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I pazzi e i ciechi

“È la piaga dei tempi quando i pazzi guidano i ciechi”. la citazione è assai nota (dall’Atto IV del “Re Lear” di Shakespeare, e sono parole messe in bocca al povero conte di Gloucester), persino abusata, e mi scuso, ma oggi più che mai utile a descrivere la situazione in cui ci troviamo. Nel Rapporto Censis diffuso due giorni or sono, emerge un quadro impressionante della situazione generata, si dice, dalla pandemia, ma forse dovremmo aggiungere: “e dalle politiche dei governanti, nazionali e locali”: sono loro i pazzi, nelle cui mani abbiamo lasciato le nostre vite, troppo spaventati per negar loro la fiducia (“agiscono per il nostro bene…”), troppo frastornati per avere piena coscienza della situazione reale, troppo disorientati per il susseguirsi e il sovrapporsi di notizie contraddittorie e incomplete, per reagire, per riprendere almeno un poco in mano il nostro destino.Loro i pazzi, noi i ciechi; una cecità che non è solo quella che nasce appunto dalla paura dell’ignoto (e qui il pensiero corre allo straordinario romanzo “Cecità” di Saramago, che già mi è capitato recentemente di citare), ma è anche frutto di un atteggiamento rinunciatario, di base, pronto a “lasciar fare” ai governanti, appunto. A costo di apparire il solito pedante professore, voglio richiamare un altro autore, Benjamin Constant (e stavolta andiamo nel secolo XIX, per l’esattezza 1819) il quale, pur liberale orgoglioso che polemizzava contro l’ingerenza dello Stato nella vita degli individui, concludeva il suo discorso invitando a non rinunciare a occuparsi della vita pubblica, a “non fare ai nostri governanti questo favore”. E invece lo abbiamo proprio fatto, questo favore. Per di più a una banda di incompetenti, spesso disonesti, cialtroni. Possibile che qualche frammento di verità ci debba giungere da un programma tv, che è riuscito finora a sottrarsi alla manipolazione e al controllo? (Alludo a “Report”, su RaiTre). Possibile che ministri (Speranza, tanto per fare un nome) e sedicenti governatori (Fontana, tanto per fare un nome) coinvolti in losche vicende, siedano tuttora tranquillamente sui loro scranni? Possibile che alcune parole di buon senso debbano venire dalla destra (al netto ovviamente delle infami speculazioni di personaggi miserabili, che le sorreggono), mentre PD, LEU e M5S sono immersi nel brago, ripetendo tutti i loro esponenti frasi preconfezionate, che poi il sedicente “capo del governo” si incarica di dettare, con i modi perfettamente democristiani che lo caratterizzano, nelle conferenze stampa?Nel rapporto Censis mi ha colpito non solo ciò che all’ingrosso sapevo – la catastrofe socioeconomica in cui il Paese sta precipitando, i cui effetti si vedranno soltanto nell’arco di qualche anno – ma la risposta di circa l’80% dei nostri concittadini intervistati sulle misure approntate dalle autorità per contrastare la diffusione del virus, i quali chiedono misure “più severe” verso coloro che non rispettano tali misure.Questo mi ha provocato un senso di angoscia e di ripulsa. È vero, intorno a me, sento ogni giorno dire: certo “la gente” non rispetta le norme, ecco perché si va male… Questo che cosa significa? A mio parere semplicemente che la narrazione governativa è transitata dentro i nostri cervelli, e ne siamo diventati portatori, spesso inconsapevoli, esattamente come accade ai contagiati “asintomatici”. Ci siamo lasciati persuadere, non con dati precisi, con informazioni esatte, con indicazioni univoche e chiare: no, ci siamo abbandonati, come i bimbi tra le braccia della mamma, fiduciosi di essere protetti. Certo, il compito di esser vigili, lo ammetto, è sempre più difficile: paradossalmente, nell’era della comunicazione digitale onnipresente e onnisciente, siamo a corto di verità; ossia all’eccesso di comunicazione corrisponde un deficit di informazione. E questo nella vicenda che stiamo drammaticamente vivendo è tanto più evidente. Si aggiunga il ruolo davvero infame dei media e in particolare della TV che ha trasformato esperti e sedicenti esperti (come possiamo distinguere gli uni dagli altri?) in “personaggi”. Dunque quelli che “bucano lo schermo”, ossia coloro che risultano più efficaci sul piano della comunicazione sono stati premiati, con “passaggi” pressoché quotidiani sugli schermi delle varie emittenti, pubbliche e private, ed è stata loro concessa facoltà di parola, anche quando si sono contraddetti a distanza di giorni, o addirittura di ore. Qualcuno di loro sta già costruendo una nuova carriera, forte del successo televisivo. Ma la cittadinanza, trasformata in “audience” quanto beneficio ne ha ricevuto? Come facciamo a difenderci dal bombardamento di false notizie di questa “guerra”, come viene chiamata fin dallo scorso marzo, e come guerra richiede provvedimenti “eccezionali”, misure “eccezionali”, piani sanitari “eccezionali”, e via seguitando sulla strada melmosa e sdrucciolevole dell’eccezionalismo.Non appartengo al novero di coloro che hanno creduto o comunque ripetuto che il virus è una invenzione, o che i dispositivi di protezione (leggi mascherine, innanzi tutto), siano inutili, o che hanno pensato, neppure per un attimo, che la Covid 19 fosse poco più di una influenza (alla Trump o Bolsonaro). Ma trovo inaccettabile il ricorso a un lemma pericoloso e ambiguo come “negazionismo” usato non soltanto a fini di delegittimazione di chi prova ad esprimere dei dubbi, non sul virus, ma sulle politiche sanitarie gestite dal ministero, dagli assessorati regionali, dalle giunte comunali, dai sindaci di singoli comuni: una babele politica frutto della sciagurata “devolution” imposta dai leghisti prima maniera e accettata dal PD. L’inefficienza del sistema è sotto i nostri occhi. E lo dico con dolore, pensando agli amici che ho perduto, a quelli tuttora ricoverati in gravi condizioni, o tormentato dall’ansia che la malattia possa colpire persone care. Ma non posso tacere davanti all’improntitudine con cui Giuseppe Conte, in coro con i suoi ministri, ripete “non dobbiamo abbassare la guardia se vogliamo ripetere una terza ondata”, alludendo, direttamente o indirettamente, alle “colpe” dei cittadini che si sono lasciati andare ad “assembramenti”. E le autocritiche dove sono? Perché il ministro della Sanità non ammette che nulla è stato fatto dal suo dicastero nei mesi estivi per prevenire una seconda ondata del virus, o almeno attrezzarsi a fronteggiarla? Quante sono le persone affette da grave patologie cardiache o oncologiche che non ricevono più le cure, dato che i reparti specifici sono stati chiusi o trasformati in reparti-Covid? Quanti morti dovremo conteggiare tra loro e a chi daremo la responsabilità? E la ministra dell’Istruzione, che ora finge di piagnucolare sulle scuole chiuse, perché non ha predisposto il piano scuole? E le Regioni? Perché non hanno preveduto un piano trasporti? E ancora: chi ci fornirà una volta per tutte dati certi sui malati e sui morti? Quanti di loro sono deceduti per la Covid? O “con la Covid”? ed è vero che le aziende ospedaliere ricevono un bonus monetario per ogni vittima da Covid?E poi, perché come in primavera alla prima ondata ora in autunno con la seconda il governo mette su giganteschi apparati di “tecnici ed esperti” (di nomina governativa, in totale mancanza di trasparenza) per “gestire l’emergenza”? E a che servono gli staff ministeriali? E dove è finito il super manager Colao che da Londra doveva salvare l’Italia, con un esercito di un migliaio di consulenti? E ora si ripete lo schema…La seconda ondata non è arrivata per le colpe dei cittadini, ma per quelle dei governanti: le loro inadempienze, i loro ritardi, i loro errori… E intanto, un anno scolastico è praticamente perduto (le proteste di studenti insegnanti e famiglie non vengono neppure prese in considerazione), con danni gravi alla formazione della personalità degli adolescenti. E danni altrettanto gravi, come accertato dai servizi di monitoraggio delle ASL, si sono già prodotti nella psiche di centinaia di migliaia di italiani, a causa del timore del contagio, certo, ma soprattutto delle misure spesso assurde e terroristiche che dovrebbero prevenirlo. Su tutto questo, vorremmo essere rassicurati, non con la ripetizione insopportabile che “dobbiamo evitare la terza ondata con comportamenti responsabili”. I comportamenti responsabili devono esser prima di tutto dei governanti. I quali dovrebbero anche interrogarsi sulla morte dei teatri e su quella, economicamente ben più grave, dell’intero comparto della ristorazione. E non si dica, a mo’ di risposta, che non è colpa di nessuno: i provvedimenti presi e reiterati sono stati e continuano ad essere punitivi ma non producono risultati apprezzabili. Il ministro Speranza, e il presidente del Consiglio Conte ci devono spiegare perché siamo il Paese con la mortalità più alta, tra quelli colpiti dalla pandemia. E ci devono, infine, convincere che” il più massiccio piano di vaccinazione di massa” di cui stanno parlando da settimane sarà la soluzione, l’unica soluzione, tanto più che di vaccini ne circolano ormai una dozzina, e di nessuno, per ora, possiamo essere sicuri, né sulla efficacia, né sui possibili danni. E qualcuno, in seno alla scompaginata compagine governativa, ha addirittura proposto di istituire un passaporto sanitario, un libretto da portare sempre con noi, insieme alla carta di identità, da cui risulti che siamo vaccinati. Per fortuna si sono levate parecchie voci contrarie. Ma il rischio rimane. E intanto, con roboante e inquietante annuncio veniamo avvertiti che nelle vacanze natalizie 70.000 agenti delle varie forze di polizia saranno schierati sul territorio per controllare il rispetto delle norme emanate nell’ennesimo DPCM. Una vera e propria militarizzazione del Paese, che ci bolla tutti gli italiani e le italiane come potenziali colpevoli.Insomma, a me pare davvero che siamo nelle mani dei pazzi. E noi abbiamo fatto finora, troppo spesso, adagiandoci nella comodità di essere guidati, la parte dei ciechi.L’Atto IV della tragedia shakespeariana si conclude così: “Le notizie variano. È tempo di stare in guardia. Le forze del regno si avvicinano in fretta.” Risponde un personaggio: “È probabile che l’esito sia sanguinoso”.Se vogliamo mettere fine al sangue, ossia alla morte, alla malattia, e al disastro economico e sociale, forse dobbiamo cominciare ad aprire gli occhi e fare i mastini da guardia, tutti, dato che la stampa libera è inesistente o marginale. Informiamoci, diffondiamo notizie certe, poniamo quesiti almeno, e pretendiamo risposte. Questo è democrazia.

