DALLA RUSSOFOBIA ALLA RUSSOFOLLIA

“Un soffio di follia criminale” si sta abbattendo sull’Italia. Lo denunciava Antonio Gramsci, oltre un secolo fa, davanti al delirio nazionalistico, generato dalla Guerra mondiale. Userebbe le stesse parole oggi, davanti alla gigantesca union sacrée formatasi nel volgere di un pugno di ore nel nostro Parlamento, ma che trova un avvilente corrispettivo in quello della UE, fino a raggiungere l’Assemblea generale dell’ONU, dove si è assistito ieri a una scena a dir poco inquietante con la generalità dei delegati occidentali nel momento in cui è comparso sullo schermo il ministro degli Esteri della Federazione Russa, Sergej Lavrov ha abbandonato l’aula. Un gesto che non ha precedenti, a mia memoria, nella vita dell’ONU. Un gesto di gravità inconcepibile, specie in un consesso il cui fine istituzionale è risolvere pacificamente i contrasti fra i propri associati.  Benzina sul fuoco, in termini semplici, gettata con straordinaria irresponsabilità da coloro che dovrebbero al contrario adoprarsi per spegnere l’incendio.

Questa sacra unione unifica forze politiche, commentatori “indipendenti” (ma non troppo…), giornalisti che fanno il loro dovere di impiegati delle proprietà, esponenti della cosiddetta “società civile”. E in nome della difesa della pecorella Ucraina aggredita come agnello sacrificale dall’orso russo, si stanno adottando misure politiche, militari, commerciali, finanziarie e persino culturali che dovrebbero “mettere in ginocchio” il popolo russo, insieme al suo leader Vladimir Putin, qualificato ipso facto come “dittatore”, dimenticando che è stato eletto in elezioni libere, e che gli USA che ci impartiscono ogni giorno nozioni di democrazia hanno degli begli scheletri nei loro armadi: come dimenticare, ad esempio, che Bush junior venne “nominato” presidente, dalla Corte suprema (con voto a maggioranza!), invece che “eletto”? Tanto più che il suo contendente Al Gore aveva raccolto un numero di suffragi decisamente superiore…

Per chi abbia qualche nozione di storia, la situazione appare fortemente evocativa. Ma si sa che ha pochi alunni.

Il sito “Stroncature”, che ci inonda di messaggi autopromozionali, vantando la propria indipendenza e chiedendo denaro per concedere di leggere le opinioni dei suoi autori, ha subito indossato l’elmetto e fin dall’inizio delle ostilità sta portando avanti una linea, ridondante di aggettivazione bellicistica, che fa venire i brividi: oggi leggo, per esempio, che la mossa di Putin “ci ha restituito un nemico comune” (ossia la Russia), dove quel “ci” dovrebbe rappresentare il mondo civile. E rieccoci al vecchio topos del contrasto radicale tra barbarie e civiltà, che aveva dominato il discorso pubblico nel 1914-’18, un contrasto in cui ciascuna delle parti in campo ribaltava sull’altra la qualifica di barbara.

Allora, invano pochi spiriti liberi invitavano alla ragionevolezza, a cominciare dal francese, premio Nobel per la Letteratura, Romain Rolland che sorpreso in Svizzera dallo scoppio del conflitto nell’estate 1914 non potè rientrare in patria a causa di una serie di articoli in cui invitava gli uomini di cultura a non confondersi con la “canea nazionalista”. Anche allora il suo messaggio rimase inascoltato. Oggi vorrei leggere prese di posizioni simili, inviti alla ragionevolezza, invece che incitamenti agli schieramenti, pro o contra Putin, vorrei non leggere notizie come la censura al giornalista della Rai Marc Innaro reo di aver ricordato l’eccessiva estensione della NATO a est, tra le cause della reazione russa. Vorrei non leggere che il sindaco di Milano cancella l’esibizione alla Scala un prestigioso direttore d’orchestra, Valery Gergiev, perché russo e “amico di Putin”, provocando come conseguenza la rinuncia di una celebre soprano, Anna Netrebko, a esibirsi nel più famoso teatro d’Italia. Per non essere da meno, l’Università Bicocca annulla un breve corso su Dostoevskij, affidato a Paolo Nori, autore di una biografia di questo gigante della letteratura mondiale. Per fare concorrenza alla “capitale morale”, a sua volta, Genova, per la precisione il Teatro Govi (che da poco aveva riaperto dopo la pausa pandemica) si sente autorizzato ad annullare a sua volta un intero festival dostoevskiano.  La motivazione appare a dir poco grottesca, e vale la pena di leggerla: “con grande dispiacere che annunciamo la decisione, durissima da prendere, di rinunciare all’evento per affermare a gran voce la nostra posizione: Il Teatro Govi è un luogo di cultura, pace e speranza che non vuole aprirsi a chi preferisce le bombe alle parole. Siamo consapevoli che essere di nazionalità russa non significhi automaticamente essere guerrafondai e siamo consapevoli che in una guerra a soffrire siano i popoli di tutte le fazioni coinvolte, ma in questo terribile clima mondiale preferiamo prendere una posizione netta, nella speranza che si ritorni alla Pace nel più breve tempo possibile.”

