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Eclettico e fuori degli schemi. Addio a GIOrgio Galli

Anche Giorgio Galli ci ha lasciato, proprio alla fine di questo anno terribile. È morto, per infarto, oggi, 27 dicembre 2020. Aveva 92 anni: la sua è stata una esistenza lunga e laboriosa. Negli ultimi anni era piuttosto dimenticato, ma in passato aveva goduto di una notevole fama tra politologi, storici del pensiero e dei movimenti politici, opinionisti. In accademia non godè di gran fortuna, sebbene sia stato a lungo professore all’Università statale di Milano (non ottenendo mai la cattedra, se non ricordo male): in particolare venne sempre considerato un “estraneo” alla disciplina che insegnava, e che fu la mia, la Storia delle dottrine politiche, a cui dedicò anche uno svelto manuale (per Il Saggiatore, nel 1985).

In effetti Galli non aveva i “quarti di nobiltà” che questa disciplina, piuttosto parruccona e retriva rispetto all’innovazione e idiosincratica verso l’originalità, richiede; né lui fece alcunché per ingraziarsi i boss, un passaggio indispensabile se non si voleva essere emarginati o quanto meno variamente penalizzati (parlo per personale esperienza). D’altro canto, egli, scrittore prolifico (un’ottantina di libri!), eclettico fino all’estremo, viaggiò sempre su terre di confine, in territori che era difficile identificare in modo certo e definitivo: il meglio di sé lo diede negli anni Sessanta, con la formula del “bipartitismo imperfetto” (il volume così intitolato fu pubblicato dalle edizioni del Mulino nel 1966) per identificare la situazione politica italiana, bloccata fra DC e PCI: imperfetto perché, da un canto, in fondo vigeva quello che il giornalista Alberto Ronchey aveva chiamato “Il fattore K”, per indicare l’ipoteca (negativa a suo parere) del comunismo sul PCI, che impediva una sua ascesa al governo del Paese, mentre d’altro canto la DC era per varie ragioni, a cominciare dal sostegno del Vaticano e delle gerarchie cattoliche, inamovibile. In sostanza dei due componenti del campo bipartitico,  uno (il PCI) era di fatto impossibilitato all’ascesa al potere per ragioni ideologiche (il comunismo, e la “fedeltà” all’URSS), e l’altro (la DC) era embricato nella società italiana, tra istituzioni e forze sociali ed economiche, a tal punto che neppure le cannonate avrebbero potuto scollarlo dal governo. Eppure quei due competitors erano in combutta nel sottogoverno, nella gestione di clientele, di apparati sindacali, e quant’altro.

Le altre opere rilevanti di Galli non furono mai tecnicamente di storia del pensiero politico, ma sempre aperte e talvolta incerte, tra scienza politica e storia dei partiti, tra sociologia e filosofia politica, opere spesso discutibili sul piano metodo e anche sulle tesi interpretative, ma sempre stimolanti, capaci cioè (anche per esser confutate, e persino di essere radicalmente respinte), di dare inedite suggestioni, aprire scenari nuovi, suscitare la volontà di sapere di più e capire meglio.

Non fu mai un “intellettuale di sinistra”, ma non fu mai tra gli avversari della sinistra; scelse una sorta di via appartata, anche quando scriveva sulla stampa (tenne una rubrica per almeno un trentennio su “Panorama”, prima della svolta berlusconiana del settimanale), una via fondata su una totale indipendenza di giudizio, che gli consentiva di dire sempre la sua, in modo libero, anche se non di rado con giudizi non condivisibili, prima che sul piano politico, su quello scientifico. Si occupò, tra i primi, anche della “Storia del Partito Comunista Italiano”, con un volume così intitolato, firmato insieme a Fulvio Bellini, uscito presso il raffinato editore Schwarz di Milano nel 1953, l’anno della morte di Stalin, un personaggio storico verso il quale invitava a guardare senza semplificazioni demonizzanti e banalizzazioni incongrue; vanno ricordati i due libri “Stalin e la sinistra”, edito da Baldini Castoldi & Dalai (2009) e “In difesa del comunismo nella storia del XX secolo” (Kaos Edizioni, 1998).

C’era nel suo approccio alla storia del comunismo una attitudine laica, che respingeva ogni rifiuto aprioristico, ma altresì l’adesione ideologica, che peraltro era comunque, per quanto concerne il comunismo italiano, caratterizzato da una forte simpatia per Amadeo Bordiga e il bordighismo, corrente sconfitta in seno a un movimento a sua volta sconfitto. E fu tra i primi a proporre una interpretazione “dietrologica” del terrorismo brigatista con la Storia del partito armato (Rizzoli, 1986), in cui avanzava l’ipotesi, che oggi possiamo ritenere nient’affatto peregrina, che le azioni di brigatisti e sodali fossero state tollerate se non addirittura favorite da centri di potere, istituzionali ed economici, che erano ostili ad ogni vero cambiamento sociale in Italia.

Negli ultimi decenni Galli si era inerpicato sui sentieri malagevoli dell’esoterismo, per interpretare fenomeni, ideologie e movimenti come il nazismo, in particolare con una suggestiva e, ribadisco, non persuasiva analisi su “Hitler e il nazismo magico” (Rizzoli, 1989), ripresa e sviluppata nel succesivo, recentissimo “Hitler e l’esoterismo” (Oaks 2020).  Del testo hitleriano, il famigerato “Mein Kampf “ aveva osato pubblicare una edizione con sua ricca Introduzione (ancora con le Edizioni Kaos, 2002).

