Archivi tag: Giuseppe Conte

Sull’orlo del baratro. TRA CONTE E RENZI. Una piccola lezione di politica

La classifica dei personaggi che nei miei articoli ho preso di mira nel corso degli ultimi venticinque anni è guidata, senza ombra di dubbio, da Silvio Berlusconi; ma al secondo posto c’è lui, Matteo Renzi, il bullo di Rignano. Lo abbiamo osteggiato – uso il plurale, come dovrei fare anche per il Berlusconi, del resto –, nella persuasione che tanti la pensavano come il sottoscritto, e avremmo desiderato vedere disarcionato il primo come poi il secondo. Personalmente l’ho fortemente osteggiato, in tutti i modi che mi erano consentiti, per i contenuti della sua politica. L’ho combattuto sul jobs act, sulla buona scuola, e soprattutto sul referendum costituzionale, quando alla sua provvidenziale disfatta non seguì il ritiro della politica, come con grande enfasi aveva dato il menzognero annuncio di ritirarsi dalla politica.

(Foto ANSA/RICCARDO ANTIMIANI)

In Renzi c’era un disvalore aggiunto: i modi, il  “piacionismo”, la facilità a dire e disdire, la cialtroneria insistita sul “nuovismo”, e soprattutto la smodata ambizione politica. Del resto erano proprio i suoi modi che avevano fatto presa sull’elettorato orfano del PCI, allargandone i confini. Sicché Renzi era divenuto signore indiscusso del PD, con una irresistibile quanto rapida ascesa al vertice, osannato dal popolo piddino che lo credette il nuovo Togliatti, coccolato dai media, protetto dai poteri forti, e sul piano internazionale uno degli interlocutori privilegiati dei governanti israeliani, amato dagli yankees, Renzi apparve l’astro nascente della terza Repubblica, che avrebbe dovuto reggere grazie alla riforma costituzionale e a quella elettorale.

Il fiasco referendario lo mise fuori gioco, anche se alla politica non rinunciò affatto, come abbiamo potuto constatare, e ben presto essendosi chiusi gli spazi interni al PD trasmigrò creando un suo gruppetto, di non molta fortuna, ma di non scarsa ambizione. Gruppetto determinante per far nascere il Governo Conte II. E altrettanto per farlo cadere, o comunque tenerlo in ostaggio.

Detto tutto questo, a costo di deludere i miei “ammiratori” e “seguaci”, nella contesa che ha portato il governo sull’orlo del baratro, io ritengo che le responsabilità non siano di Matteo Renzi ma piuttosto di Giuseppe Conte. Mi ha agghiacciato assistere allo scatenarsi dell’odio contro Renzi da parte non solo dei Cinque Stelle, timorosi di essere mandati a casa da una anticipata tornata elettorale (per ben pochi di loro sarà possibile un rientro nelle aule dei Sacri Palazzi, stante la perdita di consensi, aggravata dalla demenziale, e direi infame riforma che ha dimezzato il numero dei parlamentari), ma degli ex sodali del PD, dei suoi ex tifosi lo osannavano e oggi lo crocifiggono. E mi ha angustiato leggere i commenti degli osservatori professionali, compresi quelli di sinistra-sinistra o degli sparuti rappresentanti della pseudo-sinistra di governo che col ministro della Salute Speranza hanno mostrato la loro totale pochezza politica. Commenti a senso unico: non semplicemente ingiuriosi verso Renzi (tirando spesso in ballo, i più beceri, i suoi genitori per le loro grane giudiziarie), ma incredibilmente privi di capacità di analisi sui fatti. Ossia ci si è fatti sovradeterminare dall’antipatia per il personaggio (che sicuramente la merita tutta), invece di provare a entrare nel merito delle sue proposte, o delle sue richieste.

Pochissimi si sono distinti: Stefano Feltri, direttore di Domani, in primo luogo, Massimo Cacciari, più volte, e recentissimo, persino, Ernesto Galli Della Loggia, sul Corriere della Sera. Pochi hanno avuto il coraggio di puntare l’indice invece che su questo bersaglio facile, il Renzi testa di turco, contro colui che invece merita, a mio avviso, tutta la pubblica esecrazione, ossia Giuseppe Conte, il signor nessuno spuntato dal cilindro dell’altro signor nessuno Luigi Di Maio. Come d’altronde, e lo scrive bene Della Loggia, tutti o quasi i politici di M5S, privi di qualsiasi background politico e culturale. Scelti dai capi palesi o occulti (ora Grillo, ora Casaleggio, ora Di Maio) oppure votati (con quale grado di controllo democratico non si può sapere), da “Rousseau”, la mitica “piattaforma” che infanga il glorioso nome del grande Ginevrino, un luogo virtuale dove gli aderenti decidono, fanno, disfano, in attesa che si avveri l’ultima profezia di Nostradamus-Grillo: il voto per sorteggio.

