Il compagno andrea

“Chi ha compagni non muore mai”.

Abbiamo letto e sentito tante e tante volte, purtroppo, questa frase consolatoria, ma ogni volta con un senso di amara impotenza. A dire il vero, ogni volta, quando un compagno muore, ci si sente più soli, perché i compagni, nel senso più alto e pieno del termine, non li si incontra poi così di frequente, benché siano in fondo numerosi: partecipano a manifestazioni e assemblee, discuti di politica con loro, magari ci litighi, e tutto il resto. Ma personalmente uso il termine compagno con parsimonia, perché gli annetto un valore simbolico, prima che un contenuto: un valore simbolico che rinvia ad affettività e sentimenti, a ideali e timori, a una comune coscienza delle tragedie del passato ed alla persistente idea di un futuro da costruire.  

Quando mi è giunta, l’altro ieri mattina, 18 maggio, la notizia della scomparsa di Andrea, la parola mi è affiorata sulle labbra, anche se, essendo solo, non l’ho proferita. E in quel momento ho pensato che non sapevo neppure il suo cognome. Andrea era un compagno, un compagno vero, uno di quelli che senza “chiacchiere e distintivo”, tu senti che condividono con te ideali e passioni, che nutrono le tue stesse speranze, che, anche nei tempi più difficili, sono dure da estirpare. E finché ci saranno compagni come Andrea Gianella – questo il suo cognome – la speranza non sarà vana. Fin tanto che nel “nostro” piccolo mondo della sinistra – quella vera, autentica, non disposta a farsi rubare l’anima – possiamo ancora credere che “ce la faremo”, che “un altro mondo è possibile”, che esisterà una società in cui “ognuno darà in base alle possibilità e riceverà in base ai bisogni”.


Perciò il giorno della scomparsa di Andrea è un giorno tristissimo.
Andrea non era solo un compagno, però, di ideali, era un compagno che metteva il suo cuore e tutte le sue energie a disposizione della comunità. E nella terra di Lunigiana, in particolare tra Sarzana e La Spezia, quel piccolo uomo dall’aria mite, dai modi pacati, dalla voce controllata, è stata una presenza costante, che lo rendeva parte del paesaggio, in particolare nei boschi e sulle strade di Fosdinovo, nelle innumerevoli attività dei “ragazzi e ragazze” degli Archivi della Resistenza. In specie d’estate, nei preparativi, negli svolgimenti e nel seguito del festival “Fino al cuore della rivolta”, Andrea era lì, sempre, silenzioso, attivo, a pulire quanto c’era da pulire, a portare quanto c’era da portare, a togliere erbacce, a dare una mano alle cucine come a chi si occupava del palco. Era il compagno di cui ti potevi fidare, quello che non delude, quello serio…: tutte caratteristiche non così frequenti, come sappiamo, a sinistra.  


Compagno di Rifondazione Comunista fin dalle origini, Andrea però non aveva preconcetti e chiusure, e tutto ciò che accadeva a sinistra, tra forze politiche e sindacali, lo trovava interlocutore attento e partecipe. Lui che era stato infermiere professionale aveva dato un forte tratto anche “politico” al suo lavoro, al di là delle competenze che pure aveva accumulato tanto da diventare formatore degli operatori sanitari, e coordinatore delle attività infermieristiche nei servizi territoriali delle valli Magra e Vara. Aveva ricoperto incarichi sindacali nella CGIL prima in Lombardia poi appunto in Lunigiana: qui, inoltre, fu attivo nel comitato per il completamento dell’Ospedale di Sarzana.

E come militante e dirigente sindacale aveva animato importanti battaglie per la difesa della sanità pubblica, mettendoci, come suol dirsi, l’anima. E oggi al dolore per la sua immatura scomparsa (se qualche giovane mi consentirà di considerare immatura la morte a 72 anni) si aggiunge, credo non soltanto in me, la rabbia. Andrea è morto ucciso dal Coronavirus, certo, ma Andrea è stata una vittima di quello smantellamento dei presidi sanitari pubblici, contro cui si era battuto con tanto ardore e dedizione. Andrea è una delle tante vittime di un obbrobrioso processo di privatizzazione, aziendalizzazione ed “esternalizzazione” dei servizi sanitari,  in nome di presunto risparmio di spesa, e di recupero di efficienza che si sono rivelati falsi obiettivi: i risparmi hanno significato trasferimento di risorse ai privati, che lucrano sulla cura della malattia e anche sulla prevenzione della malattia, spesso sulla base di una narrazione fasulla; quanto all’efficienza si è rivelata pienamente nella crisi della pandemia in corso, nel senso che le strutture private hanno subito mostrato la corda. Abbiamo assistito, a una tardiva corsa al ritorno verso il pubblico, quando ormai le porte delle stalle erano aperte, e il danno era compiuto. E ora ci si chiede, ipocritamente, di versare un obolo alla Protezione Civile, ora quando i morti sono decine di migliaia, i contagiati centinaia, e il virus continua a circolare tra noi. Ora si scopre che la sanità pubblica è più efficace di quella privata, che l’Ospedale è più sicuro di una clinica e che le RSA in mano a società finanziarie che speculano in modo vergognoso sui “vecchi” collocati a “riposo” in quelle strutture che invece che “protette” si sono rivelate trappole mortali.


Andrea è morto lottando fino all’ultimo contro questo scempio. E la sua morte è una sconfitta per noi. Che rimaniamo più soli, ammesso che siamo in grado di raccogliere il testimone dalle sue mani che si sono dolcemente schiuse in un estremo gesto di fiducia e amore.

Ma non voglio dimenticare che Andrea è stato, un vigoroso militante dell’antifascismo, questa parola che richiede conoscenza storica contro i revisionismi e i rovescismi in agguato, ma che reclama anche, e forse prima ancora, passione civile, e volontà di mettersi in gioco. Il Festival di Fosdinovo, e il lavoro degli Archivi della Resistenza, erano in tal senso una nicchia perfetta per Andrea, che con la sua fedele presenza sembrava simboleggiare la volontà di durare e di non smettere di lottare. Sempre tuttavia con la sua aria serena, con le labbra serrate che di tanto in tanto si aprivano in un sorriso timido e dolce, con gesti che esprimevano empatia.

Perché Andrea, il compagno Gianella, era un uomo che nella lotta, costante, sovente dura, e aspra, sapeva davvero “non perdere la tenerezza”.

Mi mancherà e ci mancherà anche per questo.

l’intransigente. in memoria di franco cordero

Si inseguono i morti, non si riesce a piangerne uno che sopraggiunge la notizia del successivo. È la volta ora di Franco Cordero, scomparso ieri 8 maggio 2020. Era nato nel 1928 (a Cuneo), dunque si dirà che aveva i suoi anni. Certo, la sua è stata una lunga vita. Ma quando scompare un uomo così, al dispiacere che sempre la morte produce, si aggiunge lo sgomento per la perdita di un patrimonio intellettuale, che, a mia conoscenza, era unico. Non credo di aver conosciuto mai una mente così ricca di erudizione, quale quella di Franco Cordero, una mente che spaziava dal diritto alla storia, dalla letteratura alle scienze religiose, dalla filologia alla favolistica. È davvero difficile ricapitolare quante letture, in quante lingue, avesse accumulato Cordero, quante nozioni avesse apprese, quante discipline avesse frequentato, quante lezioni avesse impartito, quante dotte conferenze avesse tenuto, lui professore di Procedura penale – il più grande sulla scena – sempre da maestro, docente a Torino, Urbino, Milano, Trieste, Roma, alla Sapienza, dove concluse la sua carriera. Ma queste mie parole possono essere fuorvianti: chi se ne è andato oggi, era tutt’altro che il mero pozzo di scienza, l’erudito che tutto sa ma nulla fa oltre che discettare nei campi del suo sapere, estraneo alla vita sociale, al dibattito pubblico, alla dimensione civile.

E non mi riferisco solo alle centinaia di conferenze, e agli articoli, ai dibattiti, mai in tv, perché Cordero non era “telegenico”, non era “comunicativo”; non sorrideva, non urlava, non gesticolava: tutto l’opposto di certi personaggi divenuti star della TV e del web. Dalle labbra strette di Franco Cordero fuorusciva troppa cultura, troppo flebile la sua voce, troppo elevati i suoi ragionamenti, una sfida permanente alla perspicacia (e alla cultura) di chi lo ascoltava. Era un flusso incessante di sapere, che poteva stordirti, ma, sovente, anche nei momenti più aulici del suo argomentare, affiorava una ironia sottile, un sarcasmo gramscianamente appassionato, che si esprimeva in una forma lessicale raffinatissima, che mescolava arcaismi e neologismi, talora di sua invenzione, spaziando tra le lingue dal passato e le lingue moderne, mostrando quanto potessero essere vive le cosiddette “lingue morte”.

Forse i suoi capolavori sono “Criminalia. Nascita dei sistemi penali” (Laterza, 1985) e la monumentale biografia di “Savonarola” (che reca come sottotitolo “Vita calamitosa. 1454-1492”), edito ancora da Laterza (in 4 volumi), sul finire degli anni Ottanta (e ripubblicato da Bollati Boringhieri, 2009): un capolavoro storiografico, fonte incredibile di informazioni per chi voglia conoscere la vita pubblica fiorentina, ma anche dei costumi, della sensibilità collettiva, del clima umano, alla fine del Medioevo.

Studioso, commentatore, narratore, Cordero era l’intransigenza morale e intellettuale fatte persona, l’uomo che non cercava lo scontro ma non si tirava indietro sulle questioni di principio, capace di rilanciare fino allo stremo. Fu così che venne espulso dalla Università Cattolica di Milano, dopo la pubblicazione del libro “Gli osservanti. Fenomenologia delle norme” (Giuffrè 1967, riedito da Aragno nel 2008), e la dura critica contenuta in quel testo alle gerarchie vaticane. Erano i tardi anni Sessanta, e nella Chiesa si stava affermando un lento, ma forte movimento anticonciliare: Cordero si batteva, anche, per una Chiesa capace di rinnovarsi, da teologo insieme preparatissimo ma radicale, attento alla persistenza del messaggio religioso. In tal senso il suo commento alla “Lettera ai Romani” di Paolo di Tarso (nel libro “L’Epistola ai Romani. Antropologia del cristianesimo paolino”, Einaudi 1972), è uno studio teologico, fedelissimo sul piano storico-filologico, ma anche originale, per qualcuno al limite dell’eresia, nella sua temeraria analisi della “Lettera”, producendo, alla fine, un testo politico, nel senso più alto.

Nell’età berlusconiana Cordero diede il meglio come notista politico, riservando all’ex cavaliere l’appellativo di “caimano”, che poi gli rimase appiccicato. E Cordero seguì passo passo Berlusconi-caimano nelle quotidiane scempiaggini e nelle sue nefandezze politiche e morali, quasi braccandolo, in punta di diritto, di etica pubblica, di buon gusto. I suoi lunghi, dotti articoli su “la Repubblica” (era allora un giornale!), ritratto dolentissimo dell’Italia, trovarono posto poi in volumi quali “Le strane regole del Signor B.” e “Nere lune d’Italia” (Garzanti, 2003-2004), che serviranno da guida agli storici futuri.

In fondo Cordero ci faceva comprendere che Berlusconi, con la sua stessa personalità, era lo specchio iperrealistico d’Italia. Di qui l’idea di un originalissimo controcanto al discorso di Giacomo Leopardi “Sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani” del 1824: si era nel 2011, e Cordero con amara attitudine confermava le sconfortate diagnosi del Recanatese sulla “scostumatezza” del popolo italiano. O si scorra, sulla scia, “Morbo italico” (edito da Laterza nel 2013), una lettura ancora oggi avvilente e insieme riconfortante, se vi sono (vi erano?) italiani come Franco Cordero.

Negli ultimi anni Cordero aveva scritto meno sui giornali, ma non aveva certo smesso di lavorare, in particolare a un romanzo, “La tredicesima cattedra”, che è in uscita tra pochi giorni presso l’editore “La nave di Teseo”. L’autore non lo potrà sfogliare, ma noi potremo consolarci della sua scomparsa prendendolo tra le mani, avviando l’usuale, istruttivo quanto impegnativo confronto dialettico con Franco Cordero e quello che oggi dobbiamo, ahinoi, chiamare “l’ultimo suo libro”.

Franco Cordero a Saluzzo, nel 2007, riceve il Premio “FestivalStoria” (ph. Eloisa d’Orsi)

La guerra fredda non è mai finita

Gli ultimi 25 anni ne sono stata una dimostrazione lampante. Dopo i primi entusiasmi seguiti al crollo del Muro, dopo le rassicuranti prospettive aperte dalle teorie demenziali, ma sciagurate, della “fine della storia”; dopo l’autoesaltazione dei grandi e piccoli opinion maker del liberalismo, che si fregavano le mani, ripetendo che loro lo avevano sempre detto, che il comunismo era il dio che aveva fallito, che il libero mercato era la sola possibilità per il genere umano, che avevano ragione la Thatcher e Reagan, quando dicevano  che lo Stato non era la soluzione del problema ma il problema…; ebbene dopo quella prima orgia trionfale, dopo che l’Unione Sovietica fu frantumata, dopo che l’ubriacone Boris El’cin fu messo al potere a Mosca, dopo che il mondo fu immerso in una guerra senza fine, dopo le centinaia di migliaia di cadaveri, dopo le distruzioni di intere nazioni, dopo la devastazione ambientale e climatica, qualcuno cominciò a mormorare che non andava “tutto bene”. E che il “dopo” si stava rivelando persino peggiore del “prima”. Ma intanto il nemico comunista era stato sostituito dal nemico islamico. Di un nemico c’era pur sempre bisogno, altrimenti come tenere a bada le masse dei subalterni? 

L’ordine post-1989 era diventato un ordine unipolare, con una sola superpotenza, gli Stati Uniti d’America, che divideva il mondo in buoni e cattivi, e stilava l’elenco dei “rogue States”, gli “Stati canaglia”, e si ergeva a giudice e sceriffo universale, imponendo una moneta, una lingua, una ideologia, un mercato. E per qualche anno le cose andarono avanti così, nella compiacenza subordinata del resto dell’Occidente. I partiti che si richiamavano alla tradizione socialista e comunista fecero “seppuku” ossia “harakiri”, a cominciare dal PCI, guidato dall’indimenticabile Achille Occhetto, che peraltro era soltanto la punta dell’iceberg, espressione di un partito che ormai da anni aveva gettato alle ortiche la propria identità ideologica e sociale, e che non vedeva l’ora di assaporare il gusto del potere.

Ma per quanto dichiarassero i suoi dirigenti (per intenderci, gli eredi di Bordiga, Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer), che sputavano sul comunismo, elogiavano i “capitani coraggiosi” che intanto distruggevano il tessuto economico del Paese, erano in prima fila nella battaglia per privatizzare tutto, si inchinavano alla NATO nelle guerre imperiali, in realtà continuavano ad essere guardati con sospetto dai loro ex avversari liberali. Sicché dovevano moltiplicarsi le prove di fedeltà all’Occidente, agli USA, e alla nuova creatura che stava formalizzando il proprio assetto istituzionale, la UE. Accade persino che i discendenti di Umberto Terracini, padre della Costituzione, non esitarono a ferire quella “sacra” Carta, inserendo nel dettato costituzionale il “pareggio di bilancio”, imposto dalla troika (che intanto affamava la Grecia), e divennero gli alfieri del “privato è bello”, in prima fila nella destrutturazione dello Stato sociale, nella sanità, nell’istruzione, nei servizi. E rincorrendo la Lega, all’ideologia della privatizzazione aggiunsero, in un micidiale “combinato disposto”, la regionalizzazione, a cominciare dalla Sanità, che ne ricevette un colpo le cui conseguenze sono davanti a noi in queste tragiche settimane.

