Ritorni fascisti. E noi?

Invito tutti e tutte a leggere e rileggere la drammatica intervista sul quotidiano “Avvenire” (16 agosto) posta qui in calce (ne è apparsa una anche su “la Repubblica”, a cura di Alessandra Ziniti). Invito a farne tesoro.
E a non limitarsi a coprire di contumelie l’orrido Salvini, spero tra poco ex ministro, ma ad associare nella condanna i suoi volenterosi complici del M5S, che non soltanto nell’anno e mezzo di s-governo, ma nella loro propaganda elettorale, nei loro “programmi” politici, hanno usato il tema “migranti” con messaggi non troppo distanti, nella sostanza, da quelli dei legaioli, solo un po’ più vaghi e blandi.
La complicità dei Cinque Stelle è un dato acclarato; perciò la lunghissima, mediocrissima lettera pubblica ferragostana a Salvini di Giuseppe Conte (spero tra poco ex presidente del Consiglio, carica a cui è giunto in maniera davvero miracolistica), non soltanto arriva fuori tempo massimo, ma risulta un opportunistico tentativo di riposizionamento davanti alle gaffe istituzionali e agli azzardi politici dell’alleato-competitor della Lega, vero capo di questa banda di insulsi e pericolosi personaggi che sono alla “guida” della nave Italia.
E a proposito di navi, vorrei ricordare che mentre noi ci balocchiamo, un numero cospicuo di poveri cristi – mi risulta 107 – sono ancora in mare, davanti a Lampedusa. La Spagna ha offerto il porto di Algeciras, in Andalusia. Matteo Salvini si eccita su Facebook e canta vittoria: “Chi la dura la vince”, ha il fegato di scrivere. Che schifo di uomo. Che penosa figura, che – concordo con Roberto Saviano – merita soltanto la galera, altro che una scrivania ministeriale (posto che peraltro non occupa mai, essendo in giro a fare permanente campagna elettorale). La “Open Arms”, attraverso il presidente della ONG, Riccardo Gatti, ha dovuto respingere l’offerta: ”Da Lampedusa ad Algeciras ci sono sette giorni di navigazione, è realmente inverosimile poter viaggiare con 107 persone a bordo in queste condizioni. Le condizioni psicofisiche delle persone a bordo sono critiche, la loro sicurezza è a rischio. Se accadrà il peggio, l’Europa e Salvini saranno responsabili”.
Siamo tutti responsabili. Chi ha votato questi miserabili e chi ha taciuto. Compreso il nostro presidente della Repubblica, che non riesce ad andare oltre stucchevoli frasi fatte, ed esercita il suo ruolo in modo passivamente notarile. Ma ricordiamo quando battè i pugni sul tavolo per fermare la candidatura di Paolo Savona al ministero degli Affari Europei? E ha accettato tranquillamente tutti gli altri e le altre, anche quando privi dei requisiti minimi? E ha sottoscritto l’infame Decreto Sicurezza con una “raccomandazione” a non essere troppo cattivi!? E non si dica che il capo dello Stato nel nostro ordinamento non ha poteri reali: li ha, basta che trasformi le facoltà che la Costituzione gli assegna in operative. In fondo è capo supremo delle Forze Armate, tanto per ricordane una. Ma occorre coraggio. E probabilmente la sua riserva di coraggio egli l’ha esaurita molto tempo fa.
Nè si possono dimenticare le pregresse scelte politiche di governi precedenti, in particolare le iniziative di Marco Minniti, e i suoi accordi con la Libia, nella finzione che i lager dove i migranti che noi respingevamo venivano rinchiusi, torturati, violentati, fossero “campi di accoglienza”.
Siamo tutti responsabili se rimaniamo in silenzio davanti alla barbarie che avanza. Siamo responsabili se voltiamo la testa dall’altra parte. Siamo responsabili se ci lasciamo irretire dai messaggi salviniani sui migranti “palestrati”, e col telefonino. Siamo responsabili se dimentichiamo il nostro passato (e ora il nostro nuovo presente) di migranti, maltrattati e vilipesi. Siamo responsabili se non riflettiamo sul nostro debito verso l’Africa e il Medio Oriente, e tanti altri Paesi del “Terzo Mondo”, sfruttati, umiliati e offesi da noi europei, da noi italiani. Siamo responsabili se non ribattiamo colpo su colpo alle parole miserabili di Matteo Salvini e dei suoi sostenitori. Siamo responsabili se non siamo pronti oltre che alla solidarietà a Mohammed e ai suoi fratelli e sorelle, morti nel viaggio verso la salvezza (rivelatasi impossibile per tutti, tranne che per lui), nel nostro intimo, a esprimerla pubblicamente in ogni forma possibile.
Ciò che sta accadendo nell’Italia, terra di antica civiltà – ossia di incroci di genti, di cosmopolitismo, di incontro di culture – è, in sintesi, una nuova rappresentazione del fascismo. Vogliamo svegliarci? O dobbiamo aspettare le squadre leghiste davanti all’uscio di casa? Ma allora forse sarà troppo tardi.

