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Ricordando la morte di sette operai

A Torino oggi 6 dicembre 2020 si è inaugurato il Museo-Memoriale dedicato ai setti lavoratori uccisi nell’incidente alla Tyssenkrupp nella notte tra il 5 e il 6 dicembre del 2007.

Scrissi a fine anno un articolo, che venne intitolato “I nostri “Magnifici sette”. Riflettori accesi sulla classe operaia“. Apparve sul settimanale “Avvenimenti”, nei primi giorni di gennaio 2008. Lo ripropongo, ora, con l’amarezza di un esito processuale che non ha condannato i proprietari tedeschi della fabbrica. E come omaggio, doveroso e partecipe, a quei nostri “Magnifici Sette”.

Che il presidente della Repubblica, nel discorso tradizionale del 31 dicembre, dedichi spazio, e cospicuo spazio, a un incidente sul lavoro, e ne tragga spunto per ribadire il concetto già espresso del problema delle “morti bianche”, è un fatto nuovo nella storia della Repubblica. Non sono cosa nuova, ahimé, i lutti procurati a tante famiglie da impalcature che cedono nei cantieri, da altiforni che scoppiano, da volte di miniere che crollano, da impastatrici che inghiottano persone.

La costanza e la regolarità degli incidenti sul lavoro, l’indefettibile somma di morti e feriti e mutilati, e dall’altro canto l’immutabile litania (post factum, naturalmente) degli ispettorati del lavoro che lamentano scarsità di mezzi e di fondi, tuttavia, contrastano con questo clima emergenziale che fa sì che la più alta carica dello Stato nella solenne cerimonia allocutoria di fine anno se ne occupi. Com’è possibile, mi dicevo, davanti all’autentica commozione di Napolitano – a mia volta commosso –, che da decenni il bilancio di fine anno sia sempre lo stesso? Com’è possibile che cambiando i governi, mutando le stagioni politiche, e davanti a trasformazioni sociali e persino antropologiche della classe lavoratrice, nulla cambi? Com’è possibile (e com’è accettabile) che ogni giorno almeno tre esseri umani lascino la vita in fabbriche, cantieri, aziende agricole, miniere? E, contemperando il pessimismo dell’intelligenza, con l’ottimismo della volontà, cui il residuo gramscianesimo del postcomunista Napolitano ci invitava, sono ritornato con il pensiero ai morti di Torino, a quei nostri compagni, amici, fratelli sconosciuti di cui ormai sappiamo molto: le speranze rimaste inappagate, i sogni celati nel cassetto, i bimbi che li aspetteranno invano, le mogli e fidanzate che li piangono, i genitori che maledicono chi quelle vite ha spezzato.

Rocco, il “padre” di tutti, sacrificatosi come il capitano della nave: 54 anni, a soltanto un passo dalla pensione; Angelo, quarantenne, padre di due ragazzi; Antonio, e Roberto trentenni, entrambi genitori l’uno di tre figli, l’ultimo nato solo due mesi fa, l’altro con due bambini piccoli; e poi i tre ventiseienni, l’età in cui la gran parte dei miei studenti universitari è lontana dalla laurea: loro, Bruno, Rosario, Giuseppe, avevano già anni di acciaierie alle spalle e un futuro che immaginavano diverso, e che non avranno. I loro nomi, i loro volti, le loro storie, sono del tutto “normali”, come in fondo lo sono le loro morti atroci, sopravvenute, tutte, tranne la prima (quella di Antonio), istantanea, dopo agonie di varia durata. Essi sono gli involontari, ma veri eroi del proletariato.