Galli Della Loggia ha messo in luce ciò che tutti dovrebbero aver chiaro: il trasformismo opportunistico di questo oscuro avvocato finito a guidare il governo, divenuto professore ordinario all’università con una carriera diciamo in cui il destino lo ha favorito avendo messo a capo  della commissione che gli diede la cattedra, il titolare di studio legale dove egli stesso praticava l’avvocatura (quando si dice il caso!). Ma possibile che a nessuno puzzi, direbbe Machiavelli, questa situazione? Un ignoto diviene presidente del Consiglio di un governo di destra che approva provvedimenti osceni, uno dopo l’altro, e una volta che il suo alleato Salvini cerca di sgambettarlo, avanzando la richiesta dei pieni poteri, con un misto di idiozia e ingenuità, ecco il signor nessuno diventare capo di un governo fotocopia ma ad alleanze rovesciate, col PD che sostituisce la Lega. E Conte (sul quale per settimane il segretario PD Zingaretti aveva fatto grottesche barricate: “il primo segnale di discontinuità deve essere il cambio del presidente del consiglio!, aveva tuonato, mentre le rane gracidavano intorno a lui, incuranti di quella voce) rimase al potere, e si trovò a gestire la prima crisi pandemica, godendo del favor popolare, a furia i proclami di grottesco ottimismo (ce la faremo, nessuno rimarrà solo, non lasceremo indietro nessuno, il governo è con voi, andrà tutto bene…), che nell’arco di un anno ha dimostrato tutte le sue falle, pericolose, e criminali.

Ai primi mesi sentivo e leggevo voci “a sinistra”: “immaginate se al governo ci fosse stato Salvini!?” Ma che razza di ragionamenti politici sarebbero codesti? E avendo nominato Salvini, mi tocca ribadire che nei sequestri di persone o negli illeciti respingimenti di migranti, per cui il leghista è a processo, la responsabilità dell’allora ministro dell’Interno fu interamente condivisa e avallata dal presidente del Consiglio. Come possiamo fingere di dimenticarlo? E che almeno una parola andrebbe da lui oggi detta, una franca ammissione di responsabilità, insomma.


E ritorno a Renzi: al netto dell’antipatia, al netto dell’ambizione, e dei suoi retropensieri che si riferiscono senz’altro all’ansia di potere personale, Renzi ha denunciato l’accentramento anomalo di potere nelle mani del presidente del Consiglio, con l’abuso di DPCM, con l’abuso dei decreti di stato d’eccezione, con l’anomalo ricorso a comitati di scelta del premier, composti da sedicenti “esperti”, che già nella prima ondata pandemica  facevano capo direttamente a lui (a proposito: che risultati ha prodotto la carica dei 900 guidati da Vittorio Colao, un manager residente a Londra, ex ad di Vodafone…, che avrebbe dovuto salvare l’Italia dal Coronavirus?). E di nuovo ora Conte ci ha riprovato per la gestione dei fondi europei, che pretenderebbe (o avrebbe preteso?) di gestire direttamente, attraverso un altro comitato di sua nomina? Per tacere del Commissario all’emergenza Arcuri (in grave sospetto di conflitto di interessi), le cui funzioni peraltro vanno sovente a sovrapporsi e confliggere con quelle ministeriali, con quelle della Protezione Civile, con quelle dei vari comitati tecnico-scientifici. E taccio delle allucinanti dispute tra Ministeri, Regioni, Comuni, ASL, con risultati che sono a dir poco inquietanti…

Dunque Renzi, ha detto queste cose, ha mosso queste accuse: nel modo antipatico che gli conosciamo. E ne ha aggiunto una forse più grave: la totale inerzia del governo nel piano del Recovery. È stato lasciato passare più di un mese, e il piano governativo era rimasto un catalogo di buone intenzioni. Italia Viva ha presentato un piano articolato, in cui certo sono state inserite delle boiate come il TAV o addirittura il Ponte sullo Stretto. Ma il problema è che Conte ha dimostrato totale inadeguatezza, con un corrispettivo, inquietante, di arroganza (la perla è la pretesa di gestione “en solitaire” dei Servizi segreti), di conduzione insomma monocratica del potere. Cosa grave di per sé, in regime democratico, ma intollerabile da parte di  un signore di nessuna esperienza, che nessuno ha eletto, che non rappresenta nessuno, che è stato indicato dall’allora “rappresentante politico” del M5S, come “avvocato del popolo”: e che governò un anno con i populisti di destra, per poi riciclarsi senza batter ciglio con gli avversari dichiarati tanto dei populisti di destra quanto degli altri populisti che non oserei definire di sinistra. Anzi! Come non ci si è accorti che i “pieni poteri” reclamati con stolta protervia da Matteo Salvini l’avvocato Giuseppe Conte li ha esercitati finora surrettiziamente, di fatto, con il suo felpatissimo stile democristiano? E come non gridare scandalo davanti all’osceno tentativo di raccattare voti a destra e a manca, invece di fare la sola cosa dignitosa e costituzionamente corretta appena perso il consenso del gruppo di IV? Ossia andare al Quirinale e rassegnare le dimissioni? Quando lo farà, spero oggi stesso, sarà sempre tardi.

