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Eclettico e fuori degli schemi. Addio a GIOrgio Galli

Anche Giorgio Galli ci ha lasciato, proprio alla fine di questo anno terribile. È morto, per infarto, oggi, 27 dicembre 2020. Aveva 92 anni: la sua è stata una esistenza lunga e laboriosa. Negli ultimi anni era piuttosto dimenticato, ma in passato aveva goduto di una notevole fama tra politologi, storici del pensiero e dei movimenti politici, opinionisti. In accademia non godè di gran fortuna, sebbene sia stato a lungo professore all’Università statale di Milano (non ottenendo mai la cattedra, se non ricordo male): in particolare venne sempre considerato un “estraneo” alla disciplina che insegnava, e che fu la mia, la Storia delle dottrine politiche, a cui dedicò anche uno svelto manuale (per Il Saggiatore, nel 1985).

In effetti Galli non aveva i “quarti di nobiltà” che questa disciplina, piuttosto parruccona e retriva rispetto all’innovazione e idiosincratica verso l’originalità, richiede; né lui fece alcunché per ingraziarsi i boss, un passaggio indispensabile se non si voleva essere emarginati o quanto meno variamente penalizzati (parlo per personale esperienza). D’altro canto, egli, scrittore prolifico (un’ottantina di libri!), eclettico fino all’estremo, viaggiò sempre su terre di confine, in territori che era difficile identificare in modo certo e definitivo: il meglio di sé lo diede negli anni Sessanta, con la formula del “bipartitismo imperfetto” (il volume così intitolato fu pubblicato dalle edizioni del Mulino nel 1966) per identificare la situazione politica italiana, bloccata fra DC e PCI: imperfetto perché, da un canto, in fondo vigeva quello che il giornalista Alberto Ronchey aveva chiamato “Il fattore K”, per indicare l’ipoteca (negativa a suo parere) del comunismo sul PCI, che impediva una sua ascesa al governo del Paese, mentre d’altro canto la DC era per varie ragioni, a cominciare dal sostegno del Vaticano e delle gerarchie cattoliche, inamovibile. In sostanza dei due componenti del campo bipartitico,  uno (il PCI) era di fatto impossibilitato all’ascesa al potere per ragioni ideologiche (il comunismo, e la “fedeltà” all’URSS), e l’altro (la DC) era embricato nella società italiana, tra istituzioni e forze sociali ed economiche, a tal punto che neppure le cannonate avrebbero potuto scollarlo dal governo. Eppure quei due competitors erano in combutta nel sottogoverno, nella gestione di clientele, di apparati sindacali, e quant’altro.

Le altre opere rilevanti di Galli non furono mai tecnicamente di storia del pensiero politico, ma sempre aperte e talvolta incerte, tra scienza politica e storia dei partiti, tra sociologia e filosofia politica, opere spesso discutibili sul piano metodo e anche sulle tesi interpretative, ma sempre stimolanti, capaci cioè (anche per esser confutate, e persino di essere radicalmente respinte), di dare inedite suggestioni, aprire scenari nuovi, suscitare la volontà di sapere di più e capire meglio.

Non fu mai un “intellettuale di sinistra”, ma non fu mai tra gli avversari della sinistra; scelse una sorta di via appartata, anche quando scriveva sulla stampa (tenne una rubrica per almeno un trentennio su “Panorama”, prima della svolta berlusconiana del settimanale), una via fondata su una totale indipendenza di giudizio, che gli consentiva di dire sempre la sua, in modo libero, anche se non di rado con giudizi non condivisibili, prima che sul piano politico, su quello scientifico. Si occupò, tra i primi, anche della “Storia del Partito Comunista Italiano”, con un volume così intitolato, firmato insieme a Fulvio Bellini, uscito presso il raffinato editore Schwarz di Milano nel 1953, l’anno della morte di Stalin, un personaggio storico verso il quale invitava a guardare senza semplificazioni demonizzanti e banalizzazioni incongrue; vanno ricordati i due libri “Stalin e la sinistra”, edito da Baldini Castoldi & Dalai (2009) e “In difesa del comunismo nella storia del XX secolo” (Kaos Edizioni, 1998).

C’era nel suo approccio alla storia del comunismo una attitudine laica, che respingeva ogni rifiuto aprioristico, ma altresì l’adesione ideologica, che peraltro era comunque, per quanto concerne il comunismo italiano, caratterizzato da una forte simpatia per Amadeo Bordiga e il bordighismo, corrente sconfitta in seno a un movimento a sua volta sconfitto. E fu tra i primi a proporre una interpretazione “dietrologica” del terrorismo brigatista con la Storia del partito armato (Rizzoli, 1986), in cui avanzava l’ipotesi, che oggi possiamo ritenere nient’affatto peregrina, che le azioni di brigatisti e sodali fossero state tollerate se non addirittura favorite da centri di potere, istituzionali ed economici, che erano ostili ad ogni vero cambiamento sociale in Italia.

Negli ultimi decenni Galli si era inerpicato sui sentieri malagevoli dell’esoterismo, per interpretare fenomeni, ideologie e movimenti come il nazismo, in particolare con una suggestiva e, ribadisco, non persuasiva analisi su “Hitler e il nazismo magico” (Rizzoli, 1989), ripresa e sviluppata nel succesivo, recentissimo “Hitler e l’esoterismo” (Oaks 2020).  Del testo hitleriano, il famigerato “Mein Kampf “ aveva osato pubblicare una edizione con sua ricca Introduzione (ancora con le Edizioni Kaos, 2002).

Più condivisibili a mio avviso, e di grande attualità, le analisi sugli svolgimenti del turbo-capitalismo e dell’inabissamento della democrazia, sullo strapotere dei grandi network della finanza internazionale con due libri recenti: “Il golpe invisibile” (Kaos, 2015) e “Il potere che sta conquistando il mondo” (con Mario Caligiuri e uscito da Rubbettino). Libri di cui si parlò poco, purtroppo, mentre al di là di una certa tendenza al complottismo, fornivano interessanti chiavi di lettura sulla spaventosa deriva del capitalismo internazionale. Ora Giorgio Galli non potrà più aiutarci a decifrare la china in cui il nostro mondo sta precipitando. Rimane, se non altro, di lui, la libertà di ricerca e l’indipendenza di giudizio: due valori da non sottovalutare, in un’epoca di triste conformismo

Giorgio Galli (dal sito del “Corriere della Sera”)

Perché il 25 Aprile non è solo una ricorrenza

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Intervista al Prof. Angelo d’Orsi di UniTo che, per la difesa della Costituzione, invita “a un 25 aprile che duri tutto l’anno”

Quello di quest’anno sarà un 25 aprile diverso, senza piazza né cortei, vista l’emergenza Coronavirus. A 75 anni dalla Liberazione dal nazifascismo, l’importanza di questa ricorrenza non è solo memorialistica ma ha un significato politico e morale, nonché d’attualità. Ne abbiamo parlato con il Prof. Angelo d’Orsi, docente di Storia del pensiero politico all’Università di Torino.

Il 25 aprile di quest’anno è senza manifestazioni tradizionali, questo può segnare una svolta?

La svolta mi pare ci sia stata nel tentativo governativo, per fortuna evitato, di impedire ai rappresentanti delle associazioni partigiane, come l’Anpi, di prendere parte alle celebrazioni anche con un solo manifestante. Un comunicato emanato dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Riccardo Fraccaro, rivolto ai prefetti, diceva che solo rappresentanti delle Prefetture, Questure e al massimo dei Comuni potevano partecipare alla cerimonia pubblica. Dopo le proteste vigorose della presidente nazionale dell’Anpi Carla Nespolo la questione è rientrata ed è arrivata una nuova circolare del ministero dell’Interno. Ma era stata sconcertate questa iniziativa. E soprattutto che alcuni personaggi del mondo politico e giornalistico si siano fregati le mani, dicendo che il Covid-19 si sarebbe portato via le manifestazioni del 25 aprile, il clima, dunque, non mi pare bello. Tuttavia, a partire da questa presa di posizione della presidente dell’Anpi, sta emergendo uno straordinario desiderio di continuare a celebrare il 25 aprile, seppure in forma diversa, attraverso, per esempio, la rete, e con associazioni e movimenti, dall’Anpi alla Cgil. Sono il segnale di una parte maggioritaria dell’opinione pubblica che ha capito l’importanza 25 aprile anche al di là delle cerimonie. D’ora in avanti potremmo parlare di 25 aprile che duri tutto l’anno.