Incommentabile. Intanto, ancora una volta il governo italiano, sostenuto dall’intero Parlamento con l’eccezione del gruppuscolo di “Manifesta”, invia armi e uomini in Ucraina, mentre centinaia di associazioni “umanitarie” raccolgono fondi e materiali per la popolazione colpita. Le stesse che mai hanno battuto ciglio davanti al massacro che dura da anni degli abitanti di Donesk e  Lugansk, dell’Ucraina russofona. E nel proliferare di manifestazioni per la democrazia e la libertà si dimentica che il governo di Kiev è stato impiantato da un colpo di Stato favorito da USA e UE, anche se il presidente Janukovyč era un uomo corrotto, il diritto internazionale che oggi tutti invocano, consentiva allora un cambio di governo foraggiato da potenze straniere e con la partecipazione attiva di formazioni neonaziste, oggi parte di quel governo “democratico”?

E l’UE si spinge fino a inviare armi a un Paese esterno all’Unione, cosa mai accaduta, mentre invoca sanzioni sempre più dure, contro Mosca, le cui conseguenze pagheremo tutti e pagheremo caro. Ed Enrico Letta guida la pattuglia dei sostenitori dell’eterno “armiamoci e partite”, blaterando di valori assoluti davanti ai quali non si può transigere. Quei valori espressi dai neonazi che hanno bruciato vivi nella Casa dei Sindacati di Odessa forse 150 persone? Quelli che hanno ucciso il giovane fotografo italiano Andy Rocchelli e il suo sodale russo Andrej Mironov? Omicidio rimasto impunito, nel silenzio dei governanti ucraini. Addirittura stiamo leggendo di uffici reclutamento (a Milano!)“volontari” per una sorta di “legione straniera” da inviare in Ucraina, in barba ad ogni legge come del resto il nostro governo e il nostro parlamento si stanno infischiando tranquillamente dell’art. 11 della nostra Costituzione, ormai divenuto mero testo museale… C’è persino il direttore di un Museo Ebraico che si permette di attaccare il presidente dell’ANPI, l’ottimo Pagliarulo, per aver ricordato, mentre condanna l’invasione russa, le responsabilità della NATO!

Nel 1916 a Torino venne annullato un concerto di Arturo Toscanini perché aveva tra gli altri brani inserito uno di Wagner: come osa far risuonare la barbarica musica germanica nelle orecchie sensibili della cittadinanza torinese? – si chiedeva sarcastico Gramsci. La sua fu la voce clamantis in deserto. E il giornalista socialista in un articolo chiese scusa al grande maestro.
Oggi siamo di nuovo a quel punto. Il nemico è tutto ciò che è russo. Invano, qualche anno dopo, Leone Ginzburg, un russo (nativo di Odessa!) che aveva scelto Torino, per farsi italiano e combattere contro il fascismo, si batteva perché la cultura del tempo, si rendesse conto che l’identità europea non poteva prescindere dalla Russia: si può essere e sentirsi europei senza Tolstoj e Cechov, senza Puskin e senza Gogol, senza Dostoevskij, senza la grande musica, la grande arte, persino la grande spiritualità russa? Oggi una Santa Alleanza si è formata per annichilire la Russia, mossa più che da ragionamenti politici da un ritorno dell’antica russofobia, che, come ha scritto Guy Mettan, in un libro di cui suggerisco la lettura (Russofobia. Mille anni di diffidenza, Teti Editore), si sta trasformando in “russofollia”. Le conseguenze saranno pesanti per tutti.