Concludendo: quando si vuole contestare un avversario, si devono discutere, con la competenza, e se del caso con la durezza necessaria, le sue idee e le sue proposte, entrando nel merito; ma non farsi guidare semplicemente dall’antipatia o addirittura idiosincrasia (o all’opposto, dalla simpatia) per la persona. Si tratta di una norma dell’agire politico che definirei elementare. E che mi duole constatare ignorata o calpestata soprattutto a sinistra.  

Siamo sull’orlo del baratro. Tra cattiva gestione sanitaria, numeri farlocchi dati dalle autorità politiche e sanitarie. Sistema sanitario al collasso, per colpa di tagli indiscriminati durati decenni da parte di tutte la maggioranze governative succedutesi. Una generazione di ragazzi e ragazze, di adolescenti e di giovani a cui è stata sottratta la scuola. Interi settori economici disastrati, con nessuna prospettiva di ripresa in tempi accettabili, mentre mafia e ndrangheta si fanno avanti per rilevare aziende messe in ginocchio dalle chiusure. Assoluta subalternità italiana in politica estera tanto all’UE, quanto gli USA, ma persino a Egitto, Turchia, Israele… Spese militari costanti o addirittura in aumento davanti al bisogno crescente di spese sanitarie: bombardieri che vanno alla grande, mentre i posti letto latitano. E ora il vaccino di fatto sta andando all’asta: chi può pagare di più ne accaparra scorte ampie (Vedi Israele o Germania) chi non può aspetta, chissà fino a quando. E via seguitando. La logica del Mercato trionfa. La pandemia è l’ultimo trionfo del Capitale.

Come ne usciremo? Ne usciremo? Non è meglio andare a votare? E la sinistra non dovrebbe, se non è tutta in coma profondo, tentare di ragionare in vista di una prospettiva del genere, unitariamente? E abbozzare già un programma di minima, sulle cose essenziali da fare?

Siamo sull’orlo del baratro, insomma, e a maggior ragione rifiuto l’alternativa (la falsa alternativa) Renzi/Conte. Invito piuttosto a riflettere sui contenuti delle proposte dell’uno e dell’altro e persino, se si cogliessero spunti utili, dell’intero panorama politico. Nell’ultimo dibattito parlamentare ho sentito spesso, lo affermo sia pure a bassa voce, cose più interessanti da taluni esponenti della destra antigovernativa che da quasi tutti gli esponenti dell’area di governo, e specialmente dalla totalità del PD. A questo partito, preteso “erede” del Partito Comunista di cui stiamo celebrando il centenario, va il mio triste requiem.

NEPPURE I MORTI

“…neppure i morti saranno al sicuro dal nemico, se vince. E questo nemico non ha smesso di vincere”.

Così scriveva uno dei più grandi geni del Novecento, Walter Benjamin. Era il 1940, ed erano quelle le sue ultime pagine, vergate in condizioni spesso di fortuna, poco prima di morire, probabilmente suicida, mentre cercava di sottrarsi alla cattura da parte dei nazisti, che avevano occupato la Francia dove si era rifugiato dalla sua patria divenuta hitleriana. Erano tempi di ferro e di fuoco, tempi di orrore, certamente. Ma le parole di Benjamin interpretavano una situazione di dominio, e dunque di dominati, che perdura, perché quel nemico, cambiate vesti, non ha smesso di vincere.

Questo passaggio tratto dalle Tesi sul concetto di storia (pubblicate due anni dopo la morte di Benjamin, negli Stati Uniti) mi è venuto alla mente, guardando la scena accaduta nella chiesa parrocchiale di Gallignano, una frazione di un borgo, Songino, nel Cremonese, dove un prete celebrava messa in memoria di una vittima del Coronavirus. C’erano 6 parenti del defunto. Più il sacerdote e i suoi collaboratori, chierichetti, assistenti e così via. Totale 13 persone, in uno spazio di 300 metri quadrati. Tutte distanziate e provviste di mascherine d’ordinanza. Arriva una pattuglia dei Carabinieri che cercano di interrompere la cerimonia, che viola uno dei tanti decreti, si spingono fino a salire sull’altare, e con modi a dir poco bruschi, contestano la multa al prete che resiste. Una scena quasi grottesca, se non ci fosse un morto, e i suoi familiari, sgomenti.

La Curia diocesana, e il sindaco, prendono prontamente le distanze da quel prete “sovversivo”, che ha osato celebrare un funerale, contravvenendo la normativa. Il principio di legalità va rispettato, insieme al principio di autorità. Ma legalità vuol sempre dire legittimità? E autorità si identifica con ragione?

“Voi vincerete, ma non convincerete”, disse Miguel de Unamuno alla banda di militi fascisti guidati da Millán Astray (il peggiore dei complici di Francisco Franco), quando interruppero la cerimonia di inaugurazione dell’anno accademico a Salamanca, il 12 ottobre 1936, gridando  “Viva la muerte!”.  Unamuno pallido e tremante, ma inflessibile, proseguì: “Voi vincerete, perché avete la forza. Ma non avete la ragione”.  A quel punto a stento viene sottratto al linciaggio. Morrà non molto tempo dopo, letteralmente di crepacuore.  La forza aveva trionfato. E anche da morto fu oltraggiato, destituito da ogni carica (era rettore della più antica università spagnola, Salamanca, appunto, e consigliere comunale, eccetera), e la sua memoria fu cancellata nel Paese sotto la dittatura franchista. Neanche i morti sono al sicuro dal nemico quando vince.  