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“Prima è finita la benzina, poi il cibo. Sono passate delle barche e anche un elicottero, urlavamo disperati: ‘Aiuto! Aiuto!’ Ma nessuno si è fermato. All’undicesimo giorno, abbiamo iniziato a bere acqua del mare. Eravamo in quindici. Sono l’unico sopravvissuto: eravamo in 15 a bordo“.
Si chiama Mohammed Adam Oga, si trova ancora in un letto di ospedale dove è stato curato perché gravemente disidratato e allo stremo delle forze: ha rischiato lui stesso di morire, se una motovedetta della Marina maltese non avesse avvistato il gommone e predisposto il trasporto d’urgenza in elicottero nell’ospedale della Valletta.

Dopo la sua intervista riportata dal Times of Malta ha scoperto di essere l’unico sopravvissuto.L’uomo quando è stato trovato dagli uomini della Marina maltese era accasciato, privo di sensi, vicino al corpo esanime dell’ultimo dei suoi compagni. Ha raccontato di aver visto morire sotto i suoi occhi tutti gli altri 13 compagni, tra cui una donna incinta, con cui era a bordo del gommone nel tentativo di attraversare il Mediterraneo centrale e raggiungere le coste europee. “Non avevamo cibo. No acqua. Nessun carburante “, ha spiegato, parlando con l’aiuto di un traduttore. “Dopo che siamo stati 11 giorni in mare, abbiamo iniziato a bere l’acqua di mare”. “Dopo cinque giorni sono morte due persone. Poi ogni giorno a due a due altri compagni sono morti”.

Mohammed è originario dell’Etiopia e ha raccontato di essere stato un politico con il Fronte di liberazione di Oromo, che fa campagne per l’indipendenza della regione di Oromia e per questo motivo è stato messo fuorilegge dal governo. “Se torno in Etiopia, sarò arrestato”, ha spiegato ancora.
Negli ultimi 15 anni ha vissuto in Eritrea e poi in Sudan, che è nel mezzo di una crisi politica che ha portato a proteste di massa e omicidi. Ha viaggiato in Libia dopo che amici tedeschi gli hanno suggerito di unirsi a loro.
Una volta in Libia, ha incontrato un somalo di nome Ismail e un contrabbandiere libico che organizzò il loro imbarco sul gommone per l’Europa. Il passaggio gli è costato 700 dollari: “L’agente ci ha fornito il GPS e ci ha detto ‘vai a Malta’”, ha aggiunto Mohammed.

Il gommone con 15 persone a bordo è partito dalla città Zawiya, sulla costa della Libia a 45 km a ovest di Tripoli il 1 agosto.
Prima è terminato il carburante, poi il cibo e poi l’acqua. Mohammed, in un passaggio della sua testimonianza ha raccontato di aver cercato assieme agli altri suoi compagni di ottenere aiuto da barche ed elicotteri che li avevano avvistati, ma nessuno si è fermato. “Abbiamo visto molte barche. Abbiamo gridato: ‘Aiuto, aiuto!’ Ci sbracciavamo, disperati per farci ascoltare. Ma nulla. Un elicottero è passato e se ne andato”. Mohammed mentre racconta di come i suoi compagni di traversata abbiano perso la vita, uno per uno, chiude gli occhi. “Sono morti nella barca. Faceva molto caldo ed eravamo oramai senza cibo né acqua”. La donna incinta e un altro uomo provenivano dal Ghana, due erano dall’Etiopia e il resto delle persone era originario della Somalia.

Descrivendo a fatica questa situazione disperata Mohammed ha raccontato che i corpi dei compagni morti iniziavano a decomporsi per il caldo. “Ismail ha detto che dovevamo mettere i cadaveri in mare. Ogni giorno prendevamo i corpi e li gettavamo in acqua. I corpi iniziavano a puzzare”. Alla fine Mohammed e Ismail si sono ritrovati soli sulla barca. “Ismail mi ha detto: ‘Tutti sono morti ora. Perché dovremmo vivere?’, e ha gettato il Gps e i telefoni in mare. Ma io ho risposto che non volevo morire”.

