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Attendendo la sconfitta

Attendo senza troppa ansia l’esito elettorale per le Europee. Non ho alcun entusiasmo europeistico, e giudico in modo assai negativo l’attuale assetto dell’Unione Europea, e in particolare il suo Parlamento, dominato dal “centrodestra”, che ha rivelato un volto di auntetica destra, su tutti i piani, rappresentante un Continente incapace di smarcarsi dall’egemonia degli USA, di cui è rimasto tributario, specialmente in fatto di politica estera.

Ho votato dunque senza entusiasmo, ma ho votato perché ritengo che sia un ottimo progetto (o un bel sogno?), l’unità europea, che non ha a che fare necessariamente con l’Unione, che è concetto diverso e di basso profilo. Sono a favore dell’unità dei popoli d’Europa, pur conservando le specificità di ciascuno di essi: una unità che valorizzi la “Koiné” culturale del Vecchio Continente, e insieme sappia integrarla con le nuove energie provenienti da altri continenti e Paesi. Ho in mente una Europa che non sia la “Fortresse Europe”, ma che si apra, si confronti, si lasci contaminare, nella certezza che questo non possa che fare del bene alla sua economia, alla sua società, e alla stessa sua cultura.Ho votato con la tranquilla, e mesta certezza che la sinistra italiana non sarà rappresentata nel Parlamento UE.

Un risultato triste ma facilmente prevedibile: ho firmato per il sostegno alla lista La Sinistra, come un gesto rituale, una testimonianza, consapevole della inutilità del gesto stesso. Ma bisogna almeno segnalare che qualcosa di sinistra è rimasto nel panorama nazionale. Non ho apprezzato i sarcasmi pesanti di tanti uomini e donne sinceramente e spesso valorosamente schierati a sinistra, i quali hanno detto il loro no al voto alla lista perché troppo inclusiva, troppo larga, troppo poco selettiva, troppo poco “comunista”. Tutto vero, ma l’alternativa è il settarismo, che, ahinoi, non conduce a nulla di buono, come tanti esempi del passato ci dicono. Il problema rimane sempre quello: la storia insegna, ma gli uomini (e le donne!) sono cattivi allievi, come soleva ripetere Gramsci.

E proprio da Gramsci sarà bene riprendere le mosse, non solo per metabolizzare qusta nuova probabile sconfitta, ma per ripartire, con un lavoro che non potrà essere breve nè facile. Ma invito tutti coloro che, a differenza del sottoscritto (che si limita a fare l’osservatore partecipe, e a combattere con le armi della cultura) fanno politica attiva, e che sono stati coinvolti da attori, suggeritori, e militanti nella avventura di questa nuova etichetta, a non limitarsi ad accusare il destino cinico e baro, e l’oscuramento dei media, e così via: certo, vi è stato, ma occorre innanzi tutto interrogarsi criticamente sugli errori commessi, a cominciare dalla incapacità di ricucire lo strappo con “Potere al Popolo”, dalla perdita di elementi fondanti della lotta di classe, dalla rinuncia a quelle parole d’ordine che identificarono storicamente la sinistra italiana. E varrà la pena anche di interrogarsi sugli altri: sugli avversari, e sui mancati alleati, e soprattutto su coloro che vinceranno, interrogarsi seriamente, non limitandosi all’ingiuria e allo sberleffo. I nemici si combattono, ma per ottenere esiti favorevoli occorre prima di tutto studiarli.

Questo signifca essere gramsciani. Questo significa non condannarsi alla marginalità perenne. Questo significa programmare le vittorie future, non lasciandosi abbattere culturalmente e politicamente dalle sconfitte dell’oggi.Naturalmente se i risultati delle votazioni mi smentiranno brinderò. In ogni caso continuerò a combattere le mie battaglie solitarie, scrivendo, insegnando, “recitando”. Sempre sotto l’ala protettiva del mio santo laico personale, Antonio Gramsci, appunto.

Post scriptum – Non ho votato per le regionali piemontesi, mettendo per iscritto e consegnando al presidente del Seggio la formula canonica: “Dichiaro di non ritirare la scheda elettorale perché nessuna delle liste mi rappresenta”.