Il nemico oggi è diverso. Certo. Non porta elmi, né stivaloni, non marcia a passo dell’oca, non fa il saluto romano, se non in qualche frangia fastidiosa, di cui dobbiamo preoccuparci, certo, ma non più di tanto. Dovremmo invece essere assai preoccupati per gli svolgimenti della situazione sanitaria in Italia (ma vale per larga parte dei Paesi toccati dalla pandemia del Coronavirus), ma altrettanto, se non ancor di più, della situazione politica, sociale, economica, antropologica. Il nemico è sempre lo stesso, quello che non smette di vincere, e di schiacciare, magari con scarpe di vernice a punta (ricordate il video famoso di Urbano Cairo?), una popolazione tenuta in scacco dalla paura di una malattia che può essere mortale. Il nemico è quello che pratica la lotta di classe dall’alto, come aveva ben intuito e ricostruito in uno degli ultimi suoi libri il mai abbastanza compianto Domenico Losurdo. Quel nemico che appunto approfitta oggi della situazione pandemica per mostrare la propria concezione dello Stato: non espressione massima della democrazia sul piano istituzionale, bensì mezzo di oppressione del popolo, secondo la nota formula di Giovanni Battista Botero: “Stato è dominio fermo sui popoli”. Ma eravamo nel 1589, due secoli prima dell’avvento dell’età dei diritti. Oggi, parrebbe, siamo in epoca di post-democrazia, che ormai non è più neppure quella sostanza non democratica sotto apparenze formali di democrazia.

Oggi siamo oltre tutto questo. Oggi non ci si preoccupa più delle forme men che meno delle apparenze. Oggi, un presidente del Consiglio non eletto, scelto non si sa esattamente da chi, né si sa bene perché, dopo aver guidato per un anno e mezzo un esecutivo di “centrodestra”, sodale del peggior rappresentante della destra più becera, connivente di tutte le infamie da costui poste in essere, passa, impunemente, a guidare  un esecutivo di vagamente di “centrosinistra”, alleandosi con il partito che era stato fino al giorno prima all’opposizione, con reciprochi scambi di contumelie. Dell’altro partito, rimasto al suo posto, il partito di Grillo e Casaleggio, c’è poco da commentare, esempio di cialtroneria (fatti salvi alcuni, naturalmente), a dir poco, e opportunismo politico: “mai con la Lega!”, ed ecco il governo “gialloverde”. Poi: “mai con il PD!” Ed ecco il governo “giallorosso”. C’è altro da aggiungere? E intanto il miracolato avvocato professore Giuseppe Conte, arricchisce con la sua stessa indefettibile presenza a Palazzo Chigi, il campionario del trasformismo italico. Con una nota in più: la sua strisciante presa di potere, abnorme, scavalcando i ministri di cui lui altro non è che un coordinatore, stando alla Costituzione, e abusando di una forma costituzionalmente assai dubbia quali di Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri, gli ormai famigerati DPCM, da cui siamo stati inondati e sommersi in tempi di Coronavirus.  Decreti già di per sé formulati in modo rozzo e confuso, implementati, in maniera spesso contraddittoria, da altri Decreti dei presidenti delle Giunte regionali, e da ordinanze dei sindaci a loro volta perlopiù in contrasto con questi ultimi. Altrettanti esercizi di forza, più che di diritto; altrettante prove di autorità prive spesso di legittimità, a cui si obbedisce nel clima di terrore che si è creato.

E mentre si aggredisce un prete che saluta un morto, centinaia di carabinieri, finanzieri, agenti di polizia, multano a casaccio persone, approfittando delle maglie larghe dei decreti governativi, ripeto di dubbia costituzionalità. Un figlio che sta andando a salutare il padre in punto di morte, una signora che va a fare esami clinici in un ospedale, un rider che consegna una pizza, un ragazzo che passeggia col suo cane in un bosco a una distanza calcolata di oltre 200 metri dall’abitazione, una coppia che prende una boccata d’aria su di una panchina a pochi metri dal portone di casa, un “basso” napoletano umido e senza sole. Tutti colpevoli di attentare alla pubblica salute. Ma le fabbriche possono riaprire. E multare un imprenditore sarebbe comunque cosa complicatissima sul piano pratico e istituzionale.

Ultima perla di questo governo: una circolare del Signor Nessuno di turno, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Riccardo Fraccaro (M5S), vieta all’ANPI di partecipare alle cerimonie per il XXV Aprile, consentendo la presenza del solo prefetto e questore. Nessuno era mai arrivato a tanto, neppure in pieno scelbismo. La presidenza dell’Associazione, fortunatamente, ha subito emesso un comunicato non solo di protesta, ma di annuncio che i suoi rappresentanti saranno presenti, anche nella forma consentita dalle norme tuttora purtroppo vigenti, ossia uno per ogni località.