E, ciliegia sulla torta, i “democratici”, divenuti più realisti del re, dopo aver approvato sanzioni contro Cuba, Venezuela, e Russia, imposte dagli USA,  giunsero a votare, nel Parlamento della UE., nello scorso settembre insieme a tutte le destre, una risoluzione che non soltanto equipara nazismo e comunismo, e attribuisce all’Unione Sovietica una pari responsabilità rispetto al Terzo Reich hitleriano, nello scatenamento della Seconda Guerra mondiale, ma invita governi e popolazioni a cancellare persino la memoria del comunismo, mentre redarguisce aspramente, e ridicolmente, i governanti russi, accusandoli di interferire pesantemente sulla politica dei Paesi della UE, turbandone la lineare vita democratica… Avrebbero dovuto mettersi sulla strada della democrazia, altrimenti non sarebbero stati più accolti nell’onorevole consesso delle Grandi Nazioni del mondo…

Poi, di colpo, giunse il Coronavirus, e davanti alla crisi, in un crescendo drammatico, mentre l’Unione Europea mostrava la propria dis-unione strutturale, l’annunciata “guerra comune al virus”, si rovesciava in una guerra di ciascuna nazione contro le altre, tutte, peraltro, in palese difficoltà nella situazione inedita, compresa solo via via nella sua gravità. Le classi dirigenti europee e occidentali hanno cominciato perciò ricorrere a qualsiasi espediente per cancellare le proprie responsabilità. L’Italia, naturalmente, data la miseria intellettuale e morale delle proprie classi dirigenti, ha fatto la sua parte in tal senso, e governanti e amministratori locali danno segni di affanno, di incertezze, di contraddizioni, senza uno straccio di autocritica rispetto alle scelte politiche scellerate del passato, che hanno quasi distrutto il Servizio Sanitario Nazionale.

Negli ultimi giorni, l’ottimismo dell’“andrà tutto bene” appare sempre più incongruo, davanti al moltiplicarsi dei contagi, e dei morti, a cominciare dagli operatori sanitari, un crimine della classe dirigente che dovrà poi esserle addebitato e da essa debitamente pagato. Mentre dunque la situazione invece di migliorare va peggiorando, e il blocco del Paese produce fame (che produrrà rivolta, come già sembra stia cominciando ad accadere nel Sud), mentre le strutture sanitarie sono prossime al collasso, dopo i tagli, la regionalizzazione, la privatizzazione, “l’Europa”, ossia la UE, volta le spalle con arroganza all’Italia, arriva dunque, un significativo soccorso proprio da Paesi estranei, e guarda caso, ex comunisti o tuttora almeno socialisti: a partire dalla Cina, e accanto o dopo, Cuba, Venezuela, Russia…. E allora, davanti alle porte chiuse dei soci del club europeo, questi Paesi offrono il loro aiuto, quell’aiuto che viene negato appunto da Germania Austria Olanda e via seguitando. Come si fa a rifiutare quelle mani tese?

Se qualche giorno fa si parlava dell’Italia “rossa”, per via delle zone di chiusura profilattica, ora c’è chi sempre scherzando parla dell’Italia rossa perché arrivano i (post)comunisti. C’è però anche chi prende sul serio l’avanzata rossa, e quella dei russi, che non saranno più comunisti ma sempre russi sono, e forse il comunismo lo hanno introiettato, e comunque sono nemici a prescindere…. Ed ecco, dopo l’invettiva di Maria Giovanna Maglie contro i cubani (salutati con un elegante “Vaff!”), dopo il tentativo incredibile di Salvini e Meloni di insinuare in modo neppure scoperto che il virus era stato creato in laboratorio dai cinesi (tra l’altro rilanciando un programma TV di anni fa, che parlava di tutt’altro), arriva ora La Stampa, per la penna di Jacopo Jacoboni, a esporsi in un delirante articolo che da noi ha suscitato la reazione sarcastica credo soltanto di Marco Travaglio, in un articolo-capolavoro  (Il Fatto Quotidiano, 26 marzo), ma ci ha esposto, all’estero, a una figura a dir poco vergognosa.

In sintesi, l’articolista del giornale della famiglia Elkann, sulla base di penosi “ragionamenti”, e di ridicole insinuazioni, di confidenze attribuite a fonti non precisate, a grotteschi sospetti personali (non ci eravamo accorti che Jacoboni fosse un esperto di geopolitica!), critica il governo italiano per aver accettato il subdolo aiuto russo, e mette in guardia le Forze Armate che si tengano pronte a isolare e respingere i medici russi, che, a prova della loro pericolosità, sono medici militari, che viaggiano su camion militari (russi!) e sono arrivati in aeroporto militare (italiano), e nessuno insomma li ha fermati. E a sfregio delle energie, di ogni genere, profusi dal governo russo in questa spedizione di aiuto medico-sanitario, Jacoboni ha l’ardire di affermare che “per l’80%” si tratta di aiuti inutili. E che in definitiva il subdolo Putin ha sfruttato l’emergenza sanitaria per insinuarsi nel territorio patrio, una sorta di testa di ponte, per arrivare, non, come si diceva un tempo, ad abbeverare i cavalli dei Cosacchi alle fontane di Piazza San Pietro, ma, forse, per imporre una signoria sul nostro Paese, staccandolo dal protettivo consesso europeo (di cui abbiamo appunto ammirato lo spirito di solidarietà e cooperazione nei nostri confronti!). In definitiva, un articolo cretino e sciagurato, che rischia di provocare un incidente diplomatico.

No, la guerra fredda non è mai finita. E se pure sul Cremlino non sventola più la bandiera rossa con falce e martello dell’Unione Sovietica, ma quella rossoblu della Federazione Russa, il nemico è sempre là. E del resto l’anticomunismo si è spesso accompagnato volentieri alla russofobia, da noi. E se il comunismo è venuto meno, la Russia esiste (per fortuna), e va tenuta a bada, messa in condizioni di non nuocere. Jacoboni è pronto a organizzare i GAR, i Gruppi di Resistenza Antirussi?

(27 marzo 2020)

Alcuni dei camion russi giunti con aerei-cargo all’aeroporto militare di Pratica di mare, e poi partiti verso la Lombardia per portare materiale e medici in aiuto agli ospedali della Regione. (Foto ufficiale russa)

aspettando l’alba

Notizia dell’ultima, o penultima ora: un contadino viene ucciso da un altro sorpreso a varcare la “zona rossa”, in quel di Fondi, presso Latina. Al centro operativo della Questura di Torino ieri sono giunte 600 (dicasi seicento) segnalazioni da parte di privati cittadini, che denunciano altri cittadini per violazioni delle restrizioni alla libera circolazione delle persone: la metà si sono rivelate violazioni insussistenti. Qualcuno opportunamente lancia un appello: non trasformiamoci tutti in sbirri. I quali sbirri non vanno tanto per il sottile: segnala un amico su Facebook, Salvatore Prinzi, una scena in una via del centro di Napoli, deserta, zona degradata, dove mai si vede polizia, e la legalità è soltanto una parola, perdipiù sconosciuta alla gran parte dei residenti. Ebbene, ieri pomeriggio era percorsa da quattro carabinieri su rombanti motociclette che si fermano a una panchina dove è seduta una coppia, debitamente fornita di mascherine: i due vengono avvicinati, documenti e tutta la trafila. Abitano a pochi metri, vogliono prendere una boccata d’aria, dato che la loro casa è piccola e umida. Mostrano il portone d’ingresso alle loro spalle. Niente da fare: la legge è legge. Sanzione d i 206 euro (e una denuncia), e gli è andata bene, perché da domani le sanzioni sono schizzate verso l’alto, da un minimo di 400 a un massimo di 3000. Intanto, i bus napoletani sono stipati all’inverosimile di persone, quelle costrette a muoversi, con tanto di autocertificazione, e siccome sono state ridotte le corse dei mezzi pubblici, ne consegue che devono stare l’una a ridosso dell’altra in un mezzo…

Forse è già troppo tardi. La caccia all’untore è già scattata? La sindrome della peste finirà per ammazzarci prima della peste?

Domande come queste, che troviamo o no la forza di porle, sono depositate dentro di noi, agitano le nostre menti, ci tolgono il sonno, generano ansia, e ci mettono a nudo nella nostra impotenza. Non abbiamo risposte, specialmente alla domanda delle domande, che ci preme nel cervello, e non osiamo neppure confessare: che fare? Non possediamo specifiche competenze in campo medico, epidemiologico, e soprattutto virologico; dunque non abbiamo soluzioni, al di là della protesta appartata e silenziosa, sempre più appartata e sempre più silenziosa, e al massimo, appunto, firmiamo o lanciamo qualche appello, caritatevole o di protesta: chiediamo risorse per il sistema sanitario nazionale, esortiamo il governo a chiudere le fabbriche, i più attenti tra noi denunciano – giustamente – il rischio autoritario insito nelle misure (spesso anticostituzionali, o al limite della legittimità) dei governanti, e incitano i concittadini a non farsi travolgere dalla paranoia.

Altri reagiscono cantando e suonando dai balconi, altri dando libero sfogo alla loro inventiva elettronica creando o rilanciando dei “meme”, che, come sappiamo, si diffondono come un fenomeno “virale” (che paradosso, a rifletterci! Resistiamo alla diffusione di un virus biologico diffondendo virus elettronici). Altri ancora, molti di più, fanno ricorso all’orgoglio nazionale, improvvisamente riscoprendo che l’Italia “è un Grande Paese”, che è pure “il Bel Paese”; e snocciolano i nostri pezzi forti, Raffaello e la Ferrari, Dante e Giorgio Armani, la Pizza e Giuseppe Verdi, Marconi e la Gioconda, la Torre Pendente e il Barolo… Ed è una profluvie di “Fratelli d’Italia”, di “Va’ pensiero”, nello sventolio del tricolore.

Non mancano coloro che, all’opposto, si chiudono in un mondo di paure, e nei loro discorsi si dilettano, quasi, a disegnare scenari distopici, certo sollecitati dallo sconsiderato allarmismo dei media, e accarezzati da foto (o fotomontaggi), che anche quando non provengano dalle innumerevoli fabbriche del falso, le famigerate, infinite fake news, invece che documentare sembra abbiano il solo scopo di allarmare, angosciare, e metterci alla mercé del primo che prometta salute privata e pubblica. Altri ancora, coscienziosamente, ma con un crescente tasso di nevrosi, vanno in caccia di informazioni, che non mancano, ma non sono (non siamo) in grado di sceverare il grano dal loglio, le notizie vere da quelle false, e le informazioni corrette spesso risultano superflue, tanto più per chi non appartiene al mondo della medicina.

Insomma, noi semplici cittadini, i “non esperti” e i “non governanti”, ci siamo scoperti inermi, privi di armi teoriche, conoscitive, e di armi pratiche, mediche e sanitarie, davanti alla tragedia. I governanti, locali e centrali, non sono che lo specchio della nostra impreparazione. Ma non spetterebbe proprio ai responsabili dei pubblici poteri, a Roma, come a Milano, a Torino, a Venezia, a Bologna, a Bari, a Palermo…, gestire, accanto all’ordinaria amministrazione, anche quella straordinaria? Tanto più che da molto tempo, gli esperti (quelli veri) annunciavano il rischio di pandemie? Tanto più che questo virus (il SARS-CoV-2, che procura la malattia Covid19) era sotto osservazione (addirittura dal 1997) e la sua pericolosità era nota.

Abbiamo invece subìto (e stiamo subendo) le conseguenze delle gravi incertezze e dei colpevoli ritardi del governo, delle assurde contraddizioni e delle illeceità giuridiche delle azioni dei poteri centrali e periferici, e abbiamo subito e stiamo subendo il ridicolo protagonismo del presidente del Consiglio che si atteggia a “capo del governo”, così come i presidenti delle Giunte regionali si atteggiano a “governatori”, figure, l’una e l’altra, che nel nostro ordinamento non esistono, si badi bene, ma che un sistema mediatico corrivo e pigro finisce per avallare, tra dolo e insipienza.

E intanto, ci è toccato altresì assistere al penoso balbettio di ministri, a odiose speculazioni politiche di chi non è in questo momento al potere, a conflitti, spesso grotteschi, tra centro (governo di Roma) e periferia (amministrazioni regionali) e, a cascata, persino a penose baruffe tra presidenti di Regioni e sindaci, tra Protezione civile e Aziende Sanitarie Locali, tra Giunte regionali e Prefetture…

Ancor più deprimente è il continuo scontro fra “tecnici”, in particolare tra virologi ed epidemiologi, e tra infettivologi e pneumologi, tra medici olistici e medici specialistici, per non parlare delle contese in seno alla stessa piccola comunità degli esperti di virus, la virologia, appunto: e agli scambi sconcertanti di accuse, insinuazioni, persino volgarità. Il tutto amplificato e deformato, iperrealisticamente, dalla televisione che non smette di “rilanciare”, e di fornirci una rappresentazione della realtà sensazionalistica, e in definitiva peggiore di quanto essa non sia, purché faccia audience (ah, quanta ragione aveva Pier Paolo Pasolini al proposito!). Siamo stati tutti sommersi da un maremoto di dati, spesso contraddittori, imprecisi, approssimativi, nei quali i catastrofisti litigavano con i rassicuranti, ma non sono mancati e tuttora sono in azione i negazionisti: coloro che dicono, ripetono, e sovente urlano scompostamente (vedasi quel figuro di Vittorio Sgarbi) che non esiste alcuna pandemia, e neppure una epidemia, trattandosi di una “banale influenza come un’altra”, supportati magari da figure di “saggi” come Giorgio Agamben che ha avuto l’ardire di sostenere (filosoficamente, s’intende!) che la vera malattia è la paura, non il virus. Impudenza e imprudenza degli uni e degli altri.

Certo, si può e credo si debba gioire delle manifestazioni spontanee o sollecitate, di solidarietà orizzontale, fra cittadini, con i ragazzi che si offrono per la spesa e l’assistenza agli anziani soli, con le collette di fondi per la Protezione civile, con i tanti, vari e spesso fantasiosi modi di stare vicino a chi ha bisogno. Ma è difficile frenare la rabbia pensando al fatto che il comune cittadino, dopo essere stato schiacciato, vessato o comunque non adeguatamente protetto da chi avrebbe dovuto istituzionalmente farlo, deve ora sobbarcarsi l’onere di dare la propria opera, il proprio sangue, il proprio tempo e il proprio denaro, per supplire alle carenze del potere. È difficile frenare la rabbia davanti alla obbligatorietà del lavoro in troppi casi, senza che venga garantita alcuna protezione a chi quel lavoro presta, negli uffici, nelle fabbriche, nei servizi, in tutte quelle situazioni che non possono essere gestite a distanza, con il cosiddetto smart working.

