Bolivia 2019 come cile 1973?

La buona notizia di tre giorni or sono – la liberazione di Lula in Brasile – viene seguita, ahinoi,dalla pessima notizia delle forzate dimissioni di Evo Morales in Bolivia.

Ancora una volta il liberalismo mostra il suo volto feroce. Ancora una volta la democrazia viene fatta funzionare solo se al potere ci sono “loro”.

Ancora una volta il grande inganno della volontà popolare, che viene accettata soltanto quando è opportunamente manovrata e cede alle lusinghe o alle minacce del più forte.

Ancora una volta l’onestà politica, la pulizia morale, e l’efficienza della amministrazione pubblica non pagano, se sono sgradite ai poteri occulti, alle grandi organizzazioni sovranazionali che non sono altro che vetrine opache, dietro le quali si nascondono, sotto le imbellettate vesti della “libertà”, volontà di dominio, cupidigia di denaro, e l’eterna orgia del potere. Il potere del capitale, il potere del malaffare, il potere delle amministrazioni degli Stati Uniti d’America, in definitiva ,delle lobbies affaristiche che guidano, nascostamente (ma neppure troppo) le istituzioni civili, politiche e militari.

Evo Morale, in un discorso calmo, reso in un’atmosfera tesa, in un contesto drammatico, annuncia le proprie dimissioni. I golpisti festeggiano. Gli USA gongolano, l’Organizzazione degli Stati Americani (longa manus di Washington) festeggia, e i vari Bolsonaro e compagnia bella si sentono vittoriosi. Morales cede alle minacce, non per paura, ma perché vuole evitare al paese la guerra civile. Da giorni bande controrivoluzionarie hanno messo a ferreo e fuoco la Bolivia, macchiandosi di crimini atroci ai danni di collaboratori del presidente, di esponenti del governo, di amministratori locali indigeni. Crimini rispetto ai quali, come ad Hong Kong, in Occidente, nella democraticissima UE (quella della equiparazione fascismo-comunismo), si è taciuto o si è dato ragione ai “manifestanti per la libertà”. I media “indipendenti” ancora una volta rivelano la loro soggezione al padronato.

Come in Cile nel 1973, militari traditori tolgono il potere al legittimo presidente, e si vendono ai padroni stranieri e ai loro emissari interni. Una campagna di menzogne, unita alla campagna di incendi, aggressioni, omicidi – nel complice o benevolo silenzio dell’Europa e dell’ONU – , è stata lo strumento per costringere Morales a dimettersi.

Il risultato ora è che la Bolivia, a cui Morales aveva restituito dignità, ma soprattutto un livello di sviluppo, di benessere, di servizi sociali impensabili prima di lui, cadrà molto probabilmente nelle mani di bande di guastatori, di lestofanti, di colletti bianchi con il compito di “rimettere le cose a posto”. La “colpa” di Evo Morales è quella di essere indigeno, di volere il bene del suo popolo, di non essersi prostituito ai voleri del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale, e via seguitando.

Certo dovremmo dire che Morales ha commesso il classico errore di chi per bontà d’animo, per ingenuità, per sottovalutazione dell’avversario, ha seguito le vie democratiche, ritenendo che la democrazia valga per tutti. E invece no: essa vale solo quando al potere sono “lorsignori” e sono certi della immutabilità del proprio dominio.

Gli avvenimenti della Bolivia costituiscono l’ennesima prova che la lotta di classe (interna o internazionale) è essenzialmente quella condotta e dai gruppi dominanti contro i gruppi subalterni: e guai a loro se provano a rialzare la testa!

Come ho scritto solo pochi giorni fa, davvero, la democrazia è un grande inganno.  

Ma voglio chiudere non rinunciando alla speranza: che il popolo boliviano, a cominciare dalle popolazioni indigene specialmente, che i sostenitori di Morales (la stragrande maggioranza nel Paese), sappiano resistere e restituire il potere a chi lo ha meritato e gestito con onestà e efficacia negli anni passati, ottenendo straordinari risultati.

Domani, tutti dovremmo gridare: Forza Evo!  

Evo Morales nel discorso in cui annuncia le dimissioni e nuove elezioni in Bolivia

La via educativa alla rivoluzione

Situata nella parte centromeridionale del Brasile, Vitória, capitale dello Stato di Espirito Santo, non ha il fascino decadente di São Luis, né l’accattivante modernità di Florianopolis: alle due città è accomunata dalla natura insulare, ma ha una fisionomia più industriale, anche se, nei dintorni, non mancano le belle spiagge e ha un lungo oceano (Atlantico, naturalmente) suggestivo.

CERTO NON È IL TURISMO, pure in crescita, la risorsa fondamentale di Vitória, coi suoi 330 mila abitanti, legata al porto industriale, la cui fisionomia severa si staglia un po’ dappertutto. Anzi, a voler essere precisi i porti sono tre, e sono tutti in attività, per traffici non più legati al caffè, di cui fu uno dei principali centri di raccolta e di esportazione. Nell’insieme una città moderna dall’aria efficiente, quasi europea nell’aspetto. Anche se poi basta fare qualche passeggiata per scovare ritrovi dove ogni sera si fa samba, e con pochi reais (la moneta brasiliana, crollata negli ultimi tempi), si consuma un eccellente jantar, la cena, nell’usuale clima di gioiosità. Lo sperimento nella mia seconda notte in città, quando due colleghi mi conducono in un ritrovo nato da poco,nell’”era bolsonariana”, e temerariamente intitolato all’eroe latinoamericano per antonomasia, El Libertador, ossia Simon Bolivar. Insegne “rivoluzionarie” sono un po’ ovunque e me ne rallegro, anche grazie ai due musicisti che ci propongono le meravigliose melodie di Chico Buarque, un nome che suona ostico alle orecchie dei bozonariani. Che non mancano, in città: nel cuore del centro, ad esempio, nel cosiddetto “Triangolo delle Bermude”, un incrocio dove tre locali affacciano, raccogliendo “la meglio gioventù”. Ci passiamo, e osservo: bei ragazzi, splendide fanciulle, fiumi di birra, caipirinha a volontà, musica rumorosa, e frastuono prodotto dai vocianti avventori che come accade sovente nella nostrana “movida”, debordano dai tavoli e occupano la strada, usando grosse automobili come punto d’appoggio. Mi spiegano che uno di questi locali fu il centro di festeggiamento per la vittoria di Bozo.