(Apparso su “MicroMega” on line, 9 dicembre 2020)

Basta col regionalismo!

Giorni fa avevo scritto un pezzo che esordiva così: “Un soffio di pazzia criminale percorre l’Italia”. E passavo in rassegna una serie di personaggi della classe politica e amministrativa, mostrandone le incredibili manchevolezze, la impreparazione, le miserie. Qualcuno ha ripetuto la solita solfa sui professori buoni a cianciare ma che non si sporcano le mani nell’azione. Sono anche stato accusato di qualunquismo, perché non risparmiavo nessuno, e molti hanno chiosato, benevolmente o provocatoriamente: “sì, va be’, ma che fare?”.

Io non faccio il politico di professione, sono uno studioso che cerca di essere presente se non altro come osservatore della realtà in cui sono immerso, anche se prevalentemente, come storico, mi occupo del passato. Ma essendo convinto che la storia ha un valore per il presente, tento di usare gli insegnamenti che essa mi offre per decifrare il nostro tempo, e trarne indicazioni sul come agire: sul che fare, insomma. E tuttavia non mi accontento. Provo anche, nei miei limiti evidenti (sono un senza partito, da sempre) a scendere in campo, e dico la mia sulla quotidianità politica, sociale e culturale. So che non basta. Come non basta indignarsi, non è sufficiente gridare sui tetti, le verità che pochi osano mormorare, e molti di più alla verità voltano le spalle. Eppure proprio la battaglia per la verità è ciò che distingue un intellettuale (militante) da uno studioso, da un docente, da un accademico. Perché la lotta per la verità è dirompente, e la verità e soltanto la verità è rivoluzionaria. Credo fermamente che questo sia il primo se non unico compito dell’intellettuale, specie di quegli intellettuali che si schierano dalla parte degli oppressi, come ho sempre cercato di fare, da quando ho l’età della ragione.

Sono trascorsi pochissimi giorni dal mio precedente articolo, ma la situazione appare in precipizio. Per non ripetere l’incipit dell’articolo precedente potrei incominciare con un canonico: “Grande è la confusione sotto il cielo”, aggiungendo “d’Italia”: sì, perché se è vero che la pandemia da Coronavirus sta colpendo quasi l’intero globo terracqueo, è altrettanto vero che nei diversi Paesi  in cui la Covid 19 si è diffusa e ahinoi non smette di diffondersi, vi sono state, da parte delle autorità, anche nelle incertezze, davanti al “nemico sconosciuto”, linee di condotta almeno univoche: ossia i governi davano degli indirizzi, assumevano decisioni, indicavano linee d’azione, giuste o errate, timide o forti, ma che non venivano boicottate o contrastate da altri organi dello Stato. In Italia stiamo assistendo esattamente all’opposto: gli organismi pubblici in guerra tra di loro, come e assai più che in primavera, nella prima ondata del virus, e ora in questo autunno che ci regala la seconda, ampiamente prevista e annunciata. Il contagio si diffonde quasi incontrollabile, gli esperti parlano a ruota libera, i tamponi latitano (e si possono fare a pagamento se non vuoi attendere le calende greche), il sistema ospedaliero in crisi, i medici e il personale paramedico chiede soccorso, i ministri a cominciare dal loro coordinatore (il presidente del Consiglio) balbettano, e i sedicenti “governatori” urlano, sgomitano, prima chiedono autonomia decisionale, poi la rigettano sulle spalle del governo – sempre più debole ed esangue, con il summenzionato presidente Conte che ripete “l’obiettivo è arrivare a fine legislatura” (ossia il fine perseguito è durare, non fare del bene alla collettività: agghiacciante).

Stiamo assistendo a uno spettacolo a dir poco inverecondo, aggravato dalla sovraesposizione mediatica di tutti lor signori: scienziati, tecnici, amministratori, politici e, immancabile, il corredo dei commentatori professionali da talk show, da Cacciari (eternamente presente e eternamente isterico come un etilista cui abbiano vietato il solito cartoccio di Tavernello) a Saviano (ahinoi, appena ritornato in campo, pensoso e serafico come un patriarca biblico). Lasciamo stare i casi semplicemente surreali come quello calabrese, con la doppia nomina di un commissario per la sanità calabrese (due personaggi ineffabili, bell’esempio di mancanza di professionalità loro e di totale assenza di serietà del governo, seguiti dalla mezza proposta avanzata a Gino Strada); oppure la infame campagna pubblicitaria della Regione Lombardia battezzata con atroce arguzia “The covid dilemma”, che ha lo scopo di scaricare sulla cittadinanza le colossali inefficienze del ceto amministrativo locale e i turpi traffici del presidente Fontana (il manifesto mostra una scritta sovrapposta al volto di una ragazza con la finta domanda: “Indossare la mascherina o indossare il respiratore?”, e la risposta colpevolizzante: “La scelta è tua”).

E lasciamo stare le quotidiane schermaglie tra sindaci e presidenti di regioni, e gli interventi contraddittori di vari ministri  e sottosegretari; lasciamo stare le rumorose bordate, perlopiù a salve, di Salvini-Meloni (di tanto in tanto apre bocca persino Silvio Berlusconi, oscillando tra l’embrassons-nous da crisi nazionale e la voce moderata dell’opposizione “costruttiva”); e lasciamo stare anche le nobili “prediche inutili” – come diceva Luigi Einaudi, primo presidente della Repubblica – di Sergio Mattarella; lasciamo stare il battage mercantile e politico sui vaccini (Russo? Cinese? Oxoniense? Tedesco-americano?…); lasciamo stare il bando della Regione Piemonte che in un momento di drammatico bisogno di personale, cerca sanitari purché italiani o della UE, vietando l’accesso a candidati esterni (dimenticando che l’aiuto ci è giunto in primavera dai Russi e dai Cubani); e lasciamo stare il dato incontestabile che le Regioni non sono state in grado di predisporre un piano per l’atteso ritorno del coronavirus, né per la distribuzione di mascherine (gratuite!), né tanto meno per  uno screening di massa coi relativi tamponi (gratuiti!). E lasciamo stare, infine, il fallimento complessivo della macchina di tracciamento dei contagiati. E lasciamo stare anche il ritardo sul vaccino antinfluenzale mai come quest’anno atteso e necessario…

Al netto di tutto questo, rimane il problema principale che è l’ente Regione. Alla stregua dei fatti, oggi possiamo dire che l’introduzione della Regione nell’ordinamento della Repubblica fu uno dei più tragici errori dei Costituenti (dopo l’introduzione nell’articolo 7 del Concordato Stato/Chiesa del 1929). A quell’errore, compiuto in perfetta buona fede, nell’idea che un po’ di decentramento amministrativo sarebbe stata cosa buona e giusta – lo voleva pure Tocqueville, nel 1835, ma sostenendo a contraltare un solido centralismo politico – se ne sono aggiunti altri gravi, come la manomissione del Titolo V della Carta Costituzionale, e la concessione di poteri enormi all’Ente Regione sulla sanità innanzi tutto, con gli strateghi del cosiddetto Centrosinistra, pronti a gettarsi all’inseguimento della Lega (che allora sbraitava sul “federalismo”) e a sacrificare poteri dello Stato… Gli effetti eccoli qua. Impotenza dell’ente centrale, contenzioso incessante tra Stato e Regione, inefficienza totale della pubblica amministrazione, crollo del sistema sanitario e crisi di quello scolastico – l’uno e l’altro finora in piedi, benchè a mal partito, solo per l’abnegazione del personale – e via seguitando.

Allora, ecco la risposta al “che fare?”. Lanciamo una campagna per una riforma della Costituzione: stavolta facciamola noi, dal basso, non aspettiamo che arrivino i Renzi, e i Salvini: perseguiamo due obiettivi. Obiettivo minimo cancellazione delle modifiche al Titolo V del 2001, con recupero allo Stato di funzioni delegate alle Regioni; e se vogliamo esagerare diamoci come obiettivo massimo l’eliminazione dell’Ente Regione, una macchina costosa, succhiasoldi, che non ha prodotto alcun miglioramento del “sistema-Paese”, come si usa dire, e invece, piuttosto, rivitializziamo le Province, riducendone il numero, dando loro la possibilità di ricuperare pienamente funzioni che già in passato competevano loro. Le Province, d’altronde, nella storia d’Italia hanno un’antica e nobile tradizione, a differenza delle Regioni. E hanno una dimensione che effettivamente può avvicinare l’istituzione alla cittadinanza.

Insomma, basta al cosiddetto “regionalismo”.  In attesa di reclamare “tutto il potere ai Soviet” (sognare è lecito…), almeno puntiamo per togliere potere a chi ha dimostrato di gestirlo solo nell’interesse di piccole camarille, di gruppi di pressione, di famiglie, di lobby, spesso incrociate con la grande criminalità. Basta alla destrutturazione della Repubblica. Basta alla distruzione della stessa unità nazionale.

Vogliamo tentare questa ragionevole follia?

Il manifesto della campagna della Regione Lombardia

Fabio ranchetti, economista curioso

“Nessun uomo è un’isola, completo in sé stesso; ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto. Se anche solo una zolla venisse lavata via dal mare, l’Europa ne sarebbe diminuita, come se le mancasse un promontorio, come se venisse a mancare una dimora di amici tuoi, o la tua stessa casa”.