Intanto accanto ai cittadini ricoverati, e ai deceduti, per Covid 19 (anziani, ma non soltanto), l’elenco dei morti veniva e viene tuttora, giorno dopo giorno, ora dopo ora, paurosamente allungato da medici, paramedici, infermieri, e così via: morti che pesano doppiamente, questi ultimi, sulla coscienza civile di questo Paese. Un personale gettato allo sbaraglio dalla inettitudine e incompetenza dei loro dirigenti, dalla vigliaccheria governativa, e soprattutto da una lunga, sistematica devastazione del Servizio Sanitario Nazionale, a cui con particolare zelo, persino con accanimento, si sono dedicati nel corso degli ultimi  tre decenni almeno, politici di “centrosinistra” e di “centrodestra”, o se si vuole esponenti delle due destre che si alternano al potere, locale o centrale, senza alcuna forza politica e sindacale capace di opporsi allo sfacelo, le cui conseguenze erano facilmente prevedibili. E ora, con sfacciata noncuranza, si gettano allo sbaraglio i neolaureati, e si fa appello ai medici in pensione: andate tutti a morire per la patria, e la patria ve ne sarà grata…

Sì, la Patria. La situazione ha fatto “riscoprire” nell’orgoglio di chi vuole resistere, l’amor patrio, e la metafora guerresca è divenuta corrente; o meglio, diciamo che la costruzione dell’auto-apologetica assolutoria della nazione è stata parte integrante del lessico del potere, per cancellare o minimizzare le proprie responsabilità e nascondere le proprie incapacità. Il lessico bellico finirà, forse, per sostituire stabilmente quello sportivo inaugurato e imposto da Silvio Berlusconi (scendere in campo, fare squadra, portare a casa il risultato…). “Siamo in guerra”, “la guerra che stiamo combattendo”, “il nemico da sconfiggere”, “i medici in prima linea”, “gli eroi delle corsie” con la variante “gli angeli delle corsie”, “i caduti sul campo”, e via seguitando…; e intanto se ci affacciamo alle finestre, vediamo in azione blindati, camion dell’esercito, divise verdi accanto a quelle blu con strisce rosse dei Carabinieri e quelle azzurro-grigio della polizia. Se si alzano gli occhi al cielo elicotteri e droni a sorvegliare la “zona di guerra”. E finiamo per convincerci che davvero è una guerra, se allunghiamo lo sguardo verso strade deserte, piazze vuote, e dalla radio e dalla tv non riusciamo a sottrarci ai “bollettini di guerra” (espressione ormai codificata). E la guerra richiede misure eccezionali, comprese la sospensione dei più elementari diritti degli individui, in un crescendo di limitazioni, alcune ovvie e giustificate, altre cervellotiche e controproducenti (vedi la passeggiata di singoli in un giardino, o godere uno spicchio di sole su di una spiaggia).

Siamo tutti, ormai, dentro la logica pericolosa e sovente illogica dell’emergenza, spinta oltre i limiti dell’intelligenza e della decenza, e applicata con rigidità, spesso con cattiveria, dai tutori dell’ordine, spesso quasi con un certo gusto; per loro l’emergenza significa licenza? Ci fosse almeno a corrispettivo un’autorità politica, amministrativa, scientifica a darci fiducia. Purtroppo non c’è. E noi staremo qui, stancandoci a un certo punto anche di seguire la stampa, la radio, la televisione. Subiremo, semplicemente, aspettando che questa lunga notte passi, esercitandoci, nel contempo, nella nobile scienza della resilienza, e attivando ogni nostra risorsa nella difficile arte della speranza. Ma intanto, attrezzandoci, sul piano culturale, compreso quello specificamente scientifico, e lavorando, sul piano squisitamente politico, per essere in grado di rilanciare la lotta, la più dura possibile, domani, con alcuni obiettivi di fondo, primo fra tutti, la difesa e il rilancio di tutto ciò che è da considerare bene comune, non privatizzabile, non “regionalizzabile”, non commercializzabile: l’ambiente, la salute, l’istruzione, il patrimonio culturale, il paesaggio. Ricordiamocene appena sorgerà l’alba.

(Articolo pubblicato su “MicroMega”, il 25 marzo 2020, l’immagine è tratta dalla stessa fonte)

La difficolta’ e la necessita’ della speranza

“… è sperare che è difficile. Quel che è facile è istintivo è disperare, ed è la grande tentazione”. Così ammoniva lo scrittore cattolico Charles Péguy (morì a 41 anni nel settembre del 1914, proprio all’inizio della prima battaglia della Grande guerra, dove era andato volontario).
Parole che dovremmo sforzarci di ricordare e fare nostre in questi frangenti drammatici della nostra storia. E vincere la “grande tentazione”: il disperarsi, l’abbandonarsi alla disperazione, che in fondo, a ben vedere, ci appaga, in certo senso, ci cava dagli impacci, ci fornisce alibi, ci facilita nella rinuncia alla lotta, quella rinuncia che forse in cuor nostro, segretamente avevamo già scelto.
La disperazione in tal senso è individualistica, sempre; la speranza può essere invece collettivistica, comunitaria, sociale. E può, e deve – per come io la penso, a differenza di Péguy che associava la speranza alla fede – implicare l’azione, la lotta, all’opposto della disperazione che invece implica la rinuncia e l’inazione.
E una delle cose da fare oggi è non perdere la lucidità, non farsi obnubilare dall’emozione, combattere per rimanere svegli anche nel buio di questa lunga notte, e nel prendere buona nota dei fatti e delle parole e dei nomi. Domani, quando tutto questo sarà alle nostre spalle dovremo riprendere la lotta e presentare il conto a tutti coloro – singoli e gruppi – che si sono assunti responsabilità gravissime, dovremo far pagare loro le incompetenze e le prevaricazioni, la disonestà e l’inganno dei popoli, il privilegiare l’interesse di pochi rispetto all’interesse generale, la stolida apologetica del “privato” a scapito del pubblico.
Anche per questo conviene resistere e lottare, anche per questo dobbiamo coltivare la speranza di farcela: per presentare domani il conto a lor signori. Resistiamo e speriamo, dunque, oggi; non cediamo alla tentazione facile del disperarsi.
All’immagine (un’opera di Muzi del 1973, proprietà della Fondazione Longo) oltre all’ovvio significato politico di liberazione degli oppressi, sotto le bandiere del socialismo, oggi possiamo anche attribuire il senso della liberazione dal morbo che ci sta mettendo a così dura prova. Una doppia speranza che coltivo e voglio condividere con i miei amici e “seguaci”.

(Nato come post sul mio profilo Facebook, il 15 marzo 2020, è stato poi pubblicato su “AlgaNews”, il 16 marzo)

LE LEZIONI DEL CORONAVIRUS

Grande è la confusione sotto il cielo.

Parlano tutti, esperti, politici, comunicatori, tutti in cerca di visibilità; tutti sono in contrasto con tutti; governo e regioni non si mettono d’accordo; abbiamo scoperto una infinità di virologi, che ovviamente parlano linguaggi iniziatici, e non concordano quanto ad analisi, previsioni, soluzioni divergenti, specialmente sulla pericolosità del virus, la durata dell’epidemia, il rischio che si trasformi in pandemia, e via seguitando. E giungono a polemizzare aspramente fra di loro, in seno alla categoria.

Abbiamo visto i balbettii del Presidente del Consiglio, incerto sul da farsi; e quelli dei leader politici, senza cognizione di causa e spesso anche di buon senso, preoccupati solo di lucrare elettoralmente della situazione. Persino le strutture ospedaliere appaiono ora concorrenti ora avversarie, in una gara non dichiarata a chi fa meglio il proprio lavoro, con velate allusioni più o meno polemiche sulle istituzioni omologhe. Abbiamo sentito un presidente di Regione, Luca Zaia, del Veneto, esibirsi senza ritegno in un passaggio di cabarettismo razzista, contro cinesi che… “li-abbiamo-visti-tutti-mangiano-i-topi-vivi”. Un altro “governatore”, Attilio Fontana, della Lombardia, lo abbiamo ammirato nel numero comico del metti-la-mascherina-in-diretta, anche se è tutta, e solo sceneggiata.

Abbiamo sentito deputati e senatori che, senza alcuna competenza in merito, hanno berciato in Parlamento irridendo alle misure precauzionali di cui si stava finalmente parlando (per tutti ricordiamo l’intervento dell’“onorevole” Vittorio Sgarbi, un esempio di irresponsabilità e, of course, di volgarità e senza pari). Abbiamo letto titoloni dei quotidiani, non privi di razzismo a loro volta. Abbiamo sentito un ministro (degli Affari Esteri, Luigi Di Maio), parlare, con temerario sprezzo del ridicolo, del “coronavairus”…

Abbiamo letto dotti e pensosi articoli di filosofi che hanno applicato le astratte teorie dello stato di emergenza e simili, per rappresentare la situazione in cui l’Italia si trova e ossia criticare aspramente le prime misure di “contenimento”: dimenticando semplicemente che qui siamo davanti a un fatto, prima di tutto, epidemiologico, che nasce da un virus pericoloso e quasi ignoto, che si sta diffondendo, davanti al quale la comunità scientifica è ad oggi quasi impotente.

Abbiamo irriso alla Cina, prima per la sua mancanza di igiene (Zaia docet, sempre), poi per l’autoritarismo dei suoi governanti che hanno chiuso in casa decine di migliaia di persone, e ci siamo beati della nostra creatività, della libertà regnante nel Bel Paese, della discrezione e dell’accoglienza, della continuazione di ogni attività, per non cedere alla psicosi (che peraltro i politici creavano a gogò), magari tirando in ballo la privacy e il suo rispetto assoluto. Risultato? La Cina, da cui l’epidemia è partita, sta chiudendo, favorevolmente in tempi rapidissimi, la partita col virus, mentre l’Italia è diventata il centro del contagio a livello mondiale, con le conseguenze economiche e sociali e culturali che sono sotto i nostri occhi, e che diverranno assai più evidenti, drammaticamente evidenti, nei prossimi giorni e nelle prossime settimane.

Eppure questa crisi ci fornisce molte lezioni, tutte da apprendere, o comunque sulle quali sarebbe utile una riflessione collettiva. Ne indico qualcuna, schematicamente, come avvio di un dibattito (anche se temo non ci sarà).

Prima lezione

Lo Stato che funziona è uno Stato che nei momenti di crisi sa accentrare poteri e funzioni nelle sue mani: il decentramento, con i suoi princìpi (nobili o più spesso ignobili), costituisce un problema, invece che la soluzione, per la disparità delle soluzioni, la diversità delle iniziative, la difficoltà del coordinamento fra le Regioni e fra i diversi enti territoriali.

Seconda lezione

La Sanità e l’Istruzione, come beni comuni, devono essere gestiti a livello centrale. La regionalizzazione di questi ambiti è stato un errore catastrofico, al quale va posto rimedio, subito. Sanità e Istruzione devono essere gestite dallo Stato, a livello centrale, non dalle Regioni a livello locale.

Terza lezione

Nelle situazioni di crisi, nei momenti di “emergenza”, che entri in campo la Protezione civile, o meno, occorre unificare e accentrare la macchina addetta agli aiuti, ai sostegni, ai soccorsi. Tale macchina, quale che sia la sua forma (Comitato o simile), deve essere unica e unitaria, e deve essere in grado di intervenire su ogni piano, per qualsivoglia problematica, da quelle igienico-sanitarie a quelle idrogeologiche.

Quarta lezione

Nelle crisi la tempestività è essenziale, e la prudenza è obbligatoria. La sottovalutazione dei problemi causa sempre disastri, la sopravvalutazione no.

Quinta lezione

Nelle crisi igienico-sanitarie, come in quelle idrogeologiche, occorre che la politica e l’informazione abbiano totale rispetto degli esperti e dei tecnici. Occorre che anche i comunicatori da social media assumano un atteggiamento di prudenza e di silenzio, fino a che non abbiano informazioni attendibili, piuttosto che parlare a ruota libera, secondo simpatie e idiosincrasie, o sulla base del “non sono un esperto, ma penso che…”.

Sesta lezione

La libertà è certo il bene fondamentale, in simbiosi con la giustizia; ma quando si verifichino situazioni di crisi in una società complessa, il bene è uno solo: quello che i romani etichettavano salus Rei Publicae, la salvezza della comunità. E in nome di quel bene primario, la limitazione della libertà individuale può essere necessaria, e salvifica, per quanto spiacevole, purché sulla base di leggi: norme esplicite, univoche (ossia non sottoposte ad arbitrarie interpretazioni), ragionevoli, e limitate nel tempo, e come tutte le leggi sottoposte a verifica di legittimità dagli organi competenti, indipendenti.

Settima lezione

Nel Protagora, Platone scrive, che nell’agorà, ossia nello spazio pubblico dedicato al dibattito fra i cittadini, quando si parla di navi intervengono solo i costruttori di navi, quando di parla di edifici, la parola è agli architetti; ma quando si parla di politica, tutti hanno facoltà di dire la loro. Il Coronavirus è un “fatto” che richiede che la parola sia riservata agli studiosi, mentre i politici, governanti centrali e locali, dovranno semplicemente tradurre in atti politici le “sentenze” degli esperti, ricordandosi che il loro ruolo è quello di preservare e amministrare il bene pubblico, a cominciare da quello fondamentale: la vita e la salute degli amministrati, ossia la salus Rei Publicae.

(Articolo pubblicato in “AlgaNews”, il 5 marzo 2020)

Immagine del Coronavirus al microscopio elettronico, in mezzo alle celluler (Foto NIAID-ML, tratta da “Il Foglio”)

Un libro racconta l’autunno caldo sotto la mole

Una fotografia può essere assai più di una illustrazione, e può valere molto più anche di un documento in forma scritta: in termini di capacità di comunicazione, certo, ma anche sul piano della pregnanza. Ogni tipo di documento serve, nell’attività storiografica, si sa: la massa documentaria che il passato, lontanissimo come recentissimo, ci offre è come il maiale: non si butta via nulla, tutto serve, ogni pezzo ha una sua utilità. Ma le fotografie sono un documento di tipo particolare. E a volte, lo si sa, e lo si ripete, una foto può valere più di mille parole.

È il caso di “Torino ’69”, un volume riccamente illustrato, di Ettore Boffano, Salvatore Tropea, Mauro Vallinotto, edito da Laterza. Le immagini vincono, e alla grande. Al di là dei meriti eventuali del fotografo – il bravissimo Mauro Vallinotto – e di quelli di chi scrive – due giornalisti di lungo corso, espertissimi delle vicende torinesi, Ettore Boffano e Salvatore Tropea, fondatori dell’edizione cittadina de la Repubblica –, questo è un libro che racconta Torino, la Fiat, il Sud, e il Nord, nel loro difficile incontro/scontro, e in verità l’Italia tutta, in una stagione che va molto al di là e sta molto al di qua della data in copertina. Al di là e al di qua: questo è uno dei punti più complessi e discutibili del volume, devo aggiungere subito. Detto altrimenti, la periodizzazione, uno degli elementi nodali del lavoro di chi fa storia: individuare le cesure e le continuità, un atto non facile, perché assai numerose sono le questioni in ballo, a cominciare dalla soggettività di chi scrive.

Quando inizia il ’69, in primo luogo? Dai fatti di Corso Traiano, il 3 luglio, secondo gli autori. Tesi discutibile.

Il Sessantanove italiano è in realtà una parte di un’endiadi: l’altra parte è il Sessantotto, che nel panorama internazionale rappresenta un unicum: è un unico movimento, che occupa un biennio. In tal senso, allora, il Sessantotto torinese inizia dall’occupazione di Palazzo Campana (giustamente ricordata dagli autori), il 17 novembre 1967. E senza una vera soluzione di continuità si giunge al 1969.