Guai alla nazione che ha bisogno di eroi, ammonisce il vecchio Brecht. Ma questa Italia che ha assegnato medaglie, eretto monumenti, intitolato strade agli “eroi di Nassiria”; che ha santificato un mercenario al soldo di “agenzie” straniere; questa Italia che con troppa facilità ha esondato retorica, parlando di “missioni di pace” in relazione a uomini in divisa, armati fino ai denti; questa nostra Italia forse ora dovrebbe chiedersi se non siano qui, nelle acciaierie di Torino, e in tutte le fabbriche non ancora dismesse del territorio italiano, i nostri veri campioni in “missione di pace”. Giuseppe, Rosario, Bruno, Roberto, Antonio, Angelo, e Rocco – nomi e volti di una fetta di umanità che frettolosamente, sulla base di semplicistiche analisi sociologiche, abbiamo imparato quasi ad espungere dal nostro universo quotidiano – ci hanno ricordato, nella loro tragedia, che la classe operaia esiste, e che tutta l’immaterialità (economia virtuale, comunicazione, informatica, cultura, sapere scientifico e tecnologico, intrattenimento…), esiste in quanto ci sono degli operai – quegli “uomini di carne ed ossa” a cui Antonio Gramsci invitava ogni giorno della sua breve vita a guardare, ad ascoltare, e a imparare da loro – che producono beni materiali, beni che regalano ricchezza a pochi, ma sicurezza a tutti, rendendo possibile la stessa sopravvivenza della struttura sociale ed economica.

Eppure la sicurezza della società, che “Rocco e i suoi fratelli” (come li ha chiamati la Repubblica), ogni giorno, e ogni notte, ci garantiscono, viene ripagata dalla società non soltanto con salari indecenti, ma con condizioni di vita che, troppo spesso, si rivelano condizioni di morte. A loro, i nostri “magnifici sette”, vorrei che tutti coloro che credono ancora nella possibilità se non di una liberazione universale, almeno di una (minima) giustizia sociale, rendessero omaggio ogni giorno di questo anno nuovo, non più spegnendo le luci della ribalta – come giustamente ha fatto il sindaco di Torino, Chiamparino, per la sera di San Silvestro – ma d’ora in avanti, tenendole accese: ma su di loro, sul loro lavoro, sulla loro vita, sul loro ruolo sociale.

D’ora in avanti, teniamoli accesi i riflettori, sulle fabbriche e sui cantieri, sulle miniere e sulle officine, senza aspettare la prossima tragedia. Sarà il modo in cui chi non condivide l’esistenza di un tornitore o di un tubista, di un manovale o di un minatore, ne assumerà, in qualche modo, i problemi, e vigilerà: pronti, tutti noi –  politici, amministratori, tecnici, giornalisti, intellettuali, militanti, cittadini consapevoli e attivi – ogni volta che sia necessario, a passare dall’osservazione alla critica e alla denuncia. Ma, per favore, prima, non dopo.

(Nell’immagine tratta dal web i volti dei sette operai)

Un libro racconta l’autunno caldo sotto la mole

Una fotografia può essere assai più di una illustrazione, e può valere molto più anche di un documento in forma scritta: in termini di capacità di comunicazione, certo, ma anche sul piano della pregnanza. Ogni tipo di documento serve, nell’attività storiografica, si sa: la massa documentaria che il passato, lontanissimo come recentissimo, ci offre è come il maiale: non si butta via nulla, tutto serve, ogni pezzo ha una sua utilità. Ma le fotografie sono un documento di tipo particolare. E a volte, lo si sa, e lo si ripete, una foto può valere più di mille parole.

È il caso di “Torino ’69”, un volume riccamente illustrato, di Ettore Boffano, Salvatore Tropea, Mauro Vallinotto, edito da Laterza. Le immagini vincono, e alla grande. Al di là dei meriti eventuali del fotografo – il bravissimo Mauro Vallinotto – e di quelli di chi scrive – due giornalisti di lungo corso, espertissimi delle vicende torinesi, Ettore Boffano e Salvatore Tropea, fondatori dell’edizione cittadina de la Repubblica –, questo è un libro che racconta Torino, la Fiat, il Sud, e il Nord, nel loro difficile incontro/scontro, e in verità l’Italia tutta, in una stagione che va molto al di là e sta molto al di qua della data in copertina. Al di là e al di qua: questo è uno dei punti più complessi e discutibili del volume, devo aggiungere subito. Detto altrimenti, la periodizzazione, uno degli elementi nodali del lavoro di chi fa storia: individuare le cesure e le continuità, un atto non facile, perché assai numerose sono le questioni in ballo, a cominciare dalla soggettività di chi scrive.

Quando inizia il ’69, in primo luogo? Dai fatti di Corso Traiano, il 3 luglio, secondo gli autori. Tesi discutibile.