Così scriveva cinque secoli fa il poeta e teologo britannico John Donne. Versi notissimi. Che ogni volta riaffiorano inesorabili quando mi arriva una notizia ferale. Il che accade troppo sovente, in questo lugubre 2020. E mi rendo conto che la mia bacheca sta diventando come la pagina delle necrologie dei giornali. E sono io stesso a soffrirne per primo. Il fatto è che non solo ogni morte di uomo mi diminuisce, perché ogni uomo è parte di un continente, e nessun uomo è un’isola, come dice John Donne, ripreso da Hemingway, in epigrafe al suo “Per chi suona la campana”), ma per la morte di un amico o di un’amica, di un conoscente, di un collega, mi prende il senso di colpa di essergli sopravvissuto. Tanto più ora, in tempi pandemici, quando la morte colpisce anche persone che non soffrivano di particolari patologie per cui potevi aspettarti che da un momento all’altro se ne andassero.

Non faccio in tempo a commemorare una persona deceduta che altri nomi sopraggiungono da inserire nel mio personale “libro dei morti”(il celebre esto funerario degli Antichi Egizi). L’ultimo, di cui mi è giunta notizia oggi stesso, è Fabio Ranchetti, economista docente in vari atenei (anche il mio anni fa, e Pavia, Milano Politecnico, Pisa, Milano Cattolica, ultima sua sede dove era professore a contratto, dopo il pensionamento, appena raggiunto), una persona intelligente, un democratico autentico proveniente da una famiglia che egli definiva “rigorosamente antifascista”, un intellettuale curioso, oltre che uno studioso serio. Era stato, poco prima di me, anche borsista della Fondazione Einaudi di Torino, un eccezionale semenzaio di studiosi e studiose, e spesso di intellettuali, che prendevano poi le strade più varie. Un economista di particolare apertura, verso altre discipline, in modo libero e creativo, la storia, naturalmente, perché ogni buon economista è anche storico del pensiero economico, innanzi tutto, ma anche altri territori del sapere e del creare, per esempio la linguistica e la letteratura, campi in cui Ranchetti (che aveva peraltro studiato Filosofia e non solo Economia) non aveva molti compagni di esplorazione, tra i suoi colleghi.

Basterebbe già solo questa sua curiosità culturale a farcelo rimpiangere. E personalmente non essendo un economista apprezzavo proprio tale dote. Ma ci sono alcuni suoi lavori che sono diventati quasi obbligatori anche per i non specialisti: ricordo la bella Introduzione al classico di Piero Sraffa, “Produzione di merci a mezzo di merci”, pubblicato da Einaudi nel 1999, un testo uscito in prima edizione sempre da Einaudi, nel 1960, dopo essere stato pubblicato poco prima nella versione originale inglese: un’opera che in poco più di cento pagine scarse ha cambiato la teoria economica mondiale, potrei azzardare, confermando così che la qualità non è legata alla quantità, e che si può essere stringati anche scrivendo di cose complicate; e le pagine introduttive di Ranchetti aiutavano a penetrare quell’aureo testo del grande economista amico di Gramsci.

Del resto Ranchetti si era formato, dopo l’ateneo statale milanese, proprio a Cambridge, il regno di Sraffa e Wittgenstein, che rimasero evidentemente come punti di riferimento importanti per il suo lavoro. Ma va ricordato soprattutto, per i non specialisti, il fondamentale volume firmato con Claudio Napoleoni, maestro dei maestri, “Il pensiero economico del Novecento” (Einaudi, 1990), un testo che si raccomanda per capacità di sintesi, lucidità di analisi, comprensibilità. Dietro quei due autori si intravedeva sia pure in controluce, la figura di Marx, non da sola, ma, al solito, imponente, anche nella compagnia di altre grandi ombre.

Ranchetti era nel pieno delle sue attività, e il Coronavirus ce lo ha sottratto. Lo piangeranno gli economisti, colleghi e allievi, lo piangeranno coloro che lo incontrarono (anche in poche ma belle occasioni come chi scrive), lo piangeranno quanti hanno letto il suo nome solo nella copertina di libri o nell’indice di riviste.

(22 ottobre 2020)

Il compagno andrea

“Chi ha compagni non muore mai”.

Abbiamo letto e sentito tante e tante volte, purtroppo, questa frase consolatoria, ma ogni volta con un senso di amara impotenza. A dire il vero, ogni volta, quando un compagno muore, ci si sente più soli, perché i compagni, nel senso più alto e pieno del termine, non li si incontra poi così di frequente, benché siano in fondo numerosi: partecipano a manifestazioni e assemblee, discuti di politica con loro, magari ci litighi, e tutto il resto. Ma personalmente uso il termine compagno con parsimonia, perché gli annetto un valore simbolico, prima che un contenuto: un valore simbolico che rinvia ad affettività e sentimenti, a ideali e timori, a una comune coscienza delle tragedie del passato ed alla persistente idea di un futuro da costruire.  

Quando mi è giunta, l’altro ieri mattina, 18 maggio, la notizia della scomparsa di Andrea, la parola mi è affiorata sulle labbra, anche se, essendo solo, non l’ho proferita. E in quel momento ho pensato che non sapevo neppure il suo cognome. Andrea era un compagno, un compagno vero, uno di quelli che senza “chiacchiere e distintivo”, tu senti che condividono con te ideali e passioni, che nutrono le tue stesse speranze, che, anche nei tempi più difficili, sono dure da estirpare. E finché ci saranno compagni come Andrea Gianella – questo il suo cognome – la speranza non sarà vana. Fin tanto che nel “nostro” piccolo mondo della sinistra – quella vera, autentica, non disposta a farsi rubare l’anima – possiamo ancora credere che “ce la faremo”, che “un altro mondo è possibile”, che esisterà una società in cui “ognuno darà in base alle possibilità e riceverà in base ai bisogni”.


Perciò il giorno della scomparsa di Andrea è un giorno tristissimo.
Andrea non era solo un compagno, però, di ideali, era un compagno che metteva il suo cuore e tutte le sue energie a disposizione della comunità. E nella terra di Lunigiana, in particolare tra Sarzana e La Spezia, quel piccolo uomo dall’aria mite, dai modi pacati, dalla voce controllata, è stata una presenza costante, che lo rendeva parte del paesaggio, in particolare nei boschi e sulle strade di Fosdinovo, nelle innumerevoli attività dei “ragazzi e ragazze” degli Archivi della Resistenza. In specie d’estate, nei preparativi, negli svolgimenti e nel seguito del festival “Fino al cuore della rivolta”, Andrea era lì, sempre, silenzioso, attivo, a pulire quanto c’era da pulire, a portare quanto c’era da portare, a togliere erbacce, a dare una mano alle cucine come a chi si occupava del palco. Era il compagno di cui ti potevi fidare, quello che non delude, quello serio…: tutte caratteristiche non così frequenti, come sappiamo, a sinistra.  


Compagno di Rifondazione Comunista fin dalle origini, Andrea però non aveva preconcetti e chiusure, e tutto ciò che accadeva a sinistra, tra forze politiche e sindacali, lo trovava interlocutore attento e partecipe. Lui che era stato infermiere professionale aveva dato un forte tratto anche “politico” al suo lavoro, al di là delle competenze che pure aveva accumulato tanto da diventare formatore degli operatori sanitari, e coordinatore delle attività infermieristiche nei servizi territoriali delle valli Magra e Vara. Aveva ricoperto incarichi sindacali nella CGIL prima in Lombardia poi appunto in Lunigiana: qui, inoltre, fu attivo nel comitato per il completamento dell’Ospedale di Sarzana.

E come militante e dirigente sindacale aveva animato importanti battaglie per la difesa della sanità pubblica, mettendoci, come suol dirsi, l’anima. E oggi al dolore per la sua immatura scomparsa (se qualche giovane mi consentirà di considerare immatura la morte a 72 anni) si aggiunge, credo non soltanto in me, la rabbia. Andrea è morto ucciso dal Coronavirus, certo, ma Andrea è stata una vittima di quello smantellamento dei presidi sanitari pubblici, contro cui si era battuto con tanto ardore e dedizione. Andrea è una delle tante vittime di un obbrobrioso processo di privatizzazione, aziendalizzazione ed “esternalizzazione” dei servizi sanitari,  in nome di presunto risparmio di spesa, e di recupero di efficienza che si sono rivelati falsi obiettivi: i risparmi hanno significato trasferimento di risorse ai privati, che lucrano sulla cura della malattia e anche sulla prevenzione della malattia, spesso sulla base di una narrazione fasulla; quanto all’efficienza si è rivelata pienamente nella crisi della pandemia in corso, nel senso che le strutture private hanno subito mostrato la corda. Abbiamo assistito, a una tardiva corsa al ritorno verso il pubblico, quando ormai le porte delle stalle erano aperte, e il danno era compiuto. E ora ci si chiede, ipocritamente, di versare un obolo alla Protezione Civile, ora quando i morti sono decine di migliaia, i contagiati centinaia, e il virus continua a circolare tra noi. Ora si scopre che la sanità pubblica è più efficace di quella privata, che l’Ospedale è più sicuro di una clinica e che le RSA in mano a società finanziarie che speculano in modo vergognoso sui “vecchi” collocati a “riposo” in quelle strutture che invece che “protette” si sono rivelate trappole mortali.


Andrea è morto lottando fino all’ultimo contro questo scempio. E la sua morte è una sconfitta per noi. Che rimaniamo più soli, ammesso che siamo in grado di raccogliere il testimone dalle sue mani che si sono dolcemente schiuse in un estremo gesto di fiducia e amore.

Ma non voglio dimenticare che Andrea è stato, un vigoroso militante dell’antifascismo, questa parola che richiede conoscenza storica contro i revisionismi e i rovescismi in agguato, ma che reclama anche, e forse prima ancora, passione civile, e volontà di mettersi in gioco. Il Festival di Fosdinovo, e il lavoro degli Archivi della Resistenza, erano in tal senso una nicchia perfetta per Andrea, che con la sua fedele presenza sembrava simboleggiare la volontà di durare e di non smettere di lottare. Sempre tuttavia con la sua aria serena, con le labbra serrate che di tanto in tanto si aprivano in un sorriso timido e dolce, con gesti che esprimevano empatia.