Più condivisibili a mio avviso, e di grande attualità, le analisi sugli svolgimenti del turbo-capitalismo e dell’inabissamento della democrazia, sullo strapotere dei grandi network della finanza internazionale con due libri recenti: “Il golpe invisibile” (Kaos, 2015) e “Il potere che sta conquistando il mondo” (con Mario Caligiuri e uscito da Rubbettino). Libri di cui si parlò poco, purtroppo, mentre al di là di una certa tendenza al complottismo, fornivano interessanti chiavi di lettura sulla spaventosa deriva del capitalismo internazionale. Ora Giorgio Galli non potrà più aiutarci a decifrare la china in cui il nostro mondo sta precipitando. Rimane, se non altro, di lui, la libertà di ricerca e l’indipendenza di giudizio: due valori da non sottovalutare, in un’epoca di triste conformismo

Giorgio Galli (dal sito del “Corriere della Sera”)

Perché il 25 Aprile non è solo una ricorrenza

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Intervista al Prof. Angelo d’Orsi di UniTo che, per la difesa della Costituzione, invita “a un 25 aprile che duri tutto l’anno”

Quello di quest’anno sarà un 25 aprile diverso, senza piazza né cortei, vista l’emergenza Coronavirus. A 75 anni dalla Liberazione dal nazifascismo, l’importanza di questa ricorrenza non è solo memorialistica ma ha un significato politico e morale, nonché d’attualità. Ne abbiamo parlato con il Prof. Angelo d’Orsi, docente di Storia del pensiero politico all’Università di Torino.

Il 25 aprile di quest’anno è senza manifestazioni tradizionali, questo può segnare una svolta?

La svolta mi pare ci sia stata nel tentativo governativo, per fortuna evitato, di impedire ai rappresentanti delle associazioni partigiane, come l’Anpi, di prendere parte alle celebrazioni anche con un solo manifestante. Un comunicato emanato dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Riccardo Fraccaro, rivolto ai prefetti, diceva che solo rappresentanti delle Prefetture, Questure e al massimo dei Comuni potevano partecipare alla cerimonia pubblica. Dopo le proteste vigorose della presidente nazionale dell’Anpi Carla Nespolo la questione è rientrata ed è arrivata una nuova circolare del ministero dell’Interno. Ma era stata sconcertate questa iniziativa. E soprattutto che alcuni personaggi del mondo politico e giornalistico si siano fregati le mani, dicendo che il Covid-19 si sarebbe portato via le manifestazioni del 25 aprile, il clima, dunque, non mi pare bello. Tuttavia, a partire da questa presa di posizione della presidente dell’Anpi, sta emergendo uno straordinario desiderio di continuare a celebrare il 25 aprile, seppure in forma diversa, attraverso, per esempio, la rete, e con associazioni e movimenti, dall’Anpi alla Cgil. Sono il segnale di una parte maggioritaria dell’opinione pubblica che ha capito l’importanza 25 aprile anche al di là delle cerimonie. D’ora in avanti potremmo parlare di 25 aprile che duri tutto l’anno.

Cosa intende per 25 aprile che duri tutto l’anno?

Il 25 aprile è la data fondante della Repubblica democratica e si inserisce in un trittico, con l’ 8 settembre 1943 (armistizio e via della Resistenza) e il 2 giugno 1946 (la nascita della Repubblica), che costituisce la base storica, politica e morale della Repubblica italiana. Il portato più maturo del 25 aprile è la Costituzione repubblicana. Quando dico che il 25 aprile duri tutto l’anno, significa sostenere e difendere la Carta costituzionale, che non smette di essere sotto attacco. Dopo il tentativo sventato del 2016, quando c’era al governo Renzi, e dopo la legge sulla riduzione dei parlamentari che sarà sottoposta a referendum, stiamo assistendo negli ultimi anni a una serie di sotterranee manomissioni della Carta costituzionale, con provvedimenti, leggi, atti amministrativi, ordinanze regionali e comunali che sono sotto l’occhio dei costituzionalisti più attenti. E mettono in evidenza gravi anomalie, lo si è visto nell’attuale crisi epidemica, come l’abuso della figura giuridica del Dpcm (decreto del presidente del Consiglio dei ministri), come ha notato il giurista Sabino Cassese, rompendo una tradizione che in casi di urgenza vedrebbe preferibile il ricorso al decreto presidenziale, quindi con l’approvazione del presidente della Repubblica. In questo caso il presidente del Consiglio Conte si è arrogato il diritto di emanare un provvedimento con valore di legge, prescindendo addirittura dalla stessa compagine ministeriale. Sono, da tempo, in corso tentativi di costruire una costituzione materiale parallela alla Costituzione considerata formale. Il 25 aprile tutto l’anno significa, non solo spolverare bandiere, ma difendere il frutto del sacrificio di decine di migliaia di italiani, ovvero la Costituzione, che è cosa viva e da vivere tutti i giorni. Ed è il binario su cui la Repubblica deve camminare. Se si comincia a cedere sui dettagli, anche quando c’è una situazione eccezionale, si finirà per perdere di vista i principi.

Perché il 25 aprile non viene ancora considerato comunemente un anniversario di liberazione del popolo italiano e segna sempre polemiche?

È segno del provincialismo italiano. Ogni Paese e ogni nazione, ha una data fondante in cui tutti si riconoscono. L’identità nazionale si costruisce anche partendo da simboli. Questa è la data simbolica della fine del fascismo e dell’inizio della nuova stagione. I francesi si riconoscono nel 14 luglio 1789 e a nessun esponente politico, del giornalismo o della cultura, viene in mente di mettere in discussione quella data. Trovo, dunque, incredibile che si possa mettere in discussione ancora il 25 aprile. Una nazione ha bisogno di elementi identitari che non sono etnici ma culturali. Un leader politico ha detto di trasformare il 25 aprile nella celebrazione dei morti da Coronavirus è mancanza di rispetto anche per le povere vittime di questa epidemia. Il Covid-19 non ci porta via il 25 aprile, che può avere una nuova forza anche nell’agorà elettronica e virtuale di quest’anno. Senza andare in piazza abbiamo, oggi, bisogno, per citare Salvemini, di “fare testuggine a resistere”, difendere la Resistenza e il suo significato, non solo memorialistico ma soprattutto politico e morale, quello del riscatto di un popolo. Un significato che emerge nella contrapposizione tra repubblichini e partigiani, tanto c’era efferatezza e crudeltà da una parte, tanto dall’altra c’era il tentativo sì di condurre una lotta armata ma nei limiti indispensabili. Non dico che non ci siano stati eccessi ed errori ma non paragonabili a quelli dei ragazzi di Salò. La Repubblica democratica nasce dalla lotta dei partigiani e se vuoi stare nella Repubblica ti identifichi in questa parte, perché non era una parte dato che la Resistenza è stato un fatto di popolo. E non avrebbe potuto vincere senza l’appoggio delle popolazioni locali.