Nel finale dell’intervista Mohammed Ada Oga esprime la sua gratitudine per i militari maltesi che gli hanno salvato la vita: “Dio mi ha inviato voi”.

Questo articolo nasce come post su Facebook (17 agosto), ed è stato ripreso poi da “AlgaNews” il 19 agosto col titolo “Ciò che sta accadendo in Italiaè una nuova rappresentazione del fascismo, Vogliamo svegliarci?”

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irina, INDIMENTICABILE GATTINA

Arrivasti in giugno, Irina; in giugno te ne sei andata, con discrezione e dolcezza, come tuo costume. Sei rimasta piccola, e tenerissima, come quando giungesti, dono del cielo: da allora sei rimasta davvero eternamente giovane.
Esploravi il terrazzo con curiosità, ti mettevi in posa davanti a un obiettivo fotografico, e i tuoi occhi parlavano: mai nessuno dei miei gatti (che ho avuto accanto fin bambino) ha lanciato sguardi come i tuoi: di amore, di rimprovero, di interesse, di attenzione o persino di noia… Attendevi in silenzio accanto al vassoio con le ciotole che ti venisse servito la colazione il pranzo la merenda e la cena… Vivevi tra libri quadri giornali, amavi divani e poltrone, hai resistito in silenzio fino all’ultimo giorno, al “chiuso morbo” che oggi ti ha strappato a chi ti amava. Il tuo mantello nero con buffo triangolo bianco sul muso e tre “calzini” ugualmente bianchi, era coperto di seta d’Oriente, tanto era morbido…
Quando ragazzo andai a conoscere Aldo Capitini, nella sua austera dimora di Perugia, mi ricevette con un gatto in grembo, e mi disse: “Vede, per me il mio gatto (che intanto accarezzava) non è meno importante di Benedetto Croce… “. Non esistono graduatorie fra i viventi, voleva farmi capire: ciascuno di essi è unico e insostituibile. È degno di amore. E si può amare un gatto (un cane, eccetera) come una persona. E quando la morte ti sottrae l’uno o l’altra puoi soffrire allo stesso modo come da vivi hai goduto della loro compagnia.
Capitini teorizzava la “compresenza dei morti e dei viventi” (un suo libro suggestivo e inquietante del 1966: io incontrai il suo autore nel 1968, pochi mesi prima della sua morte), a cui personalmente non credo. Ma credo che gli “animali da compagnia” non valgano meno degli umani cui si accompagnano. Talvolta anche più di loro. E può accadere che la scomparsa di uno di questi piccoli esseri ti procuri altrettanto dolore della morte di un amico o un congiunto. Le gerarchie degli affetti non seguono regole prestabilite. Si ama. Si gioisce. Si soffre.
Il solo modo di accettare il dolore della perdita è la consapevolezza che quel dolore di oggi è parte della felicità di ieri. Ma se entra un gatto nella tua vita quando sei giovane sai che stai facendo un investimento di dolore perché, di norma, ti pre-morirà. Se invece arriva quando hai raggiunto un ragguardevole numero di primavere, allora devo chiederti che accadrà di lui/lei se, come é probabile, io morirò prima? Ho saputo di non pochi gatti e cani abbandonati malamente dagli eredi dei loro “padroni” scomparsi.
E allora? Rinunciare alla gioia del dialogo tra umani e non umani? Rinunciare, in particolare, alla straordinaria esperienza rappresentata dalla filosofia felina? Rinunciare per sempre ad apprendere da loro? O attendere che il Fato decida per te?
Intanto oggi 23 giugno 2019 lasciate che io versi lacrime per un gatto. Addio, dolcissima creatura. Sicuramente sarai nel paradiso dei gatti, quello meravigliosamente raccontato un una filastrocca di Gianni Rodari

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Un post ripreso (24 giugno 2019) da ALGANEWS (29 giugno). Il 3 luglio v’è un seguito, con un “ricordo” che richiama un commento di Angelo d’Orsi