Perché Andrea, il compagno Gianella, era un uomo che nella lotta, costante, sovente dura, e aspra, sapeva davvero “non perdere la tenerezza”.

Mi mancherà e ci mancherà anche per questo.

NEPPURE I MORTI

“…neppure i morti saranno al sicuro dal nemico, se vince. E questo nemico non ha smesso di vincere”.

Così scriveva uno dei più grandi geni del Novecento, Walter Benjamin. Era il 1940, ed erano quelle le sue ultime pagine, vergate in condizioni spesso di fortuna, poco prima di morire, probabilmente suicida, mentre cercava di sottrarsi alla cattura da parte dei nazisti, che avevano occupato la Francia dove si era rifugiato dalla sua patria divenuta hitleriana. Erano tempi di ferro e di fuoco, tempi di orrore, certamente. Ma le parole di Benjamin interpretavano una situazione di dominio, e dunque di dominati, che perdura, perché quel nemico, cambiate vesti, non ha smesso di vincere.

Questo passaggio tratto dalle Tesi sul concetto di storia (pubblicate due anni dopo la morte di Benjamin, negli Stati Uniti) mi è venuto alla mente, guardando la scena accaduta nella chiesa parrocchiale di Gallignano, una frazione di un borgo, Songino, nel Cremonese, dove un prete celebrava messa in memoria di una vittima del Coronavirus. C’erano 6 parenti del defunto. Più il sacerdote e i suoi collaboratori, chierichetti, assistenti e così via. Totale 13 persone, in uno spazio di 300 metri quadrati. Tutte distanziate e provviste di mascherine d’ordinanza. Arriva una pattuglia dei Carabinieri che cercano di interrompere la cerimonia, che viola uno dei tanti decreti, si spingono fino a salire sull’altare, e con modi a dir poco bruschi, contestano la multa al prete che resiste. Una scena quasi grottesca, se non ci fosse un morto, e i suoi familiari, sgomenti.

La Curia diocesana, e il sindaco, prendono prontamente le distanze da quel prete “sovversivo”, che ha osato celebrare un funerale, contravvenendo la normativa. Il principio di legalità va rispettato, insieme al principio di autorità. Ma legalità vuol sempre dire legittimità? E autorità si identifica con ragione?

“Voi vincerete, ma non convincerete”, disse Miguel de Unamuno alla banda di militi fascisti guidati da Millán Astray (il peggiore dei complici di Francisco Franco), quando interruppero la cerimonia di inaugurazione dell’anno accademico a Salamanca, il 12 ottobre 1936, gridando  “Viva la muerte!”.  Unamuno pallido e tremante, ma inflessibile, proseguì: “Voi vincerete, perché avete la forza. Ma non avete la ragione”.  A quel punto a stento viene sottratto al linciaggio. Morrà non molto tempo dopo, letteralmente di crepacuore.  La forza aveva trionfato. E anche da morto fu oltraggiato, destituito da ogni carica (era rettore della più antica università spagnola, Salamanca, appunto, e consigliere comunale, eccetera), e la sua memoria fu cancellata nel Paese sotto la dittatura franchista. Neanche i morti sono al sicuro dal nemico quando vince.  

Il nemico oggi è diverso. Certo. Non porta elmi, né stivaloni, non marcia a passo dell’oca, non fa il saluto romano, se non in qualche frangia fastidiosa, di cui dobbiamo preoccuparci, certo, ma non più di tanto. Dovremmo invece essere assai preoccupati per gli svolgimenti della situazione sanitaria in Italia (ma vale per larga parte dei Paesi toccati dalla pandemia del Coronavirus), ma altrettanto, se non ancor di più, della situazione politica, sociale, economica, antropologica. Il nemico è sempre lo stesso, quello che non smette di vincere, e di schiacciare, magari con scarpe di vernice a punta (ricordate il video famoso di Urbano Cairo?), una popolazione tenuta in scacco dalla paura di una malattia che può essere mortale. Il nemico è quello che pratica la lotta di classe dall’alto, come aveva ben intuito e ricostruito in uno degli ultimi suoi libri il mai abbastanza compianto Domenico Losurdo. Quel nemico che appunto approfitta oggi della situazione pandemica per mostrare la propria concezione dello Stato: non espressione massima della democrazia sul piano istituzionale, bensì mezzo di oppressione del popolo, secondo la nota formula di Giovanni Battista Botero: “Stato è dominio fermo sui popoli”. Ma eravamo nel 1589, due secoli prima dell’avvento dell’età dei diritti. Oggi, parrebbe, siamo in epoca di post-democrazia, che ormai non è più neppure quella sostanza non democratica sotto apparenze formali di democrazia.

Oggi siamo oltre tutto questo. Oggi non ci si preoccupa più delle forme men che meno delle apparenze. Oggi, un presidente del Consiglio non eletto, scelto non si sa esattamente da chi, né si sa bene perché, dopo aver guidato per un anno e mezzo un esecutivo di “centrodestra”, sodale del peggior rappresentante della destra più becera, connivente di tutte le infamie da costui poste in essere, passa, impunemente, a guidare  un esecutivo di vagamente di “centrosinistra”, alleandosi con il partito che era stato fino al giorno prima all’opposizione, con reciprochi scambi di contumelie. Dell’altro partito, rimasto al suo posto, il partito di Grillo e Casaleggio, c’è poco da commentare, esempio di cialtroneria (fatti salvi alcuni, naturalmente), a dir poco, e opportunismo politico: “mai con la Lega!”, ed ecco il governo “gialloverde”. Poi: “mai con il PD!” Ed ecco il governo “giallorosso”. C’è altro da aggiungere? E intanto il miracolato avvocato professore Giuseppe Conte, arricchisce con la sua stessa indefettibile presenza a Palazzo Chigi, il campionario del trasformismo italico. Con una nota in più: la sua strisciante presa di potere, abnorme, scavalcando i ministri di cui lui altro non è che un coordinatore, stando alla Costituzione, e abusando di una forma costituzionalmente assai dubbia quali di Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri, gli ormai famigerati DPCM, da cui siamo stati inondati e sommersi in tempi di Coronavirus.  Decreti già di per sé formulati in modo rozzo e confuso, implementati, in maniera spesso contraddittoria, da altri Decreti dei presidenti delle Giunte regionali, e da ordinanze dei sindaci a loro volta perlopiù in contrasto con questi ultimi. Altrettanti esercizi di forza, più che di diritto; altrettante prove di autorità prive spesso di legittimità, a cui si obbedisce nel clima di terrore che si è creato.

E mentre si aggredisce un prete che saluta un morto, centinaia di carabinieri, finanzieri, agenti di polizia, multano a casaccio persone, approfittando delle maglie larghe dei decreti governativi, ripeto di dubbia costituzionalità. Un figlio che sta andando a salutare il padre in punto di morte, una signora che va a fare esami clinici in un ospedale, un rider che consegna una pizza, un ragazzo che passeggia col suo cane in un bosco a una distanza calcolata di oltre 200 metri dall’abitazione, una coppia che prende una boccata d’aria su di una panchina a pochi metri dal portone di casa, un “basso” napoletano umido e senza sole. Tutti colpevoli di attentare alla pubblica salute. Ma le fabbriche possono riaprire. E multare un imprenditore sarebbe comunque cosa complicatissima sul piano pratico e istituzionale.

Ultima perla di questo governo: una circolare del Signor Nessuno di turno, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Riccardo Fraccaro (M5S), vieta all’ANPI di partecipare alle cerimonie per il XXV Aprile, consentendo la presenza del solo prefetto e questore. Nessuno era mai arrivato a tanto, neppure in pieno scelbismo. La presidenza dell’Associazione, fortunatamente, ha subito emesso un comunicato non solo di protesta, ma di annuncio che i suoi rappresentanti saranno presenti, anche nella forma consentita dalle norme tuttora purtroppo vigenti, ossia uno per ogni località.

Un sodale di Benjamin, marxista in odore di “eresia”, Karl Korsch, scrisse nella sua mirabile biografia di Marx (pubblicata nel 1938, che Benjamin lesse addirittura in manoscritto datogli dall’autore): «“Stati di emergenza” e “stati d’eccezione” sono divenuti la regola, guerre e guerre civili sono divenute la normale forma di esistenza del presente modo di vita».   

Forse è ora di riaprire gli occhi, e guardare alla situazione in atto, con la massima attenzione. Il virus potrebbe uccidere oltre che i nostri corpi anche le nostre anime, se continuiamo ad accettare tutto senza fiatare.

(Articolo pubblicato su “La rivincita di Chourmo”, il 23 aprile 2020)

I due successivi Governi Conte (immagini dal web)

Il potere dei sogni. In ricordo di luis sepulveda, intellettuale autentico

Dedico la morte di Luis “Lucho” Sepúlveda a tutti coloro che da febbraio vanno ripetendo che la pandemia in corso è poco più di una influenza. Che i deceduti sono tutti persone anziane e malandate. Che sarebbero “andati” comunque.

Lo so, nella mia beffarda dedica dovrei aggiungere le centinaia di migliaia di morti in tutto il mondo, e quelli che al computer sono stati già calcolati come morituri. Ma il fatto è che la morte di questo grande scrittore, generoso militante, intellettuale valoroso, mi turba in modo particolare. Scrisse Sepúlveda, mancato il 16 aprile 2020, dopo due mesi di lotta contro Covid 19, “Sono morto tante volte, se è per questo. La prima quando il Cile fu stravolto dal colpo di Stato; la seconda quando mi arrestarono; la terza quando imprigionarono Carmen, mia moglie; la quarta quando mi tolsero il passaporto. Potrei continuare”. Ora è morto un’ultima volta, e i fascisti di tutto il mondo, il canagliume fascista che si sta ringalluzzendo in Latinoamerica come in Europa, dal Cile all’Ucraina, potranno gongolare, perché Lucho era un militante antifascista, un orgoglioso comunista, e un convinto sostenitore di una visione del mondo radicalmente antitetica a quella nazional-fascista, a quella gerarchica e razzista, a quella sopraffattoria e colonialista.