Cosa bisogna fare perché i giovani oggi diventino i testimoni dei testimoni?

I partigiani sono tutti morti o molto anziani. Dobbiamo togliere alla Resistenza e alle sue date fondanti quella patina memorialistica e celebrativa e far capire a tutti che la Costituzione è una cosa viva e che si vive nei gesti di tutti i giorni. È vero, come ha detto Papa Francesco, che c’è un egoismo pandemico, ma questa crisi, come nelle situazioni più gravi, ha fatto venire fuori il meglio dalle persone. Vediamo continui gesti di solidarietà molto incoraggianti, la solidarietà è il cemento di una comunità. Molte iniziative sono fatte di giovani con adesioni di massa, come per esempio la raccolta di fondi per gli ospedali. C’è un tessuto sociale che per quanto si cerchi di frantumare riemerge nel senso comunitario. Dobbiamo trasmettere ai giovani come l’antifascismo, la Costituzione e il 25 aprile abbiano gettato le basi per costruire delle identità comunitarie in cui loro possono essere protagonisti, anche per ricostruire questo Paese. A partire dalle fondamenta che ci sono e non dobbiamo farle sprofondare.

Quali sono i valori della resistenza da riscoprire?

I valori della Resistenza da riscoprire e riproporre quotidianamente sono, appunto, la solidarietà tra coloro che soffrono e il voler dare voce a quelli che non ce l’hanno o sono stati costretti a tacere, la Resistenza è stata una lotta su tre fronti: una lotta di liberazione nazionale contro lo straniero occupante, una guerra civile, italiani contro italiani, e anche guerra sociale, come occasione storica per cambiare le cose, ridare a un popolo sottomesso da 20 anni di fascismo una centralità da protagonista. Il valore della Resistenza è aver portato sul proscenio masse di persone che erano nell’ombra, la democrazia è il protagonismo di quelle masse, la Resistenza le ha portate in prima linea, una concezione della politica autenticamente dal basso. La Resistenza ha rovesciato i dettami fascisti: si può credere a un valore condiviso che sia di democrazia e di libertà associata alla giustizia e all’uguaglianza. Non si obbediva più a un capo, l’obbedienza diventava, invece, quella nei confronti di leggi costruite insieme.

Visto che questo 25 aprile sarà più virtuale e dovremo passarlo sul divano di casa e non in piazza, quali sono film sul tema Liberazione che consiglia di vedere per festeggiare almeno in questo modo la sconfitta del nazifascismo?

Consiglio, per esempio, L’Agnese va a morire (1976) di Giuliano Montaldo tratto dal bellissimo libro di Renata Viganò. Oppure Roma città aperta (1945) di Roberto Rossellini che è un classico insostituibile. E sempre relativamente al neorealismo e a Rossellini suggerisco Paisà (1946). O un suo film successivo: Il generale Della Rovere (1959). E, poi, ancora un film di Nanni Loy come Un giorno da leoni (1961). Ai giovani consiglio La Ragazza di Bube (1963) di Luigi Comencini, tratto dall’omonimo romanzo di Carlo Cassola. E infine Il partigiano Johnny (2000) del regista torinese Guido Chiesa, dal libro di Beppe Fenoglio, una lettura fondamentale per capire la resistenza, anche i limiti e gli aspetti meno eroici.

(Intervista di Mauro Ravarino, apparsa su “UnitoNews”, il 24 aprile 2020)

RIBADIRE IL VALORE DELLA LOTTA PARTIGIANA

E giunge in un momento tragico non soltanto per il Paese ma per il mondo, in lotta con una pandemia a cui per ora non si trova rimedio se non nella chiusura di città, regioni, intere nazioni. Un rimedio che alla lunga può essere altrettanto se non più rischioso del danno. E in questa situazione una ricorrenza così importante rischia a sua volta di essere sottaciuta, se non negata addirittura, come qualcuno auspica.

Ebbene, anche a distanza, anche senza manifestare camminando o ascoltando comizi in piazza, dobbiamo testimoniare, nel settantacinquesimo anniversario della Liberazione d’Italia dal nazismo e dal fascismo; testimoniare che l’antifascismo è vivo e necessario, perché il fascismo, in varie forme, è ancora in mezzo a noi. E dobbiamo ribadire il valore della lotta partigiana, della Resistenza antifascista, nel ’43-45. Dobbiamo ricordare che quella lotta, politica ideologica e militare, ha avuto una importanza fondamentale, nella sconfitta dei tedeschi occupanti e dei repubblichini collaborazionisti. Contro le discutibili e ideologiche interpretazioni storiografiche che mirano a svilire tale ruolo, e il suo significato specificamente militare.

Ma dobbiamo altresì ricordare il valore ideale, morale, della Resistenza. L’insegnamento di quegli uomini e quelle donne, che si sono battuti eroicamente, mettendo a rischio tutto, tutto sacrificando, compresa la vita, è un lascito che ha costituito il lievito fecondo della Repubblica, che, ribadiamolo, da quella lotta, da quel sacrificio, da quell’impegno di popolo, è nata.