DENTRO IL CAMPUS DELL’UFES (Universidade Federale de Espirito Santo), noto un’automobile che reca due enormi strisce adesive con il nome Bolsonaro. Ma aggirandomi per gli spazi ampi, prevalentemente erbosi, del campus trovo però soltanto segnali contrari.

UNA SCRITTA MI COLPISCE: «Aquí se queima florestas, livros, cerebro e o futuro», un messaggio chiarissimo diretto alle politiche “bozonariste”: incendi di foreste, di libri, del cervello (ossia del pensiero critico) e del futuro di questi studenti. Il giovane collega che mi accompagna si lascerà andare all’amara confidenza di volersene andare, sebbene abbia una discreta posizione universitaria: vuole lasciare il Brasile di Bozo, perché, spiega, «questo Paese non ha futuro».

Il giorno seguente, dalle 8 alle 18, intensa attività didattica: con la compresenza di alcuni colleghi, parlerò ancora di fascismo e di Gramsci: l’invito è pervenuto dalla Facoltà di Educação, ossia di Pedagogia, e qui interessano ovviamente soprattutto temi pedagogici. In Brasile esiste un importante filone di studi sulla questione educativa in Gramsci, e sono numerosi gli atenei dove gruppi di ricerca ci lavorano.

Ma anche questo tema viene connesso alla situazione politica, e le domande numerose – al solito! – del pubblico mi fanno toccare con mano l’urgenza non soltanto della spiegazione (come è potuto accadere? ossia come spiegare la vittoria di Bolsonaro?), ma anche l’importanza di avviare una controffensiva egemonica, che non può che iniziare dall’educazione, dalla formazione, dalle università. «Ecco perché Bozo cerca di soffocarci», afferma, quasi gridando, una ragazza. E allora il tema gramsciano viene riconnesso al fascismo: interessa capire come il prigioniero di Turi, costretto all’inazione, invece di rinunciare alla lotta, abbia elaborato una strategia ideologico-culturale, intrinsecamente pedagogica, per addestrare alla nuova fase della guerra, non più di movimento, ma di posizione. Dal fascismo ci si difende, insomma, con la cultura e l’educazione, si insiste qui, mentre ormai le tenebre sono calate nel precoce crepuscolo brasiliano. Guardo verso il buio, che ormai occupa lo spazio-luce dei grandi finestroni, e un filo di scoramento mi coglie. E ripenso alla frase del giovane docente che il giorno prima aveva sentenziato che il Brasile non ha futuro. USCENDO DALL’AUDITORIO, un altro collega, leggermente più anziano (il corpo docente è assai giovane, dappertutto), mi prende sottobraccio e mentre mi ringrazia, mormora: «Questa fase passerà, noi dobbiamo preparare una nuova transizione, perciò capire il fascismo e Gramsci, due “prodotti” italiani, è per noi fondamentale. Ma non intendiamo confinarci nei campus. Faremo giungere la nostra voce forte e chiara dappertutto». E, mostrandomi la maglia nascosta dalla camicia, con la scritta «Lula livre», mi insegna il gesto con cui milioni di brasiliani per bene chiedono la liberazione dell’ex operaio presidente, ingiustamente carcerato: pollice e indice a formare una L.

(Quinta e ultima puntata del reportage brasiliano: “il Manifesto”, 15 ottobre 2019) – Immagine scattata da Angelo d’Orsi nel campus UFES di Vitoria)

Università del Capitale e lotta rivoluzionaria nello Stato di Santa Catarina

Rio de Janeiro, manifestazione contro i tagli all'educazione decisi dal governo Bolsonaro
Rio de Janeiro, manifestazione contro i tagli all’educazione decisi dal governo Bolsonaro © Afp

Dal Maranhão, all’estremo Nord, allo Stato di Santa Catarina, all’estremo Sud, il viaggio è lungo, e comporta sbalzi climatici notevoli. Il passaggio da uno Stato all’altro della Repubblica Federale, in un tragitto di migliaia di chilometri, e diverse ore di volo, ti mette anche davanti alla diversità di questo Paese gigante che è il Brasile. Il Nord aspro, caldo e povero, e il Sud umido, piovoso e ricco, esattamente il rovescio geografico-economico dell’Italia. Ma appena giungo, a Florianopolis, capitale dello Stato, trovo la stessa cordialità, e il medesimo spirito combattivo per la difesa dell’Università pubblica e la lotta contro “Bozo”. E ciò mi fa sentire a casa un po’ dappertutto.

