Archivi tag: Matteo Salvini

Sull’orlo del baratro. TRA CONTE E RENZI. Una piccola lezione di politica

La classifica dei personaggi che nei miei articoli ho preso di mira nel corso degli ultimi venticinque anni è guidata, senza ombra di dubbio, da Silvio Berlusconi; ma al secondo posto c’è lui, Matteo Renzi, il bullo di Rignano. Lo abbiamo osteggiato – uso il plurale, come dovrei fare anche per il Berlusconi, del resto –, nella persuasione che tanti la pensavano come il sottoscritto, e avremmo desiderato vedere disarcionato il primo come poi il secondo. Personalmente l’ho fortemente osteggiato, in tutti i modi che mi erano consentiti, per i contenuti della sua politica. L’ho combattuto sul jobs act, sulla buona scuola, e soprattutto sul referendum costituzionale, quando alla sua provvidenziale disfatta non seguì il ritiro della politica, come con grande enfasi aveva dato il menzognero annuncio di ritirarsi dalla politica.

(Foto ANSA/RICCARDO ANTIMIANI)

In Renzi c’era un disvalore aggiunto: i modi, il  “piacionismo”, la facilità a dire e disdire, la cialtroneria insistita sul “nuovismo”, e soprattutto la smodata ambizione politica. Del resto erano proprio i suoi modi che avevano fatto presa sull’elettorato orfano del PCI, allargandone i confini. Sicché Renzi era divenuto signore indiscusso del PD, con una irresistibile quanto rapida ascesa al vertice, osannato dal popolo piddino che lo credette il nuovo Togliatti, coccolato dai media, protetto dai poteri forti, e sul piano internazionale uno degli interlocutori privilegiati dei governanti israeliani, amato dagli yankees, Renzi apparve l’astro nascente della terza Repubblica, che avrebbe dovuto reggere grazie alla riforma costituzionale e a quella elettorale.

Il fiasco referendario lo mise fuori gioco, anche se alla politica non rinunciò affatto, come abbiamo potuto constatare, e ben presto essendosi chiusi gli spazi interni al PD trasmigrò creando un suo gruppetto, di non molta fortuna, ma di non scarsa ambizione. Gruppetto determinante per far nascere il Governo Conte II. E altrettanto per farlo cadere, o comunque tenerlo in ostaggio.

Detto tutto questo, a costo di deludere i miei “ammiratori” e “seguaci”, nella contesa che ha portato il governo sull’orlo del baratro, io ritengo che le responsabilità non siano di Matteo Renzi ma piuttosto di Giuseppe Conte. Mi ha agghiacciato assistere allo scatenarsi dell’odio contro Renzi da parte non solo dei Cinque Stelle, timorosi di essere mandati a casa da una anticipata tornata elettorale (per ben pochi di loro sarà possibile un rientro nelle aule dei Sacri Palazzi, stante la perdita di consensi, aggravata dalla demenziale, e direi infame riforma che ha dimezzato il numero dei parlamentari), ma degli ex sodali del PD, dei suoi ex tifosi lo osannavano e oggi lo crocifiggono. E mi ha angustiato leggere i commenti degli osservatori professionali, compresi quelli di sinistra-sinistra o degli sparuti rappresentanti della pseudo-sinistra di governo che col ministro della Salute Speranza hanno mostrato la loro totale pochezza politica. Commenti a senso unico: non semplicemente ingiuriosi verso Renzi (tirando spesso in ballo, i più beceri, i suoi genitori per le loro grane giudiziarie), ma incredibilmente privi di capacità di analisi sui fatti. Ossia ci si è fatti sovradeterminare dall’antipatia per il personaggio (che sicuramente la merita tutta), invece di provare a entrare nel merito delle sue proposte, o delle sue richieste.

Pochissimi si sono distinti: Stefano Feltri, direttore di Domani, in primo luogo, Massimo Cacciari, più volte, e recentissimo, persino, Ernesto Galli Della Loggia, sul Corriere della Sera. Pochi hanno avuto il coraggio di puntare l’indice invece che su questo bersaglio facile, il Renzi testa di turco, contro colui che invece merita, a mio avviso, tutta la pubblica esecrazione, ossia Giuseppe Conte, il signor nessuno spuntato dal cilindro dell’altro signor nessuno Luigi Di Maio. Come d’altronde, e lo scrive bene Della Loggia, tutti o quasi i politici di M5S, privi di qualsiasi background politico e culturale. Scelti dai capi palesi o occulti (ora Grillo, ora Casaleggio, ora Di Maio) oppure votati (con quale grado di controllo democratico non si può sapere), da “Rousseau”, la mitica “piattaforma” che infanga il glorioso nome del grande Ginevrino, un luogo virtuale dove gli aderenti decidono, fanno, disfano, in attesa che si avveri l’ultima profezia di Nostradamus-Grillo: il voto per sorteggio.

Galli Della Loggia ha messo in luce ciò che tutti dovrebbero aver chiaro: il trasformismo opportunistico di questo oscuro avvocato finito a guidare il governo, divenuto professore ordinario all’università con una carriera diciamo in cui il destino lo ha favorito avendo messo a capo  della commissione che gli diede la cattedra, il titolare di studio legale dove egli stesso praticava l’avvocatura (quando si dice il caso!). Ma possibile che a nessuno puzzi, direbbe Machiavelli, questa situazione? Un ignoto diviene presidente del Consiglio di un governo di destra che approva provvedimenti osceni, uno dopo l’altro, e una volta che il suo alleato Salvini cerca di sgambettarlo, avanzando la richiesta dei pieni poteri, con un misto di idiozia e ingenuità, ecco il signor nessuno diventare capo di un governo fotocopia ma ad alleanze rovesciate, col PD che sostituisce la Lega. E Conte (sul quale per settimane il segretario PD Zingaretti aveva fatto grottesche barricate: “il primo segnale di discontinuità deve essere il cambio del presidente del consiglio!, aveva tuonato, mentre le rane gracidavano intorno a lui, incuranti di quella voce) rimase al potere, e si trovò a gestire la prima crisi pandemica, godendo del favor popolare, a furia i proclami di grottesco ottimismo (ce la faremo, nessuno rimarrà solo, non lasceremo indietro nessuno, il governo è con voi, andrà tutto bene…), che nell’arco di un anno ha dimostrato tutte le sue falle, pericolose, e criminali.

Ai primi mesi sentivo e leggevo voci “a sinistra”: “immaginate se al governo ci fosse stato Salvini!?” Ma che razza di ragionamenti politici sarebbero codesti? E avendo nominato Salvini, mi tocca ribadire che nei sequestri di persone o negli illeciti respingimenti di migranti, per cui il leghista è a processo, la responsabilità dell’allora ministro dell’Interno fu interamente condivisa e avallata dal presidente del Consiglio. Come possiamo fingere di dimenticarlo? E che almeno una parola andrebbe da lui oggi detta, una franca ammissione di responsabilità, insomma.


E ritorno a Renzi: al netto dell’antipatia, al netto dell’ambizione, e dei suoi retropensieri che si riferiscono senz’altro all’ansia di potere personale, Renzi ha denunciato l’accentramento anomalo di potere nelle mani del presidente del Consiglio, con l’abuso di DPCM, con l’abuso dei decreti di stato d’eccezione, con l’anomalo ricorso a comitati di scelta del premier, composti da sedicenti “esperti”, che già nella prima ondata pandemica  facevano capo direttamente a lui (a proposito: che risultati ha prodotto la carica dei 900 guidati da Vittorio Colao, un manager residente a Londra, ex ad di Vodafone…, che avrebbe dovuto salvare l’Italia dal Coronavirus?). E di nuovo ora Conte ci ha riprovato per la gestione dei fondi europei, che pretenderebbe (o avrebbe preteso?) di gestire direttamente, attraverso un altro comitato di sua nomina? Per tacere del Commissario all’emergenza Arcuri (in grave sospetto di conflitto di interessi), le cui funzioni peraltro vanno sovente a sovrapporsi e confliggere con quelle ministeriali, con quelle della Protezione Civile, con quelle dei vari comitati tecnico-scientifici. E taccio delle allucinanti dispute tra Ministeri, Regioni, Comuni, ASL, con risultati che sono a dir poco inquietanti…