Il Sessantanove italiano è in realtà una parte di un’endiadi: l’altra parte è il Sessantotto, che nel panorama internazionale rappresenta un unicum: è un unico movimento, che occupa un biennio. In tal senso, allora, il Sessantotto torinese inizia dall’occupazione di Palazzo Campana (giustamente ricordata dagli autori), il 17 novembre 1967. E senza una vera soluzione di continuità si giunge al 1969.

Naturalmente è lecito tentare di distinguere i due anni, ma allora il 1969, ossia l’autunno caldo, mi pare difficile farlo iniziare da quell’episodio. Si aggiunga che gli autori fanno degli andirivieni cronologici, non limitandosi affatto a quel biennio, ma risalendo indietro, al 1962 (Piazza Statuto), ai fatti di Ungheria (1956), e via seguitando in un tentativo comunque di mettere sotto gli occhi dei lettori i dati che segnano la rapidissima e quasi violenta trasformazione di Torino, da ex capitale politica a capitale industriale dalla nostalgia alla preoccupazione, davanti all’invasione dei “napuli”, i “moru”, le “terre da pipe”, i “terroni”, e via seguitando in una lunga galleria di colorite espressioni dal sapore razzista, anche quando “simpaticamente” espresso…

Le resistenze, dunque, vi furono, all’ondata dei meridionali, quelli che, come informavano centinaia di cartelli (ma anche di annunci sui quotidiani), non si affittava: e quello era un periodo in cui si trovava casa con facilità, ma per quegli uomini (prevalevano di gran lunga i maschi, d igiovane età), che giungevano dal Mezzogiorno, poteva diventare un’odissea faticosa e umiliante. Eppure quelle resistenze vennero travolte, malgrado gli sforzi in senso contrario da parte di alcune delle centrali egemoniche; si pensi alle pagine cittadine della Stampa, grondanti di razzismo, anche se i suoi padroni – la Fiat e gli Agnelli – avevano bisogno di quella manodopera. In generale (e meglio sarebbe stato sottolinearlo nei testi di accompagnamento alle immagini) è, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, un’intera classe politica a risultare impreparata, compresa quella comunista. Così come si palesa una certa sclerosi del sindacato, sorpassato dai comitati di base, in una inaspettata riemersione della “democrazia operaia” teorizzata da Gramsci nel 1919…

Fu la Chiesa cattolica, rispolverando la tradizione dei santi sociali piemontesi, a esercitare un importantissimo ruolo di supplenza, nella gestione di una situazione del tutto nuova e dirompente. Emerge altresì la debolezza culturale e l’assenza di un’etica dell’impresa nella proprietà e nella dirigenza FIAT, e i contrasti interni. Diego Novelli, mitico sindaco rosso degli anni Settanta, racconta un episodio interessante, al riguardo, relativo alla richiesta rivoltagli da Umberto Agnelli di metterlo in contatto con Luciano Lama, il grande capo della CGIL. La cosa non si fece per la recisa opposizione di Cesare Romiti, da cui si giunse poi alla grave sconfitta degli anni Ottanta. In precedenza, il passaggio nella direzione dell’azienda da Vittorio Valletta a Gianni Agnelli fu un passaggio dalla padella alla brace, che non recò benefici né all’impresa né ai lavoratori. Capitalismo padronale e neocapitalismo modernizzatore a parole, finirono per convivere in una faticosa gestione della maggiore azienda privata italiana.

Le interrelazioni con il resto del mondo, nei testi, sono quasi assenti, ma andrebbero tenute presenti per capire quegli anni. Nixon, l’escalation in Vietnam, ma anche in Cambogia e Laos, con gli effetti che produsse, anche nell’immaginario (“Agnelli l’Indocina ce l’hai in officina”, fu uno degli slogan più fortunati di quella fine decennio…). Meno rilevante, ma comunque importante, l’elezione di Arafat: la questione palestinese irrompeva nel dibattito politico. Le dimissioni di De Gaulle a fine aprile. La morte dello studente Jan Palach (inizio anno). La rottura del gruppo del Manifesto in seno al PCI. Gheddafi al potere in Libia (settembre). Il festival di Woodstock nello Stato di NY (agosto). Lo scontro sul fiume Ussuri tra Repubblica Popolare Cinese e URSS simbolo dei due comunismi ormai inconciliabili. E mentre la Russia dei Soviet perdeva il suo appeal, la Cina di Mao ne acquistava e un forzosamente redivivo “marxismo-leninismo” acquistava una quarta icona da inserire accanto al “trittico” Marx Engels Stalin, il faccione di Mao Zedong, il “grande timoniere”. E i “cinesi”, che ben presto si frammentavano in linee contrassegnate da colori, diventano una componente significativa, anche se non maggioritaria, del movimento di lotta, più fra gli studenti che fra gli operai.