Naturalmente è lecito tentare di distinguere i due anni, ma allora il 1969, ossia l’autunno caldo, mi pare difficile farlo iniziare da quell’episodio. Si aggiunga che gli autori fanno degli andirivieni cronologici, non limitandosi affatto a quel biennio, ma risalendo indietro, al 1962 (Piazza Statuto), ai fatti di Ungheria (1956), e via seguitando in un tentativo comunque di mettere sotto gli occhi dei lettori i dati che segnano la rapidissima e quasi violenta trasformazione di Torino, da ex capitale politica a capitale industriale dalla nostalgia alla preoccupazione, davanti all’invasione dei “napuli”, i “moru”, le “terre da pipe”, i “terroni”, e via seguitando in una lunga galleria di colorite espressioni dal sapore razzista, anche quando “simpaticamente” espresso…

Le resistenze, dunque, vi furono, all’ondata dei meridionali, quelli che, come informavano centinaia di cartelli (ma anche di annunci sui quotidiani), non si affittava: e quello era un periodo in cui si trovava casa con facilità, ma per quegli uomini (prevalevano di gran lunga i maschi, d igiovane età), che giungevano dal Mezzogiorno, poteva diventare un’odissea faticosa e umiliante. Eppure quelle resistenze vennero travolte, malgrado gli sforzi in senso contrario da parte di alcune delle centrali egemoniche; si pensi alle pagine cittadine della Stampa, grondanti di razzismo, anche se i suoi padroni – la Fiat e gli Agnelli – avevano bisogno di quella manodopera. In generale (e meglio sarebbe stato sottolinearlo nei testi di accompagnamento alle immagini) è, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, un’intera classe politica a risultare impreparata, compresa quella comunista. Così come si palesa una certa sclerosi del sindacato, sorpassato dai comitati di base, in una inaspettata riemersione della “democrazia operaia” teorizzata da Gramsci nel 1919…

Fu la Chiesa cattolica, rispolverando la tradizione dei santi sociali piemontesi, a esercitare un importantissimo ruolo di supplenza, nella gestione di una situazione del tutto nuova e dirompente. Emerge altresì la debolezza culturale e l’assenza di un’etica dell’impresa nella proprietà e nella dirigenza FIAT, e i contrasti interni. Diego Novelli, mitico sindaco rosso degli anni Settanta, racconta un episodio interessante, al riguardo, relativo alla richiesta rivoltagli da Umberto Agnelli di metterlo in contatto con Luciano Lama, il grande capo della CGIL. La cosa non si fece per la recisa opposizione di Cesare Romiti, da cui si giunse poi alla grave sconfitta degli anni Ottanta. In precedenza, il passaggio nella direzione dell’azienda da Vittorio Valletta a Gianni Agnelli fu un passaggio dalla padella alla brace, che non recò benefici né all’impresa né ai lavoratori. Capitalismo padronale e neocapitalismo modernizzatore a parole, finirono per convivere in una faticosa gestione della maggiore azienda privata italiana.

Le interrelazioni con il resto del mondo, nei testi, sono quasi assenti, ma andrebbero tenute presenti per capire quegli anni. Nixon, l’escalation in Vietnam, ma anche in Cambogia e Laos, con gli effetti che produsse, anche nell’immaginario (“Agnelli l’Indocina ce l’hai in officina”, fu uno degli slogan più fortunati di quella fine decennio…). Meno rilevante, ma comunque importante, l’elezione di Arafat: la questione palestinese irrompeva nel dibattito politico. Le dimissioni di De Gaulle a fine aprile. La morte dello studente Jan Palach (inizio anno). La rottura del gruppo del Manifesto in seno al PCI. Gheddafi al potere in Libia (settembre). Il festival di Woodstock nello Stato di NY (agosto). Lo scontro sul fiume Ussuri tra Repubblica Popolare Cinese e URSS simbolo dei due comunismi ormai inconciliabili. E mentre la Russia dei Soviet perdeva il suo appeal, la Cina di Mao ne acquistava e un forzosamente redivivo “marxismo-leninismo” acquistava una quarta icona da inserire accanto al “trittico” Marx Engels Stalin, il faccione di Mao Zedong, il “grande timoniere”. E i “cinesi”, che ben presto si frammentavano in linee contrassegnate da colori, diventano una componente significativa, anche se non maggioritaria, del movimento di lotta, più fra gli studenti che fra gli operai.

Altrettanto nuova la “sinistra extraparlamentare”, che mostrava le maggiori contiguità tra movimento degli studenti e lotte operaie. A Torino la Lega Studenti Operai fu un fenomeno interessante, e addirittura vi fu un Gruppo Gramsci, rara avis in un mondo in cui a dispetto dei richiami oggettivi tra le due ondate di consiliarismo, a distanza di mezzo secolo (1919-1969), il rivoluzionario sardo venne ignorato quasi totalmente. Fu Bruno Trentin a cogliere, con la sua lucida intelligenza, le somiglianze, parlando per primo (e bene fanno gli autori a richiamarlo) di un “secondo biennio rosso”, aggiungendo che questo era più importante del primo: e il giudizio viene avvalorato dagli esiti di quel biennio, opportunamente elencati nel libro. Personalmente non condivido l’enfasi con cui Giovanni De Luna parla, nelle conversazioni con gli autori (“Fu un momento magico e irripetibile…”, p. 204) e uno sforzo di valutazione critica è necessario, ed è ciò che fanno, pure direi sotto traccia gli autori, i quali comunque si limitano per lo più a tentare di rappresentare, “fotograficamente” – e qui si percepisce l’egemonia del linguaggio delle immagini – non solo quell’anno ma l’intero dopoguerra fino oltre gli anni Settanta, con la più volte evocata marcia dei 40.000.

Il libro dal punto di vista della ricostruzione appare rapsodico, a dispetto degli sforzi degli autori di costruire delle sequenze, e questo se da una parte rende più debole sul piano storiografico, ne aumenta la leggibilità, in quanto risulta una chiacchierata, ricca di stimoli, con giudizi generalmente condivisibili.

Condivido assolutamente il giudizio conclusivo: “l’Autunno caldo non fu soltanto un affare di sindacati e di padroni, ma segnò l’epifania, e la venuta in primo piano, della questione operaia nella società italiana” (pp. 202-203).

(Articolo pubblicato su “MicroMega”, on line, il 3 marzo 2020)

La polizia sgombera gli occupanti di case in un quartiere periferico a Torino (Foto Mauro Vallinotto, tratta dal libro “Torino 1969”)

La causa di Julian Assange è la causa della verità e della giustizia

«Mi piace aiutare le persone vulnerabili, mi piace fare a pezzi i bastardi»: questa dichiarazione di guerra di Julian Assange, confessata in una dichiarazione al settimanale tedesco Der Spiegel è la spiegazione della incredibile persecuzione che questo giornalista, questo attivista, questo paladino della verità sta subendo ormai da troppo tempo, e che ora a Londra, sta per concludersi o passare alla fase finale, con la terribile prospettiva di una detenzione a vita in una prigione statunitense.

Perché dunque tale accanimento contro “il biondo australiano”? Si è tentato anche di metterlo fuori gioco con una facile accusa di stupro, poi caduta. Si è corrotto il presidente ecuadoriano Lenin Moreno perché ritirasse l’asilo politico concesso ad Assange, che era rimasto per anni nell’ambasciata del Paese a Londra. Si è mobilitata una legione di commentatori in tutto l’Occidente, con il compito di dimostrare che Assange è pericoloso per la libertà, la democrazia, la sicurezza e quant’altro. Più fortunato di lui, Edward Snowden, accusato più o meno di “crimini” analoghi, trovò rifugio in Russia, dove vive tuttora. Vicende tormentate sono state anche quelle di Chelsea Manning (all’epoca, ufficiale USA addetto all’intelligence) in prigione dopo aver ottenuto la grazia da Barack Obama, e nuovamente incarcerata nel 2019, e sottoposta in più alla misura pecuniaria di 1000 dollari al giorno! Anche per lei la colpa era di aver rivelato segreti di Stato, che potevano, se messi a nudo, nuocere alla “sicurezza nazionale”: si trattava prevalentemente della guerra in Iraq e dell’uccisione deliberata di civili da parte dei militari yankee (tra l’altro la Manning ha passato ad Assange alcune delle informazioni secretate che lui poi ha reso pubbliche).

 Assange, prigioniero della “giustizia” britannica (pur non avendo in realtà più condanne da scontare) dopo essere stato trascinato con violenza fuori dei locali dell’Ambasciata dell’Ecuador, viene sottoposto a trattamenti inumani e degradanti, e ora, nel processo, gli viene di fatto impedita la possibilità di difendersi, racchiuso in una gabbia di vetro, dove non riesce né a sentire né a farsi sentire. AI suoi difensori vengono opposti ostacoli di ogni genere; la presidente del tribunale rivela una ostilità preconcetta che richiederebbe la ricusazione; il giorno dell’apertura del procedimento, Baltasar Garzón, il giustamente celebre giudice spagnolo, che abbandonò la tonaca della magistratura per indossare quella dell’avvocatura, ha tentato invano di stringere la mano al suo assistito, invano perché le guardie lo hanno fisicamente impedito. Una scena che mostra in tutta la sua incredibile violenza la situazione in cui Assange è ristretto, a guisa di un criminale,dei peggiori, mentre la sua colpa, lo ripeto, è quella di averci mostrato qualche barlume di luce nel buio in cui il potere si auto-protegge.

Come mi è già capitato di osservare se si può spiegare la persecuzione contro quest’attivista della verità (e che è evidente da quel suo proposito di “fare a pezzi i bastardi”) è quasi incredibile il silenzio del mondo progressista, degli osservatori illuminati, e in generale della piccola borghesia riflessiva. Certo si dirà che ora  l’emergenza, vera o presunta, del Covid,  ha fatto passare quasi in silenzio la notizia dell’avvio del processo che, se Assange fosse sconfitto (come è ahimè probabile), lo vedrebbe diventare un recluso a vita in un carcere Usa. Ma il fatto è che da anni dura la persecuzione nei confronti di questo cittadino che si batte per tutti noi. Da anni è considerato un nemico pubblico dell’Amministrazione Usa, e si sa che Washington ha stuoli di scrivani, travestiti da giornalisti, a libro paga, direttamente o indirettamente.

Colpisce anche sovente la protervia con cui coloro che si sono presi la briga di affrontare il tema lo hanno trattato.  E turba nel contempo la sottovalutazione della questione in coloro che pure sono pronti alla critica e alla polemica. Cito per tutti Michele Serra, brillantissimo giornalista satirico, poi divenuto “scrittore”, quindi “commentatore”, anzi, opinion maker, o forse influencer, per ricorrere a espressioni amate dal chiacchiericcio corrente. Turba la conversione di Serra al mainstream, inquieta il suo addomesticamento: come dimenticare il suo schierarsi, senza una vera motivazione, a favore dell’obbrobrioso referendum del dicembre 2016, quello Renzi-Boschi? Purtroppo non fu un incidente di percorso. Serra era ormai sulla via della post-democrazia. Il suo atteggiamento sul “caso Assange” lo dimostra in modo crudo, quasi osceno. Pochi giorni or sono (il 19 febbraio) in una delle sue “Amache” su la Repubblica , l’inventore di Cuore e della micidiale rubrica “Il giudizio universale”, che molti ricorderanno,  si schierava a favore della tesi Assange spia (dei russi, e di chi, se no?), negando, in modo reciso, la qualifica di eroe della libertà di informazione.  Scopro poi, grazie a una segnalazione, che Serra aveva già tuonato contro Assange ben tre anni or sono, scagliandosi contro l’assoluta trasparenza (ironizzando Serra la chiama “glasnost totale”) degli atti di potere, lasciando intuire che si tratta di  roba da regimi totalitari. Ecco, Serra che diventa filosofo politico, non me l’aspettavo proprio. E che arrivi a sostenere tesi così ardite, fa sobbalzare un allievo di Norberto Bobbio come il sottoscritto, che da quel grande maestro ha appreso una semplice equazione: dove c’è invisibilità degli atti di potere, non c’è democrazia e viceversa. La democrazia si nutre di trasparenza. Dove c’è buio, intorno a chi gestisce la cosa pubblica, o dove c’è anche semplice opacità, la democrazia è ferita mortalmente.

Se sfogliate il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari, nella versione on line, trovate, sopra o sotto l’articolo di Serra, questo soffietto auto pubblicitario, firmato, direi in pompa magna, dal direttore Verdelli: “La Repubblica si batterà sempre in difesa della libertà di informazione, per i suoi lettori e per tutti coloro che hanno a cuore i principi della democrazia e della convivenza civile”. Un bel principio deontologico, non v’è che dire. Ma si sa, un conto la teoria, un altro la pratica.

Ai commenti di Michele Serra, che in effetti contraddicono pesantemente quell’affermazione stentorea del suo direttore, preferisco quello di Roger Waters: in un discorso teso e appassionato l’ex guida del gruppo dei Pink Floid, a Londra, nel giorno stesso dell’inizio del processo, ha scandito, tra le altre questa frase: quello di Julian Assange è un nome “che va scolpito con orgoglio in ogni monumento per il progresso umano”. Sottoscrivo e invito tutti a mobilitarsi per la libertà di un uomo giusto che viene colpito proprio perché è un uomo giusto, in un mondo in cui l’ingiustizia è legge.

Articolo pubblicato sul quotidiano “AlgaNews” del 28 febbraio 2020

Julian assange un eroe dei nostri tempi

A proposito di “emergenza”, rimane, a mio avviso, al primo posto l’informazione, in questo Paese. O meglio la disinformazione, dei media, a cui si aggiunge quella dei social, troppo sovente, anche se, nello stesso tempo,contraddittoriamente, le reti sociali sono uno straordinario messo di controinformazione gratuito e diffuso. Questo vale per il “Covid” (o Coronavirus), autentico festival della disinformazione, in cui politici nazionali, amministratori locali, spesso secondati da specialisti in cerca di notorietà, stanno imbottendo il cranio del popolo italiano di mezze verità ossia di mezze menzogne, con l’effetto-panico che è sotto i nostri occhi.

Ma l’emergenza informazione concerne ogni ambito: ma specialmente la politica internazionale: America Latina, Medio Oriente, Russia, per citare solo tre aree geopolitiche, sono terreni sui quali la costruzione del nemico va di pari passo con l’occultamento della verità e con narrazioni di comodo, prive di qualsivoglia fondamento nella realtà dei fatti e nella loro base storica.

Leggevo la cronaca di un corrispondente da Londra del quotidiano “la Repubblica”, che con la direzione di Carlo Verdelli è riuscito a peggiorare rispetto al mediocre risultato della precedente direzione di Mario Calabresi. Tanto quella era sotto tono, tanto questa è sovra-tono, con titoli gridati che vorrebbero scimmiottare forse “Il Manifesto” e le sue mitiche prime pagine, ma risultano soltanto ridicoli. Per il resto si tratta ormai di un giornale quasi di gossip, non così diversamente peraltro dai suoi (falsi) concorrenti.

Il surriferito corrispondente, tale Antonello Guerrera, raccontava un paio di giorni fa dell’inizio dell’infame processo a Julian Assange, per l’eventuale estradizione negli USA, dove lo aspettano condanne (probabilmente già decise in caso di estradizione) a circa due secoli di prigione. Per quale colpa? Aver detto la verità, ossia quello che i non sanno fare, o meglio non vogliono fare, i sedicenti giornalisti de “la Repubblica”, nella loro ampia parte, come delle altre testate padronali, che sono espressione di gruppi finanziari che possiedono ormai i 4/5 della carta stampata.

Dunque il corrispondente da Londra, si diletta nella descrizione ambientale, nel quadretto di colore, soffermandosi sulle “mise” delle signore, sul “maglioncino platino” dell’imputato Assange, e così via, con un tono faceto, quasi come se tutto fosse una festicciola per esperti di pettegolezzo modaiolo.

E invece no. Qui si tratta della vita di un individuo, che non esito a definire un autentico eroe dei nostri tempi, Julian Assange, che ha subito da anni una persecuzione che va oltre ogni limite, e che sta rischiando ora di peggio. E, ripeto, la sua colpa è avere svelato ai popoli di che lagrime e di che sangue grondi il potere, specialmente quello che si raggruma nella grassocce ma tutt’altro che innocenti mani del presidente degli USA.

Con ambigua “prudenza” il giornalista conclude: “Assange, criminale o martire della libertà?”

Un interrogativo non solo squalificante per una persona pagata per accertare la verità e raccontarla (il giornalista), ma che suona come un dubbio infamante, nei riguardi di una persona che ha fatto tutto ciò che ha fatto, e ha subito tutto ciò che ha subito, proprio in nome della verità, ossia della trasparenza del potere, che come insegnava il mio maestro Bobbio, è il primo requisito della democrazia.