E la gemma più preziosa di quel lascito è stata la Costituzione, che regolarmente, ad ogni stagione politica, qualcuno cerca di offendere, di danneggiare, di violentare. Ora la legge che pretende di ridurre il numero dei parlamentari con risibili argomentazioni di risparmio finanziario, è soltanto l’ultimo colpo inferto alla Carta Costituzionale, che va difesa, quando si giungerà al referendum per confermare, o, si spera, smentire quella sciagurata legge approvata alla chetichella da un parlamento distratto, e confuso. Il NO alla legge per la riduzione dei parlamentari sarà un sì alla tutela di quella eredità preziosa che i partigiani e poi i Padri costituenti ci hanno affidato. Perché ne facessimo il fondamento di uno Stato nuovo, giusto, democratico. E ridurre il numero dei rappresentanti del popolo significa non soltanto colpire la Costituzione, ma la democrazia stessa.

Perciò questo 25 aprile 2020, sia pure nelle forme che la situazione sanitaria consentirà, va ribadito che la Costituzione, e la Resistenza di cui è figlia legittima, si difendono facendo campagna contro quella legge, strumento subdolo di vanificazione della democrazia

Articolo per il giornale “La Voce” di alcune sezioni dell’ANPI piemontese, zona Nord, apparso il 25 aprile, col titolo “25 aprile. Dobbiamo ribadire il valore della lotta partigiana” poi ripreso da “MicroMega” e da “AlgeNews” .

NEPPURE I MORTI

“…neppure i morti saranno al sicuro dal nemico, se vince. E questo nemico non ha smesso di vincere”.

Così scriveva uno dei più grandi geni del Novecento, Walter Benjamin. Era il 1940, ed erano quelle le sue ultime pagine, vergate in condizioni spesso di fortuna, poco prima di morire, probabilmente suicida, mentre cercava di sottrarsi alla cattura da parte dei nazisti, che avevano occupato la Francia dove si era rifugiato dalla sua patria divenuta hitleriana. Erano tempi di ferro e di fuoco, tempi di orrore, certamente. Ma le parole di Benjamin interpretavano una situazione di dominio, e dunque di dominati, che perdura, perché quel nemico, cambiate vesti, non ha smesso di vincere.

Questo passaggio tratto dalle Tesi sul concetto di storia (pubblicate due anni dopo la morte di Benjamin, negli Stati Uniti) mi è venuto alla mente, guardando la scena accaduta nella chiesa parrocchiale di Gallignano, una frazione di un borgo, Songino, nel Cremonese, dove un prete celebrava messa in memoria di una vittima del Coronavirus. C’erano 6 parenti del defunto. Più il sacerdote e i suoi collaboratori, chierichetti, assistenti e così via. Totale 13 persone, in uno spazio di 300 metri quadrati. Tutte distanziate e provviste di mascherine d’ordinanza. Arriva una pattuglia dei Carabinieri che cercano di interrompere la cerimonia, che viola uno dei tanti decreti, si spingono fino a salire sull’altare, e con modi a dir poco bruschi, contestano la multa al prete che resiste. Una scena quasi grottesca, se non ci fosse un morto, e i suoi familiari, sgomenti.

La Curia diocesana, e il sindaco, prendono prontamente le distanze da quel prete “sovversivo”, che ha osato celebrare un funerale, contravvenendo la normativa. Il principio di legalità va rispettato, insieme al principio di autorità. Ma legalità vuol sempre dire legittimità? E autorità si identifica con ragione?

“Voi vincerete, ma non convincerete”, disse Miguel de Unamuno alla banda di militi fascisti guidati da Millán Astray (il peggiore dei complici di Francisco Franco), quando interruppero la cerimonia di inaugurazione dell’anno accademico a Salamanca, il 12 ottobre 1936, gridando  “Viva la muerte!”.  Unamuno pallido e tremante, ma inflessibile, proseguì: “Voi vincerete, perché avete la forza. Ma non avete la ragione”.  A quel punto a stento viene sottratto al linciaggio. Morrà non molto tempo dopo, letteralmente di crepacuore.  La forza aveva trionfato. E anche da morto fu oltraggiato, destituito da ogni carica (era rettore della più antica università spagnola, Salamanca, appunto, e consigliere comunale, eccetera), e la sua memoria fu cancellata nel Paese sotto la dittatura franchista. Neanche i morti sono al sicuro dal nemico quando vince.  

Il nemico oggi è diverso. Certo. Non porta elmi, né stivaloni, non marcia a passo dell’oca, non fa il saluto romano, se non in qualche frangia fastidiosa, di cui dobbiamo preoccuparci, certo, ma non più di tanto. Dovremmo invece essere assai preoccupati per gli svolgimenti della situazione sanitaria in Italia (ma vale per larga parte dei Paesi toccati dalla pandemia del Coronavirus), ma altrettanto, se non ancor di più, della situazione politica, sociale, economica, antropologica. Il nemico è sempre lo stesso, quello che non smette di vincere, e di schiacciare, magari con scarpe di vernice a punta (ricordate il video famoso di Urbano Cairo?), una popolazione tenuta in scacco dalla paura di una malattia che può essere mortale. Il nemico è quello che pratica la lotta di classe dall’alto, come aveva ben intuito e ricostruito in uno degli ultimi suoi libri il mai abbastanza compianto Domenico Losurdo. Quel nemico che appunto approfitta oggi della situazione pandemica per mostrare la propria concezione dello Stato: non espressione massima della democrazia sul piano istituzionale, bensì mezzo di oppressione del popolo, secondo la nota formula di Giovanni Battista Botero: “Stato è dominio fermo sui popoli”. Ma eravamo nel 1589, due secoli prima dell’avvento dell’età dei diritti. Oggi, parrebbe, siamo in epoca di post-democrazia, che ormai non è più neppure quella sostanza non democratica sotto apparenze formali di democrazia.