Dunque Renzi, ha detto queste cose, ha mosso queste accuse: nel modo antipatico che gli conosciamo. E ne ha aggiunto una forse più grave: la totale inerzia del governo nel piano del Recovery. È stato lasciato passare più di un mese, e il piano governativo era rimasto un catalogo di buone intenzioni. Italia Viva ha presentato un piano articolato, in cui certo sono state inserite delle boiate come il TAV o addirittura il Ponte sullo Stretto. Ma il problema è che Conte ha dimostrato totale inadeguatezza, con un corrispettivo, inquietante, di arroganza (la perla è la pretesa di gestione “en solitaire” dei Servizi segreti), di conduzione insomma monocratica del potere. Cosa grave di per sé, in regime democratico, ma intollerabile da parte di  un signore di nessuna esperienza, che nessuno ha eletto, che non rappresenta nessuno, che è stato indicato dall’allora “rappresentante politico” del M5S, come “avvocato del popolo”: e che governò un anno con i populisti di destra, per poi riciclarsi senza batter ciglio con gli avversari dichiarati tanto dei populisti di destra quanto degli altri populisti che non oserei definire di sinistra. Anzi! Come non ci si è accorti che i “pieni poteri” reclamati con stolta protervia da Matteo Salvini l’avvocato Giuseppe Conte li ha esercitati finora surrettiziamente, di fatto, con il suo felpatissimo stile democristiano? E come non gridare scandalo davanti all’osceno tentativo di raccattare voti a destra e a manca, invece di fare la sola cosa dignitosa e costituzionamente corretta appena perso il consenso del gruppo di IV? Ossia andare al Quirinale e rassegnare le dimissioni? Quando lo farà, spero oggi stesso, sarà sempre tardi.

Concludendo: quando si vuole contestare un avversario, si devono discutere, con la competenza, e se del caso con la durezza necessaria, le sue idee e le sue proposte, entrando nel merito; ma non farsi guidare semplicemente dall’antipatia o addirittura idiosincrasia (o all’opposto, dalla simpatia) per la persona. Si tratta di una norma dell’agire politico che definirei elementare. E che mi duole constatare ignorata o calpestata soprattutto a sinistra.  

Siamo sull’orlo del baratro. Tra cattiva gestione sanitaria, numeri farlocchi dati dalle autorità politiche e sanitarie. Sistema sanitario al collasso, per colpa di tagli indiscriminati durati decenni da parte di tutte la maggioranze governative succedutesi. Una generazione di ragazzi e ragazze, di adolescenti e di giovani a cui è stata sottratta la scuola. Interi settori economici disastrati, con nessuna prospettiva di ripresa in tempi accettabili, mentre mafia e ndrangheta si fanno avanti per rilevare aziende messe in ginocchio dalle chiusure. Assoluta subalternità italiana in politica estera tanto all’UE, quanto gli USA, ma persino a Egitto, Turchia, Israele… Spese militari costanti o addirittura in aumento davanti al bisogno crescente di spese sanitarie: bombardieri che vanno alla grande, mentre i posti letto latitano. E ora il vaccino di fatto sta andando all’asta: chi può pagare di più ne accaparra scorte ampie (Vedi Israele o Germania) chi non può aspetta, chissà fino a quando. E via seguitando. La logica del Mercato trionfa. La pandemia è l’ultimo trionfo del Capitale.

Come ne usciremo? Ne usciremo? Non è meglio andare a votare? E la sinistra non dovrebbe, se non è tutta in coma profondo, tentare di ragionare in vista di una prospettiva del genere, unitariamente? E abbozzare già un programma di minima, sulle cose essenziali da fare?

Siamo sull’orlo del baratro, insomma, e a maggior ragione rifiuto l’alternativa (la falsa alternativa) Renzi/Conte. Invito piuttosto a riflettere sui contenuti delle proposte dell’uno e dell’altro e persino, se si cogliessero spunti utili, dell’intero panorama politico. Nell’ultimo dibattito parlamentare ho sentito spesso, lo affermo sia pure a bassa voce, cose più interessanti da taluni esponenti della destra antigovernativa che da quasi tutti gli esponenti dell’area di governo, e specialmente dalla totalità del PD. A questo partito, preteso “erede” del Partito Comunista di cui stiamo celebrando il centenario, va il mio triste requiem.

E SE FOSSERO LORO A FARE UN FAVORE A NOI? A PROPOSITO DI IUS SOLI

POLITICA


L’ultima battuta, nelle 24 ore, di Matteo Salvini, il vicepresidente dei travestimenti e dei tweet, il ministro tuttofare, salvo che stare al Ministero di cui è titolare a fare ciò che gli competerebbe, è quella rivolta al ragazzino “eroe” del bus dirottato nel Cremasco. Si faccia eleggere in parlamento e cambi la legge, ha bofonchiato quel rozzo individuo. E agli intervistatori che gli hanno chiesto se l’episodio non potesse offrire il destro per rimetter mano alla legge sulla cittadinanza, le risposte è stata inequivoca: “Assolutamente no”, “Non se ne parla neanche”, “La legge sulla cittadinanza va bene così”…
Il dibattito è scaturito, anche prima della volgare (e cretina) affermazione del ministro, e mentre la destra si compatta subito intorno al no di sempre, convinta che la chiusura rispetto ai temi delle migrazioni e dei nuovi cittadini sia la chiave del successo elettorale, il centro-sinistra non ha mancato di dividersi, in modo confuso: l’altro Matteo, quello in disgrazia, il Renzi, ha fatto tirar fuori del suo libro autoapologetico In cammino, le pagine che incolpano il governo Gentiloni di non aver saputo realizzare la nuova legge a suo tempo, tanto per dire. I Cinque Stelle hanno balbettato, azzardando con lo spiritato Di Maio che ci si doveva occupare della questione, mentre il suo sodale sosteneva l’esatto contrario.
Se esistesse non dico una sinistra, ma una decente forza politica autenticamente democratica, avrebbe dovuto passare immediatamente all’attacco: se la legge vigente sta bene a Salvini, è evidente che non è una buona legge. E infatti non lo è. Non solo perché è assurdamente restrittiva (18 anni e tutta un serie di requisiti che tirano in ballo anche i genitori, la residenza, il reddito (se non superi una certa soglia, non puoi fare domanda!), la scolarità e quant’altro), non solo perché è farraginosa e di complessa applicazione, non solo perché è antieconomica per le famiglie e la stessa società italiana; ma soprattutto perché parte da un principio errato, che, non a caso, è stato reiteramente ribadito da Salvini e in coro dai suoi scherani, ma anche dai nostalgici della signora Meloni nonché dal sempre più penoso Berlusconi nella sua patetica rincorsa alla Lega salviniana. Il principio errato è che la cittadinanza non viene considerata un diritto, bensì una concessione, che si fa solo quando sussistano determinate condizioni, che, tra l’altro, appaiono illogiche, inique, e produttive di tensioni. Perché ragazzi e ragazze che frequentano la stessa scuola, compagni di banco, magari, che fanno i compiti insieme, vanno in palestra, in gita, fanno sport fianco a fianco, amoreggiano, devono essere separati dalla “cittadinanza”? E, ipotesi per nulla assurda, in classi scolastiche formate per il 90/95% da ragazzi di origine extracomunitaria, costoro debbono ricevere insegnamenti di qualsiasi materia, da insegnanti italiani, studiare su testi italiani, scrivere in italiano i loro componimenti, essere interrogati nella nostra lingua, che peraltro usano nella comunicazione tra di loro, scritta o orale, ma non debbono godere della cittadinanza? Ho incontrato studenti “stranieri” all’Università residenti in Italia da 10-15 anni, che parlavano italiano assai meglio dei miei compatrioti “naturali”, che pagano le tasse, appassionati di politica, che discutevano con gli “italiani” magari suggerendo loro per chi votare a quelle elezioni a cui essi, privi del requisito della cittadinanza”, non potevano partecipare.
Proprio la cittadinanza, insieme alla lingua, è il primo requisito per sentirsi parte pienamente della comunità, e poterne condividere valori, princìpi, accettarne istituzioni, anche per poterle cambiare, migliorare, riformare. E allora cos’è questo terrore dell’”hospes” che appare un potenziale “hostis” (o “inmicus”), invece che un potenziale “amicus”? Siamo sempre alla logica nefasta, portata alle conseguenze estreme precisamente dal fascismo, del “nemico interno”?
E allora ripongo la domanda: perché fa paura il principio di cittadinanza? Perché si insiste sul carattere selettivo, discriminatorio, e in ultima istanza politico, della “concessione”? Perché fa così paura l’idea che chi nasce in un certo Paese ne riceva la cittadinanza? Perché siamo il Paese dell’Unione europea più rigido in questa disciplina? Certo, è il retaggio del fascismo, di cui stiamo ricordando (molti, invero, lo stanno celebrando) il centenario, proprio in questo mese. Ma ci sono anche calcoli elettorali, abbastanza confusi: per chi voterà lo straniero una volta ottenuta la cittadinanza? Gli stessi calcoli che hanno portato non troppi anni fa a concedere il diritto di voto agli italiani residenti (magari da decenni) all’estero, e che nulla sanno dell’Italia, italiani di seconda o terza generazione. Che paradosso!
Come sempre, occorre meditare sulla storia, in primo luogo quella italiana, ben strana storia, riletta con gli occhi dell’oggi. Guardiamo agli Stati Uniti come il modello supremo, egemonico, e trascuriamo l’aspetto più notevole e interessante di quella società: il suo essere frutto di incroci di popoli, ciascuno dei quali (a cominciare dal nostro) ha portato uno o più mattoni per erigere quel grande edificio che è la civiltà americana, che affascinò anche Antonio Gramsci, ristretto in carcere. Tanto più strano questo sacro terrore dello “straniero”, qualcuno che cerchiamo di tenere confinato appunto nella dimensione dell’alterità, della estraneità, della non italianità, il più a lungo possibile, se consideriamo che siamo un popolo nato da innumerevoli innesti esterni, dai greci ai cartaginesi, dai normanni ai saraceni, dagli spagnoli ai longobardi, dai celti agli unni, e via seguitando. Popolo, oltre tutto, il nostro, come è noto, storicamente di migranti.
La notizia dell’ultim’ora che Salvini, d’accordo con Di Maio, accoglierebbe, “fatti tutti gli accertamenti del caso” (!?) la richiesta, anzi la supplica del babbo di Ramy perché al ragazzo venga concessa la cittadinanza italiana, non va considerata un risultato positivo, al di là della fattispecie di cui siamo lieti. Conferma anzi il modo sbagliato di considerare la cittadinanza: un premio (ho sentito frasi come “si deve meritare” uscire dalla bocca di qualche politico), non un diritto.
In un altro, lontano marzo, anno 1882, lo scrittore francese Ernest Renan, in una conferenza alla Sorbona, ebbe a pronunciare una frase destinata alla celebrità: “la nazione è un plebiscito che si rinnova tutti i giorni”, intendendo che è cittadino di un Paese chi crede nella civiltà di cui quel Paese è portatore. Oggi, dovremmo correggere questa interpretazione, forse, rifugiandosi nel passato remoto, magari nell’età dei Lumi, e nei princìpi di cui il secolo XVIII fu portatore almeno nell’intellettualità europea. Oggi, in vero, dovremmo essere grati, noi italiani, a coloro che, anche senza compiere gesti di “eroismo”, come il ragazzetto egizio-lombardo, ci chiedono semplicemente di essere come noi. Il loro inserimento nella nostra comunità non può che farci del bene