“I soldi non ci sono”. Ma per qualcuno sì

Lo so, il tema interessa solo qualche decina di migliaia di italiani e italiane, quei nostri concittadini impegnati professionalmente nella ricerca scientifica (nel significato più ampio), un settore che alla luce della pandemia da Coronavirus che dura ormai da oltre due anni, si è rivelato però strategico. Cosa che peraltro i nostri governanti centrali e amministratori locali dovrebbero ben sapere.  Tutti si riempiono la bocca, beninteso, sull’importanza della ricerca, e sulla necessità del suo finanziamento. Ma chi lavora nelle università e nei centri alla ricerca adibiti piange ogni giorno miseria, perché i fondi scarseggiano o mancano del tutto.

È noto che l’Italia è, al solito, fanalino di coda in Europa in questo ambito. E la “fuga dei cervelli” dal Bel Paese in paesi magari meno belli ma più accoglienti è incessante e addirittura in aumento costante. Ma non pare che questa venga percepita come una emergenza nazionale: e invece lo è. Basti pensare al CNR, la principale istituzione di ricerca, che dovrebbe sovrintendere e coordinare e promuovere la ricerca, che soffre di una strutturale carenza di fondi. Chi ci lavora, chi ci ha lavorato, o semplicemente chi vi ha svolto seminari (come il sottoscritto) ha toccato con mano questa drammatica carenza. Là chi vuole fare ricerca e non accontentarsi di gestire la normale amministrazione, deve procacciarsi i fondi all’esterno e spesso mettere addirittura di tasca propria una quota, pagarsi le spese vive, e così via. Una situazione a dir poco scandalosa. Alla quale siamo stati abituati dal ritornello ripetuto all’infinito dai politici: “Non ci sono soldi”. Abbiamo provato ogni volta a rispondere che i soldi ci sono e che basta spostare la loro destinazione, e invece del TAV o del Ponte sullo Stretto, di cui si sta ricominciando a parlare, invece delle “missioni di pace” in decine di posti del mondo, invece degli aerei da combattimento F35 (uno dei quali costa come centinaia di centri di ricerca o decine di ospedali, tanto per dire), si può finanziare decentemente università e ricerca. Ma non ci danno retta.

Inoltre se accendiamo un faro specifico sui fondi per la ricerca, facciamo delle interessanti scoperte. Fermiamoci sull’ultima, segnalata, vigorosamente, dalla docente e senatrice a vita Elena Cattaneo, un’autorità nel campo della ricerca scientifica, specificamente farmacologica. Prima sul quotidiano Domani poi sul Messaggero, questa scienziata ha denunciato senza alcun successo, finora, un’ennesima infamia, che grida vendetta. La denuncia è stata per ora ripresa soltanto dall’ANDU (Associazione Nazionale dei Docenti Universitari), ma mi auguro che altri, singoli o gruppi, vogliano rilanciarla, sia per il fatto in sé, sia per il significato politico generale che conferma come il clientelismo, l’interesse personale e di camarilla, siano i valori che guidano il cammino della classe politica italiana, a livello centrale come locale.

Dunque nella legge di Bilancio approvata senza alcuna discussione, nel clima emergenziale in cui siamo immersi, ma con un nuovo, ulteriore schiaffo al Parlamento, peraltro compiacente a quanto pare di ricevere schiaffi, rinunciando alle proprie funzioni istituzionali, è stato inserito, fra gli innumerevoli emendamenti, uno (primo firmatario, il senatore PD Daniele Manca, titolo di studio Diploma di Maturità scientifica) per dar vita alla Fondazione “Biotecnopolo” di Siena, con una dotazione di 9 milioni per il 2022, 12 per il 2023 e 16 all’anno per sempre – per sempre! – dal 2024. A Siena e nel circondario vi sono già diverse istituzioni “d’eccellenza” nell’ambito delle scienze della vita, ambito in cui si dovrebbe collocare anche questo “Biotecnopolo”.  Che bisogno v’era di crearne un’altra? Le voci circolanti dicono che il segretario PD Enrico Letta nella campagna elettorale per vincere il collegio di Siena nelle elezioni suppletive di qualche settimana fa, aveva fatto promesse ai potentati locali, ai grandi collettori di voti. Ed ecco che arriva la ricompensa: un bel centro di ricerca, lautamente finanziato dallo Stato, quello stesso Stato che nega fondi agli atenei, e al CNR.