Cosa intende per 25 aprile che duri tutto l’anno?

Il 25 aprile è la data fondante della Repubblica democratica e si inserisce in un trittico, con l’ 8 settembre 1943 (armistizio e via della Resistenza) e il 2 giugno 1946 (la nascita della Repubblica), che costituisce la base storica, politica e morale della Repubblica italiana. Il portato più maturo del 25 aprile è la Costituzione repubblicana. Quando dico che il 25 aprile duri tutto l’anno, significa sostenere e difendere la Carta costituzionale, che non smette di essere sotto attacco. Dopo il tentativo sventato del 2016, quando c’era al governo Renzi, e dopo la legge sulla riduzione dei parlamentari che sarà sottoposta a referendum, stiamo assistendo negli ultimi anni a una serie di sotterranee manomissioni della Carta costituzionale, con provvedimenti, leggi, atti amministrativi, ordinanze regionali e comunali che sono sotto l’occhio dei costituzionalisti più attenti. E mettono in evidenza gravi anomalie, lo si è visto nell’attuale crisi epidemica, come l’abuso della figura giuridica del Dpcm (decreto del presidente del Consiglio dei ministri), come ha notato il giurista Sabino Cassese, rompendo una tradizione che in casi di urgenza vedrebbe preferibile il ricorso al decreto presidenziale, quindi con l’approvazione del presidente della Repubblica. In questo caso il presidente del Consiglio Conte si è arrogato il diritto di emanare un provvedimento con valore di legge, prescindendo addirittura dalla stessa compagine ministeriale. Sono, da tempo, in corso tentativi di costruire una costituzione materiale parallela alla Costituzione considerata formale. Il 25 aprile tutto l’anno significa, non solo spolverare bandiere, ma difendere il frutto del sacrificio di decine di migliaia di italiani, ovvero la Costituzione, che è cosa viva e da vivere tutti i giorni. Ed è il binario su cui la Repubblica deve camminare. Se si comincia a cedere sui dettagli, anche quando c’è una situazione eccezionale, si finirà per perdere di vista i principi.

Perché il 25 aprile non viene ancora considerato comunemente un anniversario di liberazione del popolo italiano e segna sempre polemiche?

È segno del provincialismo italiano. Ogni Paese e ogni nazione, ha una data fondante in cui tutti si riconoscono. L’identità nazionale si costruisce anche partendo da simboli. Questa è la data simbolica della fine del fascismo e dell’inizio della nuova stagione. I francesi si riconoscono nel 14 luglio 1789 e a nessun esponente politico, del giornalismo o della cultura, viene in mente di mettere in discussione quella data. Trovo, dunque, incredibile che si possa mettere in discussione ancora il 25 aprile. Una nazione ha bisogno di elementi identitari che non sono etnici ma culturali. Un leader politico ha detto di trasformare il 25 aprile nella celebrazione dei morti da Coronavirus è mancanza di rispetto anche per le povere vittime di questa epidemia. Il Covid-19 non ci porta via il 25 aprile, che può avere una nuova forza anche nell’agorà elettronica e virtuale di quest’anno. Senza andare in piazza abbiamo, oggi, bisogno, per citare Salvemini, di “fare testuggine a resistere”, difendere la Resistenza e il suo significato, non solo memorialistico ma soprattutto politico e morale, quello del riscatto di un popolo. Un significato che emerge nella contrapposizione tra repubblichini e partigiani, tanto c’era efferatezza e crudeltà da una parte, tanto dall’altra c’era il tentativo sì di condurre una lotta armata ma nei limiti indispensabili. Non dico che non ci siano stati eccessi ed errori ma non paragonabili a quelli dei ragazzi di Salò. La Repubblica democratica nasce dalla lotta dei partigiani e se vuoi stare nella Repubblica ti identifichi in questa parte, perché non era una parte dato che la Resistenza è stato un fatto di popolo. E non avrebbe potuto vincere senza l’appoggio delle popolazioni locali.

Cosa bisogna fare perché i giovani oggi diventino i testimoni dei testimoni?

I partigiani sono tutti morti o molto anziani. Dobbiamo togliere alla Resistenza e alle sue date fondanti quella patina memorialistica e celebrativa e far capire a tutti che la Costituzione è una cosa viva e che si vive nei gesti di tutti i giorni. È vero, come ha detto Papa Francesco, che c’è un egoismo pandemico, ma questa crisi, come nelle situazioni più gravi, ha fatto venire fuori il meglio dalle persone. Vediamo continui gesti di solidarietà molto incoraggianti, la solidarietà è il cemento di una comunità. Molte iniziative sono fatte di giovani con adesioni di massa, come per esempio la raccolta di fondi per gli ospedali. C’è un tessuto sociale che per quanto si cerchi di frantumare riemerge nel senso comunitario. Dobbiamo trasmettere ai giovani come l’antifascismo, la Costituzione e il 25 aprile abbiano gettato le basi per costruire delle identità comunitarie in cui loro possono essere protagonisti, anche per ricostruire questo Paese. A partire dalle fondamenta che ci sono e non dobbiamo farle sprofondare.

Quali sono i valori della resistenza da riscoprire?

I valori della Resistenza da riscoprire e riproporre quotidianamente sono, appunto, la solidarietà tra coloro che soffrono e il voler dare voce a quelli che non ce l’hanno o sono stati costretti a tacere, la Resistenza è stata una lotta su tre fronti: una lotta di liberazione nazionale contro lo straniero occupante, una guerra civile, italiani contro italiani, e anche guerra sociale, come occasione storica per cambiare le cose, ridare a un popolo sottomesso da 20 anni di fascismo una centralità da protagonista. Il valore della Resistenza è aver portato sul proscenio masse di persone che erano nell’ombra, la democrazia è il protagonismo di quelle masse, la Resistenza le ha portate in prima linea, una concezione della politica autenticamente dal basso. La Resistenza ha rovesciato i dettami fascisti: si può credere a un valore condiviso che sia di democrazia e di libertà associata alla giustizia e all’uguaglianza. Non si obbediva più a un capo, l’obbedienza diventava, invece, quella nei confronti di leggi costruite insieme.

Visto che questo 25 aprile sarà più virtuale e dovremo passarlo sul divano di casa e non in piazza, quali sono film sul tema Liberazione che consiglia di vedere per festeggiare almeno in questo modo la sconfitta del nazifascismo?

Consiglio, per esempio, L’Agnese va a morire (1976) di Giuliano Montaldo tratto dal bellissimo libro di Renata Viganò. Oppure Roma città aperta (1945) di Roberto Rossellini che è un classico insostituibile. E sempre relativamente al neorealismo e a Rossellini suggerisco Paisà (1946). O un suo film successivo: Il generale Della Rovere (1959). E, poi, ancora un film di Nanni Loy come Un giorno da leoni (1961). Ai giovani consiglio La Ragazza di Bube (1963) di Luigi Comencini, tratto dall’omonimo romanzo di Carlo Cassola. E infine Il partigiano Johnny (2000) del regista torinese Guido Chiesa, dal libro di Beppe Fenoglio, una lettura fondamentale per capire la resistenza, anche i limiti e gli aspetti meno eroici.

(Intervista di Mauro Ravarino, apparsa su “UnitoNews”, il 24 aprile 2020)

RIBADIRE IL VALORE DELLA LOTTA PARTIGIANA

E giunge in un momento tragico non soltanto per il Paese ma per il mondo, in lotta con una pandemia a cui per ora non si trova rimedio se non nella chiusura di città, regioni, intere nazioni. Un rimedio che alla lunga può essere altrettanto se non più rischioso del danno. E in questa situazione una ricorrenza così importante rischia a sua volta di essere sottaciuta, se non negata addirittura, come qualcuno auspica.

Ebbene, anche a distanza, anche senza manifestare camminando o ascoltando comizi in piazza, dobbiamo testimoniare, nel settantacinquesimo anniversario della Liberazione d’Italia dal nazismo e dal fascismo; testimoniare che l’antifascismo è vivo e necessario, perché il fascismo, in varie forme, è ancora in mezzo a noi. E dobbiamo ribadire il valore della lotta partigiana, della Resistenza antifascista, nel ’43-45. Dobbiamo ricordare che quella lotta, politica ideologica e militare, ha avuto una importanza fondamentale, nella sconfitta dei tedeschi occupanti e dei repubblichini collaborazionisti. Contro le discutibili e ideologiche interpretazioni storiografiche che mirano a svilire tale ruolo, e il suo significato specificamente militare.