Il primo incontro con il mondo universitario è il distintivo Eu amo Universidade Publica («Io amo l’Università pubblica» con tanto di cuore rosso) che mi viene offerto, da un collega, e che con gioia fisso alla mia giacca. Mi si informa che il programma di lavoro previsto nella UFSC, Universidade Federal de Santa Catarina, rischia diessere danneggiato dallo sciopero generale degli studenti, riuniti in assemblea permanente. L’attività prevista peraltro si terrà ugualmente, dato il tema: Gramsci, a cui nessuno studente in sciopero potrebbe opporsi, aggiungono sorridendo; l’unico problema sarà la riduzione del pubblico. Mi conducono a vedere la sala dove si tiene l’assemblea permanente: è un enorme spazio con il piano terra occupato da sedie e tavolini, dove studenti scrivono, leggono, discutono, mangiucchiano. Altri svolgono attività varie. Il tutto in una situazione che non può essere di silenzio, ma certo è assolutamente tranquilla, anche dal punto di vista dei decibel.

Attraverso la sala, e la riguardo dall’alto, dalle balconate dei piani superiori per avere una visione d’insieme, e mi soffermo sugli striscioni tutti inneggianti alla libertà della cultura, alla importanza che le università pubbliche vengano sostenute, disinteressatamente, mentre l’obiettivo di Bolsonaro è precisamente quello opposto: svilire, far rinsecchire gli atenei di Stato (sia dei singoli Stati della Repubblica, sia quelle federali), tagliando loro l’erba sotto i piedi, in modo che i servizi diventino pari a zero, e gli studenti si indirizzino verso gli atenei privati, di imprese e di chiese, o quelli stranieri, statunitensi, direttamente foraggiati dalle nazioni estere, a cominciare dagli Usa, come ho già avuto modo di ricordare. Tutte università che non hanno di mira la funzione civile, la cultura critica, bensì il mercato e l’azienda.

Nonostante lo sciopero, la conferenza su vita e pensiero di Gramsci, e il primo atto del minicurso su «Gramsci e una teoria generale del marxismo», vedono una presenza massiccia di studenti, e non mancano i colleghi. Nel secondo giorno, il corso prosegue. E le domande rimaste in sospeso il primo giorno riaffiorano, impellenti, implacabili, mi vien fatto di pensare, davanti al fuoco di fila di studenti e colleghi. Non si tratta soltanto però di piccoli comizi politici, ma anche di vere e proprie richieste di approfondimento: Gramsci è e non smette di essere un punto di riferimento e arriva il momento in cui mi si chiede perché in Italia non è così. A loro pare assurdo che noi italiani abbiamo un patrimonio immenso, come il pensiero (e la stessa esistenza) di Antonio Gramsci e non lo si sfrutti. Comincia a emergere un tema che verrà poi ripreso nel terzo giorno, nel corso della immancabile intervista.

A diecimila chilometri di distanza si è colta, insomma, la deriva filologistica degli studi gramsciani in Italia: giovani e meno giovani insistono quasi gridando che Gramsci è stato non soltanto un pensatore, ma un attore politico, che ambiva a progettare e realizzare la rivoluzione. Certo, specie dopo la sconfitta – l’avvento fascista in Italia, la vittoria della reazione in Europa, il trionfo del capitalismo dopo la crisi di Wall Street dell’autunno ’29… – la rivoluzione per Gramsci diventò un processo volto alla conquista dell’egemonia, attraverso strumenti prima di tutto culturali, ma egli non aveva rinunciato all’opzione del cambiamento radicale e alla volontà di essere dalla parte degli oppressi, come aveva sentenziato in un componimento scolastico del penultimo anno di liceo. E allora mi sollecitano: «Lei non pensa che sia necessario essere gramsciani per studiare Gramsci?». Sì, qui sanno bene che Gramsci viene citato, usato, anche da politici e ideologi che non sono comunisti, né marxisti, né, infine, gramsciani: ma noi, mi si dice con enfasi, noi non possiamo permetterci di mettere Gramsci in una vetrina di biblioteca. A noi servono i suoi concetti, e il suo esempio, per agire contro questa destra «terrorista» e cercare di sloggiare l’intruso dalla presidenza.

Uscendo mi imbatto in un grande murale che mostra donne e uomini e ragazzi con bandiere rosse e fiamme alle loro spalle: innalzano uno striscione: «Contra a Universidade do Capital Revolução Social». E sorrido con un certo compiacimento. Questi non hanno intenzione di mollare la lotta per «uno straccetto di laurea» (Gramsci dixit, 1916!).

(Quarta puntata del reportage brasiliano: “Il Manifesto”, 2 ottobre 2019)

A São Luis «il fascismo non passerà»

Quando entro nel grande auditorio centrale dell’Università federale di São Luis, nel Nord del Brasile, sono accolto da Bella Ciao, la registrazione di una versione in italiano. Sullo schermo dietro al tavolo dove si svolgerà la conferenza annunciata, una immagine di un corteo anni Settanta, dove giovani tengono un grande striscione con la scritta «Il fascismo non passerà». E sopra si legge il titolo della lezione, Fascismo ontem e hoje, il fascismo ieri e oggi: è il tema più volte affrontato in questo viaggio nelle università brasiliane, come ho già scritto. Si tratta quasi di un’ossessione dei giovani e meno giovani intellettuali brasiliani. Studenti e docenti si interrogano, fra timore e speranza, sulla possibilità che il governo reazionario di Jair Bolsonaro, e della sua accolita di militari, e no, possa davvero diventare una forma attuale del modello fascista. E chiedono aiuto per meglio comprendere, e lottare più efficacemente.