Articolo di Angelo d’Orsi, apparso sul quotiano on line “ALGANEWS”, il 26 marzo 2019

NON IN NOSTRO NOME. APPELLO ALLA DISOBBEDIENZA

Noi sottoscritti/e, consapevoli dell’impegno che implica questo Appello, ci rivolgiamo a tutti gli abitanti della terra chiamata Italia, per invitarli a disobbedire a leggi ingiuste e a norme inique.

Ci riferiamo in particolare al cosiddetto “Decreto Sicurezza”: in attesa che la Corte Costituzionale ne valuti gli aspetti inerenti alla sua legittimità, di cui dubitiamo, affermiamo con forza che le norme in esso contenute non soltanto siano inefficaci rispetto all’obiettivo dichiarato da chi lo ha voluto, in particolare il ministro dell’Interno, ma siano anche norme pericolose, disumane, e foriere di tempeste.

Lanciamo questo Appello oggi, 27 gennaio, data che ricorda la liberazione da parte dell’Armata Rossa del campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau, nel 1945. Questa giornata viene festeggiata in larga parte del mondo, con la denominazione di “Giorno della Memoria”: ebbene ci pare che troppe persone soffrano di disturbi della memoria, se le immagini che abbiamo veduto e continuiamo a vedere da settimane, non vengono colte come un triste replay di scene atroci del passato, immagini di deportazione, di mamme sfinite che stringono i loro bimbi piangenti, mentre le barche che li trasportano oscillano nelle onde gelide del Mediterraneo, immagini di famiglie spezzate, di uomini e donne strattonati e caricati come bestie che vanno al macello, in base ad articoli folli di quel Decreto.

Noi non siamo indifferenti davanti alle foto di esseri umani legati mani e piedi e gettati sulla nuda terra nei campi  libici, nuovi lager, dall’Italia finanziati. Noi non vogliamo rimanere inerti e silenti davanti alle foto di bimbi morti sulle navi a cui viene negato l’approdo ai porti d’Italia, con una palese violazione  del diritto internazionale dei mari. Noi non intendiamo piegare la testa davanti allo sprezzo delle più elementari norme del diritto umanitario, da parte dei nostri governanti.

In questa giornata della Memoria 2019, noi firmatari di questo Appello non dimentichiamo gli orrori del passato, e non vogliamo essere complici di quelli del presente. Come ha detto il grande Andrea Camilleri: “Non in mio nome”: quello che sta accadendo in Italia, sotto la regia del governo Conte-Salvini-Di Maio (e che porta alle estreme conseguenze politiche dissennate e crudeli dei governi a guida PD del recente passato) ci induce a ripeterlo, e gridarlo: “Non in nostro nome!”. E non solo ci dissociamo da questa politica, ma reclamiamo il nostro diritto a disobbedire: davanti alla barbarie resa legale, prima che ci sommerga tutti e tutte, prima che ci rendiamo tutti complici, dichiariamo il nostro sostegno alle ONG che lavorano in mare e in terra per dare accoglienza ai migranti, agli amministratori locali che si battono contro questo scellerato Decreto, alle associazioni, alle famiglie, ai singoli cittadini che con generosità si stanno mobilitando per dare aiuto a questi nuovi “dannati della terra”, che cercano scampo dalla miseria, dalla sofferenza, dall’oppressione, e che vengono crudelmente respinti, dopo che noi italiani, noi europei, siamo tra i principali responsabili della loro situazione.

Testo di un Appello steso da Angelo d’Orsi, il 27 gennaio 2019, pubblicato su Fb, ripreso da molti siti, tra cui “MicroMega” e “AlgaNews”. L’Appello ha raccolto circa 3000 firme.

UN GOVERNO DA BUTTARE

Va detto, e diciamolo. Questo governo fa schifo. Evitiamo i rimpianti del tempo che fu, ma davvero davanti al trio Salvini-Di Maio-Conte, c’è giorno dopo giorno da rabbrividire. Sono tre personaggi in cerca d’autore, autore che non potranno facilmente trovare, perché anche la fervida immaginazione di un Pirandello sarebbe in grave difficoltà.

Posto che il movimento 5 Stelle ha fallito clamorosamente alla sua “mission”, sconfitto dagli stessi postulati su cui aveva realizzato il suo rapidissimo successo: ora quelle promesse, quelle minacce, quegli impegni sono stati tutti disattesi o addirittura rovesciati. Un movimento che inneggiava all’onestà, in combutta col partito della scopa e del cappio (ricordiamo le performances dei leghisti in Parlamento?!), ora ci appare contaminato dagli stessi vizi delle forze politiche contro cui ha blaterato per anni. Un partito che della trasparenza ha fatto la sua bandiera, si è capito che opera nell’ombra di una pseudodemocrazia, gestita in modo imperscrutabile attraverso il web, a sua volta gestito dalla Casaleggio e associati. E guai a chi sgarra: pronta la gogna, le minacce, l’espulsione. Mentre mr. Beppe fa conferenze senza la stampa, che viene gratificata di epiteti degni di quella bocca (il signor “Vaffanculo” ha fatto carriera, non v’è che dire). E in effetti tra le misure di questo governo inqualificabile spiccano le misure contro la stampa, quella minore bisognosa di aiuto. Ma, stranamente, Radio Padania viene gratificata di alcuni milioni…

Non si può non notare, in parallelo alla criminalizzazione delle ONG, che salvano vite umane nel Mediterraneo, l’accanimento fiscale contro le associazioni del Terzo Settore (non ritirate, ma ornate di una promessa a rimediare in futuro…). E vogliamo parlare delle misure “qualificanti” della legge di Bilancio?  La presa in giro del reddito di cittadinanza, per esempio, che dovrebbe essere erogato non si sa ancora bene come, a chi, e in quale misura, e con quali procedure. Per tacere della “quota 100” cara ai leghisti che hanno giurato e spergiurato di abolire la legge Fornero “il giorno dopo” l’eventuale vittoria elettorale. Quota 100 è un’altra presa in giro, che finisce per penalizzare non pochi cittadini, mentre si colpiscono comunque le pensioni medie – si asserisce – per finanziare le pensioni basse… La prima misura è certa, la seconda è incerta…