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Il sistema Fb mi propone stamani questo “ricordo”. Mostra Irina, la mia dolce gattina, che era stata gravemente ammalata, e si era ripresa, con quell’eterna forza miracolosa propria dei felini. Per una volta, la prima e l’ultima, avevo pubblicato una sua foto, tanto ero felice del fatto che fosse guarita. Ora Irina dorme il sonno eterno su questa stessa terrazza in cui l’avevo ripresa (e lei si metteva volentieri in posa).
Questo intervento inatteso di Fb mi dà l’occasione per esprimere la mia sorpresa per i tanti messaggi di cordoglio, affettuoso e partecipe che mi sono giunti, in pubblico e in privato, dopo il mio post di qualche giorno fa, sulla morte dolorosissima di Irina. Il mio post era anche un abbozzo di riflessione sul rapporto tra animali umani e non umani, e su come possano essere a pieno titolo rapporti di intensità affettiva, di comunicazione spirituale, non seconda a quella tra umani. E mi ha sorpreso scoprire che al pari di me centinaia di “amicizie” perlopiù solo in Rete, spesso persone con cui condivido idealità politiche, o sensibilità culturali, sentono, soffrono, amano i gatti (ma anche i cani e altri non umani), e le loro vite sono variamente arricchite da quei rapporti, e drammaticamente impoverite quando il filo della vita di uno di questi piccoli esseri pelosi (come li ha dolcemente chiamati più d’uno commentando il mio post) si spezza. E ci sentiamo più soli, anche se, magari, formalmente non lo siamo.
Ciao, Irina. Dirò grazie anche da parte tua agli amici e alle amiche che per un istante ti hanno pensato e amato…

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aDDIO A UN AMICO

Gli “amici” di Facebook sono nomi, volti, e in qualche caso, nomi e volti rinviano a persone che hai incontrato, o con cui ti sei relazionato nel corso del tempo. In fondo questo “social” ha due scopi precipui: ritrovare amicizie perdute e creare nuovi rapporti, di varia natura.
Capita anche che nel mare di nomi che rimangono solo virtualità, si scovino persone con cui davvero stabilisci contatti, con cui crei scambi, che arrivi persino a incontrare in carne ed ossa.
Così è stato con Pasquale Indulgenza, poeta, filosofo, e docente di Imperia, ma nativo di Portici, che dopo diversi scambi di opinioni su questioni politiche e dibattiti culturali, mi invitò nella città ligure a presentare il mio “Gramsci. Una nuova biografia”. Trovai una sala stracolma di persone attentissime e interessate. Pasquale fece una lunga e dotta introduzione, connettendo il mio libro a tematiche più generali. Fui colpito dalla sua erudizione, e dalla sua preparazione specialmente filosofica. E mi accadde di pensare: quanta professionalità, quanta passione, quanta cultura non riconosciuta nel corpo docente italiano, così vilipeso, negletto, maltrattato…
Avrei dovuto ritornare per portare in loco lo spettacolo “Un Gramsci mai visto”, ma alla fine si era deciso di rinviare all’autunno.
Mi giunge ora, da un comune amico, Orlando Botti, la tristissima, inattesa notizia della morte improvvisa di Pasquale. 57 anni, una vita ancora piena, largamente da vivere, una carriera spezzata di docente (al Liceo Amoretti di Imperia), amatissimo dai suoi allievi, una presenza vivace nel tessuto politico-culturale imperiese, dove egli era una figura di spicco nell’ambito della Sinistra. Che ne soffrirà la mancanza, specie in questi tempi così duri. Addio Pasquale.
(Nato come un post su Facebook, questo breve ricordo è diventato un articolo di ALGANEWS, 29 maggio 2019; L’immagine è tratta dal Profilo Facebook di Pasquale)

Attendendo la sconfitta

Attendo senza troppa ansia l’esito elettorale per le Europee. Non ho alcun entusiasmo europeistico, e giudico in modo assai negativo l’attuale assetto dell’Unione Europea, e in particolare il suo Parlamento, dominato dal “centrodestra”, che ha rivelato un volto di auntetica destra, su tutti i piani, rappresentante un Continente incapace di smarcarsi dall’egemonia degli USA, di cui è rimasto tributario, specialmente in fatto di politica estera.

Ho votato dunque senza entusiasmo, ma ho votato perché ritengo che sia un ottimo progetto (o un bel sogno?), l’unità europea, che non ha a che fare necessariamente con l’Unione, che è concetto diverso e di basso profilo. Sono a favore dell’unità dei popoli d’Europa, pur conservando le specificità di ciascuno di essi: una unità che valorizzi la “Koiné” culturale del Vecchio Continente, e insieme sappia integrarla con le nuove energie provenienti da altri continenti e Paesi. Ho in mente una Europa che non sia la “Fortresse Europe”, ma che si apra, si confronti, si lasci contaminare, nella certezza che questo non possa che fare del bene alla sua economia, alla sua società, e alla stessa sua cultura.Ho votato con la tranquilla, e mesta certezza che la sinistra italiana non sarà rappresentata nel Parlamento UE.