Si schierò sempre dalla parte giusta, fu un combattente di ogni buona causa, e perciò Pinochet e i suoi sgherri lo imprigionarono, torturarono e poi imprigionarono Carmen Yáñez, poetessa, compagna e sua moglie, tuttora sotto terapia contro il maledetto virus, al quale la resistenza di Luis è stata lunga ma infine vana.

E ora che l’autore dell’indimenticabile “Gabbianella” (un libro per bambini di quelli che i “grandi” potevano apprezzare alla stessa stregua) o del meraviglioso libro “per grandi”, “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore”, sua opera prima che oggi possiamo leggere anche come un poetico omaggio a quei “vecchi” che la risposta eugenetica alla crisi del Coronavirus vorrebbe condannare a priori a togliersi dai piedi in modo spiccio e vantaggioso per chi resta. Guerrigliero coraggioso nella clandestinità in Bolivia come in Nicaragua, iscritto al Partito Comunista Cileno, Sepulveda fu un appassionato sostenitore del governo di Salvador Allende – di cui non si stancò mai di tessere le lodi, mentre qui in Europa tanta sinistra straparlava del “modesto riformismo” di quello straordinario medico-presidente … – e poi di difenderne la memoria, ovunque andasse, ramingo ambasciatore di cultura e di giustizia attraverso i suoi scritti e nei tanti incontri, uno dei quali, l’ultimo in Andalusia, per ricevere un premio, gli è stato fatale.

Ma l’azione fondamentale di Sepúlveda – scrittore, poeta, viaggiatore, conferenziere, giornalista, sceneggiatore – è stata quella di credere nel potere della letteratura, nella forza dirompente della cultura, nei messaggi che essa può dare universalmente, un messaggio contro la brutalità del potere, contro l’intolleranza, o peggio la falsa tolleranza, dei suoi ideologi, contro il silenzio di chi è connivente o di chi da vittima finisce per farsi complice, in nome di un quieto vivere che la storia ha dimostrato impossibile.

Di quella impossibilità Luis, privato della libertà e brutalizzato sotto Pinochet, egli che vide tanti suoi amici e compagni uccisi, o costretti, se erano fortunati, all’esilio, ha avuto prova diretta, durissima e dolorosa prova. E ora, in un rarefatto silenzio, nella distrazione del mondo impegnato a combattere con armi spesso spuntate contro il virus, ha ceduto, ha abbandonato la lotta, e ci ha lasciato l’enorme vuoto che può procurare la perdita di una personalità tanto forte, uno degli ultimi grandi narratori della nostra epoca. E insieme un autentico “intellettuale” nel senso gramsciano e sartriano, un individuo che “abbraccia interamente la sua epoca”, e, costi quel che costi, non si limita a riempire pagine bianche con la sua penna, o tele con i pennelli, e così via, ma si getta nell’agone della vita, pienamente, anche quando, o soprattutto, quando la vita è un drammatico mulinello di lotta e sofferenza.

Se ha ancora senso evocare la figura dell’intellettuale, ebbene con Luis Sepúlveda Calfucura (questo il suo nome completo) se ne va un intellettuale autentico, e non si può che piangere con la sua morte, anche la perdita di uno di quei rappresentanti di quel genere di intellettuali, oggi sempre più rarefatti nella nostra società feroce e classista, pronta a piegare la testa, mentre i suoi pretesi maîtres à penser pensano soltanto al mercato.
Uno dei suoi libri, una raccolta di scritti vari, si intitola “Il potere dei sogni”. E tutta la produzione letteraria giornalistica ma anche dell’azione politica di Sepulveda potrebbe intitolarsi così, alla indomita fede nel sogno. Sogno è l’uguaglianza tra gli individui, e tra le nazioni. Sogno è la giustizia sociale. Sogno la fine del colonialismo e dell’imperialismo. Sogno è un mondo dove gli umani imparino a rispettare la natura e a convivere con essa, invece di violentarla quotidianamente. Sogno è il trionfo del socialismo, come un sistema che, solo, può impedire lo scivolamento dell’umanità nella barbarie.

(Articolo pubblicato su “MicroMega” in linea, il 16 aprile 2020)

Luis Sepúlveda con la moglie Carmen Yáñez (“La Stampa”)

MA VOGLIAMO PARLARE DELLA CECOSLOVACCHIA?

Correva l’anno 1968. L’escalation statunitense in Vietnam era ai suoi massimi. Nell’estate ci fu l’invasione della Cecoslovacchia da parte dell’Unione Sovietica. Fu l’occasione per la destra per immaginare che i conti fossero pareggiati.  Da allora accadde, nelle innumerevoli assemblee sul Sud-Est asiatico, immancabilmente, che qualcuno in fondo alla sala urlasse: “Vogliamo parlare della Cecoslovacchia?!”. Era ormai una specie di rito… Mi sono venute alla mente quelle grottesche performance davanti alle reazioni seguite al mio articolo sul “Fatto Quotidiano” sul tema della cattiva informazione, abbinata alla russofobia, e alla nostalgia della guerra fredda.

E torno per un momento al corpo medico russo in Italia, il cui arrivo era stato concordato ovviamente con le autorità del nostro Paese, ma che ha suscitato una furiosa orticaria, in taluni ambienti, e in prima fila si è collocato il quotidiano “La Stampa”, diretto da Maurizio Molinari, atlantista di ferro. A sua volta il giovane Iacoboni, passato all’onore delle cronache è membro dell’Atlantic Council (che ha nel suo statuto di “promuovere la leadership americana”…). Ma ciascuno ha le proprie idealità, il problema è che esse non dovrebbero diventare predominanti sulla etica professionale, tanto più nel caso specifico di chi fa giornalismo. Ricordo che Molinari, nel suo ultimo libro (il 21°!), uscito pochi mesi fa, teorizza che la guerra fredda è ripartita, e che è in corso l’“attacco all’Occidente” (questo il titolo). E tra gli attaccanti pone in primo piano la Russia di Putin.

In effetti la Russia è da tempo nel mirino di Molinari, e poi si lamenta se l’ambasciatore russo a Roma parla di “russofobia” del giornale torinese. Stavolta Molinari ha mandato all’attacco il soldato Iacoboni. Sui cui articoli, non ritornerò, ma come previsto, hanno suscitato irritazione a Mosca. Ma come? – si saranno detti i dirigenti russi – noi mandiamo, a nostre spese, in base a un accordo con il governo italiano, una spedizione a dare un aiuto concreto (nella provincia più toccata dal contagio e più trascurata, in Lombardia, quella di Bergamo), e questi scrivono non solo che il nostro aiuto è inutile, ma che si tratta di un cavallo di Troia, per invadere il Paese!? Dopo la protesta dell’ambasciatore, è intervenuto il portavoce del Ministero della Difesa, il quale dopo aver respinto al mittente tutte le accuse, palesemente false e infondate, già ridicolizzate da Travaglio, ha concluso con un motto tratto dalla Bibbia, precisamente dal Libro dei Proverbi:  “Qui fodit foveam, incidit in eam”, che letteralmente significa: “Chi scava la fossa precipita in essa”. Il  proverbio biblico ha avuto grande fortuna nella letteratura patristica, e poi successivamente è stato variamente tradotto e adattato in numerose lingue, con un significato ovviamente non letterale: ossia, chi tende insidie agli altri spesso ne rimane vittima lui stesso.  Ma ha fatto comodo interpretare la frase come addirittura una esplicita minaccia di morte.

Di qui lo scandalo! Minaccia di morte da parte dei russi. Una pletora di difensori della libertà di stampa  che non hanno avuto nulla da ridire sui “servizi” (al servizio di chi?) di Iacoboni, si è mobilitata sbandierando solidarietà al “giornalista minacciato” , e nessuno si è sognato di dire a Iacoboni di stare più attento a scrivere baggianate foriere di tempesta, come poi è stato, tempesta che avrebbe potuto benissimo portare non solo a un rientro immediato dalla spedizione russa, ma a una incrinatura delle relazioni diplomatiche, che, a ben riflettere, non era un effetto collaterale non previsto, ma forse un desiderio di Molinari. La guerra fredda non sta ripartendo? Forse sì, se ci sono giornalisti che si comportano così.

Mentre il direttore della “Stampa” l’indomani è sceso in campo addirittura con un solenne editoriale, in difesa del “suo” giornalista, Iacoboni si è agitato nella parte della vittima. E guarda caso il 4 aprile è insignito del Premio intitolato a un grande giornalista, Carlo Casalegno ucciso dalle BR nel 1977, premio per i “servizi sulla contestata missione russa nella Bergamasca”. Gli articoli farlocchi diventano verità assodata: “la contestata missione russa”. Contestata da chi? Dalle popolazioni locali abbandonate dalla Regione e dallo Stato? Dai parenti delle migliaia di morti? Dagli intubati in ospedali che erano luoghi di morte invece che di cura?

La gag Cecoslovacchia/Vietnam mi è venuta in mente proprio davanti a certi commenti di politici e giornalisti al mio articolo, commenti che (oltre alla lunga serie di ingiurie al sottoscritto) lungi dall’affrontare la questione – pettegolezzi e sospetti spacciati per verità da Iacoboni– hanno urlato: sì, ma in Russia non c’è libertà! E Putin è forse meglio? E i giornalisti in galera o ammazzati? Appunto: stiamo discutendo del Vietnam, e voi volete che si parli della Cecoslovacchia…

(La foto ritrae mezzi russi che hanno portato materiali e personale medico e sanitario in Lombardia. Fonte ufficiale della Federazione Russa)

libertà di stampa o libertà di menzogna?