Ma dobbiamo altresì ricordare il valore ideale, morale, della Resistenza. L’insegnamento di quegli uomini e quelle donne, che si sono battuti eroicamente, mettendo a rischio tutto, tutto sacrificando, compresa la vita, è un lascito che ha costituito il lievito fecondo della Repubblica, che, ribadiamolo, da quella lotta, da quel sacrificio, da quell’impegno di popolo, è nata.

E la gemma più preziosa di quel lascito è stata la Costituzione, che regolarmente, ad ogni stagione politica, qualcuno cerca di offendere, di danneggiare, di violentare. Ora la legge che pretende di ridurre il numero dei parlamentari con risibili argomentazioni di risparmio finanziario, è soltanto l’ultimo colpo inferto alla Carta Costituzionale, che va difesa, quando si giungerà al referendum per confermare, o, si spera, smentire quella sciagurata legge approvata alla chetichella da un parlamento distratto, e confuso. Il NO alla legge per la riduzione dei parlamentari sarà un sì alla tutela di quella eredità preziosa che i partigiani e poi i Padri costituenti ci hanno affidato. Perché ne facessimo il fondamento di uno Stato nuovo, giusto, democratico. E ridurre il numero dei rappresentanti del popolo significa non soltanto colpire la Costituzione, ma la democrazia stessa.

Perciò questo 25 aprile 2020, sia pure nelle forme che la situazione sanitaria consentirà, va ribadito che la Costituzione, e la Resistenza di cui è figlia legittima, si difendono facendo campagna contro quella legge, strumento subdolo di vanificazione della democrazia

Articolo per il giornale “La Voce” di alcune sezioni dell’ANPI piemontese, zona Nord, apparso il 25 aprile, col titolo “25 aprile. Dobbiamo ribadire il valore della lotta partigiana” poi ripreso da “MicroMega” e da “AlgeNews” .

Il potere dei sogni. In ricordo di luis sepulveda, intellettuale autentico

Dedico la morte di Luis “Lucho” Sepúlveda a tutti coloro che da febbraio vanno ripetendo che la pandemia in corso è poco più di una influenza. Che i deceduti sono tutti persone anziane e malandate. Che sarebbero “andati” comunque.

Lo so, nella mia beffarda dedica dovrei aggiungere le centinaia di migliaia di morti in tutto il mondo, e quelli che al computer sono stati già calcolati come morituri. Ma il fatto è che la morte di questo grande scrittore, generoso militante, intellettuale valoroso, mi turba in modo particolare. Scrisse Sepúlveda, mancato il 16 aprile 2020, dopo due mesi di lotta contro Covid 19, “Sono morto tante volte, se è per questo. La prima quando il Cile fu stravolto dal colpo di Stato; la seconda quando mi arrestarono; la terza quando imprigionarono Carmen, mia moglie; la quarta quando mi tolsero il passaporto. Potrei continuare”. Ora è morto un’ultima volta, e i fascisti di tutto il mondo, il canagliume fascista che si sta ringalluzzendo in Latinoamerica come in Europa, dal Cile all’Ucraina, potranno gongolare, perché Lucho era un militante antifascista, un orgoglioso comunista, e un convinto sostenitore di una visione del mondo radicalmente antitetica a quella nazional-fascista, a quella gerarchica e razzista, a quella sopraffattoria e colonialista.

Si schierò sempre dalla parte giusta, fu un combattente di ogni buona causa, e perciò Pinochet e i suoi sgherri lo imprigionarono, torturarono e poi imprigionarono Carmen Yáñez, poetessa, compagna e sua moglie, tuttora sotto terapia contro il maledetto virus, al quale la resistenza di Luis è stata lunga ma infine vana.

E ora che l’autore dell’indimenticabile “Gabbianella” (un libro per bambini di quelli che i “grandi” potevano apprezzare alla stessa stregua) o del meraviglioso libro “per grandi”, “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore”, sua opera prima che oggi possiamo leggere anche come un poetico omaggio a quei “vecchi” che la risposta eugenetica alla crisi del Coronavirus vorrebbe condannare a priori a togliersi dai piedi in modo spiccio e vantaggioso per chi resta. Guerrigliero coraggioso nella clandestinità in Bolivia come in Nicaragua, iscritto al Partito Comunista Cileno, Sepulveda fu un appassionato sostenitore del governo di Salvador Allende – di cui non si stancò mai di tessere le lodi, mentre qui in Europa tanta sinistra straparlava del “modesto riformismo” di quello straordinario medico-presidente … – e poi di difenderne la memoria, ovunque andasse, ramingo ambasciatore di cultura e di giustizia attraverso i suoi scritti e nei tanti incontri, uno dei quali, l’ultimo in Andalusia, per ricevere un premio, gli è stato fatale.

Ma l’azione fondamentale di Sepúlveda – scrittore, poeta, viaggiatore, conferenziere, giornalista, sceneggiatore – è stata quella di credere nel potere della letteratura, nella forza dirompente della cultura, nei messaggi che essa può dare universalmente, un messaggio contro la brutalità del potere, contro l’intolleranza, o peggio la falsa tolleranza, dei suoi ideologi, contro il silenzio di chi è connivente o di chi da vittima finisce per farsi complice, in nome di un quieto vivere che la storia ha dimostrato impossibile.

Di quella impossibilità Luis, privato della libertà e brutalizzato sotto Pinochet, egli che vide tanti suoi amici e compagni uccisi, o costretti, se erano fortunati, all’esilio, ha avuto prova diretta, durissima e dolorosa prova. E ora, in un rarefatto silenzio, nella distrazione del mondo impegnato a combattere con armi spesso spuntate contro il virus, ha ceduto, ha abbandonato la lotta, e ci ha lasciato l’enorme vuoto che può procurare la perdita di una personalità tanto forte, uno degli ultimi grandi narratori della nostra epoca. E insieme un autentico “intellettuale” nel senso gramsciano e sartriano, un individuo che “abbraccia interamente la sua epoca”, e, costi quel che costi, non si limita a riempire pagine bianche con la sua penna, o tele con i pennelli, e così via, ma si getta nell’agone della vita, pienamente, anche quando, o soprattutto, quando la vita è un drammatico mulinello di lotta e sofferenza.

Se ha ancora senso evocare la figura dell’intellettuale, ebbene con Luis Sepúlveda Calfucura (questo il suo nome completo) se ne va un intellettuale autentico, e non si può che piangere con la sua morte, anche la perdita di uno di quei rappresentanti di quel genere di intellettuali, oggi sempre più rarefatti nella nostra società feroce e classista, pronta a piegare la testa, mentre i suoi pretesi maîtres à penser pensano soltanto al mercato.
Uno dei suoi libri, una raccolta di scritti vari, si intitola “Il potere dei sogni”. E tutta la produzione letteraria giornalistica ma anche dell’azione politica di Sepulveda potrebbe intitolarsi così, alla indomita fede nel sogno. Sogno è l’uguaglianza tra gli individui, e tra le nazioni. Sogno è la giustizia sociale. Sogno la fine del colonialismo e dell’imperialismo. Sogno è un mondo dove gli umani imparino a rispettare la natura e a convivere con essa, invece di violentarla quotidianamente. Sogno è il trionfo del socialismo, come un sistema che, solo, può impedire lo scivolamento dell’umanità nella barbarie.

(Articolo pubblicato su “MicroMega” in linea, il 16 aprile 2020)

Luis Sepúlveda con la moglie Carmen Yáñez (“La Stampa”)

Monsieur le Président. Lettera a Sergio Mattarella

«Monsieur le Président / Je vous fais une lettre / Que vous lirez peut-être / Si vous avez le temps»… Così cantava il “poeta maledetto” e chansonnier Boris Vian nel 1954, nel pieno della crisi franco-indocinese, che avrebbe portato alla disfatta francese di Dien Bien Phou. Signor Presidente, scrivo, ripetendo come Vian il dubbio che Ella leggerà mai queste righe.