Un sodale di Benjamin, marxista in odore di “eresia”, Karl Korsch, scrisse nella sua mirabile biografia di Marx (pubblicata nel 1938, che Benjamin lesse addirittura in manoscritto datogli dall’autore): «“Stati di emergenza” e “stati d’eccezione” sono divenuti la regola, guerre e guerre civili sono divenute la normale forma di esistenza del presente modo di vita».   

Forse è ora di riaprire gli occhi, e guardare alla situazione in atto, con la massima attenzione. Il virus potrebbe uccidere oltre che i nostri corpi anche le nostre anime, se continuiamo ad accettare tutto senza fiatare.

(Articolo pubblicato su “La rivincita di Chourmo”, il 23 aprile 2020)

I due successivi Governi Conte (immagini dal web)

UN GOVERNO DA BUTTARE

Va detto, e diciamolo. Questo governo fa schifo. Evitiamo i rimpianti del tempo che fu, ma davvero davanti al trio Salvini-Di Maio-Conte, c’è giorno dopo giorno da rabbrividire. Sono tre personaggi in cerca d’autore, autore che non potranno facilmente trovare, perché anche la fervida immaginazione di un Pirandello sarebbe in grave difficoltà.

Posto che il movimento 5 Stelle ha fallito clamorosamente alla sua “mission”, sconfitto dagli stessi postulati su cui aveva realizzato il suo rapidissimo successo: ora quelle promesse, quelle minacce, quegli impegni sono stati tutti disattesi o addirittura rovesciati. Un movimento che inneggiava all’onestà, in combutta col partito della scopa e del cappio (ricordiamo le performances dei leghisti in Parlamento?!), ora ci appare contaminato dagli stessi vizi delle forze politiche contro cui ha blaterato per anni. Un partito che della trasparenza ha fatto la sua bandiera, si è capito che opera nell’ombra di una pseudodemocrazia, gestita in modo imperscrutabile attraverso il web, a sua volta gestito dalla Casaleggio e associati. E guai a chi sgarra: pronta la gogna, le minacce, l’espulsione. Mentre mr. Beppe fa conferenze senza la stampa, che viene gratificata di epiteti degni di quella bocca (il signor “Vaffanculo” ha fatto carriera, non v’è che dire). E in effetti tra le misure di questo governo inqualificabile spiccano le misure contro la stampa, quella minore bisognosa di aiuto. Ma, stranamente, Radio Padania viene gratificata di alcuni milioni…

Non si può non notare, in parallelo alla criminalizzazione delle ONG, che salvano vite umane nel Mediterraneo, l’accanimento fiscale contro le associazioni del Terzo Settore (non ritirate, ma ornate di una promessa a rimediare in futuro…). E vogliamo parlare delle misure “qualificanti” della legge di Bilancio?  La presa in giro del reddito di cittadinanza, per esempio, che dovrebbe essere erogato non si sa ancora bene come, a chi, e in quale misura, e con quali procedure. Per tacere della “quota 100” cara ai leghisti che hanno giurato e spergiurato di abolire la legge Fornero “il giorno dopo” l’eventuale vittoria elettorale. Quota 100 è un’altra presa in giro, che finisce per penalizzare non pochi cittadini, mentre si colpiscono comunque le pensioni medie – si asserisce – per finanziare le pensioni basse… La prima misura è certa, la seconda è incerta…

In generale questo è un sodalizio di sbruffoni, nato in modo anomalo dopo tre-mesi-tre di ridicole chiacchiere, non con un’alleanza politica, bensì con un bislacco “contratto di governo” che ha tirato fuori dal cilindro il coniglio Giuseppe Conte, “avvocato del popolo”, quello che ha truccato il suo cv, e che firma misure politico-economiche in cui fa capolino l’interesse personale. Questo governo che ha urlato ai quattro venti che la manovra finanziaria “per la prima volta è stata scritta in Italia” , mentre, dopo tanti proclami i suoi emissari incaricati della trattativa, hanno messo la coda tra le gambe davanti ai “burocrati di Bruxelles”, accettandone tutti i dettami, con quella buffonata finale di scendere invece che dal 2,4% di sforamento al 2,04… Un segno eccelso di dove possa condurre la propaganda: quel 4 dopo lo 0, secondo il brains trust al governo, dovrebbe consentire di affermare: “Non abbiamo subito i diktat della UE!”. E la speranza inconfessata di confondere gli elettori con quella virgola prima del 4…

Destino dell’Italia è dunque di essere sempre immersa nel loto del ridicolo? Da Berlusconi a Renzi a Conte-Di Maio-Salvini? Possibile che non ci meritiamo altro? Possibile che l’elettorato nazionale si lasci sempre subornare dai cialtroni?