Oggi siamo oltre tutto questo. Oggi non ci si preoccupa più delle forme men che meno delle apparenze. Oggi, un presidente del Consiglio non eletto, scelto non si sa esattamente da chi, né si sa bene perché, dopo aver guidato per un anno e mezzo un esecutivo di “centrodestra”, sodale del peggior rappresentante della destra più becera, connivente di tutte le infamie da costui poste in essere, passa, impunemente, a guidare  un esecutivo di vagamente di “centrosinistra”, alleandosi con il partito che era stato fino al giorno prima all’opposizione, con reciprochi scambi di contumelie. Dell’altro partito, rimasto al suo posto, il partito di Grillo e Casaleggio, c’è poco da commentare, esempio di cialtroneria (fatti salvi alcuni, naturalmente), a dir poco, e opportunismo politico: “mai con la Lega!”, ed ecco il governo “gialloverde”. Poi: “mai con il PD!” Ed ecco il governo “giallorosso”. C’è altro da aggiungere? E intanto il miracolato avvocato professore Giuseppe Conte, arricchisce con la sua stessa indefettibile presenza a Palazzo Chigi, il campionario del trasformismo italico. Con una nota in più: la sua strisciante presa di potere, abnorme, scavalcando i ministri di cui lui altro non è che un coordinatore, stando alla Costituzione, e abusando di una forma costituzionalmente assai dubbia quali di Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri, gli ormai famigerati DPCM, da cui siamo stati inondati e sommersi in tempi di Coronavirus.  Decreti già di per sé formulati in modo rozzo e confuso, implementati, in maniera spesso contraddittoria, da altri Decreti dei presidenti delle Giunte regionali, e da ordinanze dei sindaci a loro volta perlopiù in contrasto con questi ultimi. Altrettanti esercizi di forza, più che di diritto; altrettante prove di autorità prive spesso di legittimità, a cui si obbedisce nel clima di terrore che si è creato.

E mentre si aggredisce un prete che saluta un morto, centinaia di carabinieri, finanzieri, agenti di polizia, multano a casaccio persone, approfittando delle maglie larghe dei decreti governativi, ripeto di dubbia costituzionalità. Un figlio che sta andando a salutare il padre in punto di morte, una signora che va a fare esami clinici in un ospedale, un rider che consegna una pizza, un ragazzo che passeggia col suo cane in un bosco a una distanza calcolata di oltre 200 metri dall’abitazione, una coppia che prende una boccata d’aria su di una panchina a pochi metri dal portone di casa, un “basso” napoletano umido e senza sole. Tutti colpevoli di attentare alla pubblica salute. Ma le fabbriche possono riaprire. E multare un imprenditore sarebbe comunque cosa complicatissima sul piano pratico e istituzionale.

Ultima perla di questo governo: una circolare del Signor Nessuno di turno, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Riccardo Fraccaro (M5S), vieta all’ANPI di partecipare alle cerimonie per il XXV Aprile, consentendo la presenza del solo prefetto e questore. Nessuno era mai arrivato a tanto, neppure in pieno scelbismo. La presidenza dell’Associazione, fortunatamente, ha subito emesso un comunicato non solo di protesta, ma di annuncio che i suoi rappresentanti saranno presenti, anche nella forma consentita dalle norme tuttora purtroppo vigenti, ossia uno per ogni località.

Un sodale di Benjamin, marxista in odore di “eresia”, Karl Korsch, scrisse nella sua mirabile biografia di Marx (pubblicata nel 1938, che Benjamin lesse addirittura in manoscritto datogli dall’autore): «“Stati di emergenza” e “stati d’eccezione” sono divenuti la regola, guerre e guerre civili sono divenute la normale forma di esistenza del presente modo di vita».   

Forse è ora di riaprire gli occhi, e guardare alla situazione in atto, con la massima attenzione. Il virus potrebbe uccidere oltre che i nostri corpi anche le nostre anime, se continuiamo ad accettare tutto senza fiatare.

(Articolo pubblicato su “La rivincita di Chourmo”, il 23 aprile 2020)

I due successivi Governi Conte (immagini dal web)

Un libro racconta l’autunno caldo sotto la mole

Una fotografia può essere assai più di una illustrazione, e può valere molto più anche di un documento in forma scritta: in termini di capacità di comunicazione, certo, ma anche sul piano della pregnanza. Ogni tipo di documento serve, nell’attività storiografica, si sa: la massa documentaria che il passato, lontanissimo come recentissimo, ci offre è come il maiale: non si butta via nulla, tutto serve, ogni pezzo ha una sua utilità. Ma le fotografie sono un documento di tipo particolare. E a volte, lo si sa, e lo si ripete, una foto può valere più di mille parole.

È il caso di “Torino ’69”, un volume riccamente illustrato, di Ettore Boffano, Salvatore Tropea, Mauro Vallinotto, edito da Laterza. Le immagini vincono, e alla grande. Al di là dei meriti eventuali del fotografo – il bravissimo Mauro Vallinotto – e di quelli di chi scrive – due giornalisti di lungo corso, espertissimi delle vicende torinesi, Ettore Boffano e Salvatore Tropea, fondatori dell’edizione cittadina de la Repubblica –, questo è un libro che racconta Torino, la Fiat, il Sud, e il Nord, nel loro difficile incontro/scontro, e in verità l’Italia tutta, in una stagione che va molto al di là e sta molto al di qua della data in copertina. Al di là e al di qua: questo è uno dei punti più complessi e discutibili del volume, devo aggiungere subito. Detto altrimenti, la periodizzazione, uno degli elementi nodali del lavoro di chi fa storia: individuare le cesure e le continuità, un atto non facile, perché assai numerose sono le questioni in ballo, a cominciare dalla soggettività di chi scrive.

Quando inizia il ’69, in primo luogo? Dai fatti di Corso Traiano, il 3 luglio, secondo gli autori. Tesi discutibile.

Il Sessantanove italiano è in realtà una parte di un’endiadi: l’altra parte è il Sessantotto, che nel panorama internazionale rappresenta un unicum: è un unico movimento, che occupa un biennio. In tal senso, allora, il Sessantotto torinese inizia dall’occupazione di Palazzo Campana (giustamente ricordata dagli autori), il 17 novembre 1967. E senza una vera soluzione di continuità si giunge al 1969.