In generale questo è un sodalizio di sbruffoni, nato in modo anomalo dopo tre-mesi-tre di ridicole chiacchiere, non con un’alleanza politica, bensì con un bislacco “contratto di governo” che ha tirato fuori dal cilindro il coniglio Giuseppe Conte, “avvocato del popolo”, quello che ha truccato il suo cv, e che firma misure politico-economiche in cui fa capolino l’interesse personale. Questo governo che ha urlato ai quattro venti che la manovra finanziaria “per la prima volta è stata scritta in Italia” , mentre, dopo tanti proclami i suoi emissari incaricati della trattativa, hanno messo la coda tra le gambe davanti ai “burocrati di Bruxelles”, accettandone tutti i dettami, con quella buffonata finale di scendere invece che dal 2,4% di sforamento al 2,04… Un segno eccelso di dove possa condurre la propaganda: quel 4 dopo lo 0, secondo il brains trust al governo, dovrebbe consentire di affermare: “Non abbiamo subito i diktat della UE!”. E la speranza inconfessata di confondere gli elettori con quella virgola prima del 4…

Destino dell’Italia è dunque di essere sempre immersa nel loto del ridicolo? Da Berlusconi a Renzi a Conte-Di Maio-Salvini? Possibile che non ci meritiamo altro? Possibile che l’elettorato nazionale si lasci sempre subornare dai cialtroni?

Già, Di Maio. Il secondo vice presidente del Consiglio (dove si è visto mai una coppia di vicepresidenti?! Ma se nella Costituzione si parla di un presidente del Consiglio che coordina le attività di governo, perché dobbiamo inventarci la carica di vice? E poi raddoppiarla?! ), Di Maio che, nel suo italiano incerto ma creativo, giovanotto ilare, lo sbirro buono accanto allo sbirro cattivo Salvini, non smette di disegnare un mondo immaginario, dove la povertà è stata sconfitta, e i posti di lavoro cadono dagli alberi bell’e pronti… E costui è il nuovo uomo della provvidenza? Almeno per quanto riguarda il lavoro, mentre il suo sodale lo sarebbe per la “sicurezza”!? Lo abbiamo sentito, il Salvini, lo abbiamo letto, nelle sue innumerevoli performance sui social, in cui ormai appare la caricatura di se stesso? Un ministro della Repubblica, il responsabile della Sicurezza pubblica che travestito da poliziotto, vigile, pompiere, carabiniere, guardia di custodia, guardia di finanza, mette becco dappertutto, straparlando, da quell’incompetente incontinente che è? Come si può accettare che il titolare del dicastero degli Interni scriva frasi da bar dello Sport di periferia in relazione all’arresto di un latitante: “Deve marcire in galera”? E l’ignobile pagliacciata di recarsi all’aeroporto ad attendere il volo dalla Bolivia che recava in patria il latitante suaccennato? Lui e il suo sodale messo alla Giustizia, addirittura! Un latitante che doveva essere il “regalo” del suo nuovo amichetto brasiliano Bolsonaro, e invece giunge dal boliviano Evo Morales, che di Bolsonaro appare l’antitesi…

Ma nessuno ha spiegato a Salvini che cosa dovrebbe fare? Con i terremotati e gli alluvionati di varie regioni italiane che aspettano che si faccia qualcosa per loro? Con la polizia che lamenta di non avere i fondi per il carburante per le auto? Con tutte le città d’Italia che hanno zone franche in cui le forze dell’ordine non osano entrare? E sono zone controllate spesso da italiani, mafiosi, ndranghetisti, e membri della Sacra Corona pugliese, o da gang locali, tanto per precisare, anche se in combutta non di rado con mafie cinesi, nigeriane, albanesi…

Gli extracomunitari, i migranti, quelli che vengono a fuori a rubarci il lavoro, a violentare le nostre donne, a rapinare, e così via: ecco la  narrazione quotidiana di questa destra becera, che nulla sa di storia né di geografia, nulla di demografia né di economia, e così via. Una destra a cui, continuando a ripetere che la distinzione destra/sinistra è finita, i Cinquestelle si sono accodati, e anzi accomodati benissimo, pur con qualche brontolio di frange minoritarie. Di Maio e la sua pattuglia al governo e in Parlamento hanno accettato alla fine senza colpo ferire l’infame “Decreto Sicurezza” che è un vero obbrobrio, che non solo non aumenterà la sicurezza dei cittadini, ma creerà enormi problemi nelle città, scaricando sulle amministrazioni locali – comunali e regionali – costi e difficoltà, e getterà per strade decine di migliaia di persone, incattivendole. L’annunciata legge sulla “Legittima difesa” completerà il quadro di un paese allo sbando, dominato dalla paura. E Salvini è precisamente il ministro della paura, che genera incertezza, timori, ansie, per poi presentarsi come lo sceriffo-giustiziere che restituirà, tra un barattolo di Nutella e un piatto di cozze, lieta spensieratezza alla “gente”.

Ebbene, quella “gente”, quel “popolo” nel cui nome costoro parlano quotidianamente li vota, forse proprio perché ne sono lo specchio fedele, forse persino troppo fedele: una rappresentazione iperrealistica di quelle pulsioni elementari, di quella paure oscure, e soprattutto di quella ignoranza immane. A cominciare dall’ossessione dei migranti. Ecco, se pure avesse fatto “qualcosa di buono”, come si ostinano a ripetere i sostenitori “da sinistra” dell’Esecutivo, la inumana barbarie con cui il governo (non solo Salvini, essendo assolutamente i suoi colleghi complici, anche con la risibile presa di distanza di Conte dopo oltre due settimane, o le blaterazioni di Fico) ha “risolto” i casi Diciotti, e le ultime vicende delle navi Sea Watch e Sea Eye, ecco, basterebbe questo, basterebbe il mantra “I porti italiani sono chiusi”, altra esternazione che rivela incompetenza istituzionale, a farmi scrivere, e ribadire, che questo governo fa schifo.

Apparso il 14 gennaio 2019, sul quotidiano on line “AlgaNews”. Nell’immagine la foto di rito della compagine governativa al giuramento presso il Presidente della Repubblica, il 18 novembre 2018.

La mia morale? Quella di Alfieri: “Discuto solo con coloro che sono d’accordo con me”


Qualche giorno fa ho condiviso un articolo altrui da “Huffington Post”, che mostrava la vicinanza, per non dire l’identità tra il “salvataggio” delle banche effettuato dai governi PD-FI e quello recente di Carige da parte di questo governo. Il mio commento è stato semplicemente “Il governo del cambiamento. No comment…”.
Ciò ha dato la stura a decine di intrusioni su questa bacheca, non poche delle quali ingiuriose, da parte di “amici” di FB. Altri “amici” hanno ornato di like questi commenti ingiuriosi. La cosa è stupefacente. Ho rimosso dai contatti costoro. E ho bandito del tutto i più pesanti.
La qualità delle reazioni, perlopiù sgrammaticate e violente, mostra una contiguità impressionante tra M5S e Lega, almeno a livello di “seguaci”. Uno degli ultimi commenti è stato firmato da un tizio che, schierandosi qui per Di Maio e la sua mossa pro-Carige, inneggia a Salvini sul proprio profilo, tanto per dire…
In sintesi, non ho tempo né voglia di dibattere con chi sostiene anche in modo parziale, questo governo. E li invito a stare alla larga da questa bacheca. O se preferiscono a rinunciare alla “amicizia” col sottoscritto. Del resto non ho MAI chiesto l’amicizia a nessuno dei miei 4232 (ad oggi) contatti.
Questo governo mi fa schifo, nelle persone, nelle politiche, nella “moralità”. Aggiungo che è importante anche la forma: Salvini – cito il vero capo del governo – va combattuto anche nella sua esteriorità, quando si traveste, illegittimamente, da poliziotto o da vigile del fuoco, o quando ci racconta in diretta ciò che mangia o i farmaci che ingurgita: è un ministro della Repubblica, non un cittadino qualsiasi; per non parlare delle sue parole in libertà, da incontinente incompetente, che confermano la sua assoluta inadeguatezza a rivestire quel ruolo: si pensi solo a “la pacchia è finita”, divenuto oggi slogan di tutta la canaglia d’Italia. E mi prendo la libertà di combatterlo, con i miei mezzi, senza per questo dover essere etichettato come nostalgico del PD, un partito contro il quale ho scritto e comiziato per anni. Il fatto di provare ribrezzo per Salvini-Di Maio-Conte, non cancella lo schifo che provavo per Renzi e il suo “giglio magico” e che ho espresso mille volte in ogni forma.
Chi legge, la smetta, se la pensa diversamente, di dare noia sulla mia bacheca. E non mi secchi con la democrazia del confronto. La mia morale è quella di Vittorio Alfieri: “Discuto solo con coloro che sono d’accordo con me”.