Già, Di Maio. Il secondo vice presidente del Consiglio (dove si è visto mai una coppia di vicepresidenti?! Ma se nella Costituzione si parla di un presidente del Consiglio che coordina le attività di governo, perché dobbiamo inventarci la carica di vice? E poi raddoppiarla?! ), Di Maio che, nel suo italiano incerto ma creativo, giovanotto ilare, lo sbirro buono accanto allo sbirro cattivo Salvini, non smette di disegnare un mondo immaginario, dove la povertà è stata sconfitta, e i posti di lavoro cadono dagli alberi bell’e pronti… E costui è il nuovo uomo della provvidenza? Almeno per quanto riguarda il lavoro, mentre il suo sodale lo sarebbe per la “sicurezza”!? Lo abbiamo sentito, il Salvini, lo abbiamo letto, nelle sue innumerevoli performance sui social, in cui ormai appare la caricatura di se stesso? Un ministro della Repubblica, il responsabile della Sicurezza pubblica che travestito da poliziotto, vigile, pompiere, carabiniere, guardia di custodia, guardia di finanza, mette becco dappertutto, straparlando, da quell’incompetente incontinente che è? Come si può accettare che il titolare del dicastero degli Interni scriva frasi da bar dello Sport di periferia in relazione all’arresto di un latitante: “Deve marcire in galera”? E l’ignobile pagliacciata di recarsi all’aeroporto ad attendere il volo dalla Bolivia che recava in patria il latitante suaccennato? Lui e il suo sodale messo alla Giustizia, addirittura! Un latitante che doveva essere il “regalo” del suo nuovo amichetto brasiliano Bolsonaro, e invece giunge dal boliviano Evo Morales, che di Bolsonaro appare l’antitesi…

Ma nessuno ha spiegato a Salvini che cosa dovrebbe fare? Con i terremotati e gli alluvionati di varie regioni italiane che aspettano che si faccia qualcosa per loro? Con la polizia che lamenta di non avere i fondi per il carburante per le auto? Con tutte le città d’Italia che hanno zone franche in cui le forze dell’ordine non osano entrare? E sono zone controllate spesso da italiani, mafiosi, ndranghetisti, e membri della Sacra Corona pugliese, o da gang locali, tanto per precisare, anche se in combutta non di rado con mafie cinesi, nigeriane, albanesi…

Gli extracomunitari, i migranti, quelli che vengono a fuori a rubarci il lavoro, a violentare le nostre donne, a rapinare, e così via: ecco la  narrazione quotidiana di questa destra becera, che nulla sa di storia né di geografia, nulla di demografia né di economia, e così via. Una destra a cui, continuando a ripetere che la distinzione destra/sinistra è finita, i Cinquestelle si sono accodati, e anzi accomodati benissimo, pur con qualche brontolio di frange minoritarie. Di Maio e la sua pattuglia al governo e in Parlamento hanno accettato alla fine senza colpo ferire l’infame “Decreto Sicurezza” che è un vero obbrobrio, che non solo non aumenterà la sicurezza dei cittadini, ma creerà enormi problemi nelle città, scaricando sulle amministrazioni locali – comunali e regionali – costi e difficoltà, e getterà per strade decine di migliaia di persone, incattivendole. L’annunciata legge sulla “Legittima difesa” completerà il quadro di un paese allo sbando, dominato dalla paura. E Salvini è precisamente il ministro della paura, che genera incertezza, timori, ansie, per poi presentarsi come lo sceriffo-giustiziere che restituirà, tra un barattolo di Nutella e un piatto di cozze, lieta spensieratezza alla “gente”.

Ebbene, quella “gente”, quel “popolo” nel cui nome costoro parlano quotidianamente li vota, forse proprio perché ne sono lo specchio fedele, forse persino troppo fedele: una rappresentazione iperrealistica di quelle pulsioni elementari, di quella paure oscure, e soprattutto di quella ignoranza immane. A cominciare dall’ossessione dei migranti. Ecco, se pure avesse fatto “qualcosa di buono”, come si ostinano a ripetere i sostenitori “da sinistra” dell’Esecutivo, la inumana barbarie con cui il governo (non solo Salvini, essendo assolutamente i suoi colleghi complici, anche con la risibile presa di distanza di Conte dopo oltre due settimane, o le blaterazioni di Fico) ha “risolto” i casi Diciotti, e le ultime vicende delle navi Sea Watch e Sea Eye, ecco, basterebbe questo, basterebbe il mantra “I porti italiani sono chiusi”, altra esternazione che rivela incompetenza istituzionale, a farmi scrivere, e ribadire, che questo governo fa schifo.

Apparso il 14 gennaio 2019, sul quotidiano on line “AlgaNews”. Nell’immagine la foto di rito della compagine governativa al giuramento presso il Presidente della Repubblica, il 18 novembre 2018.

Se l’intera nazione si vergognasse…

GOVERNO CONTE

“Lei mi guarderà sorridendo”, scrive il giovane Marx a un suo sodale più vecchio, che esprimeva dubbi sull’azione teorico-politica portata avanti da quel giornalista che denunciava non soltanto le colpe delle classi dominanti, ma anche l’ignavia indifferente di tanti: “Dalla vergogna non nasce nessuna rivoluzione”, scriveva Marx, riprendendo il giudizio del suo sodale, Arnold Ruge, e ribatteva: “Ma io rispondo: la vergogna è già una rivoluzione… Se un’intera nazione si vergognasse davvero”.