Altrettanto nuova la “sinistra extraparlamentare”, che mostrava le maggiori contiguità tra movimento degli studenti e lotte operaie. A Torino la Lega Studenti Operai fu un fenomeno interessante, e addirittura vi fu un Gruppo Gramsci, rara avis in un mondo in cui a dispetto dei richiami oggettivi tra le due ondate di consiliarismo, a distanza di mezzo secolo (1919-1969), il rivoluzionario sardo venne ignorato quasi totalmente. Fu Bruno Trentin a cogliere, con la sua lucida intelligenza, le somiglianze, parlando per primo (e bene fanno gli autori a richiamarlo) di un “secondo biennio rosso”, aggiungendo che questo era più importante del primo: e il giudizio viene avvalorato dagli esiti di quel biennio, opportunamente elencati nel libro. Personalmente non condivido l’enfasi con cui Giovanni De Luna parla, nelle conversazioni con gli autori (“Fu un momento magico e irripetibile…”, p. 204) e uno sforzo di valutazione critica è necessario, ed è ciò che fanno, pure direi sotto traccia gli autori, i quali comunque si limitano per lo più a tentare di rappresentare, “fotograficamente” – e qui si percepisce l’egemonia del linguaggio delle immagini – non solo quell’anno ma l’intero dopoguerra fino oltre gli anni Settanta, con la più volte evocata marcia dei 40.000.

Il libro dal punto di vista della ricostruzione appare rapsodico, a dispetto degli sforzi degli autori di costruire delle sequenze, e questo se da una parte rende più debole sul piano storiografico, ne aumenta la leggibilità, in quanto risulta una chiacchierata, ricca di stimoli, con giudizi generalmente condivisibili.

Condivido assolutamente il giudizio conclusivo: “l’Autunno caldo non fu soltanto un affare di sindacati e di padroni, ma segnò l’epifania, e la venuta in primo piano, della questione operaia nella società italiana” (pp. 202-203).

(Articolo pubblicato su “MicroMega”, on line, il 3 marzo 2020)

La polizia sgombera gli occupanti di case in un quartiere periferico a Torino (Foto Mauro Vallinotto, tratta dal libro “Torino 1969”)

Ricordando il Marchionne dei tempi bui (per la classe lavoratrice)

Si ripubblicano qui due articoli  di Angelo d’Orsi del 2010 e 2011, utili a ricordare chi è stato Sergio Marchionne e di quale politica è stato interprete.
MARCHIONNE 1
Se il Pd abbraccia Marchionne e il “Partito della devastazione”

Così abbiamo scoperto che Walter Veltroni è vivo e lotta insieme a noi. O forse contro di noi. Ma fa lo stesso: non direi che oggi “Uolter” possa fare paura, ad avercelo contro, o darci beneficio ad avercelo al fianco. Certo, si è ridestato, come nella volta precedente, quando tirò un siluro contro Bersani, per poi rimettersi buono a sedere e tacere fino a qualche giorno fa, quando, avvicinandosi il famigerato referendum a Mirafiori, si è pronunciato. A favore di chi? A favore di chi firmerà, ossia dei sindacati ormai definibili “gialli”, come una volta si faceva, in riferimento alle organizzazioni che erano emanazioni del padronato, e fingevano di essere normali sindacati dei lavoratori.

Veltroni, nella sua discesa in campo pro Marchionne – diciamo pure in sintesi – non è stato originale. Era stato preceduto da altri due geni della politica, Fassino e D’Alema, mentre sulla stessa linea si schierava anche Chiamparino, il sindaco uscente di Torino, che ha appena imposto, praticamente, con l’avallo della Direzione romana del partito (o viceversa?), il sunnominato Fassino come candidato sindaco, o meglio come candidato alle primarie per l’elezione del candidato sindaco torinese. E considerando la supponenza dei dirigenti Pd, per loro Fassino – tirato fuori dalla naftalina: nessuno manco si ricordava fosse in vita, e i più generosi lo davano a svernare in qualche stazione termale adriatica – è già sindaco. Col 65% dei voti.