Nato come post su Facebook (“Per fatto personale..:”), il 14 gennaio 2019, è diventato subito un articolo su “AlgaNews”, nella stessa data: il titolo è della Redazione.

Il mondo alla rovescia

Sono davvero “tempi interessanti”, come dicono i cinesi, per indicare fasi storiche pessime, di confusione, di destabilizzazione, di marasma. Domenico Lucano, autentico eroe del nostro tempo, trattato come un criminale, scacciato dal paese che egli ha riportato alla vita, e che ora dopo l’incredibile condanna da lui subita, ripiomba nel deserto e nell’abbandono. Il suo persecutore Matteo Salvini, capo del governo in pectore, che fa e disfa, si mostra in ogni circostanza della sua vita privata e pubblica, con osceno piacere, e ostenta, arrogantemente, le proprie inadeguatezze come altrettanti meriti. E la sua medaglia più splendente è quel “Decreto Sicurezza” che, proprio alla rovescia della sua intitolazione, genererà insicurezza, oltre ad aggravare i bilanci dei Comuni, già tutti in situazioni economiche a rischio. I capi e capetti del M5S, ormai avviati verso un destino di estinzione (i tempi non sono immediati, ma la probabile fine è quella, fagocitati dalla Lega, in larga parte, e il resto destinato a sparire in varie forze politiche), ripetono slogan in maniera grottesca. Luigi Di Maio che accusa i “sindaci ribelli” (quelli che Salvini chiama simpaticamente “traditori”) di fare campagna elettorale, non si può proprio sentire.
Dal canto loro i dirigenti del PD (Matteo Renzi in testa), che hanno la maggiore responsabilità delle presenti condizioni del Paese, si presentano ora come depositari della via d’uscita dalla crisi, da ogni crisi, economica, sociale, politica. Mentre l’Unione Europea, quella UE che nella narrazione corrente viene chiamata con inesatta e pomposa retorica, “l’Europa”, l’Europa che non cessa di ricordare le proprie origini umanistiche e illuministiche, un insieme di mezzo miliardo di individui (tanti sono gli abitanti dei 27 Stati aderenti all’UE), non riesce a trovare il modo e la volontà di accogliere, neppure in forma temporanea, 49 disgraziati, compresi bimbi e donne incinte, che vagano da giorni nei marosi a ridosso delle coste tanto vicine quanto ostili (oggi uno di loro si è gettato in acqua, nella speranza di raggiungere quella terra promessa, ed è stato recuperato dai marinai). Tutto ciò mentre i rappresentanti dei diversi Stati e le autorità dell’Unione oscillano tra un imbarazzato silenzio, con qualche generico tentativo di chiamate di correo (come dei ragazzetti che litigano dopo la partita di pallone, rinfacciandosi le responsabilità della sconfitta) e la sfrontata esaltazione dei “porti chiusi”, contraria ad ogni diritto internazionale.
Il contesto narrativo è la celebrazione delle “sante festività”, un periodo in cui per volere del Mercato siamo tutti più buoni, più accoglienti, più generosi, e soprattutto più propensi a spendere e consumare. E siamo ancora sotto l’onda celebrativa dei 70 anni della Dichiarazione dei diritti dell’uomo, approvata dalle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948. L’Europa che leghisti e cinquestelle all’unisono contestano dovrebbe essere questa, che non sa dare rifugio a una umanità disperata, non, come invece capita, in questo mondo alla rovescia, quella che apre le sue frontiere, la sola che ancora fa onore a Erasmo, Tommaso Moro, Kant e Voltaire.

Un migrante proveniente via mare dalla Grecia, che attraversa a piedi l’Europa del centro-meridionale sperando di raggiungere i Paesi del Centro-Nord: Germania e Scandinavia
(Ph.© Eloisa d’Orsi, 2013)

L’articolo di Angelo d’Orsi è apparso su “AlgaNews” in data 4 gennaio 2019.

Nostalgia? Sì, ma del futuro

A

Nella Roma appena liberata dalla presenza nazifascista (siamo nel giugno del 1944), superati i primi salutari entusiasmi, davanti a fenomeni di opportunismo, e a manifestazioni di incongruenza tra le forze politiche dell’arco ciellenistico, qualcuno lanciò, a mo’ di battuta, la frase “A ridatece er puzzone!”. Era un’esclamazione paradossale, una scherzosa provocazione, ma divenne presto quasi un motto che esprimeva lo scontento nei riguardi di una liberazione che liberava poco, e dava voce alla delusione popolare, che si traduceva in una sorta di rimpianto di chi era stato appena defenestrato: “er puzzone”, cioè il duce, alias Benito Mussolini. Era uno sberleffo, uno schiaffo alla riconquistata democrazia, uno sfogo sgangherato, con una punta di qualunquismo, se vogliamo, ma genuino e ingenuo, che, tuttavia, nella sua forma provocatoria, era una richiesta di ascolto che dal popolo giungeva al ceto politico.

Sul finire dell’anno di grazia 2018, la frase è tornata più volte alla mente del (vecchio) osservatore del tempo presente. E come in un eterno apologo, la tentazione affiora, e spinge a esercitare la rischiosa arte dell’analogia storica. Stabilire una periodizzazione condivisibile, non è facile, ma ci si può provare, risalendo agli anni Ottanta del secolo XX, quando in Italia regnava come un dio sull’universo, il “Caf”, all’interno di un quadro sovranazionale dominato da Reagan e da Margareth Thatcher. Fu un decennio terribile che vide un arretramento complessivo dello Stato sociale, una perdita grave sul piano dei diritti e delle condizioni di vita dei ceti subalterni, con una Italia preda di una corruzione generalizzata, e i partiti politici divenuti simbolo oltre che strumento di quella sistematica occupazione dei gangli dello Stato e della società, che un inascoltato Enrico Berlinguer denunciò non troppo tempo prima di morire, prematuramente, inaspettatamente.

La nascita della Lega Nord-Padania, e l’ascesa repentina di Silvio Berlusconi, tra il 1989 e il 1994, con il suo “partito di plastica” (come fu chiamato da qualche politologo), succursale politica di Mediaset, in una incredibile, travolgente avanzata di una destra feroce, quanto incompetente, non tardò a suscitare forme di rimpianto dell’era precedente, in cui, in fondo, erano al potere democristiani e socialisti, ossia figure note della scena politica, da cui sapevi cosa aspettarti: corruzione, clientelismo, come corrispettivo di un assistenzialismo, in cui il cattolicesimo la faceva da padrone.

Insomma, davanti alla volgarità berlusconiana, e alla commistione fra interessi privati e interessi pubblici, con il rapido sopravanzare dei primi sui secondi, alla trasformazione delle sedi istituzionali in bordelli eleganti, la nostalgia dilagò. Il beffardo “non moriremo democristiani” si rovesciò in un “era meglio morire democristiani”. Perciò, quando, nel novembre del 2011, Giorgio Napolitano, presidente della Repubblica, liquidò “il cavaliere”, quel semi-golpe venne approvato a furor di popolo. Un’autentica euforia accompagnò quelle giornate convulse: pareva la liberazione dell’Italia dai tedeschi, appunto.