Naturalmente è lecito tentare di distinguere i due anni, ma allora il 1969, ossia l’autunno caldo, mi pare difficile farlo iniziare da quell’episodio. Si aggiunga che gli autori fanno degli andirivieni cronologici, non limitandosi affatto a quel biennio, ma risalendo indietro, al 1962 (Piazza Statuto), ai fatti di Ungheria (1956), e via seguitando in un tentativo comunque di mettere sotto gli occhi dei lettori i dati che segnano la rapidissima e quasi violenta trasformazione di Torino, da ex capitale politica a capitale industriale dalla nostalgia alla preoccupazione, davanti all’invasione dei “napuli”, i “moru”, le “terre da pipe”, i “terroni”, e via seguitando in una lunga galleria di colorite espressioni dal sapore razzista, anche quando “simpaticamente” espresso…

Le resistenze, dunque, vi furono, all’ondata dei meridionali, quelli che, come informavano centinaia di cartelli (ma anche di annunci sui quotidiani), non si affittava: e quello era un periodo in cui si trovava casa con facilità, ma per quegli uomini (prevalevano di gran lunga i maschi, d igiovane età), che giungevano dal Mezzogiorno, poteva diventare un’odissea faticosa e umiliante. Eppure quelle resistenze vennero travolte, malgrado gli sforzi in senso contrario da parte di alcune delle centrali egemoniche; si pensi alle pagine cittadine della Stampa, grondanti di razzismo, anche se i suoi padroni – la Fiat e gli Agnelli – avevano bisogno di quella manodopera. In generale (e meglio sarebbe stato sottolinearlo nei testi di accompagnamento alle immagini) è, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, un’intera classe politica a risultare impreparata, compresa quella comunista. Così come si palesa una certa sclerosi del sindacato, sorpassato dai comitati di base, in una inaspettata riemersione della “democrazia operaia” teorizzata da Gramsci nel 1919…

Fu la Chiesa cattolica, rispolverando la tradizione dei santi sociali piemontesi, a esercitare un importantissimo ruolo di supplenza, nella gestione di una situazione del tutto nuova e dirompente. Emerge altresì la debolezza culturale e l’assenza di un’etica dell’impresa nella proprietà e nella dirigenza FIAT, e i contrasti interni. Diego Novelli, mitico sindaco rosso degli anni Settanta, racconta un episodio interessante, al riguardo, relativo alla richiesta rivoltagli da Umberto Agnelli di metterlo in contatto con Luciano Lama, il grande capo della CGIL. La cosa non si fece per la recisa opposizione di Cesare Romiti, da cui si giunse poi alla grave sconfitta degli anni Ottanta. In precedenza, il passaggio nella direzione dell’azienda da Vittorio Valletta a Gianni Agnelli fu un passaggio dalla padella alla brace, che non recò benefici né all’impresa né ai lavoratori. Capitalismo padronale e neocapitalismo modernizzatore a parole, finirono per convivere in una faticosa gestione della maggiore azienda privata italiana.

Le interrelazioni con il resto del mondo, nei testi, sono quasi assenti, ma andrebbero tenute presenti per capire quegli anni. Nixon, l’escalation in Vietnam, ma anche in Cambogia e Laos, con gli effetti che produsse, anche nell’immaginario (“Agnelli l’Indocina ce l’hai in officina”, fu uno degli slogan più fortunati di quella fine decennio…). Meno rilevante, ma comunque importante, l’elezione di Arafat: la questione palestinese irrompeva nel dibattito politico. Le dimissioni di De Gaulle a fine aprile. La morte dello studente Jan Palach (inizio anno). La rottura del gruppo del Manifesto in seno al PCI. Gheddafi al potere in Libia (settembre). Il festival di Woodstock nello Stato di NY (agosto). Lo scontro sul fiume Ussuri tra Repubblica Popolare Cinese e URSS simbolo dei due comunismi ormai inconciliabili. E mentre la Russia dei Soviet perdeva il suo appeal, la Cina di Mao ne acquistava e un forzosamente redivivo “marxismo-leninismo” acquistava una quarta icona da inserire accanto al “trittico” Marx Engels Stalin, il faccione di Mao Zedong, il “grande timoniere”. E i “cinesi”, che ben presto si frammentavano in linee contrassegnate da colori, diventano una componente significativa, anche se non maggioritaria, del movimento di lotta, più fra gli studenti che fra gli operai.

Altrettanto nuova la “sinistra extraparlamentare”, che mostrava le maggiori contiguità tra movimento degli studenti e lotte operaie. A Torino la Lega Studenti Operai fu un fenomeno interessante, e addirittura vi fu un Gruppo Gramsci, rara avis in un mondo in cui a dispetto dei richiami oggettivi tra le due ondate di consiliarismo, a distanza di mezzo secolo (1919-1969), il rivoluzionario sardo venne ignorato quasi totalmente. Fu Bruno Trentin a cogliere, con la sua lucida intelligenza, le somiglianze, parlando per primo (e bene fanno gli autori a richiamarlo) di un “secondo biennio rosso”, aggiungendo che questo era più importante del primo: e il giudizio viene avvalorato dagli esiti di quel biennio, opportunamente elencati nel libro. Personalmente non condivido l’enfasi con cui Giovanni De Luna parla, nelle conversazioni con gli autori (“Fu un momento magico e irripetibile…”, p. 204) e uno sforzo di valutazione critica è necessario, ed è ciò che fanno, pure direi sotto traccia gli autori, i quali comunque si limitano per lo più a tentare di rappresentare, “fotograficamente” – e qui si percepisce l’egemonia del linguaggio delle immagini – non solo quell’anno ma l’intero dopoguerra fino oltre gli anni Settanta, con la più volte evocata marcia dei 40.000.