La sala è colma, e si percepisce come e più che altre volte, entusiasmo, voglia di entrare subito nel vivo del tema, anche se qui sempre le conferenze, specie se fatte da stranieri, sono introdotte e chiuse da cerimoniosi saluti nei quali nessuno viene dimenticato. E, come sempre, la parte non più attesa, ma più importante dal punto di vista del conferenziere, e anche la più impegnativa, è il debate, che è un susseguirsi di interventi, che il coordinatore della mesa, cioè chi presiede, di solito organizza in blocchi di tre. E le domande, come già accaduto a Campinas, sono domande prevalentemente politiche, anche se non mancano le richieste di approfondimenti teorici e arricchimenti storici.

São Luis è la capitale dello stato del Maranhão, di circa 1.200.000 abitanti, ed è la terza delle città “nere” del Brasile, dopo Santos e Bahia, ossia con la più alta percentuale di popolazione di origine africana. E ha la peculiarità di essere la sola città di fondazione francese. Accadde al principio del secolo XVII, ma fu una breve presenza: i francesi vennero sloggiati dagli olandesi, ai quali seguirono i portoghesi, e il centro storico – patrimonio dell’umanità, nella lista Unesco – è tutto portoghese, con bellissimi palazzi ricoperti di azulejos. Un centro peraltro del tutto degradato, nel quale non è consigliabile passeggiare dopo una certa ora.

Il campus della UFMA, Universidade Federal do Maranhão (i brasiliani vanno matti per gli acronimi e incredibilmente ognuno, nel mondo accademico sa individuare un ateneo dal susseguirsi di lettere dell’alfabeto, di solito 4), è vivace e selvaggio: quasi un pezzo di foresta, e gli studenti si assiepano nelle zone d’ombra. Il sole è potente, la calura a volte opprimente, e siamo ancora in inverno, qui. Studenti e docenti spesso sono indistinguibili, in bermuda i maschi, pantaloncini le ragazze, e infradito hawaianas ai piedi. Tutto molto fluido, e la cordialità profusa a pieni abbracci e baci, insieme col caffè che scorre a litri davanti alle aule, in improvvisati banchetti che vendono doces, o salgados, per pochi spiccioli. Ma ovunque vi sono banchetti di libri, sia ufficiali, ossia di librerie o talvolta di editori, sia di ragazzi che fanno commercio di cultura.

Dopo la lezione, vengo prelevato e portato fuori dal campus, a distanza di qualche chilometro, in una sorta di rifugio segreto, una stanzetta buia, senza finestre, in fondo a un cunicolo: là c’è un piccolo studio tv, semiclandestino, quasi impossibile da scovare (non oso chiedere se sia per scelta o per necessità finanziaria), dove si respira a fatica, per l’umidità, e la ridotta ossigenazione dell’aria. Mi aspettano una giornalista e una tecnica, e insieme con la collega che mi ha accompagnato in automobile (qui nella UFMA il corpo docente è prevalentemente femminile), imbastiamo un dibattito davanti a una videocamera.

Tema? Naturalmente il fascismo, le diverse sue espressioni ideologiche e concrete, ovviamente Bolsonaro, e le sue politiche e, questo il cuore del discorso, quali strategie pensare e mettere in campo per fermare l’onda nera. Ossia come resistere, come dar vita a quella «Internazionale Antifascista» che sto proponendo un po’ dappertutto: idea che a studenti e docenti sembra piacere. Ma molti vorrebbero immediatamente tradurla in termini operativi.

Come si fa? Da dove cominciamo? Mi rendo conto che le loro urgenze sono diverse dalle mie, e da quelle di noi europei, che pure abbiamo il fascismo in casa, sia per nascita, illo tempore, sia per una sua inattesa riproposizione, nelle più diverse forme, dalla Germania all’Italia, dall’Ungheria alla Grecia, dalla Polonia all’Ucraina, dove è addirittura al governo, sub specie di neonazismo. Sento, in quell’ambiente asfittico una tensione ideale e una volontà politica che mi riporta ai nostri anni Settanta, e ripenso all’immagine che ho trovato dietro la cattedra arrivando all’anfiteatro: «Il fascismo non passerà».

(Terza puntata del reportage brasiliano : “Il Manifesto”, 2 ottobre 2019)

Bolsonaro taglia. le università resistono

Uno scorcio di Campinas, terza città del Brasile
Uno scorcio di Campinas, terza città dello Stgato di San Paolo in Brasile

Campinas è la terza città in ordine di importanza dello Stato di San Paolo. L’area metropolitana si avvicina ai tre milioni di abitanti. Si tratta in verità di una piccola San Paolo, senza il fascino tremendo della megalopoli brasiliana.

Il campus di Unicamp a Campinas

Anche Campinas ha però grattacieli, una economia postindustriale abbastanza fiorente, e una rinomata università «estadual», ossia dello Stato di San Paolo, mentre altre università sono «federais», cioè nazionali, essendo il Brasile una Repubblica Federale. Poi naturalmente vi sono le università private, che si dividono in quelle religiose (cattoliche e evangeliche, nelle diverse sette) e quelle legate a industrie, banche e centri finanziari. Infine, le università straniere, sostanzialmente statunintensi. UniCamp ha un’ottima reputazione, e resiste all’azione violenta di Bozo, volta a cancellare i fondi, a ridurre l’autonomia, a sottoporre a pressione politica tutti gli atenei pubblici, sia quelli federali (di solito i meno ricchi finanziariamente), sia quelli statali (che godono sovente di finanziamenti anche privati in aggiunta a quelli pubblici).