Il Coronavirus sta ottundendo le facoltà cerebrali, prima ancora che attaccare i polmoni. Navighiamo in un oceano di follia. Ho scritto più volte che la prima “emergenza” in Italia è la cosiddetta informazione, che è controllata in gran parte da due gruppi finanziari, ed è assolutamente omologata culturalmente, oltre che politicamente a senso unico, e povera, spesso poverissima sul piano della mera capacità giornalistica, non di rado anche nella padronanza della lingua italiana.

Ho raccontato qualche giorno fa la vicenda del vergognoso articolo di tale Jacopo Jacoboni su uno dei più “allineati” quotidiani italiani, “La Stampa”. L’articolo sulla base di fonti non specificate di autorità militare e politiche italiane insinuava che gli aiuti russi all’Italia in difficoltà non fossero che un escamotage per mettere una zampa nel Paese, allontanandolo dagli “alleati storici” (ossia lo Zio Sam, nostro padrone assoluto dal 1947) e che oltre tutto quegli aiuti erano “per oltre l’80%” assolutamente inutili.

L’articolo, un esempio di che cosa non debba essere il giornalismo (sarebbe da far studiare nelle sedicenti scuole che scuciono denaro a giovani illudendoli di avviarli alla professione), era stato ridicolizzato, con la verve che gli è propria, da Marco Travaglio, sul “Fatto Quotidiano”. Travaglio, è noto, è non solo una penna caustica, ma un signor giornalista, uno che evita le supposizioni, e prova a raccontare i fatti sulla base di una documentazione accertata. Del resto il signor Jacoboni gli aveva fornito ampia messe di scempiaggini, al limite del caricaturale, per cui era facile affondare il suo pseudo-argomentare. E ricordo che Travaglio è dichiaratamente uomo che politicamente si schiera a destra, ma, a differenza di Jacoboni, è un vero giornalista, uno di quelli che dà quotidiane lezioni di informazione. (Il che non toglie che valga anche per lui, come per me!, il detto latino: “quandoquidem dormitat Homerus”! Insomma tutti possiamo sbagliare, ma importante è procedere in modo rigoroso, controllando le fonti, lasciando da parte insinuazioni prive di fondamento, e soprattutto non facendoci “dettare” i nostri articoli da qualche padrone o suo emissario).
Avevo ripreso la questione, denunciando quell’esempio di sciacallaggio, in un momento in cui l’Italia vive una situazione terribile e, ignorata dagli “alleati storici” e abbandonata e persino derisa dai partner europei, riceve aiuti da Paesi esterni, tutti, guarda un po’, appartenenti all’area che era stata del socialismo, o lo era ancora: Repubblica Popolare Cinese, Cuba, Venezuela, Federazione Russa. In particolare da questo grande Paese erano appena giunti aerei cargo che avevano trasportato camion attrezzati con un centinaio di addetti, tutto personale medico e paramedico altamente qualificato, con attrezzature non solo mediche, ma igieniche e sanitarie. Un esempio di organizzazione perfetta oltre che di eccezionale generosità.

Ebbene, “La Stampa” (ma anche altri giornali a cominciare dal sodale “la Repubblica”, ormai appartenente allo stesso gruppo finanziario del quotidiano torinese), sputava su quegli aiuti, aggiungendo elementi di tensione politica, insufflando dubbi e sospetti in una opinione pubblica smarrita e sull’orlo costante di crisi di ansia e di panico.

L’articolo ha generato, come era del tutto ovvio (e personalmente lo avevo previsto) le reazioni irritate del Governo russo, che si è espresso per bocca del suo Ambasciatore a Roma, prima e poi del portavoce del Ministero della Difesa (responsabile della spedizione, trattandosi di mezzi e personale inquadrati nelle Forze Armate della Federazione). Giustamente non solo i comunicati russi facevano osservare la gratuità dell’aiuto russo, e denunciavano come del tutto infondate e perniciose le insinuazioni del sedicente giornalista, ma parlavano di “russofobia” (tema su cui mi sono soffermato più volte negli ultimi tempi, molto prima dell’emergenza Covid 19).

Ebbene, che cosa sarebbe dovuto accadere, quale risposta ci sarebbe dovuta esser da parte della “”? Una sola possibile: un messaggio di scuse.

Invece no, con sufficienza e una notevole dose di superflua arroganza, prima il Direttore Molinari, poi il Comitato di Redazione, subito supportato da quello del gemello “La Repubblica”, hanno risposto lamentando la carente libertà di stampa in Russia, e vantando quella italiana! Secondo un consolidato modello argomentativo, quando si è in difficoltà davanti a precise contestazioni, invece di entrare nel merito, si rovescia l’accusa. Si può fare, ma solo dopo! E nel momento in cui addirittura si creano a livello addirittura governativo, delle “task forces” contro la “fake news”, si può far passare come libertà di stampa la libertà di menzogna?! Siamo davvero a un passo dalla follia.

Lo sconcerto cresce se andiamo a vedere le reazioni politiche: i primi a insorgere, non contro Jacoboni, bensì a suo favore, e dunque contro il Governo russo, sono stati rappresentanti dei Radicali (così ogni tanto scopriamo che esistono ancora, o meglio credono di esistere), del PD, il solito Renzi, che deve non farsi scavalcare, in fatto di tutela della libertà di menzogna, dai suoi ex soci di via del Nazareno, tutti appassionatamente insieme a Forza Italia. Ringalluzzito da tale parterre, il simpatico Jacoboni prima sollecita un pronunciamento ufficiale del nostro Governo (“In Italia non ci facciamo intimidire, qui esiste la libertà di critica. Noi non siamo la Cecenia. Ringrazio i tanti che mi hanno espresso la loro solidarietà, anche se mi sarei aspettato immediatamente una reazione da parte del presidente del Consiglio”). E quando arriva un comunicato congiunto dei Ministeri degli Esteri e della Difesa (“La libertà di espressione e il diritto di critica sono valori fondamentali del nostro Paese, così come il diritto di replica”), Jacoboni, ormai convinto di essere un paladino della libertà di stampa, uno dei nuovi “eroi” sorti nella battaglia contro il Covid 19, non si accontenta. E sentenzia: “Ognuno legga e si faccia un’idea. La nota, dettaglio importante, è firmata dai ministeri della Difesa e degli Esteri italiani. Non è una nota di Palazzo Chigi”.

Ossia, il nuovo Tocqueville, grande teorico della libera stampa, nell’Ottocento, dico Jacoboni, sembra infastidito dal fatto che la Nota inizi con un riconoscimento alla Russia (“L’Italia è grata alla Russia per gli aiuti…”), e soprattutto a lui non bastano due ministri scesi per difendere la sua “professionalità” (!?), pretende che scenda in campo addirittura il Presidente del Consiglio. Il quale evidentemente non ha di meglio da fare, in queste giornate di delirio, di sofferenza nazionale, di confusione, incertezza, paura, che difendere l’onore professionale di Jacopo Jacoboni.

Personalmente, nella mia modesta veste di commentatore, raccogliendo l’invito implicito di Jacoboni (in fondo è il solito “armiamoci e partite!”), proporrei una bella dichiarazione di guerra. Al virus l’abbiamo già fatta, con modesti risultati finora. E sull’onda del patriottico orgoglio di cui sono traboccanti le reti sociali e i balconi d’Italia, avvierei una nuova “campagna di Russia”. Ci andò male, com’è noto, in passato, quando Mussolini mandò a combattere gli Alpini con le scarpe di cartone. D’altronde oggi buttiamo nelle corsie di ospedali giovani e vecchi medici e paramedici senza esperienza e senza mezzi di protezione nell’altra “guerra”.  Magari stavolta nelle steppe siberiane ci andrà meglio. Dunque, Mosca sei avvertita!

Nella immagine la partenza di aerei dalla Federazione Russa verso l’Italia (fonte ufficiale della Federazione)

La guerra fredda non è mai finita

Gli ultimi 25 anni ne sono stata una dimostrazione lampante. Dopo i primi entusiasmi seguiti al crollo del Muro, dopo le rassicuranti prospettive aperte dalle teorie demenziali, ma sciagurate, della “fine della storia”; dopo l’autoesaltazione dei grandi e piccoli opinion maker del liberalismo, che si fregavano le mani, ripetendo che loro lo avevano sempre detto, che il comunismo era il dio che aveva fallito, che il libero mercato era la sola possibilità per il genere umano, che avevano ragione la Thatcher e Reagan, quando dicevano  che lo Stato non era la soluzione del problema ma il problema…; ebbene dopo quella prima orgia trionfale, dopo che l’Unione Sovietica fu frantumata, dopo che l’ubriacone Boris El’cin fu messo al potere a Mosca, dopo che il mondo fu immerso in una guerra senza fine, dopo le centinaia di migliaia di cadaveri, dopo le distruzioni di intere nazioni, dopo la devastazione ambientale e climatica, qualcuno cominciò a mormorare che non andava “tutto bene”. E che il “dopo” si stava rivelando persino peggiore del “prima”. Ma intanto il nemico comunista era stato sostituito dal nemico islamico. Di un nemico c’era pur sempre bisogno, altrimenti come tenere a bada le masse dei subalterni? 

L’ordine post-1989 era diventato un ordine unipolare, con una sola superpotenza, gli Stati Uniti d’America, che divideva il mondo in buoni e cattivi, e stilava l’elenco dei “rogue States”, gli “Stati canaglia”, e si ergeva a giudice e sceriffo universale, imponendo una moneta, una lingua, una ideologia, un mercato. E per qualche anno le cose andarono avanti così, nella compiacenza subordinata del resto dell’Occidente. I partiti che si richiamavano alla tradizione socialista e comunista fecero “seppuku” ossia “harakiri”, a cominciare dal PCI, guidato dall’indimenticabile Achille Occhetto, che peraltro era soltanto la punta dell’iceberg, espressione di un partito che ormai da anni aveva gettato alle ortiche la propria identità ideologica e sociale, e che non vedeva l’ora di assaporare il gusto del potere.