Un risultato triste ma facilmente prevedibile: ho firmato per il sostegno alla lista La Sinistra, come un gesto rituale, una testimonianza, consapevole della inutilità del gesto stesso. Ma bisogna almeno segnalare che qualcosa di sinistra è rimasto nel panorama nazionale. Non ho apprezzato i sarcasmi pesanti di tanti uomini e donne sinceramente e spesso valorosamente schierati a sinistra, i quali hanno detto il loro no al voto alla lista perché troppo inclusiva, troppo larga, troppo poco selettiva, troppo poco “comunista”. Tutto vero, ma l’alternativa è il settarismo, che, ahinoi, non conduce a nulla di buono, come tanti esempi del passato ci dicono. Il problema rimane sempre quello: la storia insegna, ma gli uomini (e le donne!) sono cattivi allievi, come soleva ripetere Gramsci.

E proprio da Gramsci sarà bene riprendere le mosse, non solo per metabolizzare qusta nuova probabile sconfitta, ma per ripartire, con un lavoro che non potrà essere breve nè facile. Ma invito tutti coloro che, a differenza del sottoscritto (che si limita a fare l’osservatore partecipe, e a combattere con le armi della cultura) fanno politica attiva, e che sono stati coinvolti da attori, suggeritori, e militanti nella avventura di questa nuova etichetta, a non limitarsi ad accusare il destino cinico e baro, e l’oscuramento dei media, e così via: certo, vi è stato, ma occorre innanzi tutto interrogarsi criticamente sugli errori commessi, a cominciare dalla incapacità di ricucire lo strappo con “Potere al Popolo”, dalla perdita di elementi fondanti della lotta di classe, dalla rinuncia a quelle parole d’ordine che identificarono storicamente la sinistra italiana. E varrà la pena anche di interrogarsi sugli altri: sugli avversari, e sui mancati alleati, e soprattutto su coloro che vinceranno, interrogarsi seriamente, non limitandosi all’ingiuria e allo sberleffo. I nemici si combattono, ma per ottenere esiti favorevoli occorre prima di tutto studiarli.

Questo signifca essere gramsciani. Questo significa non condannarsi alla marginalità perenne. Questo significa programmare le vittorie future, non lasciandosi abbattere culturalmente e politicamente dalle sconfitte dell’oggi.Naturalmente se i risultati delle votazioni mi smentiranno brinderò. In ogni caso continuerò a combattere le mie battaglie solitarie, scrivendo, insegnando, “recitando”. Sempre sotto l’ala protettiva del mio santo laico personale, Antonio Gramsci, appunto.

Post scriptum – Non ho votato per le regionali piemontesi, mettendo per iscritto e consegnando al presidente del Seggio la formula canonica: “Dichiaro di non ritirare la scheda elettorale perché nessuna delle liste mi rappresenta”.

26 maggio 2019, ore 20,00

Le mani sul 25 Aprile, tra pseudostoria e fascismo molecolare


Sandro Pertini parla nella Milano appena liberata
Sandro Pertini parla nella Milano appena liberata


Ancora un 25 Aprile, e le polemiche fioccano e partono gli usi e abusi politici di quella data a fini beceramente elettorali. Eppure si tratta di una ricorrenza che dovrebbe, a oltre settant’anni, essere ormai parte integrante del patrimonio civile, riconosciuta, e festeggiata, come tale, da tutti.

Il basamento sostanziale dell’Italia intesa come Repubblica dei partiti, fondata sulla Costituzione, è precisamente il 25 aprile 1945. Del resto, se vogliamo istituire una corona delle date basilari della nazione, dopo il fascismo dobbiamo disporre in sequenza l’8 settembre del ’43, il 25 aprile del ’45, il 2 giugno del ’46, e il 1° gennaio del ‘48: la prima data è la rinascita della patria, sottratta al vilipendio e allo sconcio abuso fattone dal fascismo; la terza la nascita formale della Repubblica, col referendum abrogativo della Monarchia; la quarta l’entrata in vigore della Carta Costituzionale, redatta nel biennio postreferendario. Al centro di quel quinquennio ’43-’48, si colloca il 25 aprile, che come le grandi date storiche, sarebbe bene scrivere in cifre romane, e con la maiuscola, come il XX Settembre…