Ci stiamo battendo troppo poco per Assange, un vero angelo della democrazia, come è stato appellato. Siamo pronti a scendere in piazza, a fare striscioni, sit-in, flash mob, e quant’altro per chiunque o quasi, ma di Assange sembra non fregarci nulla. Perché?

Nel video si può trovare una rapida, efficace sintesi della vicenda Assange, una vicenda che grida vendetta e che dovrebbe chiamarci tutti alla mobilitazione.

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Un video sulla vicenda Assange, tratto dalla pagina Facebook “COMITATO PER LA LIBERAZIONE DI JULIAN ASSANGE”

(L’immagine è tratta da Wikipedia)

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UNa introduzione ai “quaderni del carcere” di Gramsci


La percezione della sconfitta, sua personale, del Partito comunista e dell’intero movimento operaio occidentale, induce Gramsci – ormai in carcere – a un doloroso ripensamento della propria esperienza politica che, però, non si traduce mai in una sconfessione delle proprie idealità. Muovendosi tra filosofia, letteratura, scienza politica, economia, diritto, antropologia, sociologia, teatro, scienze esatte, il dirigente del Pci condensa nei Quaderni le sue riflessioni, con un preciso intento politico: per proseguire sul cammino della rivoluzione, occorre comprendere le ragioni della sconfitta.

di Angelo d’Orsi

All’interno del decennio che va dall’arresto di Antonio Gramsci (8 novembre 1926) fino alla sua morte (27 aprile 1937), si contano sei anni (1929-1935) di potente creatività teoretica, a partire dal momento in cui riceve il permesso di scrivere, per qualche ora al giorno (febbraio 1929): il risultato è contenuto in 33 quaderni, che verranno pubblicati per la prima volta fra il 1948 e il 1951, in una edizione tematica, in sei volumi, pensata da Palmiro Togliatti e curata da Felice Platone, per i tipi di Einaudi. Un’edizione discutibile sul piano filologico, ma intelligente su quello editoriale e politico: rendeva più agevole la lettura di un testo non finito, e consentiva un miglior utilizzo del pensiero gramsciano come basamento del «partito nuovo» togliattiano, nell’avvio di una prudente presa di distanza dall’Urss. Bisognerà attendere il 1975 per avere l’edizione critica, curata da Valentino Gerratana: e sarà quasi un nuovo Gramsci, quello svincolato dall’interpretazione togliattiana. Oggi, nell’ambito dell’edizione nazionale di tutti gli scritti, è in corso un’edizione filologicamente ancora più accurata, diretta da Gianni Francioni, che consentirà il massimo di fruibilità dei testi gramsciani.
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Dal momento dell’arresto all’inizio dei Quaderni, Gramsci ha solo la possibilità di scrivere lettere, che tuttavia non vanno intese come un semplice documento affettivo: esse fanno corpo con i Quaderni, fornendo un aiuto non soltanto per datare per quanto possibile le note raccolte nei Quaderni stessi, ma anche per comprenderle.

Tuttavia, la filologia e la cronologia non devono indurre alla frammentazione dei Quaderni del carcere, i quali, pur nella loro provvisorietà e disarticolazione, costituiscono, in certo senso, «un’opera», e non solo grazie alla tradizione che così li ha letti: a ben guardare, si coglie la volontà dell’autore di superare la frammentarietà pur rimanendo il suo un pensiero dialogico, dunque «frammentistico». Non è casuale il suo ritornare, dopo un certo tempo dall’inizio della scrittura, sui testi, rielaborarli, e persino abbozzare dei saggi (i «quaderni speciali»). Non va poi trascurato il nesso tra la condizione fisica e psicologica del recluso e il suo lavoro intellettuale; ossia, tra il degrado del fisico e l’elaborazione teorica; lo stile stesso della scrittura ne risente. La percezione della sconfitta, sua personale, del Partito comunista e dell’intero movimento operaio occidentale, lo induce a un doloroso ripensamento che, però, non si traduce mai in una sconfessione delle proprie idealità. Il lavoro di Gramsci, nella lunga detenzione, risulta anche essere un’acuta meditazione sulla modernità, quella del secolo XX e più in generale del grande processo di costituzione del «moderno».

La stesura delle prime note dei Quaderni, tra il 1929 e il 1931, oltre agli esercizi di traduzione (con scelte tutt’altro che casuali), coincide con la «svolta» in seno al Comintern, che rappresenta un momento di acuta crisi all’interno del movimento comunista, che per il dirigente in prigione è occasione per ripensare la storia e i problemi di quella comunità di cui continuava a sentirsi (e di cui era oggettivamente) parte. Gramsci analizza e scrive con il distacco di chi è impossibilitato a essere attore politico, ma continua a pensare politicamente, pur servendosi di una metodologia storica e ricorrendo alle più varie discipline: filosofia, letteratura, scienza politica, economia, diritto, antropologia, sociologia, teatro, scienze esatte…

I Quaderni diventano, via via, un autentico «Zibaldone di pensieri», che oggi ci appare un serbatoio di concetti per interpretare il moderno. Si tratta nell’insieme di un’opera fortemente intrisa di storicità che trascende la storia, quella del suo tempo, quella del movimento comunista, quella del proletariato. Di qui l’importanza di datare le pagine dei Quaderni, dandone cioè una lettura diacronica, senza cedere all’esasperazione filologica, tenendo conto che esse hanno una sorta di «struttura reticolare» in cui l’autore procede con una scrittura che è stata definita «a spirale». Perciò è importante tentare di ricostruire l’insieme dei temi messi a fuoco da Gramsci, il quale procede rivedendo i testi di prima stesura (i «quaderni miscellanei»), aggiungendo, precisando, introducendo modifiche nella propria elaborazione (i «quaderni di seconda stesura»).

Si tenga poi conto, oltre che della frammentarietà della scrittura, del suo carattere spesso allusivo, simbolico, circospetto, per timore della censura, e per l’autocensura di Gramsci stesso. Rimane comunque un dato: a dispetto della dichiarazione di scrivere für ewig, concetto di derivazione goethiana, che allude a un non immediato utilizzo pratico delle sue riflessioni, l’intento fondamentale dei Quaderni è politico: per proseguire sul cammino della rivoluzione, occorre comprendere le ragioni della sconfitta. Si tratta, quindi, di ricalibrare la rivoluzione, definirne un modello nuovo, diverso da quello canonico dell’Ottobre russo: una rivoluzione come processo, non come atto, come costruzione egemonica, non come assalto frontale. Di qui, la complessa elaborazione sulla figura e il ruolo dell’intellettuale, di cui egli allarga i confini, sottolineando che non si tratta di una categoria, ma che ogni classe ha e deve avere i propri intellettuali. Il proletariato, in particolare, secondo Gramsci ha questa necessità nella fase che si trovava ad attraversare in quel momento, quella successiva alla propria disfatta politica.

Naturalmente, vi sono pagine più immediatamente politiche, anche in forma cifrata; altre lo sono in modo mediato, in una trattazione che privilegia un approccio storico, ma attento agli ambiti delle altre scienze umane e sociali. La ricerca delle cause della sconfitta implica la riflessione sui vincitori, le forze che hanno battuto il movimento proletario, ossia il fascismo e l’americanismo: due volti, in sostanza, del capitalismo. Nelle pagine del quaderno speciale Americanismo e fordismo, è notevolissima la capacità di penetrare quel mondo, con analisi che sembrano anticipare quelle degli esponenti della Scuola di Francoforte, ma con un’attenzione al fattore economico estraneo alle analisi di Adorno e sodali e con tratto decisamente più politico, non di mera denuncia morale nei confronti di un sistema dei cui benefici si è partecipi.

In relazione alla crisi del 1929, la lettura gramsciana sfida le stolide certezze del Comintern, e ribalta l’interpretazione che pretenderebbe come imminente il crollo del capitalismo e l’avvento del comunismo. Anche se fosse vicina la società di uomini e donne liberi ed eguali, Gramsci giudica comunque necessaria una fase di transizione, col recupero della democrazia: ecco il senso della proposta della Costituente, un raggruppamento di forze antifasciste dal comune orientamento. Una proposta che suscita forte contrarietà in seno al Pcd’I, creandogli difficoltà nei suoi rapporti con i compagni in prigione come lui. È quella del resto l’epoca in cui Gramsci compie lo sforzo di delineare un profilo diverso della rivoluzione, usando come paragone oppositivo le categorie di «Occidente» e «Oriente». In Occidente, ossia nelle società a capitalismo avanzato, la rivoluzione non può più essere concepita secondo il modello bolscevico, quello concretizzatosi il 7 novembre 1917 a Pietrogrado con l’assalto al Palazzo d’Inverno; la rivoluzione non solo deve essere predisposta con un lento lavorio ideologico e culturale (come Gramsci teorizzava già negli anni giovanili), ma deve essere costruita come un processo volto a sostituire all’egemonia e al dominio borghese quelli proletari, lavorando essenzialmente nei campi della cultura, grazie agli intellettuali «organici» alla classe lavoratrice, la classe degli sfruttati e degli oppressi. Una classe che, dunque, può diventare «dominante» solo se prima è in grado di essere «dirigente», realizzando una contro-egemonia rispetto all’egemonia del capitale.

Di qui l’importanza di avere propri intellettuali, il cui compito precipuo è aiutare la classe a diventare egemone. Una classe che, nondimeno, nel corso del tempo, Gramsci comincia a vedere nelle sue trasformazioni, al punto da iniziare a parlare di «gruppi subalterni» invece che di «proletari» o di «classe operaia»: una delle grandi novità del lavoro intellettuale in carcere, novità che, accanto al concetto di egemonia, sembra essere tra le principali spiegazioni dell’odierna fortuna del pensiero gramsciano, più adeguato di quello di altre pur grandi figure che hanno riflettuto sui caratteri della modernità novecentesca a comprendere i caratteri sociali e culturali del nostro tempo, ai fini di una sua radicale trasformazione.

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Nel serbatoio gramsciano, tra il 1929 e il 1935, con un massiccio ricorso alla ricostruzione storica e una puntuale, benché non sempre coerente, trattazione teorica, ivi comprese oscillazioni lessicali (ma si deve tener conto del carattere di cantiere aperto, di laboratorio, che hanno i Quaderni), vengono a definirsi una serie di concetti fondamentali, da egemonia a gruppi subalterni, da rivoluzione passiva a blocco storico, da società regolata a Stato allargato, da nazionale-popolare a cesarismo (progressivo e regressivo) e così via: si tratta di idee forza che spesso Gramsci riprende da altri autori, anche esterni alla tradizione marxista, ispirato e influenzato, sia pure spesso in forma di contrasto, non solo da Marx, Labriola o Lenin, ma anche da Croce, Sorel, dai pragmatisti e dagli elitisti… Forse il suo riferimento principale è Machiavelli, anche per una sorta di processo di autoimmedesimazione nella figura del segretario fiorentino, come lui costretto ad abbandonare la politica attiva, come lui pronto a recuperarla ricorrendo al bagaglio dell’esperienza diretta e alla conoscenza della storia. Come Machiavelli, nei Quaderni Gramsci riflette sulla politica e sul politico, sulla formazione delle leadership, sui problemi dello Stato moderno e, invece che sul Principe come figura individuale, sul Principe come intellettuale collettivo, ossia il partito politico (comunista), e se lo sguardo machiavelliano indugia su Firenze e sull’Italia del XVI secolo, a Gramsci tocca riflettere sul «suo» Mezzogiorno sfruttato e vilipeso, sul Risorgimento, come rivoluzione mancata, e sulla questione meridionale, in relazione a quella nazionale, superata su di un piano sovranazionale. Riemerge ellitticamente l’idea giovanile di un comunismo come umanesimo integrale, un comunismo che non avrebbe obbligato gli esseri umani a essere liberi, capace di costruire una società egualitaria, in cui sarebbero stati banditi i processi politici, dove la cultura sarebbe stata una risorsa da valorizzare, e dove a tutti sarebbe stato garantito il diritto di godere della bellezza.

Nell’insieme, i Quaderni ci appaiono oggi una miniera a cui le scienze umane e sociali possono proficuamente attingere, anche solo per uno spunto da riprendere, sviluppare e adattare alla temperie di diversa epoca storica. Una nuova teoria generale del marxismo si affaccia, con importanti innesti nel corpo stesso del pensiero di Marx, mentre si verifica un allontanamento via via più netto dalle dogmatiche del marxismo-leninismo e anche un uso di Marx come contraltare rispetto allo stesso Lenin.

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Il biennio trascorso a Formia (1933-1935), nella prima delle due cliniche che accolgono Gramsci, rappresenta l’ultimo periodo di creatività: ha ottenuto la semidetenzione, ma è nondimeno sottoposto a un controllo poliziesco persino più intenso rispetto al carcere. Nel 1935 Gramsci finisce per cedere. La tentazione di «sparire come un sasso nell’oceano» (parole indirizzate alla moglie Giulia nel 1931), di tanto in tanto affiorante, sembra prevalere, e ciò spiega la fine della stesura dei Quaderni, e la rarefazione delle Lettere; e spiega infine il tono via via più amaro, con il progressivo emergere di un sentimento tenuto fino ad allora a bada, l’autocommiserazione: «Questo inferno in cui muoio lentamente», scrive nel luglio ’33. Gli anni seguenti sono un calvario, in una drammatica dialettica tra la speranza e la disperazione, la voglia di continuare a lottare, ossia a scrivere, e il desiderio di abbandono. Le ultime note sono del maggio 1935, poi soltanto rade lettere ai familiari. Il passaggio a un’altra clinica, la Quisisana di Roma, non sortisce gli effetti sperati: il suo fisico è troppo logorato, troppo provato lo spirito. Mentre aumentano le paure, le angosce, il senso di fallimento, le manie di persecuzione.

È la morte, giunta il 27 aprile del ’37, a liberarlo. Ebbe ragione Piero Sraffa a dire, appena avuta la notizia, che quella era «una disgrazia senza l’eguale»; non solo per amici e compagni, e per la vicenda del comunismo, ma per la storia della cultura internazionale. Ci restano i Quaderni, uno dei più preziosi tesori del pensiero umano.
(28 aprile 2020)

Acerca de Gramsci. Entrevista exclusiva al historiador italiano Angelo d’Orsi Acerca de Gramsci.