Ma per quanto dichiarassero i suoi dirigenti (per intenderci, gli eredi di Bordiga, Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer), che sputavano sul comunismo, elogiavano i “capitani coraggiosi” che intanto distruggevano il tessuto economico del Paese, erano in prima fila nella battaglia per privatizzare tutto, si inchinavano alla NATO nelle guerre imperiali, in realtà continuavano ad essere guardati con sospetto dai loro ex avversari liberali. Sicché dovevano moltiplicarsi le prove di fedeltà all’Occidente, agli USA, e alla nuova creatura che stava formalizzando il proprio assetto istituzionale, la UE. Accade persino che i discendenti di Umberto Terracini, padre della Costituzione, non esitarono a ferire quella “sacra” Carta, inserendo nel dettato costituzionale il “pareggio di bilancio”, imposto dalla troika (che intanto affamava la Grecia), e divennero gli alfieri del “privato è bello”, in prima fila nella destrutturazione dello Stato sociale, nella sanità, nell’istruzione, nei servizi. E rincorrendo la Lega, all’ideologia della privatizzazione aggiunsero, in un micidiale “combinato disposto”, la regionalizzazione, a cominciare dalla Sanità, che ne ricevette un colpo le cui conseguenze sono davanti a noi in queste tragiche settimane.

E, ciliegia sulla torta, i “democratici”, divenuti più realisti del re, dopo aver approvato sanzioni contro Cuba, Venezuela, e Russia, imposte dagli USA,  giunsero a votare, nel Parlamento della UE., nello scorso settembre insieme a tutte le destre, una risoluzione che non soltanto equipara nazismo e comunismo, e attribuisce all’Unione Sovietica una pari responsabilità rispetto al Terzo Reich hitleriano, nello scatenamento della Seconda Guerra mondiale, ma invita governi e popolazioni a cancellare persino la memoria del comunismo, mentre redarguisce aspramente, e ridicolmente, i governanti russi, accusandoli di interferire pesantemente sulla politica dei Paesi della UE, turbandone la lineare vita democratica… Avrebbero dovuto mettersi sulla strada della democrazia, altrimenti non sarebbero stati più accolti nell’onorevole consesso delle Grandi Nazioni del mondo…

Poi, di colpo, giunse il Coronavirus, e davanti alla crisi, in un crescendo drammatico, mentre l’Unione Europea mostrava la propria dis-unione strutturale, l’annunciata “guerra comune al virus”, si rovesciava in una guerra di ciascuna nazione contro le altre, tutte, peraltro, in palese difficoltà nella situazione inedita, compresa solo via via nella sua gravità. Le classi dirigenti europee e occidentali hanno cominciato perciò ricorrere a qualsiasi espediente per cancellare le proprie responsabilità. L’Italia, naturalmente, data la miseria intellettuale e morale delle proprie classi dirigenti, ha fatto la sua parte in tal senso, e governanti e amministratori locali danno segni di affanno, di incertezze, di contraddizioni, senza uno straccio di autocritica rispetto alle scelte politiche scellerate del passato, che hanno quasi distrutto il Servizio Sanitario Nazionale.

Negli ultimi giorni, l’ottimismo dell’“andrà tutto bene” appare sempre più incongruo, davanti al moltiplicarsi dei contagi, e dei morti, a cominciare dagli operatori sanitari, un crimine della classe dirigente che dovrà poi esserle addebitato e da essa debitamente pagato. Mentre dunque la situazione invece di migliorare va peggiorando, e il blocco del Paese produce fame (che produrrà rivolta, come già sembra stia cominciando ad accadere nel Sud), mentre le strutture sanitarie sono prossime al collasso, dopo i tagli, la regionalizzazione, la privatizzazione, “l’Europa”, ossia la UE, volta le spalle con arroganza all’Italia, arriva dunque, un significativo soccorso proprio da Paesi estranei, e guarda caso, ex comunisti o tuttora almeno socialisti: a partire dalla Cina, e accanto o dopo, Cuba, Venezuela, Russia…. E allora, davanti alle porte chiuse dei soci del club europeo, questi Paesi offrono il loro aiuto, quell’aiuto che viene negato appunto da Germania Austria Olanda e via seguitando. Come si fa a rifiutare quelle mani tese?

Se qualche giorno fa si parlava dell’Italia “rossa”, per via delle zone di chiusura profilattica, ora c’è chi sempre scherzando parla dell’Italia rossa perché arrivano i (post)comunisti. C’è però anche chi prende sul serio l’avanzata rossa, e quella dei russi, che non saranno più comunisti ma sempre russi sono, e forse il comunismo lo hanno introiettato, e comunque sono nemici a prescindere…. Ed ecco, dopo l’invettiva di Maria Giovanna Maglie contro i cubani (salutati con un elegante “Vaff!”), dopo il tentativo incredibile di Salvini e Meloni di insinuare in modo neppure scoperto che il virus era stato creato in laboratorio dai cinesi (tra l’altro rilanciando un programma TV di anni fa, che parlava di tutt’altro), arriva ora La Stampa, per la penna di Jacopo Jacoboni, a esporsi in un delirante articolo che da noi ha suscitato la reazione sarcastica credo soltanto di Marco Travaglio, in un articolo-capolavoro  (Il Fatto Quotidiano, 26 marzo), ma ci ha esposto, all’estero, a una figura a dir poco vergognosa.

In sintesi, l’articolista del giornale della famiglia Elkann, sulla base di penosi “ragionamenti”, e di ridicole insinuazioni, di confidenze attribuite a fonti non precisate, a grotteschi sospetti personali (non ci eravamo accorti che Jacoboni fosse un esperto di geopolitica!), critica il governo italiano per aver accettato il subdolo aiuto russo, e mette in guardia le Forze Armate che si tengano pronte a isolare e respingere i medici russi, che, a prova della loro pericolosità, sono medici militari, che viaggiano su camion militari (russi!) e sono arrivati in aeroporto militare (italiano), e nessuno insomma li ha fermati. E a sfregio delle energie, di ogni genere, profusi dal governo russo in questa spedizione di aiuto medico-sanitario, Jacoboni ha l’ardire di affermare che “per l’80%” si tratta di aiuti inutili. E che in definitiva il subdolo Putin ha sfruttato l’emergenza sanitaria per insinuarsi nel territorio patrio, una sorta di testa di ponte, per arrivare, non, come si diceva un tempo, ad abbeverare i cavalli dei Cosacchi alle fontane di Piazza San Pietro, ma, forse, per imporre una signoria sul nostro Paese, staccandolo dal protettivo consesso europeo (di cui abbiamo appunto ammirato lo spirito di solidarietà e cooperazione nei nostri confronti!). In definitiva, un articolo cretino e sciagurato, che rischia di provocare un incidente diplomatico.

No, la guerra fredda non è mai finita. E se pure sul Cremlino non sventola più la bandiera rossa con falce e martello dell’Unione Sovietica, ma quella rossoblu della Federazione Russa, il nemico è sempre là. E del resto l’anticomunismo si è spesso accompagnato volentieri alla russofobia, da noi. E se il comunismo è venuto meno, la Russia esiste (per fortuna), e va tenuta a bada, messa in condizioni di non nuocere. Jacoboni è pronto a organizzare i GAR, i Gruppi di Resistenza Antirussi?

(27 marzo 2020)

Alcuni dei camion russi giunti con aerei-cargo all’aeroporto militare di Pratica di mare, e poi partiti verso la Lombardia per portare materiale e medici in aiuto agli ospedali della Regione. (Foto ufficiale russa)

aspettando l’alba

Notizia dell’ultima, o penultima ora: un contadino viene ucciso da un altro sorpreso a varcare la “zona rossa”, in quel di Fondi, presso Latina. Al centro operativo della Questura di Torino ieri sono giunte 600 (dicasi seicento) segnalazioni da parte di privati cittadini, che denunciano altri cittadini per violazioni delle restrizioni alla libera circolazione delle persone: la metà si sono rivelate violazioni insussistenti. Qualcuno opportunamente lancia un appello: non trasformiamoci tutti in sbirri. I quali sbirri non vanno tanto per il sottile: segnala un amico su Facebook, Salvatore Prinzi, una scena in una via del centro di Napoli, deserta, zona degradata, dove mai si vede polizia, e la legalità è soltanto una parola, perdipiù sconosciuta alla gran parte dei residenti. Ebbene, ieri pomeriggio era percorsa da quattro carabinieri su rombanti motociclette che si fermano a una panchina dove è seduta una coppia, debitamente fornita di mascherine: i due vengono avvicinati, documenti e tutta la trafila. Abitano a pochi metri, vogliono prendere una boccata d’aria, dato che la loro casa è piccola e umida. Mostrano il portone d’ingresso alle loro spalle. Niente da fare: la legge è legge. Sanzione d i 206 euro (e una denuncia), e gli è andata bene, perché da domani le sanzioni sono schizzate verso l’alto, da un minimo di 400 a un massimo di 3000. Intanto, i bus napoletani sono stipati all’inverosimile di persone, quelle costrette a muoversi, con tanto di autocertificazione, e siccome sono state ridotte le corse dei mezzi pubblici, ne consegue che devono stare l’una a ridosso dell’altra in un mezzo…

Forse è già troppo tardi. La caccia all’untore è già scattata? La sindrome della peste finirà per ammazzarci prima della peste?

Domande come queste, che troviamo o no la forza di porle, sono depositate dentro di noi, agitano le nostre menti, ci tolgono il sonno, generano ansia, e ci mettono a nudo nella nostra impotenza. Non abbiamo risposte, specialmente alla domanda delle domande, che ci preme nel cervello, e non osiamo neppure confessare: che fare? Non possediamo specifiche competenze in campo medico, epidemiologico, e soprattutto virologico; dunque non abbiamo soluzioni, al di là della protesta appartata e silenziosa, sempre più appartata e sempre più silenziosa, e al massimo, appunto, firmiamo o lanciamo qualche appello, caritatevole o di protesta: chiediamo risorse per il sistema sanitario nazionale, esortiamo il governo a chiudere le fabbriche, i più attenti tra noi denunciano – giustamente – il rischio autoritario insito nelle misure (spesso anticostituzionali, o al limite della legittimità) dei governanti, e incitano i concittadini a non farsi travolgere dalla paranoia.