Staremo a vedere; sul tema magari tornerò prossimamente. Ma qui voglio fermarmi rapidamente su queste figure dei leader del fu Partito comunista: già, perché non dobbiamo dimenticare che tutti costoro erano dirigenti del PCI, poi del PDS, prima di traghettarsi nel Pd, e Fassino ha l’onta di essere stato il traghettatore, verso questo partito inesistente, uno dei più clamorosi parti fallimentari della vicenda politica nazionale .

Ebbene, con accenti non troppo diversi tra loro, i quattro dell’Ave Maria, hanno benedetto Marchionne e dato via libera al marchionnismo come “nuovo modello di relazioni industriali”. C’è di che rimanere basiti. Nuovo? Ma che cosa c’è di nuovo? Dove la novità nell’avidità dello sfruttamento? Nella volontà di annientare fisicamente, innanzi tutto, psicologicamente poi e, quindi, politicamente, la classe operaia? Nel desiderio padronale di non avere remore, vincoli, regole?

A volte, in questi giorni di discussione sul futuro di Mirafiori, mentre si evoca il precedente di Pomigliano, mi pare di sognare: finirà – mi sussurro; mi ridesterò e capirò che era solo un incubo. Un orribile sogno. Una specie di 1984, una distopia: insomma, un futuro mostruoso ma non reale. Ma se nella letteratura distopica quel futuro viene presentato come un futuro possibile da cui guardarsi – un messaggio ai contemporanei perché evitino di finire in situazioni da Big Brother, per semplificare –, qui non c’è l’ammonimento, non c’è la predizione, non c’è la paura di un minaccioso futuro: qui siamo davanti alla realtà, una realtà in cui il padrone pretende di ristabilire il potere assoluto in fabbrica, cancellando diritti acquisiti con quasi due secoli di lotte, diritti garantiti da leggi, da accordi quadro, da una cultura politica diffusa .

E con chi lo fa? Con il sostegno dei “sindacati” dei lavoratori: d’ora in avanti bisognerà virgolettare il termine se si ci riferisce a sigle diverse dalla CGIL, e tra poco, forse, diverse dalla Fiom, che rimane, ora, il solo punto di riferimento forte, non della Sinistra, ma di tutti coloro che vogliono opporsi al trasversale “partito della devastazione”.

Che dunque Marchionne – l’uomo del maglioncino, che mentre fa un respiro guadagna una vagonata di euro, mentre i suoi operai, che a suo dire producono poco, veleggiano sui 1000-1200 euro mensili – voglia fare il suo sporco lavoro non ci deve stupire: è stato assunto per questo. È un killer del padrone, in sostanza, anche se forse a qualcuno può venire il sospetto che ormai il vero padrone sia lui, mentre “il giovane Elkann” (quanto diverso dal Giovane Werther o dal giovane Ortis!) pare imbalsamato, forse intento a qualche raccolta di figurine, magari di automobili. Ma che i dirigenti sindacali e soprattutto i dirigenti del Pd di derivazione e formazione comunista e, udite udite, marxista, avallino siffatte politiche, pare follia pura. Come rinunciare alla propria identità: non solo quella storica, di cui i Veltroni e i Fassino si vergognano; ma quella politica.

Chi deve rappresentare gli operai? Chi i cassintegrati? Chi i disoccupati? Chi i precari? Chi i pensionati ridotti all’elemosina della social card? Chi gli insegnanti sottopagati e ingiuriati da una vergognosa campagna mediatica? Chi i nuovi schiavi dell’immigrazione? Partito cercasi, urgentemente. O,se la forma partito non ci convince, movimento, o quel che sia. Uno strumento culturale, e politico, in grado di dare voce a chi non ce l’ha. A coloro che la voce hanno perso a furia di gridare inascoltati nelle piazze, alla catena di montaggio, nei campi di raccolta del pomodoro, nei call center, negli uffici dove sono sottoposti a ricatti e vessazioni.