Le scrivo per esprimerle amarezza e sconcerto dopo il suo discorso del 10 febbraio, in cui non si è limitato a rendere onore a quelli che, nella narrazione corrente, ormai sono i «martiri delle foibe», ma ha usato ancora una espressione storicamente errata, politicamente pericolosa, moralmente inaccettabile: «pulizia etnica». Ella, signor Presidente, è caduto nella trappola della equiparazione del grande, spaventoso crimine, il genocidio della Shoah, con gli avvenimenti al Confine Orientale, tra Italia e Jugoslavia, fra il 1941 e il 1948, grosso modo. Non pretendo che abbia letto il mio precedente intervento sulle pagine del Manifesto, del 9 febbraio, ma un’occhiata, se avesse un minuto di tempo, mi permetto di suggerirle di dare a quell’articolo. Nel Suo discorso Ella ha precisamente ribaltato il mio argomentare, che poneva in guardia dall’uso scorretto del termine «negazionismo», che si riferisce, propriamente, alle ideologie che negano Auschwitz, ossia sostengono che mai è esistita una volontà sterminazionista e genocidaria nel nazismo.

Da qualche tempo, ahimè, la destra estrema si è impadronita della parola e la va usando a proprio piacimento, e in particolare ne fa uno strabiliante abuso sulla «questione foibe», e applica l’etichetta, che ovviamente suona infamante, a chi semplicemente si impegna, scientificamente – tutti gli storici degni di questo nome – , nella ricerca della verità in merito alle «complesse vicende del Confine Orientale», come recita la legge del 2004, istitutiva del «Giorno del ricordo», non a caso voluto a ridosso di quello «della memoria» che dovrebbe invece rammemorarci, nel giorno dell’apertura dei cancelli di Auschwitz da parte dell’Armata rossa.

Ella, signor Presidente, non senza un palpabile disprezzo, ha parlato di «piccole sacche di deprecabile negazionismo militante», che si ostinerebbero a «negare»: che cosa? La «pulizia etnica» che viene identificata come la somma dei «crimini comunisti» in quelle terre. E lodevolmente, Lei, signor Presidente, invita allo studio della storia. Ma è precisamente ciò che i «negazionisti» nel distorto messaggio che Ella ha tenuto, cercano di fare, e vengono insultati, isolati, quasi cancellati. E mentre giornalisti senza etica e politici in caccia di voti snocciolano cifre fantastiche (1000, 2000, 10.000, 20.000, fino alle 30.000 annunciate da un tg nazionale ieri in apertura…), il paziente lavoro dei ricercatori propone un’altra versione, frutto dello scavo (compreso quello tremendo delle cavità del Carso chiamate “foibe”), dell’accumulo di documenti, delle prove testimoniali verificate.

La storiografia ci dice tutt’altro dalla chiacchiera politico-mediatica: le vittime accertate, ad oggi, furono poco più di 800 (compresi i militari), parecchie delle quali giustiziate, essendosi macchiate di crimini, autentici quanto taciuti, verso le popolazioni locali: nessun generale italiano accusato di crimini di guerra è mai stato punito.

E 400mila civili slavi rastrellati, deportati, torturati e fucilati semplicemente vengono cancellati. Spiace che anche le autorità istituzionali a Lei seconde e terze, abbiano ritenuto di usare espressioni gravi quanto infondate: «Genocidio programmato contro gli italiani», dice la presidente del Senato; «Le atrocità nazifasciste non sono una giustificazione», aggiunge il presidente della Camera.

Spiace soprattutto che le Sue parole abbiano, involontariamente, offerto un formidabile assist ai soliti Salvini – che equipara tout court Shoa e foibe pericolosamente banalizzando l’Olocausto – e Meloni, ai quali non è sembrato vero di poterne approfittare con altri inquietanti anatemi, mentre l’intero schieramento della destra usava con cinica disinvoltura il Suo discorso, Presidente, per berciare contro «i negazionisti» (etichettati senza mezzi termini «comunisti»).

Ieri la delegazione del Pd ha abbandonato le celebrazioni alla cosiddetta foiba di Basovizza, davanti alla plateale strumentalizzazione da parte della destra. Episodio che dovrebbe forse indurLa, Presidente, a una maggior prudenza.

Il Suo discorso, mi consenta, insomma, fa un grave torto alla conoscenza storica, che Ella, lodevolmente, incita a perseguire, e genera conflitti che Ella e la legge del 2004 vorrebbero chiudere.

(Pubblicato sul “Manifesto” il 10 febbraio 2020)

l’agguerrito esercito della negazione della storia

Ci risiamo. La ricorrenza del 10 febbraio – il cosiddetto “Giorno del ricordo”, istituito con legge “bipartisan” Berlusconi imperante (l. n. 92 del 3 marzo 2004) – eccita gli animi, in modo ogni anno più parossistico: è il primo paradossale risultato di quella legge sciagurata, che in nome della “pacificazione” e delle “memorie condivise” ha prodotto l’opposto effetto. Com’era ovvio, perché le memorie degli uni non solo non si pareggiano con quelle degli altri, ma, al contrario, emergono con rinnovato sentimento oppositivo. Gli eredi, biologici o politici, dei fascisti occupanti la Jugoslavia negli anni ‘40, autori di stragi inaudite, di devastazioni e vessazioni ai danni della popolazione locale, non sembrano più in cerca di una semplice (e impossibile) autoassoluzione per il loro ruolo di carnefici, ma ormai si propongono, con crescente protervia, nei duplici panni di vittime, e, addirittura, di «eroi». Si vedano gli annunci di iniziative delle associazioni degli esuli istriani e dalmati, o di circoli neofascisti, in cui ricorre accanto o invece del termine «martiri» quello appunto di «eroi»: gli eroi delle foibe.

Ecco, i neofascisti: chiamiamoli come preferiamo, ma qui siamo in presenza di un eccezionale rigurgito di fascismo aggressivamente «nostalgico». Tra la legalità garantita da una Costituzione democratica e l’illegalità di azioni che quella stessa Legge contrasta, i fascisti del terzo millennio, e i loro amici e sodali, stanno cavalcando «le foibe» in un disegno politico-ideologico davanti al quale la cultura democratica e la ricerca storica appaiono in disarmo, capaci al massimo di flebili voci di protesta. Vediamo in campo, da un lato, un esercito agguerrito e all’attacco, e dall’altro un esercito in rotta o in disarmo. Più spazio viene lasciato, a proposito della questione del «Confine orientale», alla destra, meno spazio rimane non per la sinistra, ma per la ricerca della verità e la sua difesa.

E di anno in anno lo squilibrio fra i due eserciti si aggrava, in una sostanziale indifferenza della cosiddetta opinione pubblica democratica. Ora siamo ad un paradosso: la destra, quella più becera e ignorante, nell’ormai antica pretesa di impartire lezioni di metodo storico, ha compiuto un’operazione indubbiamente degna di attenzione: ha sottratto all’arsenale sia della metodologia della storia, sia della cultura democratica, una parola che finora esprimeva una certo concetto, ma ora non più. La parola è «negazionismo». Nei manuali di metodologia della ricerca storica, si indica con questo «ismo» una delle forme estreme del revisionismo in tema di campi di sterminio nazista, quello che precisamente nega se non la loro esistenza, la loro funzione sterminazionista, cercando spiegazioni (risibili) per le camere a gas e i forni crematori: insomma nega il progetto genocidario del lager nazista.

Ora capita che la destra che sta costruendo proprio disegno egemonico, dai tanti aspetti, si sia impadronita della parola, rovesciandone in certo senso il concetto, facendolo trapassare dal campo democratico-antifascista a quello opposto. E con un cortocircuito, facilitato dalla vicinanza tra il 27 gennaio e 10 febbraio e dalla stessa terminologia (Giorno della memoria, (Giorno del ricordo), foibe e lager vengono avvicinati, poi sovrapposti e infine confusi, generando una cappa di nuvolaglia graveolente, sotto la quale si agitano i professionisti della «verità politica», che nulla ha a che spartire con la verità storica.

Davide Conti ha parlato su questo giornale di «populismo storico»: la formula è efficace, ma andrebbe corretta in «populismo storiografico», in quanto il chiacchiericcio mediatico, accanto a iniziative di politici e di amministratori, pretende di far scaturire come verità quello che «la gente» anela sentirsi dire, dopo essere stata opportunamente manipolata. E tutto questo con una crescente aggressività che vede presi a bersagli i pochi studiosi autentici del tema, compresi coloro che hanno lavorato in modo discreto cercando di non schierarsi troppo esplicitamente. Interdizioni, minacce, impedimenti opposti a quanti, singoli o associazioni, provano a fare onestamente il proprio lavoro: il populismo storiografico mescola le carte, dà non solo per acquisite, ma per scontate pseudo-verità, e si appella ai sentimenti di un nuovo pseudo-patriottismo, che dovrebbe interpretare in modo «spontaneo» i sentimenti diffusi, il senso comune, il pensiero della gente della strada, divenuta, non si sa in base a quale principio, depositaria delle «verità nascoste» (ovviamente dai comunisti) delle foibe.