Altri reagiscono cantando e suonando dai balconi, altri dando libero sfogo alla loro inventiva elettronica creando o rilanciando dei “meme”, che, come sappiamo, si diffondono come un fenomeno “virale” (che paradosso, a rifletterci! Resistiamo alla diffusione di un virus biologico diffondendo virus elettronici). Altri ancora, molti di più, fanno ricorso all’orgoglio nazionale, improvvisamente riscoprendo che l’Italia “è un Grande Paese”, che è pure “il Bel Paese”; e snocciolano i nostri pezzi forti, Raffaello e la Ferrari, Dante e Giorgio Armani, la Pizza e Giuseppe Verdi, Marconi e la Gioconda, la Torre Pendente e il Barolo… Ed è una profluvie di “Fratelli d’Italia”, di “Va’ pensiero”, nello sventolio del tricolore.

Non mancano coloro che, all’opposto, si chiudono in un mondo di paure, e nei loro discorsi si dilettano, quasi, a disegnare scenari distopici, certo sollecitati dallo sconsiderato allarmismo dei media, e accarezzati da foto (o fotomontaggi), che anche quando non provengano dalle innumerevoli fabbriche del falso, le famigerate, infinite fake news, invece che documentare sembra abbiano il solo scopo di allarmare, angosciare, e metterci alla mercé del primo che prometta salute privata e pubblica. Altri ancora, coscienziosamente, ma con un crescente tasso di nevrosi, vanno in caccia di informazioni, che non mancano, ma non sono (non siamo) in grado di sceverare il grano dal loglio, le notizie vere da quelle false, e le informazioni corrette spesso risultano superflue, tanto più per chi non appartiene al mondo della medicina.

Insomma, noi semplici cittadini, i “non esperti” e i “non governanti”, ci siamo scoperti inermi, privi di armi teoriche, conoscitive, e di armi pratiche, mediche e sanitarie, davanti alla tragedia. I governanti, locali e centrali, non sono che lo specchio della nostra impreparazione. Ma non spetterebbe proprio ai responsabili dei pubblici poteri, a Roma, come a Milano, a Torino, a Venezia, a Bologna, a Bari, a Palermo…, gestire, accanto all’ordinaria amministrazione, anche quella straordinaria? Tanto più che da molto tempo, gli esperti (quelli veri) annunciavano il rischio di pandemie? Tanto più che questo virus (il SARS-CoV-2, che procura la malattia Covid19) era sotto osservazione (addirittura dal 1997) e la sua pericolosità era nota.

Abbiamo invece subìto (e stiamo subendo) le conseguenze delle gravi incertezze e dei colpevoli ritardi del governo, delle assurde contraddizioni e delle illeceità giuridiche delle azioni dei poteri centrali e periferici, e abbiamo subito e stiamo subendo il ridicolo protagonismo del presidente del Consiglio che si atteggia a “capo del governo”, così come i presidenti delle Giunte regionali si atteggiano a “governatori”, figure, l’una e l’altra, che nel nostro ordinamento non esistono, si badi bene, ma che un sistema mediatico corrivo e pigro finisce per avallare, tra dolo e insipienza.

E intanto, ci è toccato altresì assistere al penoso balbettio di ministri, a odiose speculazioni politiche di chi non è in questo momento al potere, a conflitti, spesso grotteschi, tra centro (governo di Roma) e periferia (amministrazioni regionali) e, a cascata, persino a penose baruffe tra presidenti di Regioni e sindaci, tra Protezione civile e Aziende Sanitarie Locali, tra Giunte regionali e Prefetture…

Ancor più deprimente è il continuo scontro fra “tecnici”, in particolare tra virologi ed epidemiologi, e tra infettivologi e pneumologi, tra medici olistici e medici specialistici, per non parlare delle contese in seno alla stessa piccola comunità degli esperti di virus, la virologia, appunto: e agli scambi sconcertanti di accuse, insinuazioni, persino volgarità. Il tutto amplificato e deformato, iperrealisticamente, dalla televisione che non smette di “rilanciare”, e di fornirci una rappresentazione della realtà sensazionalistica, e in definitiva peggiore di quanto essa non sia, purché faccia audience (ah, quanta ragione aveva Pier Paolo Pasolini al proposito!). Siamo stati tutti sommersi da un maremoto di dati, spesso contraddittori, imprecisi, approssimativi, nei quali i catastrofisti litigavano con i rassicuranti, ma non sono mancati e tuttora sono in azione i negazionisti: coloro che dicono, ripetono, e sovente urlano scompostamente (vedasi quel figuro di Vittorio Sgarbi) che non esiste alcuna pandemia, e neppure una epidemia, trattandosi di una “banale influenza come un’altra”, supportati magari da figure di “saggi” come Giorgio Agamben che ha avuto l’ardire di sostenere (filosoficamente, s’intende!) che la vera malattia è la paura, non il virus. Impudenza e imprudenza degli uni e degli altri.

Certo, si può e credo si debba gioire delle manifestazioni spontanee o sollecitate, di solidarietà orizzontale, fra cittadini, con i ragazzi che si offrono per la spesa e l’assistenza agli anziani soli, con le collette di fondi per la Protezione civile, con i tanti, vari e spesso fantasiosi modi di stare vicino a chi ha bisogno. Ma è difficile frenare la rabbia pensando al fatto che il comune cittadino, dopo essere stato schiacciato, vessato o comunque non adeguatamente protetto da chi avrebbe dovuto istituzionalmente farlo, deve ora sobbarcarsi l’onere di dare la propria opera, il proprio sangue, il proprio tempo e il proprio denaro, per supplire alle carenze del potere. È difficile frenare la rabbia davanti alla obbligatorietà del lavoro in troppi casi, senza che venga garantita alcuna protezione a chi quel lavoro presta, negli uffici, nelle fabbriche, nei servizi, in tutte quelle situazioni che non possono essere gestite a distanza, con il cosiddetto smart working.

Intanto accanto ai cittadini ricoverati, e ai deceduti, per Covid 19 (anziani, ma non soltanto), l’elenco dei morti veniva e viene tuttora, giorno dopo giorno, ora dopo ora, paurosamente allungato da medici, paramedici, infermieri, e così via: morti che pesano doppiamente, questi ultimi, sulla coscienza civile di questo Paese. Un personale gettato allo sbaraglio dalla inettitudine e incompetenza dei loro dirigenti, dalla vigliaccheria governativa, e soprattutto da una lunga, sistematica devastazione del Servizio Sanitario Nazionale, a cui con particolare zelo, persino con accanimento, si sono dedicati nel corso degli ultimi  tre decenni almeno, politici di “centrosinistra” e di “centrodestra”, o se si vuole esponenti delle due destre che si alternano al potere, locale o centrale, senza alcuna forza politica e sindacale capace di opporsi allo sfacelo, le cui conseguenze erano facilmente prevedibili. E ora, con sfacciata noncuranza, si gettano allo sbaraglio i neolaureati, e si fa appello ai medici in pensione: andate tutti a morire per la patria, e la patria ve ne sarà grata…

Sì, la Patria. La situazione ha fatto “riscoprire” nell’orgoglio di chi vuole resistere, l’amor patrio, e la metafora guerresca è divenuta corrente; o meglio, diciamo che la costruzione dell’auto-apologetica assolutoria della nazione è stata parte integrante del lessico del potere, per cancellare o minimizzare le proprie responsabilità e nascondere le proprie incapacità. Il lessico bellico finirà, forse, per sostituire stabilmente quello sportivo inaugurato e imposto da Silvio Berlusconi (scendere in campo, fare squadra, portare a casa il risultato…). “Siamo in guerra”, “la guerra che stiamo combattendo”, “il nemico da sconfiggere”, “i medici in prima linea”, “gli eroi delle corsie” con la variante “gli angeli delle corsie”, “i caduti sul campo”, e via seguitando…; e intanto se ci affacciamo alle finestre, vediamo in azione blindati, camion dell’esercito, divise verdi accanto a quelle blu con strisce rosse dei Carabinieri e quelle azzurro-grigio della polizia. Se si alzano gli occhi al cielo elicotteri e droni a sorvegliare la “zona di guerra”. E finiamo per convincerci che davvero è una guerra, se allunghiamo lo sguardo verso strade deserte, piazze vuote, e dalla radio e dalla tv non riusciamo a sottrarci ai “bollettini di guerra” (espressione ormai codificata). E la guerra richiede misure eccezionali, comprese la sospensione dei più elementari diritti degli individui, in un crescendo di limitazioni, alcune ovvie e giustificate, altre cervellotiche e controproducenti (vedi la passeggiata di singoli in un giardino, o godere uno spicchio di sole su di una spiaggia).

Siamo tutti, ormai, dentro la logica pericolosa e sovente illogica dell’emergenza, spinta oltre i limiti dell’intelligenza e della decenza, e applicata con rigidità, spesso con cattiveria, dai tutori dell’ordine, spesso quasi con un certo gusto; per loro l’emergenza significa licenza? Ci fosse almeno a corrispettivo un’autorità politica, amministrativa, scientifica a darci fiducia. Purtroppo non c’è. E noi staremo qui, stancandoci a un certo punto anche di seguire la stampa, la radio, la televisione. Subiremo, semplicemente, aspettando che questa lunga notte passi, esercitandoci, nel contempo, nella nobile scienza della resilienza, e attivando ogni nostra risorsa nella difficile arte della speranza. Ma intanto, attrezzandoci, sul piano culturale, compreso quello specificamente scientifico, e lavorando, sul piano squisitamente politico, per essere in grado di rilanciare la lotta, la più dura possibile, domani, con alcuni obiettivi di fondo, primo fra tutti, la difesa e il rilancio di tutto ciò che è da considerare bene comune, non privatizzabile, non “regionalizzabile”, non commercializzabile: l’ambiente, la salute, l’istruzione, il patrimonio culturale, il paesaggio. Ricordiamocene appena sorgerà l’alba.

(Articolo pubblicato su “MicroMega”, il 25 marzo 2020, l’immagine è tratta dalla stessa fonte)