Questo scambio mi è sovvenuto nel corso delle ultime giornate, davanti agli avvenimenti italiani, che in effetti hanno fatto provare vergogna ad alcuni, non certo a tutti, ma anche, curiosamente, avvenimenti che hanno suscitato, da parti avverse, il grido: “Vergogna”, con tanto di esclamativo. Quando gli è giunta la prima notizia di essere indagato dalla Procura di Agrigento, l’autonominato capo del governo, e factotum d’Italia, Matteo Salvini, ha esternato via tweet: “è una vergogna!”.  Gli ha fatto eco, dalla sponda opposta, il sedicente segretario del PD, Martina, ora provvisto di  barba che dovrebbe forse certificare una accresciuta autorevolezza, il quale ha parlato di “vergogna nazionale” davanti ai comportamenti del medesimo Salvini. Il quale a sua volta ha di nuovo fatto ricorso a questa parola impegnativa quanto usurata, dopo ulteriori notizie relative alle sue grane giudiziarie.

Ma di vergogna (o concetto analogo diversamente espresso) hanno parlato, in contemporanea, numerosi esponenti del PD, compreso quel Minniti che a Salvini ha fornito il “pacchetto Libia”, sancendo il “diritto” dei torturatori nei lager tripolitani, pur di toglierci dalle scatole quei fastidiosi insetti chiamati migranti, i “palestrati con le nike”, secondo la narrazione imposta ai social di cui è assiduissimo il Salvini.

Costui, dal suo canto, di vergogna non sembra provarne affatto, mentre, con stile oratorio e postura ducesca, lancia le sue ridicole sfide all’Europa, e andando ben oltre ciò che le leggi e la prassi gli consentirebbero (nel silenzio tutt’al più imbarazzato dei legalitari per antonomasia, i Cinque Stelle), sequestra, ricatta, minaccia: il ministro di polizia che pretende di ridurre l’Italia – quei “60 milioni di italiani” a cui fa ad ogni piè sospinto riferimento – a una fortezza ermeticamente chiusa di cui egli stesso dovrebbe essere il custode e il gendarme.  Vergogna non ne prova quel bel tomo Di Maio, quando si inserisce nella scia salviniana dell’avvertimento all’Unione Europea, o quando riesce, conferenza stampa dopo conferenza stampa (in cui parla da solo…), a dire e contraddire, in una sequenza di comicità dell’assurdo, sia che parli dell’Ilva, sia che parli delle pensioni d’oro (d’oro?!), sia che richiami, come un robot, del “contratto di governo” che dovrebbe servire a giustificare o spiegare ogni sciocchezza compiuta o da compiere. Per tacere del Di Maio gestore della politica estera, che va a ribadire le intese economiche con il boia Al Sisi in Egitto, non vergognandosi di richiamare il povero Giulio Regeni con una frase a dir poco scandalosa che ha suscitato la costernazione irritata della famiglia. “Giulio Regeni siamo noi” (attribuita falsamente ad Al Sisi, peraltro).

Vergogna non ne prova, il capo dello Stato che sul caso del candidato ministro Paolo Savona aveva dimostrato una loquacità inusuale e francamente incostituzionale, nel merito: tace, il buon Mattarella, davanti a ministri che in tutta evidenza esulano da compiti e ruoli che la legge loro affida, e si pongono contro gli stessi princìpi della Carta Costituzionale. Vergogna, infine, pare essere sentimento del tutto estraneo a colui che ha accettato, di buon grado (sono occasioni che capitano una volta sola nella vita, si deve essere detto, guardandosi allo specchio), il sedicente presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, di cui le cronache non possono raccontare neppure per sbeffeggiarlo, dato l’impenetrabile silenzio, rotto da qualche rarissima esternazione pappagallesca.

Vergogna non sembra neppure essere una vaga presenza nell’animo di Danilo Toninelli, trovatosi a dirigere, si fa per dire, l’impegnativo dicastero delle Infrastrutture e Trasporti, e sulla cui testa è piombata la grana del Ponte Morandi. Sul Ponte, come sul Tav, e altri grandi o piccole opere, l’uomo dagli occhiali più grandi del cranio, appare in manifesta difficoltà, balbettando di volta in volta frasi generiche o prive di senso compiuto, oscillando da un sì a un no, passando per un “ni”. Quel Toninelli, il cui rigore si può ben giudicare dal post (del 2014, ora cancellato dal suo “profilo” Facebook), in cui asserendo che Lega Nord e M5S erano incompatibili, scriveva: “La Lega ha bisogno dell’immigrazione perché altrimenti scomparirebbe. Senza la paura che i cittadini italiani hanno nei confronti degli immigrati, paura che la Lega cavalca e fomenta da 30 anni, questo partito ipocrita non prenderebbe un sol voto”. Quel Toninelli che, alla stregua dei signori Benetton (ci quali impuniti festeggiavano a Cortina coi loro ospiti vip nei giorni del dolore), non ha esitato a postare sempre sulla vetrina facebookiana le immagini della meritata vacanza con la famiglia al mare, mentre a Genova si piangevano i morti ,e la devastazione che il suo ministero avrebbe dovuto impedire, e che “d’ora in poi” dovrà impedire, mentre già le sue strutture interne mostrano altrettanto crepe dei piloni del Ponte Morandi, e, secondo un costume tutto nostrano, si palesano i contrasti fra Ministero e Provveditorato Opere Pubbliche, tra Regione e Comune, tra Società Autostrade e governo, e via questionando: le sole vittime, dopo i morti e i feriti, e i traumatizzati psichici,  saranno i sopravvissuti, i danneggiati dal crollo e dalle pratiche relative all’abbattimento di quanto resta e alla ricostruzione, di cui sentiremo parlare a lungo, troppo a lungo. La prima vittima sarà Genova, e l’intera Liguria.