E la storiografia, quella vera, arretra, tace, balbetta. Mentre dovrebbe sfoderare tutte le sue armi, e chiamare l’intero mondo intellettuale a propria tutela, e non esitare a pretendere dal ceto politico l’abrogazione di quella legge, generatrice di menzogne e, come stiamo vedendo, di un clima persecutorio.

(Pubblicato sul “Manifesto” il 9 febbraio 2020)

Auschwitz e la memoria corrotta dalla russofobia

(Intervista di Clara Statello ad Angelo d’Orsi)

Il giorno della Memoria impone una riflessione sul ruolo della storia, sulla rimozione ad uso politico di verità che per qualche ragione risultano scomode. Sputnik Italia ne ha discusso con lo storico Angelo D’Orsi.

Una tendenza è in corso, in molti paesi occidentali, quella di rimuovere il contributo dell’Urss e quindi del popolo sovietico, nella sconfitta del nazismo. Di nuovo la Polonia celebra la liberazione di Awschitz senza invitare i nipoti dei liberatori. Il premier polacco, Mateusz Morawiecki, nega il ruolo dell’Armata Rossa nella liberazione della Polonia e accusa la Russia di voler riscrivere la storia.

Queste narrazioni hanno una legittimità storica? O c’è una ragione politica per cui si tenta di rimuovere certe verità storiche?

Sputnik Italia ne ha discusso con il professore Angelo D’Orsi, storico, già professore ordinario del pensiero politico all’Università di Torino, direttore della rivista Historia Magistra, attualmente impegnato in un tour di presentazioni del suo ultimo libro “L’intellettuale antifascista. Ritratto di Leone Ginzburg”. Nella conversazione con il professore D’Orsi, si è anche delineato il profilo di questo grande intellettuale russo che scelse l’Italia, senza mai dimenticare di essere russo.

– Lei verrà nei prossimi giorni in Sicilia a presentare la sua biografia su Leone Ginzburg. Qual è l’importanza di questo personaggio e l’influsso della cultura russa nella sua opera e nella sua azione?

– Ginzburg era russo, nato ad Odessa, da una famiglia borghese ed ebraica proveniente dalla Germania. Ha una fisionomia cosmopolita. Sin da piccolo viaggia per Italia e Germania sino a stabilirsi definitivamente nel nostro Paese, a Torino. Da intellettuale farà una battaglia per dare alla Russia ciò che alla Russia spetta.

Nel momento in cui la Russia veniva considerata l'”altrove asiatico”, lui non transige sul fatto che la Russia faccia parte dell’Europa e non si può immaginare un’identità europea senza la cultura russa, dal punto di vista letterario, storico e religioso. Lui ha in mente un’Europa federale che comprenda la Russia.

– Anche in questo momento storico c’è una tendenza a sottostimare il ruolo della Russia. As esempio alle celebrazioni per la liberazione di Auschwitz, Mike Pence non ha fatto cenno al ruolo dell’Armata Rossa, affermando che erano stati dei generici “soldati” ad aprire i cancelli del lager. Perché questa rimozione storica?

Questo episodio si inserisce all’interno di un quadro generale di deformazione e corruzione pesantissima della verità storica. Siamo davanti al ritorno di un male che riaffiora periodicamente nel nostro mondo occidentale. Questo male di chiama russofobia. E’ insieme paura e disprezzo per il mondo russo e in generale slavo. Occorrerebbe fare una battaglia culturale, come quella che portò avanti Ginzburg, per far capire che non si può pensare a un’Europa senza la Russia, che la Russia è una componente fondamentale dell’Europa.

– Perché questo ritorno della russofobia?

Man mano che Putin emergeva come grande figura di statista internazionale e la Russia putiniana acquisiva un ruolo sulla scena internazionale, il mondo unipolare che si era delineato dopo la caduta del muro di Berlino, veniva messo in crisi. La Russia, assieme ad altre potenze come la Cina, ha contribuito a trasformare il quadro geopolitico in multipolare.

La risposta è stata un assalto concentrico alla Russia: economico, politico e ideologico. Questo ha fatto riemergere la russofobia che è sia paura ma è anche disprezzo e soprattutto è il tentativo di rimettere la Russia al posto che gli Usa vogliono assegnarle: quello degli sconfitti della storia recente.

– In Europa la Polonia tenta di addebitare le cause della IIW alla Russia. Esistono i presupposti per abilitare questa narrazione a verità storica?

Gli orrori di Auschwitz

No, non c’è alcun elemento di verità in questa narrazione. Tutta la storiografia scientifica non accetterebbe mai un’interpretazione che tenta di equiparare il III Reich all’Urss, come due potenze complici che hanno scatenato la guerra per spartirsi il mondo. Un’interpretazione infondata e falsa. L’hitlerismo aveva un progetto di dominio mondiale che Stalin non ha mai avuto. L’Urss è servita a spezzare e fermare questo progetto. Questo va detto e ribadito a chiare lettere, non solo sussurrato al telefono, ma urlato sui tetti.

– Nei giorni scorsi il presidente russo Vladimir Putin ha annunciato la diffusione di documenti d’archivio sulla Grande Guerra Patriottica. Questo intervento servirà a tutelare una corretta memoria dal revisionismo storico/politico?

– Io mi auguro sì. Può servire anche per fugare sottintesi ed evitare che si continui a mormorare che ci siano documenti nascosti che proverebbero chissà che. Come diceva Gramsci la verità fa bene a tutti. Credo che sia una decisione molto saggia, anche politicamente saggia.

– Tornando all’importanza della memoria storica, perché oggi è importante ricordare un personaggio come Leone Ginzburg?

– Ginzburg è un personaggio tanto importante quanto dimenticato. Leone Ginzburg è morto nel febbraio 1944 e la mia è la prima biografia, dopo 75 anni, su di lui. E’ incredibile. Ci sono biografie e monografie su qualsiasi personaggio, ma abbiamo dimenticato incredibilmente Leone Ginzburg, che è stato un gigante. Ha auto un’importanza decisiva sul piano culturale ma anche morale, perché Ginzburg ci ha dato un esempio di come si poteva essere, anche all’epoca negli anni del regime, intellettuali ma anche antifascisti.

Infatti il mio libro si intitola “Un intellettuale antifascista” perché voglio mettere in evidenza l’eccezione rappresentata da Ginzburg nell’epoca in cui tutti gli intellettuali o quasi, si sono piegati al fascismo, hanno indossato la camicia nera, hanno messo la spillina all’occhiello con il distintivo del Partito Nazionale Fascista, Ginzburg è diverso, rifiuta qualsiasi gesto di adesione e ne paga tutte le conseguenze, sino alla fine.

Un esempio di coerenza politica straordinaria. Ma nello stesso tempo Ginzburg ha continuato a fare l’intellettuale. E che intellettuale. Ginzburg è stato un uomo di levatura superiore. Quest’uomo che poteva essere un grande politico, un grande studioso, un filologo, uno storico un letterato, ebbene ha sacrificato tutto per la coerenza degli ideali.

[Pubblicata su “Sputnik”, il 27 gennaio 2020 ]

La “questione foibe” e la storia governativa

Sotto l’insegna del politicamente corretto stiamo compiendo grandi passi verso la eliminazione di ogni spazio di dissenso dal pensiero dominante, che è, come insegna Marx, il pensiero delle classi dominanti. Basterebbe questa considerazione per renderci più attenti e critici. La tendenza in atto su scena internazionale, nel mondo occidentale, a cominciare dall’Unione Europea e degli Stati Uniti, è quella di una trasformazione del potere politico in organo giudicante della legittimità delle interpretazioni storiografiche e dello stesso dibattito delle idee: e distrattamente, colpevolmente, troppi di noi hanno trascurato le implicazioni di questa tendenza.