Ci hanno provato, reiteratamente, ad annullare il valore di questa data; hanno ripetuto trattarsi di una data «divisiva» mentre occorre arrivare alla concordia nazionale, che si fonderebbe sulle «memorie condivise», sulla «pacificazione degli animi», sulla fine della «guerra delle memorie»… Hanno tentato di sostituire quella data con il 4 novembre, presentato come effetto della «union sacrée» di partiti e spiriti che condusse alla «vittoria» nella Grande guerra; hanno detto via via che non era obbligatorio per un governante festeggiare il XXV Aprile – metto il numero romano considerando la data fondativa del nostro attuale ordinamento democratico -, o che v’era di meglio da fare (andare al mare, giocare con figli o nipoti, guardare la tv, persino leggere un libro…); ovvero che comunque trattandosi di una data «di parte», chi non era di «quella parte» non doveva sentirsi obbligato a commemorarla.

Una sequela di proposizioni e giustificazioni prive di buon senso, oltre che di senso storico, espressioni di un mediocre qualunquismo che si colloca, a ben vedere, al di fuori del perimetro della comunità nazionale, la quale, ribadiamolo, si fonda proprio su quelle quattro date succitate, e la «data delle date», la data principe, che richiama, con la liberazione di Milano, da parte delle squadre partigiane, la fine del fascismo, è appunto il 25 aprile 1945.

Ora certamente l’ultima esternazione dell’incontinente Salvini, il ministro di tutti i ministeri, è fastidiosa, e pretestuosa, come ogni sua parola, ma conosciamo il suo ghigno feroce alternato al sorriso bonaccione, l’uno e l’altro grottesche rappresentazioni di un classico finto capo, direbbe Gramsci.
E in fondo non dobbiamo preoccuparcene più di tanto: lui è soltanto, in modo folcloristico, il punto d’arrivo di un percorso che la destra ha compiuto almeno a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta, e soprattutto dopo il 1989.

È questo percorso a preoccupare, percorso storiografico, culturale, politico, nel cui hardcore v’è l’intento di derubricare il fascismo da regime totalitario a una fase come un’altra della storia patria, e, per riprendere la famosa proposizione di Renzo De Felice, se il fascismo è morto, non v’è ragione di far sopravvivere, forzatamente, inutilmente l’antifascismo. Anche recentissimamente, v’è chi, storico togato in Accademia, ha rilanciato la tesi della superfluità dell’antifascismo, della sua assoluta inattualità, essendo del tutto inesistenti gli indizi di un ritorno del fascismo.

Ma chi abbia occhi e orecchie sa che mentre si fanno prove tecniche di regime, vede già un fascismo molecolare, il fascismo passato nelle teste e nei cuori di troppe persone, quel fascismo che si esprime attraverso una perdita di umanità, un disprezzo della vite degli altri, una ferocia fatta di atti e di parole, un razzismo dei piccoli gesti della quotidianità, alternato a vere azioni di tipo squadristico, mentre sempre di più il fascismo storico viene guardato con benevolenza, talora con simpatia, e nelle tabaccherie si trovano i busti neri del duce, magari non proprio esposti in vetrina (ma a volte sì, impudentemente), e non soltanto a Predappio, divenuto luogo di un turismo mussoliniano, sovente con la connivenza di istituzioni democratiche e antifasciste…

E tutta la storia alle nostre spalle viene ancora una volta banalizzata e riproposta in chiave di dibattito televisivo, per cui ciascuno è autorizzato a «dire la sua», mentre, parallelamente, si impone, magari a suon di leggi, in un inquietante silenzio della comunità democratica, se ancora esiste, e nell’emarginazione quasi totale dei professionisti della ricerca storica, qualche «verità» di Stato.
Il «caso foibe» è paradigmatico del successo raggiunto dal combinato disposto fra pseudostoria dei media (basti pensare ad alcune figure di storici ufficiali che ormai compaiono inesorabilmente in tv a consacrare la nascita della storia secondo il palinsesto della televisione), cedimento della ex sinistra storica sui punti essenziali del proprio identikit ideologico, e revisionismo storiografico-giornalistico giunto ormai da oltre un decennio alla sua fase estrema, «rovescistica».

Una mezza verità, decontestualizzata e condita di particolari «cinematografici», ossia una menzogna vera, diventa «verità politica», che ha il solo scopo di rilanciare e corroborare la nuova stagione dell’eterno anticomunismo.