Il libro dal punto di vista della ricostruzione appare rapsodico, a dispetto degli sforzi degli autori di costruire delle sequenze, e questo se da una parte rende più debole sul piano storiografico, ne aumenta la leggibilità, in quanto risulta una chiacchierata, ricca di stimoli, con giudizi generalmente condivisibili.

Condivido assolutamente il giudizio conclusivo: “l’Autunno caldo non fu soltanto un affare di sindacati e di padroni, ma segnò l’epifania, e la venuta in primo piano, della questione operaia nella società italiana” (pp. 202-203).

(Articolo pubblicato su “MicroMega”, on line, il 3 marzo 2020)

La polizia sgombera gli occupanti di case in un quartiere periferico a Torino (Foto Mauro Vallinotto, tratta dal libro “Torino 1969”)

Ciano, il “genero del regime”

In un articolo del 1934, sui Quaderni di Giustizia e Libertà, che uscivano a Parigi, Leone Ginzburg, dietro la sigla M. S., si dedicava ad un’analisi della situazione politica italiana, in relazione all’azione da svolgere per il gruppo di GL, di cui era il principale referente in patria, come Carlo Rosselli lo era in Francia. Prendeva lo spunto dal siluramento di Italo Balbo da parte del Duce, in quanto “unico antagonista rimastogli nel governo”, dunque da mettere da parte (prima di eliminarlo fisicamente addirittura, nel famoso “incidente” nel cielo della Libia nel luglio 1940), e dedicava una parentesi al genero di Mussolini, Galeazzo Ciano, liquidandolo come un’alternativa mancata, in quanto era ormai indirizzato verso altri interessi: “Ciano, inamovibile, preferisce arricchire sé e i suoi”.

Il delfino, il marito di Edda, burbanzoso ministro degli Esteri, era naturalmente o appariva l’uomo più potente del regime, con quel cerchio di protezione familiare in cui si era imbozzolato comodamente, e dal quale gestiva traffici poco commendevoli, con un progressivo arricchimento di cui gli italiani si resero ben presto conto. Negli ultimi tempi, la storiografia sta provvedendo, documenti alla mano, a sfatare una leggenda rosa del fascismo come regime di “pulizia”, mentre oltre ad essere un regime di polizia, fu un regime di vasta, diffusa corruzione, che vide come protagonista l’intera sua gerarchia, dal Duce fino all’ultimo ras di periferia.

Il libro dedicato a Ciano, il “genero del regime”, o anche il “generissimo”, da Eugenio Di Rienzo, pubblicato dalla benemerita Salerno Editrice, si inserisce nella rivisitazione critica della storia del Ventennio, sempre opportuna, come ogni azione volta ad aggiungere, correggere, “revisionare”, il grande edificio della conoscenza del passato, alla luce di nuovi documenti, nuove metodologie, nuove sensibilità culturali prima che storiografiche. Purché non si cada nel revisionismo, pratica ideologica e non storiografica, volta a smantellare le acquisizioni della ricerca storica ove giudicate non compatibili con certi assetti del potere, non solo culturale, naturalmente.
L’autore, direttore della Nuova Rivista Storica, allievo e amico del compianto Giuseppe Galasso (ricordato affettuosamente nella dedica), ed esponente di una corrente storiografica “moderata”, in realtà di moderato ha poco: è un uomo che come suol dirsi non ha peli sulla lingua, e pur nel dissenso con lui è sempre piacevole oltre che proficuo confrontarsi. E il libro, come è stato osservato da più di un recensore, non fa sconti a nessuno, meno che meno al biografato, che nel mainstream continua ad essere presentato come un fascista critico, colui che avrebbe voluto salvare l’Italia dall’abbraccio mortale con la Germania hitleriana, il dissenziente frenato dalla situazione familiare, il leader in pectore di un fascismo morbido che solo la ferocia mussoliniana strappandolo alla vita, nella vendetta pseudo-giuridica del Processo di Verona del ’44, impedì di realizzarsi.

Con grande efficacia e sulla base di una documentazione esaustiva (ma, sia consentito dirlo, con un’esorbitante mole di dettagli, che appesantiscono inutilmente la narrazione), Di Rienzo sfata la leggenda, e ci avvicina alla verità della storia, a cominciare dalla contestazione della veridicità del Diario del suo biografato: autentico, sì, ma anche i documenti autentici, come insegnano i maestri del metodo storico, da Bloch a Chabod, possono raccontare il falso. Col suo usuale vigore (che nel caso è anche rigore metodologico), Di Rienzo afferma, convincentemente, che si tratta di un documento “che si è rivelato, in tutte le fasi cruciali della biografia politica del ‘generissimo’, testimonianza adulterata sapientemente dal suo autore”. Un documento generalmente usato per ridurre le responsabilità e accrescere i meriti del “povero” Ciano, anche da studiosi o commentatori, di quelli – non sono pochi – sempre in caccia di un fascismo dal volto umano, di un’alternativa interna al movimento-partito-regime, che avrebbe potuto salvare capre e cavoli.
Anche Di Rienzo, peraltro, ha partecipato, in passato sia pure nobilmente, ossia coi quarti di nobiltà dello storico di vaglia, a questo gioco, con il suo prediletto Gioacchino Volpe di cui ha accreditato, con scarso fondamento a mio avviso, ma con vigorosa passione, una innocente immagine liberale. Naturalmente Volpe rimane un grande storico, mentre Ciano viene confermato nella sua mediocrità politica, e nei suoi confronti Di Rienzo (e non gli si può dar torto), non arretra di un millimetro davanti alla condanna, fornendoci innumerevoli elementi che ci presentano un personaggio certo non banale, antropologicamente e “letterariamente” interessante, ma di modesto valore, un uomo corrotto, che ha scambiato la furbizia (di cui non difettava) per intelligenza (tutto sommato modesta, la sua), e in luogo della lucidità dello statista, rivela il piccolo cabotaggio dell’affarista di provincia. Fu però soprattutto la sua ambizione smodata, la venalità, e le sue stesse incertezze di strategia e di tattica politica che finirono per metterlo in rotta di collisione col suocero, che si sentiva pressato dall’impaziente aspirante “successore”.