La lotta contro l’antisemitismo ha portato, talora innocentemente, talaltra capziosamente, alla persecuzione giudiziaria, in sede penale, delle forme di negazione o persino di “banalizzazione” della Shoah. Una legislazione in tal senso si sta imponendo sulle due sponde dell’Atlantico, nel silenzio ignaro o ignavo di troppi. La risoluzione UE dello scorso settembre di equiparazione nazismo/comunismo, con allusione a sanzioni penali verso chi non rimuove simboli di quei “regimi”, è stata criticata, ma rimane come un macigno e può essere lo strumento politico prima che legale per perseguitare coloro che credono ancora nel socialismo e che non aborrono, anzi, la Falce e Martello. Un panpenalismo internazionale sta percorrendo l’Occidente da decenni, ormai, e in Italia si connette essenzialmente al tema del “negazionismo”, un termine su cui varrà la pena di riflettere, al più presto, dato il suo carattere ampio quanto evanescente. E in effetti viene adoperato a destra e a manca, in modo completamente privo di scientificità. Negazionismo, esecrando, è quello di chi nega le camere a gas, e i campi di sterminio nazisti; ma per una sciagurata estensione di un “non-concetto” viene bollato come “negazionismo” l’atteggiamento di chi, su qualsivoglia tema, provi a ragionare seriamente sui fatti della storia, rimanendo ostinatamente aggrappato ai documenti, come invitava a fare Marc Bloch, uno storico ebreo, è opportuno precisare, militante antifascista, ucciso dai nazisti. In sintesi, occorre non farsi coartare dal senso comune e men che meno dalle disposizioni di legge, nel campo tanto della ricerca scientifica quanto della discussione intellettuale.

E su questo passaggio siamo stati davvero poco attenti, ed è tempo di reagire con vigore. Intanto, va ribadito che nessuna idea deve essere impedita a furia di norme giuridiche. Il dibattito delle idee deve essere assolutamente libero, e questo ce lo ha insegnato la grande tradizione umanistica, e poi illuministica e liberale, da Lorenzo Valla a John Locke, da Voltaire a Tocqueville. E per quanto concerne i fatti storici, solo la storiografia, ossia la comunità estesa di chi studia professionalmente, scientificamente, e più in generale la comunità intellettuale, rappresenta il “tribunale” che può e deve accogliere o respingere le tesi storiche o pseudo-storiche. Le cattive idee vanno tenute a bada, contrastate con buone idee, le tesi infondate vanno contestate con ricostruzioni scientificamente fondate. Nessun organo politico, nessuna legislazione, possono essere tirati in campo per combattere idee: questo deve essere un punto irrinunciabile. Tanto più se si entra nel campo della storia: se si accetta che siano il potere legislativo o esecutivo, i parlamenti e i governi, a decidere della fondatezza di una tesi storiografica, si finisce per accogliere il principio che la storia sia un campo di opinioni, invece che, come è e come deve essere, un campo di ricerca scientifica. Gli elogi postumi a Giampaolo Pansa, anche da parte di chi in vita lo aveva criticato, sono stati solo l’ultimo esempio di come la moneta cattiva (l’opinionismo, la “doxa”, presentato come valida alternativa alla ricerca) abbia finito per scacciare dal mercato intellettuale la moneta buona (la storia vera e propria fondata sul principio dell’“episteme”, del sapere scientifico). E Pansa ha avuto responsabilità gravissime in tal senso, anche a prescindere dalle tesi farlocche da lui proposte al pubblico che se ne è abbeverato.

Va aggiunto che l’insipienza non sempre innocente della nostra classe politica ha realizzato un micidiale combinato disposto fra il 27 gennaio e il 10 febbraio, quasi fondendo le due date, in una melassa politicamente corretta rispetto alla quale chi prova a ragionare, documenti alla mano rischia di essere bollato come “negazionista”, in una inaccettabile estensione del “non concetto”, e una sua torsione dal campo antifascista a quello fascistoide o decisamente fascista, nella narrazione delle tormentate vicende del Confine orientale.

Ne è esempio la censura preventiva a cui viene sottoposta, da tempo, ma con una progressione inquietante, colei che è, con pochissimi altri, la più informata studiosa della vexata quaestio foibe/esodo, Claudia Cernigoi, la quale ormai trova difficoltà a parlare in pubblico, fatta oggetto di campagne denigratorie, e di intimidazioni al limite della vera e propria persecuzione. L’ultimo episodio è il ritiro della concessione di spazi per conferenze sul tema, prima a Cologno Monzese, poi a Pistoia, località naturalmente, entrambe, in mano alla destra; ma va aggiunto che se ciò è stato possibile è perché la sinistra ufficiale, o il cosiddetto centrosinistra, è stata finora silente o corriva, sul tema, nella paura di urtare una parte dell’elettorato. Il comunicato dell’Amministrazione comunale pistoiese rappresenta un inquietante e rozzo esempio paradigmatico degno dell’infausto Ventennio. Il titolo dice già tutto: “Dramma foibe – nessuno spazio pubblico per chi propaganda odiose tesi negazioniste”. Nel testo vi è poi un volgare attacco personale contro la Cernigoi:

tristemente nota alle cronache per aver definito il dramma delle foibe una “montatura gigantesca” e che ha pubblicato un “libro” dal titolo piuttosto eloquente: “Operazione “Foibe” tra storia e mito”

Ora proprio quel lavoro di Claudia Cernigoi, che il comunicato tenta di dileggiare con le virgolette che racchiudono il termine “libro”, è una pietra miliare degli studi sull’argomento. Ma nella campagna contro la verità della storia, il potere politico, la parola di un amministratore ignorante o di un conduttore televisivo contano infinitamente più del rigoroso, diligente, faticoso lavoro di ricerca negli archivi e nelle biblioteche. La “verità politica” (si pensi a certi discorsi recenti di autorità dall’ex presidente del Parlamento UE, Tajani, allo stesso presidente Mattarella, che ha finito per accogliere le posizioni del suo predecessore Napolitano che avevano rischiato di creare conflittualità con le confinanti repubbliche ex-jugoslave) diventa la verità tout court. Con tanti saluti alla storia, ai documenti, alle analisi, e alla stessa onestà intellettuale. Nel comunicato dell’Amministrazione comunale di Pistoia si insiste nell’accusare la Cernigoi di “negazionismo”, con parole che vorrebbero essere infamanti ma appaiono grottesche, parlando di “farneticazioni”. E si rivendica la giustezza della decisione assunta di negare i locali alla conferenza, asserendo che sindaco e direttrice della Biblioteca (dove avrebbe dovuto svolgersi la conferenza)

nello scongiurare che una tale manifestazione d’odio si svolgesse in un luogo pubblico, hanno tutelato con serietà e professionalità non solo la Legge dello Stato e la dignità delle Istituzioni Repubblicane, ma anche la sensibilità di quei discendenti degli esuli istriani, fiumani e dalmati che vivono sul nostro territorio.

La Cernigoi, doverosamente, ha inviato una lettera di precisazioni e contestazioni, dal tono assai misurato, in cui prova a esporre le sue ragioni, che sono quelle della ricerca, e del diritto all’accertamento della verità. Ammesso che venga letta, non credo possa sortire alcun effetto. Ormai siamo a un passo dal delirio e chi non accetta il mainstream politico-mediatico viene bollato con marchio d’infamia. Invece della “lettera scarlatta”, la famigerata A (per “adultera”), dell’immorale romanzo di Hawthorne, avremo una “N” per “negazionista” e magari pure un simbolino? Possibile che la storia non insegni?

Basti pensare che negli stessi giorni giunge la notizia, ancora più preoccupante, che un rappresentante triestino del partito neofascista di Giorgia Meloni, tale Walter Rizzetto, ha avanzato una proposta di legge, così intitolata:Nuove misure per punire il negazionismo e attribuzione alle associazioni di esuli Fiumani, Istriani e Dalmati di un ruolo primario per difendere la storia del confine orientale”, proposta sottoscritta da tutti i suoi sodali del Gruppo parlamentare. Ad abundantiam, Rizzetto ha dichiarato:

Chiediamo che le associazioni di esuli siano interpellate dagli enti locali prima di autorizzare o concedere spazi per lo svolgimento di eventi sulle foibe, e che siano le sole ad essere coinvolte nell’elaborazione dei piani di formazione ed insegnamento nelle scuole, per garantire una testimonianza autentica di quegli accadimenti per troppo tempo occultati. Ciò anche allo scopo di estromettere enti e soggetti che in passato, nell’intraprendere tali iniziative sulle foibe, hanno rappresentato quei tragici fatti in modo distorto per meri fini politici. Chiediamo inoltre una modifica al codice penale affinché sia previsto specificamente come reato l’apologia e negazione degli eccidi delle foibe.