Dunque i partigiani, da eroi divenuti canaglie, e la guerra di liberazione trasformata in guerra civile, dove torti e ragioni si spartiscono equamente (ma con un progressivo prevalere dei torti della Resistenza…, e le foibe raccontate sono un meraviglioso aggancio in tal senso), sono i nuovi soggetti di una narrazione che alla fine può in modo «naturale» arrivare a cancellare il XXV Aprile obliterando il suo significato storico e la sua valenza civile, come cemento autentico della comunità nazionale. Serve dire: stiamo in guardia?

(Articolo apparso su “Il Manifesto”, 24 aprile 2019; ripreso da “AlgaNews”)

fare Cultura: denaro o coraggio?

Non sempre è lecito abbinare all’espressione “Piccola città” il seguito della famosa canzone di Francesco Guccini (“bastardo posto”), fortunatamente. Un esempio è Jesi, nel cuore delle Marche: “piccola città”, sì, ma ricca di storia (il nome fondamentale da citare è l’imperatore Federico II, che vi trovò i natali). Oggi, in mezzo ai suoi colli, panorama dolcissimo dove si produce uno dei vini più pregiati d’Italia, il Verdicchio, Jesi, con poco più di 40 mila abitanti, mostra il suo bel centro storico, con palazzi di pregio, dove si può godere di un po’ d’arte (la Pinacoteca cittadina ha una magnifica raccolta di tele di Lorenzo Lotto), e di cultura (la Biblioteca Pianettiana, nel bel Palazzo della Signoria, che reca la firma di Francesco di Giorgio Martini), compresa la cultura musicale, a partire da una tradizione che è segnata dalla nascita, a Jesi, di Giovanni Battista Pergolesi, e poco più in là, a Maiolati, di Gaspare Spontini, e quella teatrale, con il bel teatro dedicato appunto al Pergolesi, ma anche quello più piccolo e raccolto intitolato a una grande attrice jesina, Valeria Moriconi. Certo, con una economia che tutto sommato stenta, e non essendo sede universitaria, questo piccolo centro, come tutti i centri di analoga dimensione, non può avere una vita culturale intensa. Le amministrazioni locali si arrabattano come possono in un’aura che rimane inesorabilmente quella di un provincialismo un po’ chiuso, in una penuria che non è solo di fondi, ma spesso anche di idee.

Nei centri sedi di atenei, è più facile che si creino dei brains trusts in grado di partorire idee, organizzare gruppi di lavoro (per ricerca, discussione, divulgazione…), avviare imprese culturali, di varia dimensione. Negli altri centri, a prescindere dalle loro dimensioni, ciò viene normalmente demandato agli assessorati, che cercano fondi all’esterno, con varia fortuna, di solito scarsa. Anche a Jesi si fa così, o si è fatto così; ma nella cerchia muraria jesina, all’interno di questo gioiello urbanistico collocato nel cuore di quel gioiello paesaggistico e storico e…, ebbene sì, “enogastronomico”, che sono le Marche, esistono individui in grado di svolgere un ruolo di volano culturale e civile. Individui che aggregano altri individui, mostrando così quella che Aldo Capitini chiamava “la forza dei piccoli gruppi”: anche un privato che procede da sé, cercando, con infinita pazienza, di coinvolgere tutti i soggetti possibili nelle sue imprese. Jesi fornisce un esemplare prezioso di “piccolo gruppo” capace di animare una intera città, connettendo generazioni, svolgendo un ruolo di traino anche verso le pubbliche amministrazioni, e di pungolo verso le banche e altri enti economici, affinché investano qualche spicciolo in cultura.

Alludo al Centro Piero Calamandrei – non l’unico nella Penisola intitolato a uno tra i più vadei nostri Padri Costituenti, ma certamente il più vivace e attivo – che ha innanzi tutto un uomo, un singolo, nel suo backstage, un autentico liberale, e jesino doc, che ancor prima di ritirarsi dalla Torino dove lavorava per la grande industria, ha incominciato a dedicare il suo tempo, le sue energie e anche le sue risorse finanziarie alla cultura. Gianfranco Berti – è lui l’infaticabile deus ex machina del Calamandrei – incarna, fatte le debite proporzioni, una figura a metà fra Riccardo Gualino, il grande mecenate degli anni Venti, a Torino, e Giulio Einaudi, l’editore di cultura per antonomasia nel Novecento italiano. Ho menzionato non a caso due figure torinesi, ossia provenienti da quell’humus di straordinaria effervescenza culturale, che Berti ha respirato lungo gli anni prima di ritornare al “paesello”: due figure che seppero, diversamente, inventare e produrre cultura, circondandosi di uomini e donne di valore, assai spesso di valore assai superiore al loro stesso.