A sostituire Berlusconi fu chiamato, con procedura a dir poco bislacca, un “bocconiano”, l’algido professor Mario Monti, ipso facto insignito di laticlavio senatoriale, il quale, con stile ragionieristico si pose a rivedere i conti finanziari della malconcia Italia, in una collaborazione coordinata e continuativa con i famosi “gnomi” di Francoforte e i “burocrati” di Bruxelles, la luna di miele fu presto dimenticata, e il nuovo premier Monti e larga parte della sua “squadra di governo” (in particolare la sua sodale Fornero, che usò l’accetta per “rivedere” il sistema pensionistico, attirandosi gli odi della quasi totalità del popolo italiano), furono più odiati di quanto non fosse Berlusconi e la sua corte. In sostanza, una volta rivelatasi la natura ferocemente antipopolare del “governo tecnico”, mandatario dei poteri forti dell’UE, si cominciò a mormorare che “si stava meglio quando si stava peggio…”, e che in fondo “almeno Berlusconi era simpatico… raccontava le barzellette”; e non pochi si spinsero a commentare che regalava al “popolino” il sogno di essere come lui, con l’ostentazione cafonesca della sua ricchezza e della sua depravazione… E, dulcis in fundo, “il Berlusca” forniva uno straordinario, ricchissimo materiale a vignettisti, scrittori e attori satirici, e allo ius murmurandi popolare, con le sue infinite gaffe e le sue donnine procaci quanto disponibili…, naturalmente purché si fosse in grado di staccare assegni a quattro zeri, e procurare come minimo una parte in commedia, ossia una “particina” in una serie tv o una conduzione di un talk show. Tutto ciò che fino al momento della defenestrazione era apparso sordido, d’improvviso fu visto in fondo come ludico e gioioso, davanti alla ferrea volontà di “tagli”, che veniva giudicata come una scientifica pratica di “macelleria sociale”.

Dopo elezioni che in realtà bloccarono il Paese, producendo governi di compromesso, l’ectoplasmatico Enrico Letta sembrò annunciare una condizione depressiva di massa, in un ministero senza sostanza e senza mordente: l’arrivo al governo del “traditore” Matteo Renzi, pur suscitando qualche borbottio dei soliti “moralisti” e le critiche dei “parrucconi” e dei “professoroni” che “gufano per mestiere”, in fondo fu accolto con attenzione. Era il populismo giovanilistico al potere, e buona parte dell’Italia si sentì quasi rianimata, persino a prescindere dalle preferenze politiche.

Dopo il micidiale uno-due Monti-Letta, insomma, un’ondata di ottimismo giovanilistico, di neofuturismo in politica. Era, mutatis mutandis, in qualche modo, un ritorno al berlusconismo,  tanto che si creò subito il neologismo “Renzusconi”. Nel corso dei mesi, all’iniziale simpatia (di una parte soltanto, della popolazione in età di voto, tradottasi in consenso elettorale, alle Europee) per quel giovanissimo capo di governo, smart e speedy, efficace comunicatore, un vero piazzista commerciale, seguì abbastanza presto il disincanto, davanti a promesse non mantenute, e alla presuntuosa arroganza di quel ragazzotto di provincia; giunse quindi il distacco, come una serie di appuntamenti elettorali mostrarono impietosamente. E il ritornello del “puzzone” si riaffacciò sulle bocche di italiani e italiane. Renzi, in fondo, fu visto come un piccolo Berlusconi, un “berluschino”: una modesta imitazione dell’originale. Tanto valeva tenersi l’originale, che, complice il trascorrere degli anni e una esistenza condotta non proprio da monaco cenobita, appariva inoffensivo e alla fin dei conti, quasi simpatico…

Perciò, la rovinosa caduta di Renzi con il referendum del 4 dicembre 2016, suscitò una subitanea ondata di gioia contagiosa nelle piazze e nelle case: anche chi non aveva vissuto il 25 aprile del ’45 e il 2 giugno del ’46, sentì vibrare le corde di un ritrovato e rinnovato patriottismo, che era il patriottismo della Costituzione. Seguì la profonda disillusione con il successivo governo Gentiloni: altro stile, senz’altro, felpato, all’insegna del profilo basso, profondamente, intimamente democristiano; la disillusione nasceva dal fatto che quel governo fosse quasi una fotocopia di quello, ormai resosi odioso, di Matteo Renzi.

E fu quella una delle cause più rilevanti della disfatta del loro partito, nella successiva competizione elettorale, e l’arrivo al potere di una strana alleanza, tra due movimenti populisti assai diversi tra loro, che dopo una trattativa durata quasi tre mesi (un primato nella storia del Paese), stilarono un cosiddetto “patto di governo”, inventando una figura extracostituzionale, un “avvocato del popolo”, estraneo a qualsiasi ambiente politico-intellettuale, al quale veniva affidato il ruolo di presidente del Consiglio pro forma, mentre le funzioni di comando rimanevano saldamente nelle mani dei due leader politici, Luigi Di Maio e, soprattutto, di Matteo Salvini che trasformava il ruolo di ministro dell’Interno in ministro di Polizia, mostrando come la lotta contro il referendum costituzionale del 2016, per la forza politica da lui rappresentata, aveva un valore meramente strumentale. Le offese alla Costituzione e alla prassi istituzionale, divennero rapidamente una costante del nuovo governo, diretto da quell’inusuale trio, dove i due vicepresidenti erano in intimo contrasto, affidatari di interessi sociali e di bacini elettorali diversi, mentre il loro sedicente “capo”, politicamente inesistente, appariva un esempio preclaro di inettitudine e goffaggine. Ma i tre erano uniti soprattutto da un’arroganza fenomenale, che tentava, inutilmente, di coprire l’inesperienza e l’inadeguatezza all’esercizio dell’arte di governo. Arroganza che faceva impallidire nella memoria quella di Matteo Renzi.

Precisamente la somma tra ignoranza e arroganza, da un canto, e dall’altro l’annunciata e quotidianamente ribadita intenzione di essere il “governo del cambiamento”, suscitava una cospicua opposizione, che, sia pur probabilmente minoritaria in termini elettorali, appariva in crescita, davanti a una serie di provvedimenti che al consenso di routine dei sostenitori delle due forze politiche al governo, aveva come contraltare un dissenso forte e diffuso a livello sociale e intellettuale prima che politico.

Ed ecco appunto che dopo il craxismo, il berlusconismo, il post-berlusconismo, il renzismo e il post-renzismo, anche il grillismo in combutta con il leghismo, suscitando disgusto, facevano riecheggiare il motto: “aridatece er puzzone!”.

Ebbene tutti questi governi e questi capi politici succedutisi nel tempo, sono caratterizzati da un populismo di varia natura, con diversa caratterizzazione e diverse modalità, talora schiettamente caratterizzato a destra, talaltra, pretendendo di andare oltre la distinzione destra/sinistra (presentata, ingannevolmente, come “superata”), in nome dell’esaltazione del “popolo” non meglio definito, mitica entità nella quale si raggrumano tutte le virtù, vi si richiamava come fonte di legittimazione del potere, un potere che in fondo sarebbe aideologico.  In realtà si trattava di una posizione che definiva un deciso allontanamento dai valori storici della sinistra, non a caso (vedi Renzi) sostituendo a quella locuzione politica, l’altra, di dubbia forza teorica, di “centrosinistra”.

Quel medesimo popolo, peraltro, sembra di labile memoria, e di volatile consenso: alla caduta dei potenti, che fino al giorno prima avevano parlato in suo nome, le statue vengono profanate, gli idoli infranti, l’esaltazione dei seguaci si rovescia in denigrazione, e la vox populi si esprime in un conclamato rimpianto dei predecessori: “A ridatece er puzzone!”, insomma. Chi di popolo ferisce, di popolo perisce. Aspettando il seguito, in questa mesta fenomenologia di fine anno, della nostra “serva Italia / di dolore ostello/ non donna di provincie/ ma bordello”.

Concludo così, dunque? Nessuna speranza? Premesso che condivido le accorate parole del grande Mario Monicelli sulla speranza “trappola inventata dai padroni… una cosa infame inventata da chi comanda”, non possiamo accontentarci della ricostruzione fattuale, in tempi difficili come i presenti, e neppure della denuncia: due elementi fondamentali, ma occorre partire da essi, per lavorare in prospettiva. Il “Che fare?” si affaccia prepotente. Non si può lasciare il contrasto al populismo becero di questo governo al PD (che dopo anni di governo pare scoprire adesso, dall’opposizione, cosa sia meglio per il Paese) e a Forza Italia (su cui neppure vale la pena di spendere pensieri). E i piccoli gesti provenienti dai rimasugli della sinistra in Parlamento, sono poca cosa, anche se non disprezzabili nelle attuali circostanze.  Il discorso sarà da riprendere, al più presto anche in vista degli appuntamenti elettorali, rispetto ai quali bisognerà pur dare una risposta: partecipare, come, con quali alleanze, con quali referenti sociali? Intanto, però, occorre, credo, innanzi tutto dar vita a una diffusa, quotidiana opposizione sociale, prima ancora che politica, su fisco, infrastrutture, pensioni, sanità, istruzione, informazione, cultura, migranti: su tutto quanto incide sulla quotidianità di quel popolo di cui costoro si presentano come rappresentanti autentici e benefattori. Occorre in secondo luogo smontare la narrazione tanto di chi, dal governo, in modo mendace si propone come interprete della volontà popolare, e crea nuove pesanti ingiustizie, e aumenta l’inefficienza della macchina pubblica, quanto di chi, sul fronte opposto, non ha di meglio da argomentare che la litania dell’Europa, dei mercati, dello spread. Non accettiamo la morale dell’“A ridatece”, perché si tratta di un gioco al ribasso, e i “puzzoni” sono equivalenti, sia pure nella loro diversità. Non facciamoci fregare dalla speranza, certo, ma neppure dalla nostalgia. La sola nostalgia che ci deve essere consentita è quella del futuro.