Si tratta, in realtà, solo dell’ultimo esempio di una sciagurata gestione dei fondi pubblici, di una assenza totale di serietà della classe politica e amministrativa, e dell’assoluto disinteresse per la ricerca, per i parametri di scientificità, oggettività, e apartiticità che dovrebbe avere. Invece anche la ricerca è diventata terreno di caccia, strumento di consenso, mezzo acchiappavoti. E lo è specialmente quella detta di “eccellenza”, un campo divenuto di puro arbitrio da parte dei potenti di turno, rispetto al quale, ahinoi, il ceto degli studiosi e degli intellettuali tace, sperando di lucrare col proprio silenzio un posto in un CdA, in un Comitato scientifico (di quelli importanti e provvisti di lauti gettoni), e quando fanno sentire la loro pur flebile voce lo fanno perché non hanno ottenuto, per sé e le loro strette cerchie, ciò che era stato loro promesso.

Ammesso che sia giusto far nascere centri di ricerca, ad ogni piè sospinto, non si dovrebbe forse procedere in altro modo? Scrive la Cattaneo a proposito del Biotecnopolo: “Il rischio di veder nascere l’ennesimo centro di ricerca sulle scienze della vita dotato di risorse proprie, assegnate senza competizione ogni anno e per sempre, che si sovrappone con un contesto regionale e nazionale già ricco di iniziative e soggetti attivi e produttivi sullo stesso tema è evidente e dovrebbe essere chiaro a chi si interessa di politiche pubbliche, soprattutto in un Paese che conta già 150 tra università, IRCCS ed enti di ricerca”.

Come ho ricordato, si tratta solo dell’ultimo esempio, vergognoso, di una gestione politico-affaristico-clientelare della ricerca scientifica.  Era il 2003, quando, con un’operazione analoga, un decreto legge (dunque di nuovo senza alcun dibattito), dava vita l’Istituto italiano di tecnologia (IIT), fondazione di diritto privato, ma con finanziamento pubblico inizialmente di 10 anni, ma die anni dopo trasformato in finanziamento perenne di circa 100 milioni all’anno. Chi fu il promotore? Un certo Giulio Tremonti, per puro caso allora ricoprente la carica di ministro dell’Economia nel governo Berlusconi. Che cosa ha prodotto dal 2003 al 2022 quell’istituto a nostro carico? In 18 anni ha succhiato circa un miliardo e settecentomila euro, tra soldi pubblici e soldi di privati. La stessa domanda potremmo farci per un’altra istituzione, lo Human Technopole (HT) di Milano, imposto manu militari nel 2016 da Matteo Renzi, capo del governo, il quale senza chiedere pareri scientifici né di compatibilità economica, decise di costruire un nuovo centro di ricerca nell’area di Expo 2015. Quell’istituto ebbe una dotazione, di nuovo perenne, di 140 milioni di euro all’anno, e anche in quel caso si procedette per decreto legge. Già allora la professoressa Cattaneo, entrata in Senato per nomina di Giorgio Napolitano nel 2013, denunciò le “modalità arbitrarie e poco trasparenti” con cui si era proceduto, sottolineando che non vi era stata uno straccio di gara. Ma allora Renzi aveva un potere quasi assoluto, e il PD gli si affidava perché “finalmente si torna a vincere”.

La Cattaneo ebbe a rilevare che quella era una “concorrenza sleale” nei confronti  di tutti gli altri enti e istituti obbligati alla competizione, per ottenere risorse. E questo a prescindere poi dalla missione scientifica di quella singola istituzione. Anche lo Human Technopole nell’arco del tempo, dopo una serie di interventi legislativi, e con l’intervento tre ministeri riuscì a fare anche qualcosa di buono. Ma non è così che si deve procedere. E ricordiamo ancora che nel 2020, un emendamento al cosiddetto “decreto Rilancio”, firmato da Maria Stella Gelmini (l’Attila dell’Università italiana), premiata oggi con il ministero per gli Affari regionali, diede il via a un “Centro per l’innovazione e il trasferimento tecnologico in Lombardia”, all’interno sempre dello Human Technopole, con un finanziamento aggiuntivo di 10 milioni di euro per il primo anno e di due milioni annui successivamente. Ed era il momento in cui non c’erano soldi per gli ospedali, dopo la “cura” a base di regionalizzazione, aziendalizzazione, e privatizzazione, ospedali intasati da pazienti Covid. E la Lombardia era ridotta davvero malissimo, da una gestione della pubblica sanità che oggi è sotto l’occhio della magistratura. Inoltre in quella regione erano già presenti ben due centri con funzioni analoghe a quelle del nuovo centro “gelminiano”.