Perché questo è il segreto dell’imprenditore di cultura: saper selezionare, scegliere, e animare i suoi autori, scrittori, attori, musici, registi, e via seguitando. Invitati dal Calamandrei a Jesi sono passati don Luigi Ciotti e Paolo Borgna, Fausto Bertinotti e Valentino Parlato, Luciana Castellina e Antonio Martino, Saverio Vertone e Luciano Violante, Bruno Trentin e Cesare Annibaldi, Gina Lagorio e Marisa Fenoglio, Gianni Vattimo e Marco Revelli…  E alcuni grandi vecchi della democrazia italiana, da Alessandro Galante Garrone a Carlo Azeglio Ciampi, da Paolo Grossi a Giorgio Ruffolo…

Berti, anzi il dottor Berti, come lo si si sente appellare quando cammina, a passo sostenuto lungo l’Arco del Magistrato, o seduto al Caffè Imperiale, a sorbire un Garibaldi (succo d’arancia e bitter Campari), in compagnia di qualche interlocutore a cui sta illustrando l’ennesimo parto della sua mente (che i suoi amici “Onafifetti”, gruppo musical-teatrale, irridono, venendo a loro volta canzonati, in un gioco delle parti che è ormai un classico per la comunità jesina), ci si rende conto che per suscitare e organizzare cultura l’elemento indispensabile non è né il denaro, né il famigerato “appoggio politico”, bensì il coraggio, l’inventiva, l’energia e, last but not least, la coerenza dei progetti.

Già, perché quella del Calamandrei jesino, non è una cultura a casaccio, né una cultura dell’apparenza, bensì una cultura innervata di pensiero democratico, largamente inteso, una cultura in grado di suscitare l’interesse dei giovani, almeno dei più curiosi e aperti, e non soltanto la pigra attenzione dei vecchi. Una cultura capace di essere politica, rimanendo estranea ai maneggi dei partiti, una cultura che parla di legalità, ma anche di giustizia sociale, di letteratura progressista ma anche di etica dell’impresa, di cinema impegnato e di teatro civile, cercando soprattutto di catturare le più giovani generazioni. Una cultura che si esprime in molteplici collane editoriali, che spesso regalano agli appassionati autentiche chicche, pubblicando preziosi inediti (si vedano le lettere di Leone Ginzburg a sua moglie Natalia, o i disegni di Franco Antonicelli dal confino nel 1936, per fare due soli esempi). Una cultura che sa farsi addirittura impresaria, e i titoli di spettacoli teatrali, di musica, e di cinema, prodotti dal Calamandrei di Jesi sono ormai numerosi, e posso affermare senza tema di essere smentito, che sicuramente in questo particolare ambito, si tratta di un vero primato, mentre negli altri ambiti, il Centro è in pole position a livello nazionale. E va reso onore a quella che molti ancora oggi considererebbero follia temeraria di Berti e della sua band di “arzilli vecchietti”, come egli li chiama, capaci di dialogare con ragazzi e ragazze, usando, non solo gli strumenti usuali di conferenze e pubblicazioni, ma quelli più efficaci specie per un pubblico giovane del cinema e del teatro. E mi limito, per chiudere, a menzionare gli ultimi due spettacoli prodotti o sponsorizzati dal Calamandrei: il film di Federica Biondi, Alla fine della nuvola, che benché tratto da un episodio di cronaca contemporanea, attinge a testi di Piero Calamandrei, per denunciare l’inumanità del trattamento ai migranti oggi, che preferiamo vedere affogare nel Mediterraneo, piuttosto che sporcare le nostre strade levigate di ipocrisia, e Un Gramsci mai visto, pièce teatrale con musiche e canti popolari coevi, ispirato alla mia recente biografia del grande pensatore e rivoluzionario, una bussola necessaria (ahimè, quanto poco usata), per orientarsi nel mondo “grande e terribile”.

Angelo d’Orsi

Pubblicato il 23 aprile 2019 su “MicroMega” on line, col titolo: “Per fare cultura servono soldi, ma prima di tutto coraggio. L’esempio del Calamandrei di Jesi. (Foto di Angelo d’Orsi: una caratteristica strada di Jesi; aprile 2019)

"Sono pessimista con l'intelligenza, ma ottimista per la volontà". (Antonio Gramsci, 19 dicembre 1929)