Articolo pubbilcato il 31 dicembre 2018, su “MicroMega”, on line, col titolo: “A ridatece er puzzone”? Riflessioni politiche di fine anno . L’immagine (autore nonn indentificato, foto di Angelo d’Orsi) è un piccolo murale a Padova, nel dicembre 2018.

Salvini,l’incompente incontinente

Ancora lui. Matteo Salvini, salvatore d’Italia da tutti i mali. Abbiamoavuto Benito Mussolini, abbiamo avuto Bettino Craxi, abbiamo avuto SilvioBerlusoni, abbiamo avuto Matteo Renzi. Ora abbiamo lui, un nuovo uomo solo alcomando (lasciamo stare le patetiche figure del sedicente premier GiuseppeConte, e della pallida controfigura del capo, Luigi Di Maio). Salvini fa,disfa, annuncia, soprattuto, twitta, fa dirette su Facebook, si fa fotografaree intervistare: assenteista quando era deputato al Parlamento Europeo, assenteora al ministero che dovrebbe guidare, gli Interni, e che egli usa come succursale del proprio partito politico, ma ancora più come cassa di risonanza delle proprie sbruffonate… Sono talmente numerose, pluriquotidiane, daimpedire anche al più zelante degli osservatori di seguirle, e commentarle.

Quella odierna però non può passare sotto silenzio. Dunque,  all’albail solerte twittatore elogia le forze di polizia da lui dipendenti, tirando in ballo ovviamente i migranti (i mali d’Italia pare che siano tutti concentratinel fenomeno migratorio…), mentre annuncia una operazione, in corso, contro la mafia nigeriana. Peccato che l’operazione fosse stata predisposta e ordinata dalla Procura della Repubblica di Torino, guidata da Armando Spataro. Salvini non solo sbaglia tutte le info relative all’operazione, ma ne dà comunicazionein diretta, ossia mentre la polizia (ovviamente trattasi di polizia giudiziaria, che agisce su mandato della Magistratura non già del ministero!, ma lui, titolare degli Interni, non lo sa, o finge di ignorarlo), sta compiendo gli arresti: in tal modo il capo del ministero preposto alla sicurezza pubblica favorisce i criminali (stiamo parlando di grande criminalità internazionale) che grazie al tweet salviniano ricevono l’input per sottrarsi alla cattura.

Il fatto per forza di cose non passa inosservato, e irritatissimo il dottorSpataro emette un comunicato in cui invita il ministro al silenzio, e se ciò gliriesce impossibile, quanto meno ad assumere informazioni precise prima didiffonderle, e soprattutto alla cautela nel diffonderle. Ci si sarebbe atteso,un immediato messaggio di scuse di Salvini, con la promessa di non cadere piùnell’errore (se di errore si tratta). Invece no. Passano alcune ore disilenzio, e alla fine l’incontinente arroganza dell’incompetente ministro ha ilsopravvento. Fa un primo comunicato in cui lamenta di essere vittima diattacchi quotidiani, e che non ne può più (analogo tenore un suo commento di poche ore prima relativo alla minacciata procedura d’infrazione da parte dell’UE o alla presa di posizione critica degli industriali italiani: mi lascino lavorare!). Ma non gli basta. L’irresistibile forza deltweet lo trascina: ed ecco che se la piglia con Spataro – uno dei magistratipiù autorevoli d’Italia – e gli dice che se è stanco si faccia da parte. Anzi, vada in pensione.  Non si tratta solo di uno sgangherato sgarbo istituzionale. Si tratta di una pesantissima invasione di campo, da parte di chi rappresenta l’Esecutivo versochi è invece esponente del Giudiziario: un vulnus al sistema liberale fondato sulla ferrea divisione dei poteri.

Ancor più, si tratta della manifestazione di un vero e proprio delirio di onnipotenza. Guai a tacere, guai a minimizzare, guai a sottovalutare. Quest’uomo è pericoloso. Vogliamo rendercene conto?

(Articolo apparso su “AlgaNews” in data odierna, 5 dicembre 2018, con altro titolo e con leggere modifiche – Nell’immagine, tratta dal sito de “La Stampa”, Armando Spataro)

Matteo Salvini, (presunto) “condottiero” d’Italia

10/12/2014 Roma. Rai. Trasmissione televisiva Porta a Porta. Nella foto Matteo Salvini

Matteo Salvini è divenuto, meritatamente, il mostro da prima pagina. È ciò che del resto egli stessoanela, avendo capito che l’importante è “essere in prima”, con qualsiasi mezzo,con qualunque pretesto, e in fondo, non per solo merito proprio, egli èriuscito a costruire il personaggio di sé stesso, in una contiguità con il precedente Salvini di lotta e di governo. Il leader  locale, con la felpa “Berghem”, diventa poiregionale, infine nazionale, mentre il movimento fondato da Bossi stava abbandonandoalle ortiche la precedente natura localistica, e si trasformava in partito monocratico, e,  paradossalmente per unaforza politica che predicava la secessione e insultava il tricolore. Il nuovoSalvini, tuttavia, che alterna mascella quadrata e sorriso beffardo, il Matteonon più lombardo, ma nazionale e internazionale, che mentre ripeteossessivamente il richiamo agli italiani (“Prima gli italiani”, “Non toglieremo soldi dalle tasche degli italiani”, “Sessanta milioni di italiani mi seguono”,“Vogliamo ascoltare gli italiani”, “Rispetto per gli italiani”, “Dobbiamo mantenere le promesse con gli italiani”…), lancia messaggi a Est (l’Ungheria diOrban) e Ovest (la Francia della Le Pen, o il più lontano Brasile di Bolsonaro).

Questo Salvini usa con grande disinvoltura non già l’antica endiadi di bastone e carota, bensì quella dellaprovocazione dissacrante e quella della simpatia di chi pur sentendosi“naturalmente” leader, ci tiene ad essere come tutti: uno come noi, lombardo che gioca il ruolo di condottiero d’Italia,colui che protegge “la nostra gente”, e la guida, che la ama e vuole esserneriamato, cattolico, eterosessuale sostenitore della famiglia tradizionale, che apprezza il buon cibo e le belle donne, e l’italian way of life, ma che gioca sagacemente la sua “divisa” jeans e camicia,ostentando disinteresse per il lusso e l’eleganza. Salvini vuole piacere al popolo, essendo o presentandosi come uno del popolo.

Sicché passa da “Domenico Lucano è uno zero”, con conseguenti minacce (puntualmente tradotte in atti amministrativi), fino al beffardo “A Lucano io mando un bacio”: la politica del bacio inviato, annunciato, mimato, il bacio a distanza, è una delle novità sul piano della comunicazione politica nell’era ”gialloverde”.  E Salvini ne è il protagonista assoluto (è sufficiente un’occhiata alle sue varie pagine Facebook, che grondano di baci agli avversari, a dimostrazione della propria superiorità). Ma in contemporanea ribadisce slogan che abbiamo già conosciuto, il più noto dei quali è il funesto“Noi tireremo diritto”.

Gli echi mussoliniani sono forti,e molti evocano esplicitamente il fascismo (anche se pacatamente da più parti – per tutti Gustavo Zagrebelsky – si fa notare che di fascismo non si tratta: almeno per ora) , ma come dimenticare le sortite di Berlusconi? O quelle diRenzi? Anche Renzi ebbe a scontrarsi con la Commissione della UE, anzi giocò esplicitamente quella carta per acquistare consenso tra i ceti popolari, con mosse e motti paramussoliniani. Quanto a Berlusconi basti ricordare quella penosa esibizione al Parlamento dell’Unione, a Bruxelles, quando, nell’imbarazzo del suo ministro degli Esteri, Gianfranco Fini, insultò il tedesco Martin Schulz, per poi rivolgere ai parlamentari della “Sinistra”apprezzamenti con una formula che voleva essere ingiuriosa, ma risultò ridicola:“Ma guardatevi! Sembrate dei turisti della democrazia…”.