L’elenco potrebbe continuare, con grandi e piccoli istituti di ricerca, centri “di eccellenza”, che nascono in modo opaco, sempre per decisione del potente di turno, prescindendo da esigenze reali della società, e dal parere di esperti indipendenti. Come si procede in altre nazioni? La Cattaneo ricorda che il sindaco di New York Bloomberg (preciso, uomo di destra) decise di realizzare un nuovo polo di ricerca scientifica: fece un bando pubblico, aperto internazionalmente, e una commissione di studiosi scelse, tra una ventina di proposte diverse. Siamo sempre pronti a lodare gli Usa, ma quando ci sarebbe da seguirne l’esempio ce li scordiamo.  Perché qui da noi anche la ricerca è merce di scambio, ed è soggetta al capriccio dei potenti. E si sta procedendo nella direzione di creare università e centri di ricerca divise per fasce, come il campionato di calcio: e la massa più rilevante dei contributi pubblici (che a loro volta attireranno quelli privati) sarà concentrata in pochi centri (quelli decretati “di eccellenza”), che avranno la possibilità di fare ricerca senza affanni, mentre tutti gli altri – divisi appunto per classe, A B C Quarta serie, e via via discendendo – dovranno accontentarsi di quanto rimane, fino agli ultimi, che riceveranno briciole. E i “cervelli” italiani, se non hanno la fortuna di finire nella serie A, saranno sempre di più tentati di cercare altrove, fuori d’Italia, la serietà, prima ancora che i fondi.

Ora ci sarà la grande pioggia di denaro del PNRR: “grande opportunità” si ripete, e rischio ancora più grande. Un test interessante per vedere se si può ricuperare un po’ di dignità nel mondo della ricerca, e un po’ di etica nel mondo della politica. Sono, ad essere eufemistici, assai dubbioso.

(nella foto tratta dal web, la senatrice Elena Cattaneo)

UN MILITARE DA RICORDARE (CON GRATITUDINE)

Epoca tristissima, questa, nella quale non riusciamo a contare i morti. E tra le centinaia di migliaia ignoti, ho contato tanti amici compagni parenti.
Nell’ultimo anno se ne sono andati illustri intellettuali, scrittori, storici, filosofi, economisti, letterati, scienziati, artisti. Ho commemorato solo qualcuno fra i tanti. Ma stavolta voglio almeno ricordare il nome di un uomo che ci ha lasciato, addì 13 dicembre, all’età di 96 anni, un nome no to a pochi e che sarà ricordato da pochissimi. Perciò voglio farlo io. Si tratta di Falco Accame. Suo figlio Carlo ha dato l’annuncio con queste parole:

Durante la sua vita ha sempre amato capire la molteplicità di elementi che generano la ‘realtà’ approfondire, analizzare partecipando attivamente alla vita pubblica del paese con articoli, proposte di legge, dibattiti, manifestazioni. A 96 anni forse era venuto il tempo di lasciarci perché sentiva di non essere più in grado di combattere contro le ingiustizie

Militare di carriera, Accame, divenuto ammiraglio, non per questo aveva abdicato alla facoltà raziocinante, e soprattutto non aveva dimenticato che anche per i militari, di tutte le Armi, vale il principio del rispetto della Costituzione, e dell’articolo 9 che ricorda che la Repubblica “ripudia” le guerre. Un militare di professione che volle e seppe essere cittadino in senso pieno seguendo la strada segnata dal grande Nino Pasti, generale anch’egli, del quale fu ‘seguace’, stretto collaboratore e amico. Quando si resero conto che la NATO non era un strumento di pace e stabilità, ma all’opposto di guerra e instabilità, portarono avanti un implacabile lavoro di denuncia e controinformazione. Pasti venne candidato ed eletto come indipendente nelle liste dell’allora PCI; ma entrò presto in contrasto con la dirigenza del partito, che proprio in quel torno di tempo (fine anni ’70 – primi anni ’80) stava accettando l’Alleanza e la sua organizzazione militare. Accame continuò il lavoro di Pasti all’interno della Fondazione divenndone, ben a ragione, presidente.