26 maggio 2019, ore 20,00

Gramsci, inattuale e necessario

Mi è accaduto di scrivere e dire più volte, in anni recenti, in libri, articoli, interviste, che Antonio Gramsci è drammaticamente inattuale, ma assolutamente necessario.
Come potrebbe essere attuale un uomo che invita a ragionare, in un universo politico e intellettuale in cui vince chi la spara più grossa? Che spazio può avere il pensiero dialogico (ma all’interno di determinate coordinate!) in un mondo, a cominciare da quello dei social media, dove la violenza verbale, l’arroganza degli ignoranti, il dileggio del sapiente (e addirittura la minaccia), imperversano? E come guarderebbero a lui, i nostri leader politici che, ammesso lo abbiano sentito nominare, ci direbbero, interrogati in proposito, che “era un comunista” (dunque, in quanto tale da tenere alla larga)? Chi, nel variegato e disastrato mondo della sinistra, oggi, si ispira al suo pensiero?
Giorni fa un giovane studente mi ha rivelato, con aria carbonara, di essere entrato in un “Gruppo comunista” e in una riunione ha provato a citare Gramsci, ma è stato zittito con un perentorio: “Era un liberale!”…
Aggiungo che è lontanissimo da noi, Gramsci, per il fondamento etico della sua concezione politica, e per la coerenza del suo agire. Quando vediamo ogni giorno i rappresentanti nei consessi elettivi (dai consigli comunali al parlamento) o di governo (centrale o locale) rimangiarsi promesse, rovesciare le posizioni che avevano usato per arrivare al potere, quando percepiamo nei loro comportamenti politici, una totale assenza di umanità, un disinteresse per la vita degli individui: le vicende delle navi che vagano per giorni e settimane nel Mediterraneo in attesa di un permesso di sbarco sono emblematiche…: potrebbe mai essere compatibile con costoro, il “mio” Gramsci?
In un talk show Antonio farebbe pessima figura, con la sua voce fioca, la sua convinzione che occorra mettere in moto il cervello (e un po’ di cuore), per argomentare e persuadere, invece dell’urlo, dell’invettiva, dell’esibizione pagliaccesca (e ne vediamo ogni giorno, anche e soprattutto da parte dei nostri governanti…).
E come sarebbe accettato un politico che ripetesse (come faceva Gramsci) che soltanto la verità è rivoluzionaria, da parte dei suoi “colleghi” odierni, che mentono professionalmente?
Eppure proprio per tutte tali ragioni (e molte altre) il pensiero, la coerenza, la moralità di Antonio Gramsci ci sarebbero indispensabili per capire dove siamo, come uscire dal pantano, come guadagnare la riva, come ridare vita e anima, spirito e coerenza, forza ed entusiasmo, alla sinistra.
Perciò da decenni, lo studio, e ne parlo in conferenze, lezioni, articoli, saggi, volumi. Il mio “Gramsci. Una nuova biografia”, uscito in occasione dell’80° della morte (1937-2017) e da poco apparso in una nuova edizione riveduta e accresciuta (Feltrinelli), è il mio strumento fondamentale. Un libro per tutti, e per nessuno in particolare. Un libro pensato anche per chi non è studioso/a di mestiere, ma un testo che si dirige anche a chi studia Gramsci professionalmente.
E ora questo volume – il libro di una vita, posso ben dire – è diventato anche uno spettacolo (grazie a una idea di Simone Ricotta, e alla collaborazione di alcuni amici: Riccardo, Rossadisera Rossella, Chiara: loro sono i miei “Commissari del Popolo). Una nuova sfida, impegnativa per me, ma un modo nuovo, credo efficace, per far conoscere – e spero amare – quest’individuo eccezionale: Benedetto Croce, suo avversario teorico e politico, parlò di “reverenza e affetto” che si deve a un uomo così, un uomo che ha tanto da insegnare a tutti. Se qualcuno avesse voglia di ascoltare la sua voce.

(Post su Facebook, 16 gennaio 2019)

Locandina dello spettacolo "Un Gramsci mai visto", Ales (e prima Ghilarza), gennaio 2019
Locandina dello spettacolo ad Ales, 21 gennaio 2019