La proposta di legge, a tal fine, chiede la variazione dell’Art. 604-bis, terzo comma, del Codice Penale, con l’inserimento accanto all’apologia della Shoah, quella “dei massacri delle foibe”. Ecco appunto si arriva al cuore della questione: punire il negazionismo o il riduzionismo o la banalizzazione della Shoah, apre la strada ad altri analoghi divieti, che presumibilmente cresceranno, e nondimeno potranno cambiare in base alle maggioranze politiche.

Ecco, quindi, la storia governativa, degna dei peggiori regimi dittatoriali.

Tutto questo non fa risonare un campanello d’allarme? La comunità intellettuale, a cominciare da quella degli storici, non ritiene di avere nulla da dire?

(Pubblicato in “MicroMega” on line, il 30 gennaio 2020, ripreso da vari siti e blog]

NOn MOLLARE

“Per la persona onesta, il solo posto giusto in una società ingiusta, è la galera”. Ecco il pensiero, di Henry David Thoreau, il grande teorico della disobbedienza civile (correva l’anno 1849), da lui proposta come arma di lotta contro il potere ingiusto: un pensiero che mi ha attraversato la mente alla notizia dell’arresto di Nicoletta Dosio, e del suo trasferimento in carcere. Non mi pare di dover aggiungere altro, se non che Nicoletta Dosio ha dato una lezione a tutti. Cerchiamo di farne tesoro, in questi tempi amari e difficili che stiamo attraversando e che, con il 2020, dubito potranno migliorare.
Ma il nostro dovere, il compito che dobbiamo assumere sulle nostre spalle, se vogliamo essere dalla parte degli umiliati e offesi di dostoevskiana memoria, degli schiacciati dai grandi potentati finanziari, degli oppressi da mille forme di ingiustizia, il nostro dovere è resistere, e quando possibile contrattaccare, lavorando sul lungo periodo, studiando e organizzando la contro-egemonia, dal basso. Con tutte le conseguenze, spesso pesantissime, come la galera, pressochè inevitabili in una società fondata sul rovesciamento dei valori: i giusti in prigione, i gaglioffi a piede libero; i cialtroni politici che occupano permanentemente ogni spazio di comunicazione, mentre le persone serie sono obbligate al silenzio; gli asini sulle poltrone ministeriali, i competenti a subirne le volontà; gli ultra-ricchi che si arricchiscono incessantemente, i poveri che si impoveriscono, penosamente…
Occorre, dunque, essere consapevoli che i comportamenti, personali e politici, fondati sul rigore morale, sulla serietà politica, sulla coerenza intellettuale, sono destinati alla sconfitta, probabilmente, la sconfitta di chi combatte ad armi impari: loro forse vinceranno e se vinceranno sarà perchè “hanno la forza”, ma non la ragione, come un altro grande filosofo e scrittore, Miguel de Unamuno ebbe a dire (era il 12 ottobre 1936) quando una masnada di fascisti, al comando di Millan Astray, complice di Francisco Franco, assetati di sangue, desiderosi di distruggere e ostentare la propria ignoranza, fecero irruzione nell’aula magna dell’Università di Salamanca, una delle più antiche del mondo, di cui Unamuno era rettore, urlando “Viva la muerte! Abajo la inteligencia!”. Unamuno si salvò per un soffio dal linciaggio. Fu destituito e morì, davvero di dispiacere, la sera del 31 dicembre, di quell’anno.
Due insegnamenti importanti e trascurati, quelli di Thoreau e di Unamuno, di cui Nicoletta Dosio con la sua coerenza ci restituisce se non l’attualità, certo la necessità: una difficile necessità, ma solo esempi alti ci possono aiutare a vivere onorevolmente, e a combattere senza paura. Lavorando magari non con la prospettiva di essere tra i vincitori dell’oggi, ma nella ferma convinzione di esserlo domani. Almeno idealmente, perché molti di noi, certo chi scrive, quel domani non lo vedranno. Ma questo non deve indurci ad abbandonare l’impegno e la lotta. Il nostro motto deve essere lo stesso lanciato da un giornale realizzato clandestinamente da un manipolo di uomini a Firenze, nel 1925, contro il fascismo trionfante: “Non mollare”.
Auguri a tutti noi. O detto altrimenti, a coloro che condividono questi pensieri…

[Post su Facebook, del 31/12/2019]

Il fASCISMO NELL’EUROPA DEL 2019


Recentemente un noto storico italiano, Alberto De Bernardi, ha pubblicato un pamphlet con ambizioni storiografiche, per dichiarare che non ha senso ormai parlare di antifascismo in quanto il fascismo appartiene a una stagione lontana e irripetibile. E che chi lancia appelli contro il ritorno del fascismo finisce per intorbidare le acque, impedendo una libera dialettica democratica.
Si tratta di una tesi non nuova, già autorevolmente sostenuta da Renzo De Felice, massimo studioso del fascismo, e biografo (innamorato) di Mussolini e che periodicamente viene riproposta. Chi la pensa così, dimentica che il fascismo è sì un fenomeno storico, nato come movimento dei Fasci di combattimento in Italia nel 1919, ma è presto divenuto un modello politico, a cui si sono rifatti molti emulatori, individuali e collettivi. E dimentica anche che la forza del fascismo consiste nella sua capacità di cambiare sembiante adattandosi alle situazioni storiche, ai climi culturali: ma la sua sostanza non muta. E in che cosa consiste tale sostanza?
Innanzi tutto nella concezione antiegualitaria che investe gli individui e i popoli: ossia è “naturale” che sussistano differenze tra gli uni e gli altri, differenze che postulano gerarchie, considerate immutabili e necessarie. Nel sistema mentale fascista l’antiegualitarismo è il rifiuto di ogni politica e ogni ideologia che vadano nel senso della riduzione o della eliminazione delle disuguaglianze: giuridiche politiche economiche culturali. Ma il fascismo non si accontenta della disuguaglianza “naturale” tra individui e popoli: esso ammette e teorizza una disuguaglianza tra le “razze”, che rinvia a una naturale gerarchia di tipo etnico che a sua volta risalirebbe a elementi biologici o spirituali. I dominatori e i dominati, in sintesi. L’Africa, in particolare, è in tale visione, il serbatoio dei popoli destinati alla soggezione, dalla schiavitù del passato allo sfruttamento più bieco odierno.
Antiegualitarismo e razzismo, esplicito o implicito, sono dunque le prime componenti del fascismo. A cui altre se ne aggiungono; in sintesi, e in forma di mero elenco: il disprezzo per la democrazia, l’antisocialismo, il principio corporativo in luogo di quello sindacale, il culto dell’azione e della violenza, l’esaltazione della forza, la denigrazione della cultura, il sessismo maschilista, e altro ancora.
Ciò premesso, se si guarda oggi all’Europa, che cosa vediamo? Vediamo un panorama inquietante, in cui l’Italia, il Paese che diede i natali a Benito Mussolini e ai suoi Fasci, primeggia. Oggi il pericolo fascista in Italia non risiede tanto nelle piccole organizzazioni (ma in crescita numerica e politica) dichiaratamente ispirantesi al fascismo storico, quanto piuttosto in un diffuso clima di odio, che accetta quasi con gioia politiche persecutorie verso i migranti, in un razzismo divenuto normale, che si esplica in un campo di calcio dove un giocatore africano viene insultato da metà dello stadio ogni qualvolta tocca la palla, o addirittura quando un arbitro assume atteggiamenti discriminatori verso di lui; si vede in un autobus dove una donna maghrebina o rom viene costretta a scendere dall’autista o cacciata violentemente fuori dall’abitacolo da alcuni viaggiatori nel silenzio degli altri; si coglie nelle parole di ministri che irridono al senso di umanità, usando il lemma “buonismo” come sinonimo di tolleranza cretina che produce criminalità; emerge dall’insolenza verbale di uomini e donne di potere verso chi dal potere è escluso; si percepisce nel disprezzo verso gli intellettuali; viene a galla nella esibita muscolarità fisica e ideologica dei governanti, associata a un incessante lavoro di controllo dei mezzi di informazione, che non arretra davanti alle minacce e si spinge fino al tentativo di eliminare quelli che non sono graditi, magari sotto specie della razionalizzazione e del risparmio delle pubbliche finanze. Non era forse la stessa operazione compiuta da Mussolini, dopo la presa del potere? Chiudere, accorpare le testate per facilitarne il controllo, e infine imporre cambio di proprietà, e quindi di redazioni. Si aggiungano le continue intimidazioni a testate giornalistiche da parte di leader di governo e addirittura le aggressioni fisiche a giornalisti. Certo, siamo lontani dalla Turchia del tiranno Erdogan, ma le tentazioni di irreggimentazione dei media appaiono forti, e preoccupanti.
Tutto ciò accade in Italia, oggi. E in Europa? Non esiste forse un pericolo imminente oggi di fascismo, ma i segnali sono inquietanti di qualcosa che gli somiglia, qualcosa che appare ora una replica del passato, ora una forma aggiornata. Innanzi tutto il controllo pervasivo dei media, l’azione intimidatoria verso i corpi intermedi, sindacati, magistratura, liberi sodalizi civili e culturali. Ma anche una tendenza a cancellare o ridurre al minimo le garanzie sociali, a sostituire il welfare in workfare, ossia lo Stato ti sostiene, ma non in base ai tuoi bisogni, bensì alla tua capacità lavorativa, produttiva, dall’Italia al Regno Unito; e vediamo in atto la trasformazione del lavoro in forme di nuova schiavitù salariale, con la minaccia del licenziamento, favorita dalla crisi economica perdurante, con l’aumento delle ore lavorative, con l’intensificazione dei tempi di produzione. Si pensi all’Ungheria di Orbàn, dove è stata approvata una legge che impone lo straordinario obbligatorio ai lavoratori, con la possibilità degli imprenditori di retribuirli a distanza di mesi, in una misura ridicola. Si pensi al cambiamento in atto un po’ dovunque delle leggi sul fine lavoro, con un allungamento dei tempi di lavoro, fino alla tendenza alla sovrapposizione tra aspettativa di vita e vita lavorativa, una drastica riduzione dell’ammontare pensionistico, e una diffusa ideologia che pretende di corporativizzare i sindacati, tipico esempio di transizione verso un nuovo fascismo. Perché credo che l’essenza del fascismo, il nocciolo duro, sia proprio qui: una feroce gerarchia che classifica e ingabbia classi, individui, popoli, in nome del produttivismo (che significa intensificazione dello sfruttamento), del primato nazionale (che significa in realtà predominio di una classe, che spaccia e propaganda i propri interessi come interessi nazionali).