Contro il marchionnismo, il volto industriale del berlusconismo, certo non ci si potrà aspettare sostegno dai Veltroni, dai Fassino, dai D’Alema. Impressiona non tanto il loro disinvolto addio del passato, e neppure la loro pretenziosa solo asserita lungimiranza politica (i tre sono passati di sconfitta in sconfitta, devo rammentare?), ma piuttosto la loro cinica sordità ai bisogni dei lavoratori; si tratta di bisogni innanzi tutto fisici. Ieri un’operaia che partecipava a un presidio in piazza a Torino, annunciando il suo no al referendum ricattatorio della Fiat, ha detto: “non si tratta di un no politico, ma un no che vuole dire che non ce la facciamo fisicamente”. In realtà, quel no “fisico”, quel no in nome della sopravvivenza della persona fisica, è anche un no in nome della dignità della persona spirituale.

Intorno a quel NO tutti coloro che sono convinti che sulla dignità delle persone, e sulla loro salute fisica, non si possono fare “concessioni”, che sarebbero capitolazioni, si devono unire. E far sentire agli operai e alle operaie di Mirafiori che non sono soli. Anche se vinceranno i sì, a perenne vergogna di chi quel sì ha patrocinato, politico o sindacalista o opinionista, è importante che i no reggano, e si organizzino; dicevo prima che urge un partito, o quel che sia; e quello che sprezzantemente viene bollato oggi come “il partito del no”, a ben vedere, costituisce oggi, il nucleo di un “partito” già in essere. Dobbiamo solo portarlo allo scoperto, e farlo vivere anche oltre e al di fuori di Pomigliano e di Mirafiori. Così la sconfitta, se sconfitta sarà, potrà esser il principio di una nuova storia.

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Articolo apparso il 7 gennaio 2010 su “MicroMega” on line, col titolo: Se il Pd abbraccia Marchionne e il “Partito della devastazione”