ENTRANDO NEL CAMPUS – in Brasile tutte le università sono collocate in campus, di regole esterni alla cinta cittadina – la prima cosa che si nota sono i manifesti che ricordano Marielle Franco, la sociologa e attivista uccisa nel marzo 2018, ormai divenuta una icona della resistenza antibozonarista.

Capannelli di studenti chiacchierano dei programmi di studio, ma anche di politica. Mi raccontano che l’elezione del capitano dell’esercito alla presidenza della Repubblica, ha rappresentato un fattore di divisione nella società, e persino all’interno delle famiglie. Una studentessa scherzosamente ma non troppo parla di divorzi provocati dalla contrapposizione tra coniugi, di rotture di relazioni tra genitori e figli, tra fratelli e sorelle. Alcuni, sento, hanno sostenuto Bolsonaro accogliendo, più o meno in buona fede, il messaggio anticorruzione e di modernizzazione che gli spin doctors americani prepararono per la campagna elettorale vincente del truce Bozo.

A questi sudenti e ai loro professori, e professoresse, numerosissime, vado a parlare di fascismo, in chiave storica e politologica: un confronto, che mi viene quasi imposto a viva forza, tra il fascismo classico e le forme odierne che ad esso possano essere avvicinate…

LA DOMANDA CHE PERCORRE docenti e discenti, è se il Brasile di Bozo sia paragonabile al paese che diede i natali ai Fasci di Combattimento, e se la linea politica bolsonarista sia simile o addirittura uguale nella sostanza a quella fascista. Ma quando, dopo la conferenza, mi ritrovo con un gruppo ristretto, a mangiare una pizza, e bere una birra, provo a chiedere a ciascuno dei presenti le ragioni della vittoria di Bozo, immediatamente le opinioni si dividono, entrano in contrasto, anche assai vivace.

LE FAKE NEWS DIFFUSE dallo staff di Bolsonaro sono considerate da tutti la sua arma vincente, ma v’è chi insiste sulla debolezza e la divisione del campo avverso, quello «progressista». E alla fine, emerge una delle spiegazioni più interessanti, che mi riportano con la mente in Italia: Bolsonaro ha vinto perché il PT, il Partido dos Trabalhadores, il partito di Lula, era ormai da tempo afflitto dalla corruzione, e Bolsonaro ha insistito su questo elemento, aiutato dalla campagna «Lava Jato» (letteralmente «Autolavaggio») di cui fu animatore il giudice Sérgio Moro, poi finito nei guai, a sua volta.

COME DIRE, LA SINISTRA viene sconfitta quando diventa «come gli altri», o se si vuole, quando rinuncia a fare la sua parte, sulla base di discriminanti verso la destra, e si trasforma in una costola della destra…
C’è voglia di discutere, bisogno di capire, e mi rendo conto che questa fetta di popolazione che è la futura classe dirigente o una sua parte importante, è smarrita, quasi incredula: coloro a cui pongo la domanda: come è potuto accadere ciò che è accaduto negli ultimi anni in Brasile? L’inchiesta giudiziaria, il fango su Dilma Rousseff, e il golpe (qui dicono proprio così: «Il golpe del 2016»), che detronizzò Dilma e mandò in prigione Lula come due malfattori, hanno rappresentato un vero tsunami sulla società brasiliana, e la borghesia progressista, il «ceto medio riflessivo», non solo non si sono ripresi, ma ancor cercano vie per capire e per reagire.

LO STESSO ADDAD, il competitor sfortunato di Bozo, su cui sento solo giudizi positivi, ha tuttavia la colpa di essere del PT, e di venir percepito come parte del «sistema», contro cui si è scagliato Bolsonaro, presentandosi, al solito, come quello che è fuori della casta, ma che ne fa parte pienamente da sempre.
Un messaggio che evidentemente paga. Noi italiani ne sappiamo qualcosa. Un senso di smarrimento mi colpisce a mia volta, quando vuotati i bicchieri, ci alziamo dai tavoli dove studenti e colleghi si sono assiepati bisognosi non soltanto di ascoltare lo studioso straniero, ma anche e soprattutto di esternargli la propria angoscia, quasi a cercare rifugio nell’analisi teorica davanti al fallimento dell’azione politica.

II Puntata del reportage brasiliano (“il Manifesto”, 21 settembre 2019)

In Brasile è tutta colpa di Antonio Gramsci

«Bozo» è un pagliaccio, un clown televisivo, creato negli Usa alla fine della guerra, e poi diffusosi nel subcontinente, compreso il Brasile, dove uscì dalla programmazione all’inizio degli anni Novanta. Prima di arrivare qui in Brasile chiesi a un giovane collega universitario se a Jair Bolsonaro gli ambienti progressisti avessero affibbiato un soprannome, e lui mi rispose “Bozo”, pagliaccio. Effettivamente, si ha l’impressione che il neopresidente, insediato a gennaio scorso, sia più actus che agens, interprete di politiche decise altrove, perfetto rappresentante di un potere che altro non è che il comitato d’affari di gruppi dominanti, interni ed esterni.

Colpisce nell’azione politica di questo Rodomonte del Brasile, la contraddizione tra la narrazione nazional-patriottica – uno dei punti di forza della sua campagna elettorale – e la pratica, che vede continue cessioni di sovranità essenzialmente verso gli Stati uniti, della cui Amministrazione (e dunque dei gruppi finanziari che le sono legati) Bolsonaro sembra essere un pronto esecutore. Del resto lui è un militare con i gradi di capitano, mentre il suo vice, Hamilton Mourão, forse persino peggiore del presidente, è un generale, all’interno di un governo imbottito di graduati provenienti dalle Forze armate brasiliane.