Troppo facile, cari Toninelli e Di Maio, incolpare di tutto i ”precedenti governi” (dimenticando che in quei governi a lungo hanno seduto gli alleati odierni della Lega); come troppo ribaldo da parte del PD ora fare la voce grossa sui nuovi barbari, rivendicando accordi europei e benefiche privatizzazioni,  mentre si annuncia un grottesco ritorno di Veltroni, prontamente lodato da Eugenio Scalfari, padre nobile di una “sinistra” che non potrà che essere ignobile, come ignobile è stata la storia del partito nato dalle ceneri del PCI, da Occhetto in avanti, una storia i cui esiti, come l’Italia di questo anno 2018 dimostra, hanno riguardato non solo quel partito, ma l’intera società e la politica italiane. Occhetto, D’Alema, Veltroni, Fassino, Bersani, Renzi, sono i primi responsabili di questo sfascio nazionale. Sono loro ad aver aperto la strada agli Hyksos. Sono loro ad aver cancellato, caparbiamente, le stimmate comuniste, e ad aver messo in libertà il popolo della sinistra, non solo: quel popolo, essi lo hanno respinto, lo hanno costretto a cercare collocazione altrove, in quelle organizzazioni che sembravano parlare il linguaggio dei poveri, degli schiacciati dai grandi e misteriosi potentati.  E ora è ridicolo additare come il nuovo mostro il “populismo”, un termine che andrebbe bandito per almeno un decennio dal dibattito pubblico.

Oggi, dopo Genova, dopo il nostro 11 settembre, ancora il PD non è in grado di assumersi responsabilità, dirette o indirette (la complicità proprio con quei potentati), ma addirittura prova a rilanciarsi come guida dell’opposizione, con il solito Renzi dietro le quinte.

Del resto, questa Italia, come sta in fatto di salute politica? Come sta in fatto di uguaglianza? Come sta in fatto di rispetto dei deboli e tutela dei deprivilegiati? Come sta in fatto di efficienza delle infrastrutture e di sviluppo della cultura al tempo della crisi? Come sta in fatto di funzionamento delle istituzioni? La risposta è univoca: male, molto male. Ci ricorda l’Istituto Cattaneo che siamo il Paese che nutre i sentimenti più ostili verso i migranti, un Paese attraversato da profonde venature razziste, ma siamo, aggiungo, un Paese incattivito, nel quale sempre più sembra prevalere non soltanto la ricerca del “particulare”, ma affiora, giorno dopo giorno, l’effetto di una generale disgregazione, una crisi morale profondissima. Un solo episodio: una donna che si è ribellata al padrone in una tenuta agricola del Veneto (non della profonda Calabria), viene da questi sequestrata e imprigionata, in un cassone per la conservazione delle mele, e salvata per un puro caso da un operaio di passaggio, dopo due settimane di prigionia. Segnale inquietante di un Paese alla deriva, dove moralità pubblica e moralità privata sono terribilmente coerenti, e la società civile è specchio di quella politica: e il discorso sui migranti è la prima cartina di tornasole, ma non certamente l’unica; il rispetto delle donne, lo è altrettanto; e molti altri capitoli andrebbero menzionati, a partire dalla (mancata) tutela della sicurezza del lavoro, con lo stillicidio quotidiano dei morti che non fanno notizia…

“Di fronte a quanto accade l’opinione pubblica si divide tra chi prova vergogna e chi è incapace di vergogna”, si legge in un testo diffuso ieri a firma di Giovanni Maria Flick, Lugi Manconi, Vladimiro Zagrebelsky. Non parrebbe che la maggioranza degli italiani sia propensa a sentire la vergogna di quanto accade, di tutto quanto accade: del resto, “se un’intera nazione si vergognasse”, scriveva Marx, “sarebbe già una rivoluzione”.

____________________

Articolo pubblicato in “AlgaNews”, il 31 agosto 2018, col titolo “Un Paese incattivito e senza vergogna”. Nella immagine, tratta dal web, il Governo Conte all’atto del giuramento.

 

 

LA QUESTIONE DIGNITÀ

CONTE e fidanzataDI ANGELO D’ORSI “Le parole sono importanti”, tuonava Nanni Moretti in “Palombella rossa”. Di parole, e di immagini, di slogan e trovate, di annunci (roboanti) e di dietrofront (dimessi) vivono i governi della cosiddetta Seconda Repubblica, che da qualche tempo ambisce, per bocca dei suoi recenti padroni politici a diventare Terza. Le parole, dunque. Da …

Sorgente: LA QUESTIONE DIGNITÀ