Alti ufficiali che avevano conosciuto dall’interno la Nortd Atlantic Treaty Organization (NATO, appunto) erano i più adatti a rivelare quali fossero i veri scopi del Patto Atlantico e della sua estensione militare: ovviamente questo non poteva essergli perdonato. Ma proprio come Nino Pasti, anche Falco Accame non si diede per vinto, e gettò tutto il peso della sua esperienza diretta, e della sua vasta conoscenza della materia (e delle discipline affini alla scienza militare, dalla geopolitica all’economia, dagli studi strategici alla demografia, dal diritto internazionale alla storia e alle geografia…), per lottare contro ogni fora e tipo di imperialismo e di bellicismo, e per svelare di che lacrime e di che sangue grondi il potere militare, specie quello occulto, quello protetto dai “segreti di Stato”.

Insomma, come aveva fatto Nino Pasti, e all’ombra del suo nome, anche Falco Accame volle testimoniare dentro fuori delle Forze Armate, e in Parlamento (fu eletto nelle liste del Partito Socialista. ma venne ben presto emarginato), la sua passione civile, fino alla fine ,subendo ritorsioni, minacce, denigrazioni; fu persino inserito fra i sospettati di essere al servizio dell’Unione Sovietica nella grottesca Commissione Mitrokhin, presieduta nientemeno che da Paolo Guzzanti; di essa giustamente si sono perse le tracce…

Fra i tanti titoli di merito va ricordato il suo contributo al Tribunale Ramsey Clark per i crimini della NATO in Jugoslavia, fondato nel 1999, come ramo del celebre Tribunale Russell. Anche Clark, giurista e politico statunitense fuori del coro, ci ha lasciato quest’anno, purtroppo, e quasi nessuno lo ha ricordato.

Enrico Vigna, fondatore e presidente del benemerito CIVG (Centro Iniziative per Verità e Giustizia) di cui Falco Accame fu Presidente onorario, gli ha reso l’estremo addio così:

“intendo salutare la scomparsa di un grande uomo, socialista e sinceramente democratico, eticamente integerrimo e instancabile combattente di mille battaglie per la verità e la giustizia. Un uomo semplice ma culturalmente profondo, che fino all’ultimo ha continuato ad essere ‘partigiano’, schierato cioè nelle battaglie […] per i popoli aggrediti o calpestati, dalle protervie o arroganze imperiali e imperialiste. Falco aveva un profondo senso dello Stato, un profondo senso dei valori etici e della giustizia sociale, fermo difensore della nostra Costituzione nata dalla Resistenza, […] rivolto verso gli interessi dei ceti popolari, degli umili, degli ultimi“.

Falco Accame (immagine dal sito del CIVG)

I cosiddetti “diritti umani” nell’era post-democratica

Il mondo celebra il 9 dicembre i “diritti umani” (aspetto qualcuno che mi spieghi che cosa sono: ho una laurea in Filosofia del diritto con Norberto Bobbio e oltre 40 anni di docenza alle spalle di Storia del pensiero politico, ma l’espressione mi sembra vaga e ambigua…) e precisamente in questa data, con tempismo eccezionale, l’Alta corte di giustizia inglese si pronuncia a favore dell’estradizione di Julian Assange negli Usa, il che vuol dire come minimo ergastolo se non morte per quello che io personalmente definii tempo fa “un eroe del nostro tempo”.

Contemporaneamente, nella medesima “giornata dei diritti umani” la nostra Corte di Cassazione conferma l’assoluzione per il fascista ucraino Vitaly Markiv, condannato in primo grado a 24 anni di reclusione per l’omicidio di Andrea Rocchelli, Andy per amici e familiari, ucciso mentre cercava di documentare i fatti seguiti al golpe ucraino, sostenuto da USA e UE, nella regione del Donbass. In seconda battuta Markiv, per la cui liberazione si è vergognosamente battuto il Partito Radicale Italiano (sempre in prima fila in questioni di giustizia!), era stato assolto, in Appello. E ora la faccenda viene dichiarata chiusa da questa sentenza che non smentisce l’impianto accusatorio ma rigetta la richiesta di un nuovo processo, avanzata dalla procura, per questioni di mera forma.