Giungo in questo paese ancora percorso da queimadas, violenti incendi che a macchia di leopardo devastano la foresta (non solo quella amazzonica), come ogni mattina i telegiornali mostrano impietosi, ma mi pare senza un particolare allarme, che non colgo neppure nelle conversazioni con i colleghi, alcuni vecchi amici, che incontro, a Marilia, nell’enorme Stato di San Paolo, il più importante della Repubblica Federale. È un campus universitario giovane, che ha solo, più o meno, un venticinquennio alle spalle, situato in una zona fino a mezzo secolo fa appartenente alle popolazioni indigene, espulse dall’impetuosa avanzata del “progresso” (si ricordi il motto sulla bandiera: Ordem e Progresso) alla brasiliana, in un processo di oppressione e compressione di tali popolazioni, al quale, va detto, anche Lula e Dilma (la Rousseff) avevano dato il loro contributo.

All’Unesp, campus di Marilia, si svolge il II Convegno della IGS (International Gramsci Society) Brasil, con la partecipazione di studiosi e studiose latinoamericane. Gli europei – in realtà, gli italiani – sono soltanto due, e io sono uno dei due. La presenza di giovani – tante ragazze – è incredibilmente ricca, e gratuita, ossia vengono a seguire i lavori, senza “crediti”, e intervengono senza timidezza nelle immancabili, talora aspre, discussioni, che spesso proseguono fuori della sede convegnistica. Gramsci si conferma una autentica icona della sinistra brasiliana: sinistra accademica, sinistra culturale, sinistra politica. E questi raduni, piuttosto frequenti, sono una preziosa occasione per fare il punto sul progresso degli studi, anche se le edizioni dei testi invece languono, il che non può che condizionare negativamente il dibattito, fatto sovente a partire da traduzioni parziali, talvolta infedeli.

Eppure l’interesse è tanto, e a me personalmente non è mai capitato di trovare altrettanta animosità, nel senso buono del termine, nei convegni gramsciani in Italia: in queste intensissime giornate convegnistiche ho assistito a veri tornei di citazioni per dare una certa spiegazione piuttosto che un’altra del concetto di «rivoluzione passiva», per fare un solo esempio, tornei che a un certo punto ho temuto sfociassero nelle scazzottature. E invece conducono verso fiumi di birra. Va sottolineato che l’interesse per Gramsci è assai particolare; in sintesi l’uso politico del pensiero gramsciano è dominante, sulla ricostruzione storica. In altri termini, specie ora dopo la vittoria di una destra estrema, violenta, volgare come quella rappresentata dal governo di “Bozo”, Gramsci appare una via di salvezza, almeno teorica, in attesa che aiuti a trovare la strada per la salvezza del Brasile popolare e democratico. E le difficoltà degli organizzatori, guidati da colui che è oggi il principale studioso di Gramsci nel paese, Marcos Del Roio, sono una prova che gli annunci pre-elettorali di “Bozo” non erano parole vane, quando prometteva di estirpare il cancro gramsciano dal Brasile.

E a Gramsci, e al “gramscismo”, lemma di uso piuttosto corrente qui, si attribuiscono colpe indicibili, l’ultima delle quali è, addirittura, precisamente la piaga degli incendi. Solo tre giorni or sono il ministro degli Esteri, Ernesto Araújo, partecipando a un think tank statunitense, è riuscito ad affermare che l’«allarmismo climatico» usato contro Bolsonaro, è frutto di un complotto ideologico a base, insieme stalinista e neomarxista, e ha messo sul banco degli imputati Rosa Luxemburg, Marcuse, Brecht e Gramsci. Bella la risposta del Washington Post che ha suggerito al ministro almeno di fare un controllo su Wikipedia, prima di fare certe uscite comiche.

(I puntata di un reportage di Angelo d’Orsi, dal Brasile, “il Manifesto”, 17 settembre 2019)