Di Rienzo ci fa anche capire che d’altro canto quel padre era assai geloso della figlia, a maggior ragione andando in sposa a un dongiovanni, che giocava la carta dell’anticonformista, libero e spregiudicato. Un giovane uomo tuttavia che sembrava avesse le carte in regola per domare la ventenne Edda, altrettanto spregiudicata e anticonformista, al punto che il babbo si ridusse a sottoporla a controllo di polizia, compresa la corrispondenza. Per una donna (la figlia del duce, oltretutto) l’anticonformismo, e la libertà di comportamento specie sessuale, erano assai più difficili da accettare nell’opinione corrente del tempo.

Le nozze fra i due furono spettacolari, nell’aprile del 1930, nel pieno del “consenso” al regime; e la vita di “Gallo” e “Deda” fu a lungo sulla cresta dell’onda, mentre cupe ombre si addensavano sull’Italia, sull’Europa, sul mondo: la gioventù dorata di questa coppia invidiata quanto temuta da tutti pareva impermeabile alle tempeste che si preparavano, e che avrebbero travolto entrambi. Fra i due, pare di capire dal ritratto parallelo che ne fa l’autore, tutto sommato Edda aveva qualità maggiori di Galeazzo, il quale tre anni dopo avviò la sua brillante carriera per meriti parentali, diventando capo dell’Ufficio Stampa della Presidenza del Consiglio: un ruolo chiave nella strategia di un regime di propaganda come quello fascista, un ruolo che oltre tutto metteva a contatto diretto genero e suocero, quotidianamente, considerando anche la maniacale ossessione del Duce per i giornali, dove andava in caccia di articoli e foto che lo riguardassero personalmente. Discutibilmente, in questo come in altri casi, però, l’autore cerca di vedere giustificazioni razionali nelle scelte di Mussolini che, sia detto una volta per tutte, alla fine, nel confronto col genero che farà ammazzare, ne esce rivalutato, non so quanto consapevolmente da parte di Di Rienzo.
Come capo della diplomazia, nei panni di ministro degli Affari Esteri (dal giugno ’36, facendo così ricadere sulle proprie spalle l’aggressione italiana alla Repubblica Spagnola), e contestualmente vicesegretario del PNF, Ciano fu esponente di un “doppiogiochismo diplomatico”, in parte concordato col suocero, in parte autonomo, in improbabili partite di grande politica internazionale, che videro l’Italia, a dispetto della scarsa simpatia di Ciano per i tedeschi, finire nell’abbraccio mortale col Terzo Reich, fra incertezze ed errori clamorosi, come la rottura con l’URSS che fino al ’39 aveva manifestato atteggiamenti amichevoli e collaborativi con l’Italia fascista, in nome della Realpolitik e della bilancia commerciale. Un altro errore catastrofico fu la decisione di attaccare la Grecia, dove pure era al potere un governo di destra certo non ostile all’Italia: decisione che si risolse in una drammatica disfatta per l’esercito italiano respinto verso l’Albania.

Ciano resistette al vertice della politica estera fino a quando, piuttosto repentinamente, fu passato a tutt’altro incarico, come ambasciatore in Vaticano. Era il febbraio del ’43. Il precipitar degli eventi lo condusse alla fatal notte del 25 luglio, quando, probabilmente, come sostennero i suoi difensori al processo di Verona del gennaio ’44, votò l’odg di Grandi che di fatto sfiduciava il Duce, senza rendersi conto della portata di quel voto; ma Di Rienzo evidenzia la centralità di Ciano nelle trame antimussoliniane che da anni si tessevano nell’ombra. La condanna a morte e la mancata grazia giunsero in un turbinio di incerte valutazioni, e di debolezza oggettiva di Mussolini, di pressioni subìte ed esercitate da parte sua: tra la moglie Rachele, innocentista, e l’amante Claretta, colpevolista, “Ben” (come lo chiamava la sua Claretta) in quella vicenda mostrò definitivamente di essere un duce finito e forse finto, da sempre.

Di Rienzo, che non sarebbe d’accordo su questa mia valutazione, ricostruisce con dovizia di particolari gli ultimi giorni concitati di Ciano, e accredita la tesi di un disegno politico di Mussolini che usa il genero come pedina, e alla fine se ne serve come agnello sacrificale al fine di un rilancio del fascismo repubblicano (che reclama la testa del “generissimo”) da un lato, e di un cedimento al sempre più ingombrante alleato-padrone tedesco, che nella condanna esemplare del “traditore” vedeva un esempio che valesse non solo per l’Italia, ma anche per la Germania. Il Processo di Verona, invece di segnare il rilancio del fascismo di Salò, ne accelerò la fine, anche perché provò che il Duce era una marionetta nelle mani dei nazisti. Una tesi che in fondo, venne confermata giuridicamente a guerra finita: Ciano fu riabilitato, e l’enorme patrimonio da lui e familiari accumulato grazie alla complicità del regime restituito alla famiglia per una sentenza della Cassazione, e addirittura a Galeazzo venne riconosciuto il titolo di “martire della guerra di liberazione”.
Beffardo, facendo riemergere il proprio fondo sostanzialmente reazionario (ma a lui sono sicuro che l’epiteto non dispiacerà più di tanto), l’autore conclude: “Nel segno di una deliberata mistificazione del passato, iniziava, così, il lungo dopoguerra italiano”. Ma conclusioni a parte, se un appunto va fatto all’autore è la mole del libro: 700 pagine dedicate a un personaggio così mediocre, peraltro vissuto solo 41 anni, sono spropositate. E giungendo faticosamente alla fine ho apprezzato una volta di più il detto di un vecchio professore: “Pensa il doppio, scrivi la metà!”.

Pubblicato su “Micromega” on line il 10 aprile 2019

La copertina della biografia di Galeazzo Ciano, opera di Eugenio De Rienzo