Por Cris González

Angelo d’Orsi atendió al llamado de Correo del Alba inmediatamente y nos encontramos con un historiador dueño de una prolífica obra sobre metodología, historia, ciencias políticas, así como uno de los expertos en la vida y pensamiento de Antonio Gramsci. Hace tres años, en ocasión del 83 aniversario de la muerte del sardo, publicó Una nuova biografia sobre el intelectual comunista. Algunos detalles de la trayectoria del profesor de la Universidad de Torino, como escritor vinculado a la tarea de comunicar, es que forma parte de varios comités de revistas científicas y es miembro fundador de algunas series editoriales y de diversos medios como: Nuova Sinistra. Apuntes de Turín (1971-1974), Nubes (1991, de las cuales luego se mudó), Cuadernos de historia de la Universidad de Turín (1996-2001), Historia Magistra. Revista de historia crítica (2009-en progreso), Gramsciana. Revista internacional de estudios sobre Antonio Gramsci (2015-en progreso). También fundó Festival Storia (2003, 1ª edición 2005). Ha colaborado con varios periódicos (Il Sole 24 ORE, Corriere della Sera, La Stampa, Workers ‘Daily, Il Fatto Quotidiano). Sin más y para homenajear al genio sardo, les dejamos este diálogo con D’Orsi. Lo primero es expresarle el agradecimiento y solidaridad desde Correo del Alba. Manifestarle nuestros mejores deseos bienestar para usted, su familia y su pueblo, en momentos tan críticos para Italia.  ¿Cómo está y cómo lleva la cuarentena? La situación, como sabes, en Italia es muy mala. Y después de dos meses de lock down –cierre total–, el Gobierno no tiene seguridad en cuanto a las opciones a tomar, no sabe si prolongar el cierre. Pero los ciudadanos estamos al borde de la crisis de nervios, sin hablar  del gravísimo daño económico que está destruyendo a muchos sectores. Italia corre el riesgo de perder un cuarto o incluso la mitad de su PIB antes del 2021. Si nada cambia, el país, su economía, su tejido social, no podrá volver a la normalidad, por muy feo y cruel que esto sea. Pero, la opción de todos los países en el mundo ha sido la cuarentena. El cierre está socavando las relaciones humanas y causando graves daños psicológicos y económicos a los individuos y las familias. Todos estamos muy afectados y esperábamos salir de la cuarentena a principios de mayo, pero en cambio nos acaban de decir que el cierre se ha extendido para todo el mes de mayo. ¡Esto es terrible! ¿La inédita situación del Covid-19 podría desembocar en nuevas formas de control por parte de los gobiernos de derecha para frenar estallidos sociales? Sin duda, el riesgo de una deriva autoritaria existe y es visible. El poder aquí está asumiendo un proceso de centralización en manos del Primer Ministro, que actúa como “jefe de Gobierno”, una figura política inexistente en el sistema institucional italiano. “Gramsci, que vive solo una generación después de la de Lenin, es un agudo intérprete de la modernidad, es decir, de los cambios que el siglo XX trajo en el plano social, político e intelectual” La Constitución considera que el Gobierno está formado por un colectivo de ministros secretarios de Estado, todos del mismo nivel, y un primer ministro, quien solo tiene una tarea de coordinación y dirección. En cambio, hoy, gracias a la emergencia del Covid-19, el Primer Ministro (que, por cierto, es un ciudadano particular elegido no se sabe por quién o porqué) actúa como líder absoluto, lo que excluye la consulta al resto de los ministros, bloquea el debate parlamentario, impide una discusión pública, mientras que asiste a comisiones, y a un número indeterminado de grupos de trabajo nombrados por él, sobre los cuales su elección y nombramiento no se ha discutido, ni en el Parlamento ni fuera de este. Las normas que se han ido aprobando para evitar la propagación del contagio son confusas y “amplias”, es decir, dejan un extenso margen de discreción en su aplicación  a las fuerzas policiales, que se comportan de manera verdaderamente represiva y a menudo absurdamente dictatorial en contra de los ciudadanos. Sobre estos últimos se descarga la responsabilidad de una situación que, por otra parte, es enteramente responsabilidad de la clase política, de la “centro-derecha”, de la “centro-izquierda” y del partido con mayoría en el parlamento, el Movimiento 5 Stelle. El proceso de desmantelamiento del Estado social, el welfare estado, ha sido llevado a cabo, aunque con cierta diversidad de énfasis, por toda la clase política, y ahora es la ciudadanía la que paga las consecuencias. Además, las medidas adoptadas –seguramente destinadas a impedir la propagación del virus– asumen aspectos inquietantes de represión de la libertad de movimiento, de expresión del pensamiento e incluso de manifestación de afectos y sentimientos. El riesgo es que estas medidas, consideradas “provisionales”, se conviertan en definitivas, en medio de la indiferencia general de la ciudadanía. Y la democracia quede de hecho a un lado y sea reemplazada por una forma de “cesarismo regresivo”, como diría Gramsci. ¿Cuál  considera que es el papel de la sociedad civil en la teoría del Estado ampliado en Gramsci? Gramsci innova profundamente la tradición marxista, en muchos ámbitos, y añade nuevos elementos al propio pensamiento de Marx. Por ejemplo, sobre el Estado, que para Gramsci ya no es el instrumento que utiliza una clase o un grupo de clases sociales para dominar a las demás clases, según la teorización clásica de Lenin, que en El Estado y Revolución (1917) y en otros escritos retoma y desarrolla, de manera original pero limitada, las ideas que en Marx, y especialmente en Engels, se encuentran sobre el tema del Estado. Gramsci, que vive solo una generación después de la de Lenin, es un agudo intérprete de la modernidad, es decir, de los cambios que el siglo XX trajo en el plano social, político e intelectual. Especialmente a partir de la derrota que el movimiento proletario sufrió en Occidente, él quiere entender las razones de esa derrota, que es también una derrota personal, como hombre, como marido, como padre y como líder político. Su atención se centra en los procesos de modernización, tanto en Italia, en forma de modernización reaccionaria, de revolución pasiva, representada por el régimen fascista en el poder, como especialmente en los Estados Unidos. “La revolución como acto deberá ser sustituida por la revolución como proceso destinado a desestabilizar el poder burgués, mediante la conquista de la hegemonía” El Cuaderno especial, titulado por Gramsci como “Americanismo y fordismo”, que data de la primera mitad de los años 30, pero también muchos pasajes de los demás Cuadernos, nos presentan una concepción del Estado definida especialmente por la forma en que en Occidente se reaccionó a la crisis económica de 1929, es decir, ampliando las funciones públicas y dando al Estado un papel no solo como un organismo que ejerce legalmente la coerción, sino como un conjunto de aparatos hegemónicos, gracias a los cuales las clases dominantes son conjuntamente, y antes que eso, clases dirigentes. ¿Cuál sería la responsabilidad de la clase trabajadora e intelectuales norteamericanos, considerando a los Estados Unidos como el hegemón? En los Estados Unidos, la clase proletaria es víctima pero igualmente cómplice, después de todo, de las condiciones de explotación. Por lo tanto, si los grupos subordinados (concepto que Gramsci comenzó a utilizar conjuntamente y en sustitución de clase obrera o proletaria; con esto innovando el léxico marxista) quieren llegar a ser dominantes, o sea, derribar las relaciones sociales, deben primero llegar a ser dirigentes, construir una contrahegemonía a la hegemonía burguesa. ¿Y el papel de los intelectuales? El papel de los intelectuales es fundamental, para que ayuden a los proletarios –o subordinados– a construir esos procesos hegemónicos, dada la imposibilidad, en esta fase histórica, de hacer la revolución según el modelo bolchevique, al menos en Occidente, es decir, en sociedades con un capitalismo maduro. En otras palabras, la revolución como acto deberá ser sustituida por la revolución como proceso destinado a desestabilizar el poder burgués, mediante la conquista de la hegemonía, también en el Estado, y en sus aparatos –empezando, por ejemplo, por la escuela– para que esto permita el derrocamiento de las relaciones entre las clases.  ¿Dónde situaría en la actualidad el pesimismo ante la realidad que asistimos? Gramsci teoriza un “pesimismo de la inteligencia”, pero de la misma manera el “optimismo de la voluntad”. Hoy en día necesitamos desesperadamente de ambos. Y en el fondo, incluso en esta terrible situación en la que nos encontramos, una situación completamente inédita al menos en nuestro mundo y época, hay razones tanto para temer que las cosas no mejoren, sino que empeoren, incluso de forma irreversible, hasta una catástrofe final, pero asimismo hay razones para el optimismo. ¿Cuál es el horizonte que nos permite hoy ser optimista y no cesar en el afán de un mundo mejor? La izquierda radical, la pequeña izquierda que queda en Italia, repite el slogan: “No queremos volver a la normalidad, porque la normalidad era el problema”. Pues bien, creo que esta situación que estamos viviendo, con el sufrimiento que conlleva, con los muertos, con la tragedia de la sanidad pública, con la pobreza que está produciendo, puede ser una gran y extraordinaria oportunidad para el cambio social, económico y cultural. Lo que dificulta esta hipótesis es la falta de un Gramsci y de una fuerza política adecuada, capaz de organizar un gran movimiento de masas para el cambio. ______________________________________

Intervista di Cris Gonzalez, apparsa sul giornale venezuelano “Correo de Alba”, il 27 aprile 2020.

Perché il 25 Aprile non è solo una ricorrenza

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Intervista al Prof. Angelo d’Orsi di UniTo che, per la difesa della Costituzione, invita “a un 25 aprile che duri tutto l’anno”

Quello di quest’anno sarà un 25 aprile diverso, senza piazza né cortei, vista l’emergenza Coronavirus. A 75 anni dalla Liberazione dal nazifascismo, l’importanza di questa ricorrenza non è solo memorialistica ma ha un significato politico e morale, nonché d’attualità. Ne abbiamo parlato con il Prof. Angelo d’Orsi, docente di Storia del pensiero politico all’Università di Torino.

Il 25 aprile di quest’anno è senza manifestazioni tradizionali, questo può segnare una svolta?

La svolta mi pare ci sia stata nel tentativo governativo, per fortuna evitato, di impedire ai rappresentanti delle associazioni partigiane, come l’Anpi, di prendere parte alle celebrazioni anche con un solo manifestante. Un comunicato emanato dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Riccardo Fraccaro, rivolto ai prefetti, diceva che solo rappresentanti delle Prefetture, Questure e al massimo dei Comuni potevano partecipare alla cerimonia pubblica. Dopo le proteste vigorose della presidente nazionale dell’Anpi Carla Nespolo la questione è rientrata ed è arrivata una nuova circolare del ministero dell’Interno. Ma era stata sconcertate questa iniziativa. E soprattutto che alcuni personaggi del mondo politico e giornalistico si siano fregati le mani, dicendo che il Covid-19 si sarebbe portato via le manifestazioni del 25 aprile, il clima, dunque, non mi pare bello. Tuttavia, a partire da questa presa di posizione della presidente dell’Anpi, sta emergendo uno straordinario desiderio di continuare a celebrare il 25 aprile, seppure in forma diversa, attraverso, per esempio, la rete, e con associazioni e movimenti, dall’Anpi alla Cgil. Sono il segnale di una parte maggioritaria dell’opinione pubblica che ha capito l’importanza 25 aprile anche al di là delle cerimonie. D’ora in avanti potremmo parlare di 25 aprile che duri tutto l’anno.

Cosa intende per 25 aprile che duri tutto l’anno?

Il 25 aprile è la data fondante della Repubblica democratica e si inserisce in un trittico, con l’ 8 settembre 1943 (armistizio e via della Resistenza) e il 2 giugno 1946 (la nascita della Repubblica), che costituisce la base storica, politica e morale della Repubblica italiana. Il portato più maturo del 25 aprile è la Costituzione repubblicana. Quando dico che il 25 aprile duri tutto l’anno, significa sostenere e difendere la Carta costituzionale, che non smette di essere sotto attacco. Dopo il tentativo sventato del 2016, quando c’era al governo Renzi, e dopo la legge sulla riduzione dei parlamentari che sarà sottoposta a referendum, stiamo assistendo negli ultimi anni a una serie di sotterranee manomissioni della Carta costituzionale, con provvedimenti, leggi, atti amministrativi, ordinanze regionali e comunali che sono sotto l’occhio dei costituzionalisti più attenti. E mettono in evidenza gravi anomalie, lo si è visto nell’attuale crisi epidemica, come l’abuso della figura giuridica del Dpcm (decreto del presidente del Consiglio dei ministri), come ha notato il giurista Sabino Cassese, rompendo una tradizione che in casi di urgenza vedrebbe preferibile il ricorso al decreto presidenziale, quindi con l’approvazione del presidente della Repubblica. In questo caso il presidente del Consiglio Conte si è arrogato il diritto di emanare un provvedimento con valore di legge, prescindendo addirittura dalla stessa compagine ministeriale. Sono, da tempo, in corso tentativi di costruire una costituzione materiale parallela alla Costituzione considerata formale. Il 25 aprile tutto l’anno significa, non solo spolverare bandiere, ma difendere il frutto del sacrificio di decine di migliaia di italiani, ovvero la Costituzione, che è cosa viva e da vivere tutti i giorni. Ed è il binario su cui la Repubblica deve camminare. Se si comincia a cedere sui dettagli, anche quando c’è una situazione eccezionale, si finirà per perdere di vista i principi.

Perché il 25 aprile non viene ancora considerato comunemente un anniversario di liberazione del popolo italiano e segna sempre polemiche?

È segno del provincialismo italiano. Ogni Paese e ogni nazione, ha una data fondante in cui tutti si riconoscono. L’identità nazionale si costruisce anche partendo da simboli. Questa è la data simbolica della fine del fascismo e dell’inizio della nuova stagione. I francesi si riconoscono nel 14 luglio 1789 e a nessun esponente politico, del giornalismo o della cultura, viene in mente di mettere in discussione quella data. Trovo, dunque, incredibile che si possa mettere in discussione ancora il 25 aprile. Una nazione ha bisogno di elementi identitari che non sono etnici ma culturali. Un leader politico ha detto di trasformare il 25 aprile nella celebrazione dei morti da Coronavirus è mancanza di rispetto anche per le povere vittime di questa epidemia. Il Covid-19 non ci porta via il 25 aprile, che può avere una nuova forza anche nell’agorà elettronica e virtuale di quest’anno. Senza andare in piazza abbiamo, oggi, bisogno, per citare Salvemini, di “fare testuggine a resistere”, difendere la Resistenza e il suo significato, non solo memorialistico ma soprattutto politico e morale, quello del riscatto di un popolo. Un significato che emerge nella contrapposizione tra repubblichini e partigiani, tanto c’era efferatezza e crudeltà da una parte, tanto dall’altra c’era il tentativo sì di condurre una lotta armata ma nei limiti indispensabili. Non dico che non ci siano stati eccessi ed errori ma non paragonabili a quelli dei ragazzi di Salò. La Repubblica democratica nasce dalla lotta dei partigiani e se vuoi stare nella Repubblica ti identifichi in questa parte, perché non era una parte dato che la Resistenza è stato un fatto di popolo. E non avrebbe potuto vincere senza l’appoggio delle popolazioni locali.

Cosa bisogna fare perché i giovani oggi diventino i testimoni dei testimoni?

I partigiani sono tutti morti o molto anziani. Dobbiamo togliere alla Resistenza e alle sue date fondanti quella patina memorialistica e celebrativa e far capire a tutti che la Costituzione è una cosa viva e che si vive nei gesti di tutti i giorni. È vero, come ha detto Papa Francesco, che c’è un egoismo pandemico, ma questa crisi, come nelle situazioni più gravi, ha fatto venire fuori il meglio dalle persone. Vediamo continui gesti di solidarietà molto incoraggianti, la solidarietà è il cemento di una comunità. Molte iniziative sono fatte di giovani con adesioni di massa, come per esempio la raccolta di fondi per gli ospedali. C’è un tessuto sociale che per quanto si cerchi di frantumare riemerge nel senso comunitario. Dobbiamo trasmettere ai giovani come l’antifascismo, la Costituzione e il 25 aprile abbiano gettato le basi per costruire delle identità comunitarie in cui loro possono essere protagonisti, anche per ricostruire questo Paese. A partire dalle fondamenta che ci sono e non dobbiamo farle sprofondare.

Quali sono i valori della resistenza da riscoprire?

I valori della Resistenza da riscoprire e riproporre quotidianamente sono, appunto, la solidarietà tra coloro che soffrono e il voler dare voce a quelli che non ce l’hanno o sono stati costretti a tacere, la Resistenza è stata una lotta su tre fronti: una lotta di liberazione nazionale contro lo straniero occupante, una guerra civile, italiani contro italiani, e anche guerra sociale, come occasione storica per cambiare le cose, ridare a un popolo sottomesso da 20 anni di fascismo una centralità da protagonista. Il valore della Resistenza è aver portato sul proscenio masse di persone che erano nell’ombra, la democrazia è il protagonismo di quelle masse, la Resistenza le ha portate in prima linea, una concezione della politica autenticamente dal basso. La Resistenza ha rovesciato i dettami fascisti: si può credere a un valore condiviso che sia di democrazia e di libertà associata alla giustizia e all’uguaglianza. Non si obbediva più a un capo, l’obbedienza diventava, invece, quella nei confronti di leggi costruite insieme.