Il fASCISMO NELL’EUROPA DEL 2019


Recentemente un noto storico italiano, Alberto De Bernardi, ha pubblicato un pamphlet con ambizioni storiografiche, per dichiarare che non ha senso ormai parlare di antifascismo in quanto il fascismo appartiene a una stagione lontana e irripetibile. E che chi lancia appelli contro il ritorno del fascismo finisce per intorbidare le acque, impedendo una libera dialettica democratica.
Si tratta di una tesi non nuova, già autorevolmente sostenuta da Renzo De Felice, massimo studioso del fascismo, e biografo (innamorato) di Mussolini e che periodicamente viene riproposta. Chi la pensa così, dimentica che il fascismo è sì un fenomeno storico, nato come movimento dei Fasci di combattimento in Italia nel 1919, ma è presto divenuto un modello politico, a cui si sono rifatti molti emulatori, individuali e collettivi. E dimentica anche che la forza del fascismo consiste nella sua capacità di cambiare sembiante adattandosi alle situazioni storiche, ai climi culturali: ma la sua sostanza non muta. E in che cosa consiste tale sostanza?
Innanzi tutto nella concezione antiegualitaria che investe gli individui e i popoli: ossia è “naturale” che sussistano differenze tra gli uni e gli altri, differenze che postulano gerarchie, considerate immutabili e necessarie. Nel sistema mentale fascista l’antiegualitarismo è il rifiuto di ogni politica e ogni ideologia che vadano nel senso della riduzione o della eliminazione delle disuguaglianze: giuridiche politiche economiche culturali. Ma il fascismo non si accontenta della disuguaglianza “naturale” tra individui e popoli: esso ammette e teorizza una disuguaglianza tra le “razze”, che rinvia a una naturale gerarchia di tipo etnico che a sua volta risalirebbe a elementi biologici o spirituali. I dominatori e i dominati, in sintesi. L’Africa, in particolare, è in tale visione, il serbatoio dei popoli destinati alla soggezione, dalla schiavitù del passato allo sfruttamento più bieco odierno.
Antiegualitarismo e razzismo, esplicito o implicito, sono dunque le prime componenti del fascismo. A cui altre se ne aggiungono; in sintesi, e in forma di mero elenco: il disprezzo per la democrazia, l’antisocialismo, il principio corporativo in luogo di quello sindacale, il culto dell’azione e della violenza, l’esaltazione della forza, la denigrazione della cultura, il sessismo maschilista, e altro ancora.
Ciò premesso, se si guarda oggi all’Europa, che cosa vediamo? Vediamo un panorama inquietante, in cui l’Italia, il Paese che diede i natali a Benito Mussolini e ai suoi Fasci, primeggia. Oggi il pericolo fascista in Italia non risiede tanto nelle piccole organizzazioni (ma in crescita numerica e politica) dichiaratamente ispirantesi al fascismo storico, quanto piuttosto in un diffuso clima di odio, che accetta quasi con gioia politiche persecutorie verso i migranti, in un razzismo divenuto normale, che si esplica in un campo di calcio dove un giocatore africano viene insultato da metà dello stadio ogni qualvolta tocca la palla, o addirittura quando un arbitro assume atteggiamenti discriminatori verso di lui; si vede in un autobus dove una donna maghrebina o rom viene costretta a scendere dall’autista o cacciata violentemente fuori dall’abitacolo da alcuni viaggiatori nel silenzio degli altri; si coglie nelle parole di ministri che irridono al senso di umanità, usando il lemma “buonismo” come sinonimo di tolleranza cretina che produce criminalità; emerge dall’insolenza verbale di uomini e donne di potere verso chi dal potere è escluso; si percepisce nel disprezzo verso gli intellettuali; viene a galla nella esibita muscolarità fisica e ideologica dei governanti, associata a un incessante lavoro di controllo dei mezzi di informazione, che non arretra davanti alle minacce e si spinge fino al tentativo di eliminare quelli che non sono graditi, magari sotto specie della razionalizzazione e del risparmio delle pubbliche finanze. Non era forse la stessa operazione compiuta da Mussolini, dopo la presa del potere? Chiudere, accorpare le testate per facilitarne il controllo, e infine imporre cambio di proprietà, e quindi di redazioni. Si aggiungano le continue intimidazioni a testate giornalistiche da parte di leader di governo e addirittura le aggressioni fisiche a giornalisti. Certo, siamo lontani dalla Turchia del tiranno Erdogan, ma le tentazioni di irreggimentazione dei media appaiono forti, e preoccupanti.
Tutto ciò accade in Italia, oggi. E in Europa? Non esiste forse un pericolo imminente oggi di fascismo, ma i segnali sono inquietanti di qualcosa che gli somiglia, qualcosa che appare ora una replica del passato, ora una forma aggiornata. Innanzi tutto il controllo pervasivo dei media, l’azione intimidatoria verso i corpi intermedi, sindacati, magistratura, liberi sodalizi civili e culturali. Ma anche una tendenza a cancellare o ridurre al minimo le garanzie sociali, a sostituire il welfare in workfare, ossia lo Stato ti sostiene, ma non in base ai tuoi bisogni, bensì alla tua capacità lavorativa, produttiva, dall’Italia al Regno Unito; e vediamo in atto la trasformazione del lavoro in forme di nuova schiavitù salariale, con la minaccia del licenziamento, favorita dalla crisi economica perdurante, con l’aumento delle ore lavorative, con l’intensificazione dei tempi di produzione. Si pensi all’Ungheria di Orbàn, dove è stata approvata una legge che impone lo straordinario obbligatorio ai lavoratori, con la possibilità degli imprenditori di retribuirli a distanza di mesi, in una misura ridicola. Si pensi al cambiamento in atto un po’ dovunque delle leggi sul fine lavoro, con un allungamento dei tempi di lavoro, fino alla tendenza alla sovrapposizione tra aspettativa di vita e vita lavorativa, una drastica riduzione dell’ammontare pensionistico, e una diffusa ideologia che pretende di corporativizzare i sindacati, tipico esempio di transizione verso un nuovo fascismo. Perché credo che l’essenza del fascismo, il nocciolo duro, sia proprio qui: una feroce gerarchia che classifica e ingabbia classi, individui, popoli, in nome del produttivismo (che significa intensificazione dello sfruttamento), del primato nazionale (che significa in realtà predominio di una classe, che spaccia e propaganda i propri interessi come interessi nazionali).

E per ottenere questi risultati il fascismo, di ieri e di oggi, associa un regime di polizia, nel quale la “prevenzione” diventa alibi per impedire la libera dialettica politica, a un regime corporativo, che pretende di soffocare la naturale lotta di classe, sostituendola con pratiche di “collaborazione”: essendo tra soggetti disuguali, essa si manifesta come forma di oppressione. In Ungheria, in Polonia, in altri Stati nati dell’Est del Continente, dopo “il crollo” la tendenza politica che sembra prevalere va in questa direzione, peraltro non dissimilmente da Paesi come Italia o Francia dove però la presenza di forze sindacali e in genere di una opposizione operaia e popolare finora ha impedito di arrivare a tale esito, e non di rado ha suscitato e suscita reazioni piuttosto forti in senso contrario.