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 MARCHIONNE 2

Non sono soli gli operai e le operaie di Torino
«Gli industriali sono divisi tra loro per il profitto, sono divisi tra loro per la concorrenza economica e politica, ma di fronte alla classe operaia essi sono un blocco d’acciaio: non esiste il disfattismo nel loro seno, non esiste chi sabota l’azione generale, chi semina lo sconforto e il panico».
Così Antonio Gramsci commentava l’esito (fallimentare) dello sciopero delle lancette dell’aprile 1920, alla Fiat. Si trattò di uno sciopero che aveva un modesto significato pratico (il non volersi alzare al mattino un’ora prima, rispetto all’orologio biologico…), ma fortissimo sul piano simbolico: era una lotta sul potere in fabbrica. Spostare le lancette degli orologi dello stabilimento Fiat indietro di un’ora da parte dei membri delle Commissioni interne, significava dire: in fabbrica, per ciò che concerne l’organizzazione del lavoro, contiamo noi. E non possiamo accettare che le nostre condizioni lavorative vengano decise, e peggiorate, da altri: siamo noi maestranze a dover decidere. E aggiungeva Gramsci: «La classe operaia è stata sconfitta e non poteva che essere sconfitta. La classe operaia è stata trascinata nella lotta».
Anche oggi, ci rendiamo conto che è così. È il signor Marchionne, con il suo ostentato maglioncino blu, con il suo finto, esagerato ed esasperante understatement di “uomo concreto”, a-ideologico, di cosmopolita del capitale, a imporre la guerra sociale. E come può la classe lavoratrice sottrarsi allo scontro? E come possono non sentirsi parte della battaglia tutti i proletari e le tante, innumerevoli figure sociali che entrano oggi nella grande categoria (ancora gramsciana!) dei subalterni – dai sottoccupati ai cassintegrati, dai precari della ricerca ai pensionati cui si fa l’onta della social card, dagli insegnanti ingiuriati e vessati fino ai migranti, nuovi schiavi alla luce del sole…? Anche oggi, alla vigilia dell’appuntamento di Mirafiori, che segue e peggiora l’appuntamento di Pomigliano, ci rendiamo conto che la classe operaia è costretta ad accettare lo scontro. Il terreno, i tempi, le forme le impone il padrone, mentre i suoi tanti corifei, sulla carta stampata o sugli schermi o dai microfoni, anche quando smettono di cantarne le lodi, sottolineano l’inevitabilità, la necessità, di “andare incontro alle esigenze della produzione”: come se il sindacato – tutti i sindacati – non avesse fatto altro finora. Il che dimostra la disonestà dei Marchionne e dei suoi portavoce.
Una concentrazione di fuoco mediatico politico e mediatico si è determinata contro i lavoratori Fiat, più ancora di quanto non fosse avvenuto a Pomigliano d’Arco, solo poche settimane fa. Là si era alla periferia dell’Impero, qui, a Mirafiori, nel suo cuore: un cuore a dire il vero non più tanto pulsante come in un passato anche recente, ma pur sempre il centro simbolico dello scontro di classe in Italia, la “fabbrica” per antonomasia: produzione, organizzazione, fatica, lotta.
Già, perché in questa campagna propagandistica si è trascurato, deliberatamente, di dare il dovuto spazio, alla fatica, la fatica fisica; si è fatto finta di dimenticare che gli operai sono «uomini (e donne) in carne ed ossa» (sempre Gramsci). E che i famosi dieci minuti di sosta che Marchionne – il quale naturalmente, come Fassino o Renzi, tanto per citare alcuni dei suoi supporters in seno al Pd, ormai avviato verso un totale abbandono delle sue rappresentanze sociali – quei dieci minuti “per andare al cesso”, su cui si accentra l’irrisione sciocca di qualche commentatore, sono soste vitali, sono ossigeno che ricarica, sono membra che per un attimo si distendono, prima di contrarsi di nuovo nella fatica. Sì, si è dimenticato che il lavoro operaio è fatica, è sudore appiccicoso, è grasso che imbratta, è schiene spezzate, è pipì trattenuta fino a sentirsi male per la vescica che si gonfia, è tagli alle mani, è muscoli irritati, è occhi che lacrimano, è dolore, e alla fine sensazione di totale estraniamento rispetto al lavoro, anche, eventualmente, al pezzo (questo lo insegnava Marx a metà Ottocento) che tu Frank, tu Fabrizio, tu Doriano, tu “Pautasso” stai producendo, o al camion che stai portando alla discarica, o al pavimento del capannone che stai spazzando…
Non sappiamo come finirà questa battaglia, che non esito a definire epocale. Ma noi dobbiamo rendere grazie a Marchionne e ai suoi sodali (complici, forse dovrei dire), per aver “reso palese a tutti, se pur ce ne fosse ancora stato bisogno, quali sono i termini del rapporto di forze” (cito ancora Gramsci). Sappiamo che la sconfitta del 1920, rispetto a cui Gramsci scrisse parole amarissime («gli operai di Torino furono lasciati soli»…), fu salutata con entusiasmo da qualcuno. Cito un commento giornalistico dell’epoca: «Dico, ripeto e dimostro, che gli industriali […] hanno reso, col loro contegno, un prezioso servizio agli interessi generali della nazione e a quelli specifici del proletariato piemontese e italiano. […] questi industriali “moderni” non hanno resistito alle maestranze per un capriccio o, peggio, per annullare la conquista delle otto ore, o, peggio ancora, per diminuire i salari: hanno resistito per ristabilire il necessario imperio della disciplina durante il lavoro e hanno fatto benissimo».
Bene, al di là del fatto che oggi gli adepti del marchionnismo, volto finanziario ed industriale del berlusconismo, mirano precisamente anche a annullare conquiste storiche del movimento operaio, ottenute con sudore e sangue, e persino a comprimere salari già tra i più basi del nostro mondo, ebbene, l’autore di quel peana agli industriali torinesi si chiamava Benito Mussolini.
Anche per questa ragione storica, noi siamo sulla barricata opposta. E, al di là dell’esito del voto a Mirafiori, dobbiamo essere coscienti che la partita che si gioca ha un valore storico, sia sul piano effettuale, sia su quello simbolico, sulla quale si può comunque costruire il futuro: anche se si dovesse perdere la battaglia, la guerra è appena al suo inizio. La mobilitazione intorno a Mirafiori, per non far sentire soli quei lavoratori e quelle lavoratrici, è un segno incoraggiante. E io sono fiducioso che si possa vincerla.
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Articolo apparso su “Liberazione”, il 13/01/2011, con il titolo Non sono soli gli operai e le operaie di Torino, ripreso subito da “MicroMega” on line, e ripubblicato anche su “controlacrisi.org
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Nell’immagine (dal web) manifestazione operaia a Mirafiori negli anni Settanta