Visto che questo 25 aprile sarà più virtuale e dovremo passarlo sul divano di casa e non in piazza, quali sono film sul tema Liberazione che consiglia di vedere per festeggiare almeno in questo modo la sconfitta del nazifascismo?

Consiglio, per esempio, L’Agnese va a morire (1976) di Giuliano Montaldo tratto dal bellissimo libro di Renata Viganò. Oppure Roma città aperta (1945) di Roberto Rossellini che è un classico insostituibile. E sempre relativamente al neorealismo e a Rossellini suggerisco Paisà (1946). O un suo film successivo: Il generale Della Rovere (1959). E, poi, ancora un film di Nanni Loy come Un giorno da leoni (1961). Ai giovani consiglio La Ragazza di Bube (1963) di Luigi Comencini, tratto dall’omonimo romanzo di Carlo Cassola. E infine Il partigiano Johnny (2000) del regista torinese Guido Chiesa, dal libro di Beppe Fenoglio, una lettura fondamentale per capire la resistenza, anche i limiti e gli aspetti meno eroici.

(Intervista di Mauro Ravarino, apparsa su “UnitoNews”, il 24 aprile 2020)

RIBADIRE IL VALORE DELLA LOTTA PARTIGIANA

E giunge in un momento tragico non soltanto per il Paese ma per il mondo, in lotta con una pandemia a cui per ora non si trova rimedio se non nella chiusura di città, regioni, intere nazioni. Un rimedio che alla lunga può essere altrettanto se non più rischioso del danno. E in questa situazione una ricorrenza così importante rischia a sua volta di essere sottaciuta, se non negata addirittura, come qualcuno auspica.

Ebbene, anche a distanza, anche senza manifestare camminando o ascoltando comizi in piazza, dobbiamo testimoniare, nel settantacinquesimo anniversario della Liberazione d’Italia dal nazismo e dal fascismo; testimoniare che l’antifascismo è vivo e necessario, perché il fascismo, in varie forme, è ancora in mezzo a noi. E dobbiamo ribadire il valore della lotta partigiana, della Resistenza antifascista, nel ’43-45. Dobbiamo ricordare che quella lotta, politica ideologica e militare, ha avuto una importanza fondamentale, nella sconfitta dei tedeschi occupanti e dei repubblichini collaborazionisti. Contro le discutibili e ideologiche interpretazioni storiografiche che mirano a svilire tale ruolo, e il suo significato specificamente militare.

Ma dobbiamo altresì ricordare il valore ideale, morale, della Resistenza. L’insegnamento di quegli uomini e quelle donne, che si sono battuti eroicamente, mettendo a rischio tutto, tutto sacrificando, compresa la vita, è un lascito che ha costituito il lievito fecondo della Repubblica, che, ribadiamolo, da quella lotta, da quel sacrificio, da quell’impegno di popolo, è nata.

E la gemma più preziosa di quel lascito è stata la Costituzione, che regolarmente, ad ogni stagione politica, qualcuno cerca di offendere, di danneggiare, di violentare. Ora la legge che pretende di ridurre il numero dei parlamentari con risibili argomentazioni di risparmio finanziario, è soltanto l’ultimo colpo inferto alla Carta Costituzionale, che va difesa, quando si giungerà al referendum per confermare, o, si spera, smentire quella sciagurata legge approvata alla chetichella da un parlamento distratto, e confuso. Il NO alla legge per la riduzione dei parlamentari sarà un sì alla tutela di quella eredità preziosa che i partigiani e poi i Padri costituenti ci hanno affidato. Perché ne facessimo il fondamento di uno Stato nuovo, giusto, democratico. E ridurre il numero dei rappresentanti del popolo significa non soltanto colpire la Costituzione, ma la democrazia stessa.

Perciò questo 25 aprile 2020, sia pure nelle forme che la situazione sanitaria consentirà, va ribadito che la Costituzione, e la Resistenza di cui è figlia legittima, si difendono facendo campagna contro quella legge, strumento subdolo di vanificazione della democrazia

Articolo per il giornale “La Voce” di alcune sezioni dell’ANPI piemontese, zona Nord, apparso il 25 aprile, col titolo “25 aprile. Dobbiamo ribadire il valore della lotta partigiana” poi ripreso da “MicroMega” e da “AlgeNews” .

Giulietto Chiesa, un gigante dell’informazione (autentica)

Angelo d’Orsi

Giunge inattesa la tragica notizia della scomparsa improvvisa di Giulietto Chiesa, uno degli ultimi, autentici giornalisti italiani. Era nato ad Acqui Terme, in Piemonte, il 4 settembre 1940; avrebbe traguardato i Settanta dunque per giungere ad avviare l’ottavo decennio di vita tra qualche mese. Non gli è stato concesso. E ne sono, ne siamo, credo, davvero rammaricato e dispiaciuto.

Militante e poi dirigente del PCI, era stato a lungo corrispondente da Mosca per “l’Unità”, e aveva costruito una competenza eccezionale sul mondo russo e slavo. Giulietto era un reporter “vecchia scuola”, come si dice. Andava alla ricerca dei fatti, come erano realmente accaduti, intervistava testimoni, cercava prove: documentava, e raccontava, sulla base dei documenti. Il suo lavoro ha testimoniato, in una intera vita, purtroppo bruscamente interrotta, che il giornalista e lo storico svolgono la medesima attività: raccontano ciò che è accaduto, sulla base di prove, ossia di documenti, dopo averli selezionati in base alla loro autenticità e attendibilità. E Chiesa è stato un giornalista capace di dare dei punti agli storici professionali.

Nei trattati di metodologia storiografica (e io stesso l’ho fatto) viene ricordato  il merito di Chiesa, corrispondente della “Stampa” da Mosca: correva l’anno 1992;  e “La Stampa” aveva Chiesa come corrispondente dalla Russia, mentre oggi è divenuta il principale semenzaio italiano della russofobia (ruolo che forse sarà ora occupato da “la Repubblica”, dopo il cambio di direttore…). In sintesi, la tenacia e il rigore di Chiesa  furono decisivi nello smascherare la manipolazione compiuta dallo storico togato Franco Andreucci su di una lettera del 1943 di Palmiro Togliatti rinvenuta negli Archivi del PCUS allora appena aperti e sottoposti a ogni sorta di saccheggio, prima che venissero nuovamente, e giustamente chiusi, onde evitare la prosecuzione di una sorta di libero mercato. La lettera di Togliatti fu pubblicata con gran clamore dal più esposto dei media filocraxiani, “Panorama”, in vista delle elezioni imminenti della primavera.

 Era il 1° febbraio 1992: ironia della storia, pochi giorni dopo un altro Chiesa, omonimo di Giulietto, Mario Chiesa veniva arrestato su mandato della Procura di Milano, e partiva Mani Pulite che avrebbe travolto con il PSI di Craxi, l’intera classe politica nazionale.

La lettera doveva dimostrare il famoso “cinismo” di Togliatti, allora esule a Mosca, il quale (stando ad Andreucci) si augurava, fregandosi le mani, magari con un ghigno satanico, la morte di soldati italiani caduti prigionieri nella sciagurata “campagna di Russia” voluta da Mussolini, onde far prendere coscienza al popolo italiano di quanto fosse inutile, dannosa e sciagurata quella guerra fascista.

Giulietto Chiesa sentì puzza di bruciato e volle recarsi agli Archivi e controllare puntualmente, e puntigliosamente, quel documento: nella “collazione” dei testi,  come si dice in linguaggio filologico, ossia nel confronto ddell’originale da lui visionato con il testo pubblicato su “Panorama”, e rilanciato da vari media, Chiesa rilevò ben 12 punti difformi, ossia dei passaggi della lettera originale che erano diversi in quella diffusa. Lo storico si difese inizialmente parlando di errori involontari di trascrizione, di documento giuntogli in fotocopia, in parte dettatogli al telefono… Giunse persino a parlare di una propria volontà di rendere “più efficace” il documento. In chiave anticomunista e craxiana, naturalmente: era l’epoca in cui larga parte della intellettualità comunista era passata armi e bagagli a Craxi per poi spostarsi un paio d’anni dopo verso Arcore, dove li attendeva a braccia spalancate Silvio Berlusconi. Le “interpolazioni” di Andreucci erano significative e volevano “dimostrare” una tesi pregiudiziale, invece che “mostrare” le cose nella loro effettualità:  il capo comunista in sostanza affermava, scrivendo al compagno Vincenzo Bianco, che bisogna far pesare nella trattativa i prigionieri italiani in Russia. Tutto qui. Mentre lo storico aveva calcato la mano, con i suoi “interventi” sul testo originale, al punto che, riprendendo le frasi manipolate da Andreucci, Cossiga (indimenticabile presidente della Repubblica!), si lanciò in una clamorosa intemerata contro i comunisti, a partire dal loro capo, definendolo “vigliacco, traditore e assassino”, dando segno non soltanto di una visione storico-politica errata e distorta, ma di una mente ormai palesemente disturbata. Insomma, si trattò di un peccato capitale per un “professionista” della ricerca storica, denunciato, prove alla mano, da un “dilettante”: il giornalista sconfiggeva clamorosamente lo storico.

Basterebbe questo episodio per ricordare e apprezzare Giulietto Chiesa. Il quale continuò la sua carriera di professionista dell’informazione, passando dalla carta stampata (ultima testata per cui lavorò è stato “il Manifesto) alle reti televisive, affiancando al lavoro propriamente giornalistico,  una intensissima attività di studioso di geopolitica, di ambiente, e soprattutto delle nuove guerre, pubblicando centinaia di articoli, e una dozzina di libri che costituiscono oggi fonte preziosa per chi voglia ricostruire gli ultimi decenni del Novecento i primi del Duemila. Cito per tutti La guerra infinita (Feltrinelli, 2002), uno dei primi tentativi di comprendere la natura delle new wars, denunciando la pericolosa china in cui il mondo, dopo la fine dell’URSS, si era messo. Importantissimo fu il suo lavoro, con altri, a cominciare, per indagare su eventi come i fatti di Genova del 2001 (G8-Genova, Einaudi, 2001), o l’inchiesta per tanti versi sconvolgente sull’11 settembre, con il volume e film Zero. Inchiesta sull’11 settembre (con la collaborazione di Roberto Vignoli Piemme, 2008). Fu proprio quella inchiesta che appiccicò su Chiesa l’etichetta di “cospirazionista”. Ma con gli anni i dubbi si moltiplicarono e le notizie che giungevano dagli stessi ambienti giornalistici e politici statunitensi generavano nuovi interrogativi:  invece di chiarirsi, i fatti, col tempo, appaiono sempre più intorbidati da un fumo denso come quello che avvolse le Torri. Forse il “complottista” Giulietto non aveva poi tutti i torti a dubitare della verità ufficiale. Nella sua ansia indomita di fare e informare, Giulietto fu anche parlamentare europeo, eletto nel 2003 in uno bizzarro raggruppamento (che comprendeva Occhetto e Di Pietro). Si trattò di una esperienza che gli permise di ampliare il suo raggio di interessi, e la sua rete di relazioni internazionali, che seppe poi mettere a fuoco con grande efficacia.

Fu insomma, uno straordinario “storico del tempo presente”, Giulietto, capace di andare a fondo nella ricerca della verità, spingendosi oltre le verità ufficiali, svolgendo un compito di smascheratore di falsità, e di minatore che scavava, scavava, cercando sempre di giungere ai nodi delle questioni, con una visione che col tempo divenne sempre più planetaria. E ebbe la grande intuizione, che libri e giornali non fossero sufficienti, ma che occorresse una televisione, una tv capace di raccontare la verità, quella verità che i media mainstream, appartenenti a pochi gruppi finanziari, nascondevano o manipolavano. Occorreva risvegliare i dormienti, e dare voce ad analisti seri, a studiosi competenti, ad autentici reporter. Nacque così “Pandora TV”, la più temeraria operazione di un network televisivo alternativo, divenuta un insostituibile presidio per chi oggi voglia informarsi. “Un’altra visione del mondo”, si legge nel suo logo: ed era del tutto vero.

Due giorni fa la sua ultima diretta su quegli schermi ( https://youtu.be/e6jG2JgPWak)

E ora non avremo più questo punto di riferimento, questa bussola preziosa per orientarci nel mondo sempre meno vasto ma sempre più terribile.

Addio, Giulietto. Con la tua morte, l’informazione, quella autentica, perde un gigante.

NEPPURE I MORTI

“…neppure i morti saranno al sicuro dal nemico, se vince. E questo nemico non ha smesso di vincere”.

Così scriveva uno dei più grandi geni del Novecento, Walter Benjamin. Era il 1940, ed erano quelle le sue ultime pagine, vergate in condizioni spesso di fortuna, poco prima di morire, probabilmente suicida, mentre cercava di sottrarsi alla cattura da parte dei nazisti, che avevano occupato la Francia dove si era rifugiato dalla sua patria divenuta hitleriana. Erano tempi di ferro e di fuoco, tempi di orrore, certamente. Ma le parole di Benjamin interpretavano una situazione di dominio, e dunque di dominati, che perdura, perché quel nemico, cambiate vesti, non ha smesso di vincere.

Questo passaggio tratto dalle Tesi sul concetto di storia (pubblicate due anni dopo la morte di Benjamin, negli Stati Uniti) mi è venuto alla mente, guardando la scena accaduta nella chiesa parrocchiale di Gallignano, una frazione di un borgo, Songino, nel Cremonese, dove un prete celebrava messa in memoria di una vittima del Coronavirus. C’erano 6 parenti del defunto. Più il sacerdote e i suoi collaboratori, chierichetti, assistenti e così via. Totale 13 persone, in uno spazio di 300 metri quadrati. Tutte distanziate e provviste di mascherine d’ordinanza. Arriva una pattuglia dei Carabinieri che cercano di interrompere la cerimonia, che viola uno dei tanti decreti, si spingono fino a salire sull’altare, e con modi a dir poco bruschi, contestano la multa al prete che resiste. Una scena quasi grottesca, se non ci fosse un morto, e i suoi familiari, sgomenti.

La Curia diocesana, e il sindaco, prendono prontamente le distanze da quel prete “sovversivo”, che ha osato celebrare un funerale, contravvenendo la normativa. Il principio di legalità va rispettato, insieme al principio di autorità. Ma legalità vuol sempre dire legittimità? E autorità si identifica con ragione?

“Voi vincerete, ma non convincerete”, disse Miguel de Unamuno alla banda di militi fascisti guidati da Millán Astray (il peggiore dei complici di Francisco Franco), quando interruppero la cerimonia di inaugurazione dell’anno accademico a Salamanca, il 12 ottobre 1936, gridando  “Viva la muerte!”.  Unamuno pallido e tremante, ma inflessibile, proseguì: “Voi vincerete, perché avete la forza. Ma non avete la ragione”.  A quel punto a stento viene sottratto al linciaggio. Morrà non molto tempo dopo, letteralmente di crepacuore.  La forza aveva trionfato. E anche da morto fu oltraggiato, destituito da ogni carica (era rettore della più antica università spagnola, Salamanca, appunto, e consigliere comunale, eccetera), e la sua memoria fu cancellata nel Paese sotto la dittatura franchista. Neanche i morti sono al sicuro dal nemico quando vince.  

