si è sempre occupata di Novecento, specialmente italiano. Ha pubblicato, lungo gli anni, numerosi titoli sulla storia dei movimenti politici e sociali, sulla guerra, sul ruolo delle donne, un filone tematico che occupa il cuore delle sue ricerche scientifiche, come del suo impegno di militante. Nel 2018 ricevette il Premio Nazionale Nonviolenza «per i suoi studi sulle donne, sull’impegno sociale da loro profuso, sulla resistenza armata e su quella nonviolenta, che hanno contribuito alla comprensione, progettazione, costruzione ed edificazione di una società solidale, nonviolenta e pacifica».

Ricordiamo i suoi titoli principali: La Repubblica partigiana dell’Alto Monferrato, 1964; Donne e uomini nelle guerre mondiali (a cura) 1991; In guerra senza armi,1995 (con Anna Maria Bruzzone); Donne del ‘900,  1999 (con Lucetta Scaraffia); Storia sociale delle donne, 2001 (con Lucetta Scaraffia); Il fotoromanzo,  2003. La vita offesa, 2004; Sopravvissuti, 2004 (con Liliana Picciotto Fargion); Comune di donna. Sindache in provincia di Bologna, 2004; La prima volta che ho votato, 2006 (con Caterina Caravaggi e Teresa Mattei); A colpi di cuore. Storie del Sessantotto, 2008; Intervista a Primo Levi, ex deportato 2011 (a cura di, con Federico Cereja); La conta dei salvati, 2013; Raccontare per la storia, 2014.

A Torino, negli ambienti politico-culturali, Anna Bravo era una figura nota e stimata universalmente, anche per la dolcezza del temperamento, per la disponibilità all’aiuto a giovani ricercatori, al dialogo con colleghi e colleghe.  Aveva partecipato con grande generosità alla V Edizione di FestivalStoria, accettando che il suo libro “A colpi di cuore. Il Sessantotto”, venisse “processato” da alcune scolaresche delle Scuole superiori.

Ci mancherà.

(Nella foto, di Eloisa d’Orsi, Anna Bravo alla V Edizione di FestivalStoria, firma copie del suo volume “A colpi di cuore”)