E per ottenere questi risultati il fascismo, di ieri e di oggi, associa un regime di polizia, nel quale la “prevenzione” diventa alibi per impedire la libera dialettica politica, a un regime corporativo, che pretende di soffocare la naturale lotta di classe, sostituendola con pratiche di “collaborazione”: essendo tra soggetti disuguali, essa si manifesta come forma di oppressione. In Ungheria, in Polonia, in altri Stati nati dell’Est del Continente, dopo “il crollo” la tendenza politica che sembra prevalere va in questa direzione, peraltro non dissimilmente da Paesi come Italia o Francia dove però la presenza di forze sindacali e in genere di una opposizione operaia e popolare finora ha impedito di arrivare a tale esito, e non di rado ha suscitato e suscita reazioni piuttosto forti in senso contrario.

Occorre però rendersi conto che il nuovo fascismo, come lo si chiami, è uno sviluppo di ciò che Colin Crouch ha chiamato post-democracy, che altro non è che la forma politica del “finanzcapitalismo”, così bene descritto e indagato dal compianto Luciano Gallino. Ora siamo andati oltre, e stiamo procedendo verso un’accettazione più o meno diffusa di una forma politico-ideologica che si ispira al fascismo storico, combinandosi con il “superamento” della democrazia rappresentativa e pluralista, fondata sulla ferma divisione dei poteri, l’insuperabile indipendenza della magistratura, l’esistenza di corpi intermedi, un sistema elettorale seriamente rappresentativo, la libertà di espressione di tutti in ogni forma, la tutela della minoranza, e così via.
Il fascismo mussoliniano fu un regime di polizia, non regime di partito: anche oggi, le politiche e le ideologie che ci appaiono imbevute di fascismo mirano a ridurre e tendenzialmente a eliminare i partiti politici, o a dar vita a un classico regime monopartitico combinato con la richiesta e l’attesa dell’“uomo forte”, del leader carismatico che tuttavia blinda il proprio carisma o preteso tale con la violenza poliziesca spesso associata alla violenza di bande organizzate, oltre che con una pervasiva azione di propaganda. La democrazia viene sorpassata dal rapporto tra il capo e le masse, ridotte però a folle, ossia prive di coscienza politica, anche grazie a un sapiente lavoro di depoliticizzazione, di vera e propria dis-alfabetizzazione, in primo luogo politica, ma non soltanto politica. E la campagna contro la democrazia rappresentativa, in realtà, non prepara l’avvento della democrazia diretta, ma prepara appunto la trasformazione delle masse in folle anonime ora plaudenti a colui che si presenta come uno di quegli uomini e quelle donne, nella loro semplicità e volgarità, ora furiose e pronte alla distruzione, ma altrettanto prepolitiche.
Infine, il ritorno del fascismo, si manifesta con due modalità una fisica: a) l’uso disinvolto della violenza verso avversari o mancati sostenitori, secondo la logica del chi non è con me è potenzialmente contro di me; b) il ricorso a un lessico eversivo, fatto di minacce, intessuto di parole grevi e volgari, un linguaggio dichiaratamente di rottura di qualunque galateo istituzionale, un lessico che è già violenza esso stesso. Si pensi a espressioni come “È finita la pacchia” o “Deve marcire in galera”, et similia, sulla bocca dei governanti italiani se hanno suscitato sdegno e raccapriccio in una parte della pubblica opinione, in un’altra, assai cospicua, sono state addirittura adottate, con un compiaciuto divertimento, sono insomma divenuti senso comune.

Gli avversari, ma anche gli stranieri, sono equiparati: l’avversario politico è lo straniero in casa, lo straniero che varca l’uscio di casa, è (potenzialmente) non hospes, bensì hostis. L’uno e l’altro sono trasformati in nemici. E il fascismo non tende a creare unità, bensì divisione. La patria diventa quella dei fedeli, in quanto ogni fascismo è un movimento religioso e militare e i suoi aderenti sono fedeli ma anche soldati. E il suo leader è insieme sacerdote e “capitano” (così i militanti della Lega appellano Matteo Salvini). Il duce è a un passo, insomma…
In Italia quello che è oggi un partito di governo ha nel suo passato dato vita alle “ronde padane”, una sorta di polizia volontaria suppletiva alle forze dell’ordine, che sono state in generale tollerate dalle autorità, e oggi abbiamo le ronde di Casa Pound e Forza Nuova, vere proprie squadre d’azione, che aggrediscono, picchiano, addirittura sono arrivate a sfregiare ragazzi, a incidere con coltelli svastiche sulla pelle di inermi giovani giudicati “antifascisti” dall’aspetto o dagli stili di vita…
Ebbene, oggi occorre opporsi a tutto questo, respingendo al mittente la tesi che essendo il fascismo cosa del passato l’antifascismo è superfluo. Oggi occorre realizzare una rete antifascista europea, capace però non soltanto di reagire, ma anche di indirizzare e proporre: e non c’è dubbio che la via da seguire è quella lenta e faticosa della ricoscientizzazione delle masse, un ritorno al popolo che ne interroghi i bisogni reali, che affronti temi materiali, relativi alle difficoltà del vivere di grandi masse di persone, una strada che segni una rottura totale con le ideologie neoliberiste, con la fiducia accordata in modo cieco a una Europa (unita) che non è quella dei popoli, che non è succube dell’egemonia nordamericana, una Europa schiacciata dalle potenze più forti al suo interno, una Europa che appare troppo spesso una struttura burocratica espressione di poteri finanziari, più che della volontà popolare.

Ci spetta oggi il compito di costruire un’altra Europa. Le forze, le idee, le passioni non mancano. E questo incontro ne è un esempio importante.
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Testo dell’intervento di Angelo d’Orsi al convegno “Local resistance against the far right in Europe” svoltoosi il 30 gennaio 2019 al Parlamento europeo, a Bruxelles, e ripreso l’indomani come articolo su “MicroMega” on line, da cui è tratta l’immagine