Il nemico oggi è diverso. Certo. Non porta elmi, né stivaloni, non marcia a passo dell’oca, non fa il saluto romano, se non in qualche frangia fastidiosa, di cui dobbiamo preoccuparci, certo, ma non più di tanto. Dovremmo invece essere assai preoccupati per gli svolgimenti della situazione sanitaria in Italia (ma vale per larga parte dei Paesi toccati dalla pandemia del Coronavirus), ma altrettanto, se non ancor di più, della situazione politica, sociale, economica, antropologica. Il nemico è sempre lo stesso, quello che non smette di vincere, e di schiacciare, magari con scarpe di vernice a punta (ricordate il video famoso di Urbano Cairo?), una popolazione tenuta in scacco dalla paura di una malattia che può essere mortale. Il nemico è quello che pratica la lotta di classe dall’alto, come aveva ben intuito e ricostruito in uno degli ultimi suoi libri il mai abbastanza compianto Domenico Losurdo. Quel nemico che appunto approfitta oggi della situazione pandemica per mostrare la propria concezione dello Stato: non espressione massima della democrazia sul piano istituzionale, bensì mezzo di oppressione del popolo, secondo la nota formula di Giovanni Battista Botero: “Stato è dominio fermo sui popoli”. Ma eravamo nel 1589, due secoli prima dell’avvento dell’età dei diritti. Oggi, parrebbe, siamo in epoca di post-democrazia, che ormai non è più neppure quella sostanza non democratica sotto apparenze formali di democrazia.

Oggi siamo oltre tutto questo. Oggi non ci si preoccupa più delle forme men che meno delle apparenze. Oggi, un presidente del Consiglio non eletto, scelto non si sa esattamente da chi, né si sa bene perché, dopo aver guidato per un anno e mezzo un esecutivo di “centrodestra”, sodale del peggior rappresentante della destra più becera, connivente di tutte le infamie da costui poste in essere, passa, impunemente, a guidare  un esecutivo di vagamente di “centrosinistra”, alleandosi con il partito che era stato fino al giorno prima all’opposizione, con reciprochi scambi di contumelie. Dell’altro partito, rimasto al suo posto, il partito di Grillo e Casaleggio, c’è poco da commentare, esempio di cialtroneria (fatti salvi alcuni, naturalmente), a dir poco, e opportunismo politico: “mai con la Lega!”, ed ecco il governo “gialloverde”. Poi: “mai con il PD!” Ed ecco il governo “giallorosso”. C’è altro da aggiungere? E intanto il miracolato avvocato professore Giuseppe Conte, arricchisce con la sua stessa indefettibile presenza a Palazzo Chigi, il campionario del trasformismo italico. Con una nota in più: la sua strisciante presa di potere, abnorme, scavalcando i ministri di cui lui altro non è che un coordinatore, stando alla Costituzione, e abusando di una forma costituzionalmente assai dubbia quali di Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri, gli ormai famigerati DPCM, da cui siamo stati inondati e sommersi in tempi di Coronavirus.  Decreti già di per sé formulati in modo rozzo e confuso, implementati, in maniera spesso contraddittoria, da altri Decreti dei presidenti delle Giunte regionali, e da ordinanze dei sindaci a loro volta perlopiù in contrasto con questi ultimi. Altrettanti esercizi di forza, più che di diritto; altrettante prove di autorità prive spesso di legittimità, a cui si obbedisce nel clima di terrore che si è creato.

E mentre si aggredisce un prete che saluta un morto, centinaia di carabinieri, finanzieri, agenti di polizia, multano a casaccio persone, approfittando delle maglie larghe dei decreti governativi, ripeto di dubbia costituzionalità. Un figlio che sta andando a salutare il padre in punto di morte, una signora che va a fare esami clinici in un ospedale, un rider che consegna una pizza, un ragazzo che passeggia col suo cane in un bosco a una distanza calcolata di oltre 200 metri dall’abitazione, una coppia che prende una boccata d’aria su di una panchina a pochi metri dal portone di casa, un “basso” napoletano umido e senza sole. Tutti colpevoli di attentare alla pubblica salute. Ma le fabbriche possono riaprire. E multare un imprenditore sarebbe comunque cosa complicatissima sul piano pratico e istituzionale.

Ultima perla di questo governo: una circolare del Signor Nessuno di turno, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Riccardo Fraccaro (M5S), vieta all’ANPI di partecipare alle cerimonie per il XXV Aprile, consentendo la presenza del solo prefetto e questore. Nessuno era mai arrivato a tanto, neppure in pieno scelbismo. La presidenza dell’Associazione, fortunatamente, ha subito emesso un comunicato non solo di protesta, ma di annuncio che i suoi rappresentanti saranno presenti, anche nella forma consentita dalle norme tuttora purtroppo vigenti, ossia uno per ogni località.

Un sodale di Benjamin, marxista in odore di “eresia”, Karl Korsch, scrisse nella sua mirabile biografia di Marx (pubblicata nel 1938, che Benjamin lesse addirittura in manoscritto datogli dall’autore): «“Stati di emergenza” e “stati d’eccezione” sono divenuti la regola, guerre e guerre civili sono divenute la normale forma di esistenza del presente modo di vita».   

Forse è ora di riaprire gli occhi, e guardare alla situazione in atto, con la massima attenzione. Il virus potrebbe uccidere oltre che i nostri corpi anche le nostre anime, se continuiamo ad accettare tutto senza fiatare.

(Articolo pubblicato su “La rivincita di Chourmo”, il 23 aprile 2020)

I due successivi Governi Conte (immagini dal web)

Il potere dei sogni. In ricordo di luis sepulveda, intellettuale autentico

Dedico la morte di Luis “Lucho” Sepúlveda a tutti coloro che da febbraio vanno ripetendo che la pandemia in corso è poco più di una influenza. Che i deceduti sono tutti persone anziane e malandate. Che sarebbero “andati” comunque.

Lo so, nella mia beffarda dedica dovrei aggiungere le centinaia di migliaia di morti in tutto il mondo, e quelli che al computer sono stati già calcolati come morituri. Ma il fatto è che la morte di questo grande scrittore, generoso militante, intellettuale valoroso, mi turba in modo particolare. Scrisse Sepúlveda, mancato il 16 aprile 2020, dopo due mesi di lotta contro Covid 19, “Sono morto tante volte, se è per questo. La prima quando il Cile fu stravolto dal colpo di Stato; la seconda quando mi arrestarono; la terza quando imprigionarono Carmen, mia moglie; la quarta quando mi tolsero il passaporto. Potrei continuare”. Ora è morto un’ultima volta, e i fascisti di tutto il mondo, il canagliume fascista che si sta ringalluzzendo in Latinoamerica come in Europa, dal Cile all’Ucraina, potranno gongolare, perché Lucho era un militante antifascista, un orgoglioso comunista, e un convinto sostenitore di una visione del mondo radicalmente antitetica a quella nazional-fascista, a quella gerarchica e razzista, a quella sopraffattoria e colonialista.

Si schierò sempre dalla parte giusta, fu un combattente di ogni buona causa, e perciò Pinochet e i suoi sgherri lo imprigionarono, torturarono e poi imprigionarono Carmen Yáñez, poetessa, compagna e sua moglie, tuttora sotto terapia contro il maledetto virus, al quale la resistenza di Luis è stata lunga ma infine vana.

E ora che l’autore dell’indimenticabile “Gabbianella” (un libro per bambini di quelli che i “grandi” potevano apprezzare alla stessa stregua) o del meraviglioso libro “per grandi”, “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore”, sua opera prima che oggi possiamo leggere anche come un poetico omaggio a quei “vecchi” che la risposta eugenetica alla crisi del Coronavirus vorrebbe condannare a priori a togliersi dai piedi in modo spiccio e vantaggioso per chi resta. Guerrigliero coraggioso nella clandestinità in Bolivia come in Nicaragua, iscritto al Partito Comunista Cileno, Sepulveda fu un appassionato sostenitore del governo di Salvador Allende – di cui non si stancò mai di tessere le lodi, mentre qui in Europa tanta sinistra straparlava del “modesto riformismo” di quello straordinario medico-presidente … – e poi di difenderne la memoria, ovunque andasse, ramingo ambasciatore di cultura e di giustizia attraverso i suoi scritti e nei tanti incontri, uno dei quali, l’ultimo in Andalusia, per ricevere un premio, gli è stato fatale.

Ma l’azione fondamentale di Sepúlveda – scrittore, poeta, viaggiatore, conferenziere, giornalista, sceneggiatore – è stata quella di credere nel potere della letteratura, nella forza dirompente della cultura, nei messaggi che essa può dare universalmente, un messaggio contro la brutalità del potere, contro l’intolleranza, o peggio la falsa tolleranza, dei suoi ideologi, contro il silenzio di chi è connivente o di chi da vittima finisce per farsi complice, in nome di un quieto vivere che la storia ha dimostrato impossibile.

Di quella impossibilità Luis, privato della libertà e brutalizzato sotto Pinochet, egli che vide tanti suoi amici e compagni uccisi, o costretti, se erano fortunati, all’esilio, ha avuto prova diretta, durissima e dolorosa prova. E ora, in un rarefatto silenzio, nella distrazione del mondo impegnato a combattere con armi spesso spuntate contro il virus, ha ceduto, ha abbandonato la lotta, e ci ha lasciato l’enorme vuoto che può procurare la perdita di una personalità tanto forte, uno degli ultimi grandi narratori della nostra epoca. E insieme un autentico “intellettuale” nel senso gramsciano e sartriano, un individuo che “abbraccia interamente la sua epoca”, e, costi quel che costi, non si limita a riempire pagine bianche con la sua penna, o tele con i pennelli, e così via, ma si getta nell’agone della vita, pienamente, anche quando, o soprattutto, quando la vita è un drammatico mulinello di lotta e sofferenza.

Se ha ancora senso evocare la figura dell’intellettuale, ebbene con Luis Sepúlveda Calfucura (questo il suo nome completo) se ne va un intellettuale autentico, e non si può che piangere con la sua morte, anche la perdita di uno di quei rappresentanti di quel genere di intellettuali, oggi sempre più rarefatti nella nostra società feroce e classista, pronta a piegare la testa, mentre i suoi pretesi maîtres à penser pensano soltanto al mercato.
Uno dei suoi libri, una raccolta di scritti vari, si intitola “Il potere dei sogni”. E tutta la produzione letteraria giornalistica ma anche dell’azione politica di Sepulveda potrebbe intitolarsi così, alla indomita fede nel sogno. Sogno è l’uguaglianza tra gli individui, e tra le nazioni. Sogno è la giustizia sociale. Sogno la fine del colonialismo e dell’imperialismo. Sogno è un mondo dove gli umani imparino a rispettare la natura e a convivere con essa, invece di violentarla quotidianamente. Sogno è il trionfo del socialismo, come un sistema che, solo, può impedire lo scivolamento dell’umanità nella barbarie.

(Articolo pubblicato su “MicroMega” in linea, il 16 aprile 2020)

Luis Sepúlveda con la moglie Carmen Yáñez (“La Stampa”)

MA VOGLIAMO PARLARE DELLA CECOSLOVACCHIA?

Correva l’anno 1968. L’escalation statunitense in Vietnam era ai suoi massimi. Nell’estate ci fu l’invasione della Cecoslovacchia da parte dell’Unione Sovietica. Fu l’occasione per la destra per immaginare che i conti fossero pareggiati.  Da allora accadde, nelle innumerevoli assemblee sul Sud-Est asiatico, immancabilmente, che qualcuno in fondo alla sala urlasse: “Vogliamo parlare della Cecoslovacchia?!”. Era ormai una specie di rito… Mi sono venute alla mente quelle grottesche performance davanti alle reazioni seguite al mio articolo sul “Fatto Quotidiano” sul tema della cattiva informazione, abbinata alla russofobia, e alla nostalgia della guerra fredda.

E torno per un momento al corpo medico russo in Italia, il cui arrivo era stato concordato ovviamente con le autorità del nostro Paese, ma che ha suscitato una furiosa orticaria, in taluni ambienti, e in prima fila si è collocato il quotidiano “La Stampa”, diretto da Maurizio Molinari, atlantista di ferro. A sua volta il giovane Iacoboni, passato all’onore delle cronache è membro dell’Atlantic Council (che ha nel suo statuto di “promuovere la leadership americana”…). Ma ciascuno ha le proprie idealità, il problema è che esse non dovrebbero diventare predominanti sulla etica professionale, tanto più nel caso specifico di chi fa giornalismo. Ricordo che Molinari, nel suo ultimo libro (il 21°!), uscito pochi mesi fa, teorizza che la guerra fredda è ripartita, e che è in corso l’“attacco all’Occidente” (questo il titolo). E tra gli attaccanti pone in primo piano la Russia di Putin.

In effetti la Russia è da tempo nel mirino di Molinari, e poi si lamenta se l’ambasciatore russo a Roma parla di “russofobia” del giornale torinese. Stavolta Molinari ha mandato all’attacco il soldato Iacoboni. Sui cui articoli, non ritornerò, ma come previsto, hanno suscitato irritazione a Mosca. Ma come? – si saranno detti i dirigenti russi – noi mandiamo, a nostre spese, in base a un accordo con il governo italiano, una spedizione a dare un aiuto concreto (nella provincia più toccata dal contagio e più trascurata, in Lombardia, quella di Bergamo), e questi scrivono non solo che il nostro aiuto è inutile, ma che si tratta di un cavallo di Troia, per invadere il Paese!? Dopo la protesta dell’ambasciatore, è intervenuto il portavoce del Ministero della Difesa, il quale dopo aver respinto al mittente tutte le accuse, palesemente false e infondate, già ridicolizzate da Travaglio, ha concluso con un motto tratto dalla Bibbia, precisamente dal Libro dei Proverbi:  “Qui fodit foveam, incidit in eam”, che letteralmente significa: “Chi scava la fossa precipita in essa”. Il  proverbio biblico ha avuto grande fortuna nella letteratura patristica, e poi successivamente è stato variamente tradotto e adattato in numerose lingue, con un significato ovviamente non letterale: ossia, chi tende insidie agli altri spesso ne rimane vittima lui stesso.  Ma ha fatto comodo interpretare la frase come addirittura una esplicita minaccia di morte.

Di qui lo scandalo! Minaccia di morte da parte dei russi. Una pletora di difensori della libertà di stampa  che non hanno avuto nulla da ridire sui “servizi” (al servizio di chi?) di Iacoboni, si è mobilitata sbandierando solidarietà al “giornalista minacciato” , e nessuno si è sognato di dire a Iacoboni di stare più attento a scrivere baggianate foriere di tempesta, come poi è stato, tempesta che avrebbe potuto benissimo portare non solo a un rientro immediato dalla spedizione russa, ma a una incrinatura delle relazioni diplomatiche, che, a ben riflettere, non era un effetto collaterale non previsto, ma forse un desiderio di Molinari. La guerra fredda non sta ripartendo? Forse sì, se ci sono giornalisti che si comportano così.

Mentre il direttore della “Stampa” l’indomani è sceso in campo addirittura con un solenne editoriale, in difesa del “suo” giornalista, Iacoboni si è agitato nella parte della vittima. E guarda caso il 4 aprile è insignito del Premio intitolato a un grande giornalista, Carlo Casalegno ucciso dalle BR nel 1977, premio per i “servizi sulla contestata missione russa nella Bergamasca”. Gli articoli farlocchi diventano verità assodata: “la contestata missione russa”. Contestata da chi? Dalle popolazioni locali abbandonate dalla Regione e dallo Stato? Dai parenti delle migliaia di morti? Dagli intubati in ospedali che erano luoghi di morte invece che di cura?

La gag Cecoslovacchia/Vietnam mi è venuta in mente proprio davanti a certi commenti di politici e giornalisti al mio articolo, commenti che (oltre alla lunga serie di ingiurie al sottoscritto) lungi dall’affrontare la questione – pettegolezzi e sospetti spacciati per verità da Iacoboni– hanno urlato: sì, ma in Russia non c’è libertà! E Putin è forse meglio? E i giornalisti in galera o ammazzati? Appunto: stiamo discutendo del Vietnam, e voi volete che si parli della Cecoslovacchia…

(La foto ritrae mezzi russi che hanno portato materiali e personale medico e sanitario in Lombardia. Fonte ufficiale della Federazione Russa)

"Sono pessimista con l'intelligenza, ma ottimista per la volontà". (Antonio Gramsci, 19 dicembre 1929)