Insomma, Salvini tiene dietro ai suoi predecessori dai quali ha appreso parecchio: si tratta di tre forme di populismo, quello mediatico e barzellettiero di Berlusconi, quello smart ed efficientistico di Renzi, quello smargiasso e cafonesco di Salvini. Li unisce ildisprezzo per le istituzioni, e il conseguente appello al popolo, non importa se  un popolo televisivo, un popolo della piazza, un popolo dei “circoli”. E accanto a loro si staglia la figura, ormai patetica di Grillo, con il suo iper-populismo, quello che abbina la Rete e laPiazza, che gioca sul doppio registro, della comicità volgare e del buon senso contadino. Quanto a Di Maio, neppure varrebbe la pena di citarlo, pallido imitatore degli altri, senza averne i numeri, da nessun punto di vista: con la sua faccina da bravo ragazzo ripete psittacisticamente le formule mandate più o meno a memoria (poi puntualmente rilanciate dal “popolo 5 Stelle”), quasi tremebondo, davanti all’ingombrante sodale-competitore Salvini, consapevole della propria fragilità e della potenza dell’altro. L’altro: il mostro Salvini, lanciato dalla tv, in particolare nell’era Renzi, nella convinzione che un Matteo cattivo, un Matteo bruto, avrebbe potuto aiutare a costruire il figurino del Matteo buono, dalla faccia di giovane perbene: Salvini, in certo senso, è stato lanciato se non costruito da Renzi.

In tutto questo, ovviamente, il Parlamento aveva già perso da tempo, da parecchio tempo, qualsiasi significato, sostituito dagli studi dei talk show televisivi, dai post sui social media: Renzi in Parlamento non c’era neppure, ed è giunto come Salvini al Parlamento europeo prima che a quello italiano. Salvini, è noto, vive su Facebook e su Twitter, lancia un numero imprecisato di messaggi quotidiani, si fa seguire,accompagnare, precedere da fotografi e videoperatori: studia le pose, ora imbracciando un kalashnikov, ora ostentando i bicipiti e tricipiti, ora, infine, concedendosi all’obiettivo mentre divora un piatto di cozze.  La performance romana mentre le ruspe distruggevano le dimore abusive della famiglia Casanova rimarrà negli annali dell’improntitudine italiana, esempio di cialtroneria, e di vero e proprio abusivismo politico, pari all’abusivismo edilizio che pretendeva di combattere, in quanto le demolizioni sono competenza dell’autorità municipale, trattandosi di costruzioni illegali dal punto di vista delle leggi e norme comunali, rispetto alle quali il ministro dell’Interno non ha alcuna competenza (che dire poi del penoso sopraggiungere del sedicente presidente del Consiglio che si è fatto riprendere mentre visitava quel museo del cattivo gusto conservato all’interno di quelle dimore?).

Instancabile, Salvini interviene e cerca di agire, su qualunque argomento, compresi, naturalmente quelli che nulla hanno a che fare con il ruolo di ministro dell’Interno, di cui sembra non avercompreso le mansioni. L’importante è la presenza, e quando non può assicurarla di persona, implacabile arriva il post, il tweet, l’intervista-lampo: Salvini deve dire la sua. Deve mettere la sua faccia su qualsiasi atto che “la gente”, ossia i suoi possibili elettori, possano approvare, e quando l’atto non c’è, Salvini lo inventa, mentendo sui dati, sulle cifre, sui fatti stessi. I numeri sui flussi migratori, completamente falsificati, sono la prova più clamorosa della politica della menzogna del capo leghista.

Cianciando e cianciando, è inevitabile che la faccia fuori del vaso, come egli stesso potrebbe dire, incurante delle conseguenze, con un cinismo spaventoso, persuaso della propria inattaccabilità, sicuro di poter durare dieci o vent’anni, data la pochezzadegli alleati, e la debolezza degli avversari (che sono stati peraltro alleati o succubi fino a pochi mesi or sono). L’operazione Baobab, dopo quella Riace, dopo quella della nave Diciotti sono altrettanti capitoli di una carriera all’insegna di un assoluto sprezzo per la civiltà giuridica, e di un cinico utilizzo delle peggiori pulsioni umane.

Forse, il punto più basso, in unaserie ormai innumerevole di infamie, Salvini lo ha toccato solo tre giorni fa (lo ha messo in evidenza Giuditta Pini), quando ha postato su Facebook la fotografia di tre studentesse minorenni, che lo avevano contestato, innalzando un cartello: quella foto è stata esposta su una delle sue pagine, e ha raccolto migliaia di frasi ingiuriose contro le ragazze, quasi sempre a sfondo sessista. Ovviamente il capopartito ha dimenticato di essere ministro dell’Interno e ha considerato questi commenti come altrettante dichiarazioni di voto per lui e il suo partito, altrettante medaglie che testimoniano il suo successo personale, che corrisponde al fallimento della coscienza pubblica di questo Paese.

Se c’è un’altra Italia è tempo che si ridesti e faccia sentire la sua voce.

Articolo apparso su MicroMega on line, in data odierna (26 novembre 2018), co l titolo “Tra Mussolini e Renzusconi. Il cinico populismo social di Matteo Salvini”

Legalità, legittimità, giustizia: il caso Riace

RIACE  (9).jpg

Gli sviluppi del caso Riace sono di straordinaria importanza, nel bene e nel male.
Chi ha lamentato che gli italiani si dividessero in due partiti, sbaglia: le due Italie esistono, e non da oggi. E sono in radicale contrasto, da sempre. Personalmente non sono sicuro di essere parte della maggioranza, ma sono sicuro di essere dalla parte giusta. Che però, spesso, come insegna Brecht, è “la parte del torto”.
Come dire: la legalità e la giustizia non coincidono; e ancora: la maggioranza può legalmente comandare ma non è detto che abbia ragione. E infine: la giustizia non può essere considerata in modo astratto e formale: i 49 milioni di denaro pubblico (ossia di tutti i cittadini di questo Paese) sottratti dalla Lega oggi al potere, sono stati legalmente di fatto condonati, con una restituzione risibile pari a 100 mila euro annui, il che significa un’ottantina d’anni di rate senza interesse: sono frutto di una sentenza della magistratura, emessa secondo le regole, ma sono una sentenza giusta?
L’arresto di Mimmo Lucano, la sua sospensione da sindaco, il successivo divieto di dimora a Riace (e prima di lui alla sua compagna), sono stati fatti in base a norme di legge, ma applicate con un rigore che non abbiamo visto nella vicenda del furto dei 49 milioni di cui si è reso autore il partito del vero capo del governo, Matteo Salvini. E la decisione di quest’ultimo di allontanare tutti i migranti da Riace, dove grazie alle “illegalità” o meno del sindaco Lucano si erano stabiliti, restituendo vita a quel borgo, con beneficio di tutti, a cominciare dagli indigeni italiani, è una decisione che i poteri di cui il ministro di polizia gode gli consentono, ma è una decisione giusta? E, aggiungo, è una decisione saggia? socialmente ed economicamente avveduta? oltre che umanamente “legittima”?
Insomma, un po’ di meditazione filosofica sarebbe cosa buona. E, mi permetto con un briciolo di ironia, “giusta”. Essa ci porta a concludere che le minoranze possono aver ragione e le maggioranze torto; che ubbidire ai comandi (della legge e di chi la rappresenta), di per sè non sempre, né automaticamente è un gesto buono, come coloro che eseguivano gli ordini ad Auschwitz ci confermano. O semplicemente, riflettere sul cartello che ancora si scorge nei tribunali “La legge è uguale per tutti”, ci deve indurre a riflettere sul fatto che una legge uguale per soggetti che uguali non sono, è una legge ingiusta. E che ad essa non solo è “legittimo” disubbidire, ma è “giusto” opporsi, da parte di chi iniquamente ne subisce i rigori.
In epoche remote si teorizzò persino la legittimità morale e politica del tirannicidio, l’uccisione dl tiranno, come forma estrema di disubbidienza nel nome dell’interesse generale, della “salute pubblica”, ossia della salvezza della comunità.
Il caso Riace, che ci indigna, e ci mobilita (e occorre non smettere di indignarsi e di mobilitarsi) ha il merito di invitarci a meditare su questioni rilevantissime che troppo spesso dimentichiamo negli affanni e nella banalità della nostra quotidianità.

[Nell’immagine due abitanti di Riace di quelli insomma che Salvini vuole espellere, in nome della legge”, foto scattata a Riace nell’aprile 2009 (Photo © Eloisa d’Orsi)]

"Sono pessimista con l'intelligenza, ma ottimista per la volontà". (Antonio Gramsci, 19 dicembre 1929)