Occorre però rendersi conto che il nuovo fascismo, come lo si chiami, è uno sviluppo di ciò che Colin Crouch ha chiamato post-democracy, che altro non è che la forma politica del “finanzcapitalismo”, così bene descritto e indagato dal compianto Luciano Gallino. Ora siamo andati oltre, e stiamo procedendo verso un’accettazione più o meno diffusa di una forma politico-ideologica che si ispira al fascismo storico, combinandosi con il “superamento” della democrazia rappresentativa e pluralista, fondata sulla ferma divisione dei poteri, l’insuperabile indipendenza della magistratura, l’esistenza di corpi intermedi, un sistema elettorale seriamente rappresentativo, la libertà di espressione di tutti in ogni forma, la tutela della minoranza, e così via.
Il fascismo mussoliniano fu un regime di polizia, non regime di partito: anche oggi, le politiche e le ideologie che ci appaiono imbevute di fascismo mirano a ridurre e tendenzialmente a eliminare i partiti politici, o a dar vita a un classico regime monopartitico combinato con la richiesta e l’attesa dell’“uomo forte”, del leader carismatico che tuttavia blinda il proprio carisma o preteso tale con la violenza poliziesca spesso associata alla violenza di bande organizzate, oltre che con una pervasiva azione di propaganda. La democrazia viene sorpassata dal rapporto tra il capo e le masse, ridotte però a folle, ossia prive di coscienza politica, anche grazie a un sapiente lavoro di depoliticizzazione, di vera e propria dis-alfabetizzazione, in primo luogo politica, ma non soltanto politica. E la campagna contro la democrazia rappresentativa, in realtà, non prepara l’avvento della democrazia diretta, ma prepara appunto la trasformazione delle masse in folle anonime ora plaudenti a colui che si presenta come uno di quegli uomini e quelle donne, nella loro semplicità e volgarità, ora furiose e pronte alla distruzione, ma altrettanto prepolitiche.
Infine, il ritorno del fascismo, si manifesta con due modalità una fisica: a) l’uso disinvolto della violenza verso avversari o mancati sostenitori, secondo la logica del chi non è con me è potenzialmente contro di me; b) il ricorso a un lessico eversivo, fatto di minacce, intessuto di parole grevi e volgari, un linguaggio dichiaratamente di rottura di qualunque galateo istituzionale, un lessico che è già violenza esso stesso. Si pensi a espressioni come “È finita la pacchia” o “Deve marcire in galera”, et similia, sulla bocca dei governanti italiani se hanno suscitato sdegno e raccapriccio in una parte della pubblica opinione, in un’altra, assai cospicua, sono state addirittura adottate, con un compiaciuto divertimento, sono insomma divenuti senso comune.

Gli avversari, ma anche gli stranieri, sono equiparati: l’avversario politico è lo straniero in casa, lo straniero che varca l’uscio di casa, è (potenzialmente) non hospes, bensì hostis. L’uno e l’altro sono trasformati in nemici. E il fascismo non tende a creare unità, bensì divisione. La patria diventa quella dei fedeli, in quanto ogni fascismo è un movimento religioso e militare e i suoi aderenti sono fedeli ma anche soldati. E il suo leader è insieme sacerdote e “capitano” (così i militanti della Lega appellano Matteo Salvini). Il duce è a un passo, insomma…
In Italia quello che è oggi un partito di governo ha nel suo passato dato vita alle “ronde padane”, una sorta di polizia volontaria suppletiva alle forze dell’ordine, che sono state in generale tollerate dalle autorità, e oggi abbiamo le ronde di Casa Pound e Forza Nuova, vere proprie squadre d’azione, che aggrediscono, picchiano, addirittura sono arrivate a sfregiare ragazzi, a incidere con coltelli svastiche sulla pelle di inermi giovani giudicati “antifascisti” dall’aspetto o dagli stili di vita…
Ebbene, oggi occorre opporsi a tutto questo, respingendo al mittente la tesi che essendo il fascismo cosa del passato l’antifascismo è superfluo. Oggi occorre realizzare una rete antifascista europea, capace però non soltanto di reagire, ma anche di indirizzare e proporre: e non c’è dubbio che la via da seguire è quella lenta e faticosa della ricoscientizzazione delle masse, un ritorno al popolo che ne interroghi i bisogni reali, che affronti temi materiali, relativi alle difficoltà del vivere di grandi masse di persone, una strada che segni una rottura totale con le ideologie neoliberiste, con la fiducia accordata in modo cieco a una Europa (unita) che non è quella dei popoli, che non è succube dell’egemonia nordamericana, una Europa schiacciata dalle potenze più forti al suo interno, una Europa che appare troppo spesso una struttura burocratica espressione di poteri finanziari, più che della volontà popolare.

Ci spetta oggi il compito di costruire un’altra Europa. Le forze, le idee, le passioni non mancano. E questo incontro ne è un esempio importante.
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Testo dell’intervento di Angelo d’Orsi al convegno “Local resistance against the far right in Europe” svoltoosi il 30 gennaio 2019 al Parlamento europeo, a Bruxelles, e ripreso l’indomani come articolo su “MicroMega” on line, da cui è tratta l’immagine

"Sono pessimista con l'intelligenza, ma ottimista per la volontà". (Antonio Gramsci, 19 dicembre 1929)