Trionfa dunque l’ingiustizia nell’era della post-democrazia, la quale, tronfiamente, goffamente, celebra i “diritti umani”.

Ma questi due fatti, scollegati fra loro, e accomunati dalla iniquità di una “giustizia” che in Italia come in Inghilterra si nutre di pura forma, e rigetta la sostanza, una “giustizia” che nulla ha a che spartire con la verità, sono collegati strettamente da un filo rosso (o piuttosto nero, nerissimo). Essi certificano la fine del diritto all’informazione. Rocchelli con le fotografie (bellissime, tra l’altro: autentiche opere d’arte) e Assange con il sito Wikileaks, hanno documentato le infamie della guerra, gli “arcana imperii et dominationis” (di cui parla Tacito), le vergogne del potere, le oscenità dell’ingiustizia globale. Il popolo deve sapere, aveva detto Lenin, rendendo pubblici i trattati segreti sottoscritti dallo Zar con le potenze imperialistiche. Dove esiste un potere invisibile non può esserci democrazia, mi ha insegnato Bobbio. E dunque?

Ciliegia sulla torta: sempre il 9 dicembre con una coda il giorno 10, si svolgevano le assise virtuali dell’autocelebrazione della “democrazia”, con il “Summit for democracy” convocato dal capo del paese che vuole vedere Assange sulla sedia elettrica (per avere raccontato la verità sulle guerre di “esportazione della democrazia”), o marcire a San Quintino. La stessa nazione che ha sostenuto il colpo di Stato in Ucraina, e che porta, sia pure indirettamente, la responsabilità dell’assassinio di Andy Rocchelli. Ebbene, il presidente Biden ha avuto l’improntitudine di dichiarare, nell’apertura della videconferenza, queste priorità per il sistema democratico: “Combattere la corruzione, difendere la libertà dei media e i diritti umani”.

Qualche anchorman, qualche ministro, qualche sottosegretario, qualche presidente, ha nulla da dire in proposito? Dobbiamo sempre chinare la testa e trangugiare il boccone, anche quando amarissimo?

Feb 18, Kiev, Ucraina: protests in the Ukrainian capital continue

Una fotografia di Andrea Rocchelli in Ucraina tratta dal portfolio nel suo sito

Sull’orlo del baratro. TRA CONTE E RENZI. Una piccola lezione di politica

La classifica dei personaggi che nei miei articoli ho preso di mira nel corso degli ultimi venticinque anni è guidata, senza ombra di dubbio, da Silvio Berlusconi; ma al secondo posto c’è lui, Matteo Renzi, il bullo di Rignano. Lo abbiamo osteggiato – uso il plurale, come dovrei fare anche per il Berlusconi, del resto –, nella persuasione che tanti la pensavano come il sottoscritto, e avremmo desiderato vedere disarcionato il primo come poi il secondo. Personalmente l’ho fortemente osteggiato, in tutti i modi che mi erano consentiti, per i contenuti della sua politica. L’ho combattuto sul jobs act, sulla buona scuola, e soprattutto sul referendum costituzionale, quando alla sua provvidenziale disfatta non seguì il ritiro della politica, come con grande enfasi aveva dato il menzognero annuncio di ritirarsi dalla politica.

(Foto ANSA/RICCARDO ANTIMIANI)

In Renzi c’era un disvalore aggiunto: i modi, il  “piacionismo”, la facilità a dire e disdire, la cialtroneria insistita sul “nuovismo”, e soprattutto la smodata ambizione politica. Del resto erano proprio i suoi modi che avevano fatto presa sull’elettorato orfano del PCI, allargandone i confini. Sicché Renzi era divenuto signore indiscusso del PD, con una irresistibile quanto rapida ascesa al vertice, osannato dal popolo piddino che lo credette il nuovo Togliatti, coccolato dai media, protetto dai poteri forti, e sul piano internazionale uno degli interlocutori privilegiati dei governanti israeliani, amato dagli yankees, Renzi apparve l’astro nascente della terza Repubblica, che avrebbe dovuto reggere grazie alla riforma costituzionale e a quella elettorale.

Il fiasco referendario lo mise fuori gioco, anche se alla politica non rinunciò affatto, come abbiamo potuto constatare, e ben presto essendosi chiusi gli spazi interni al PD trasmigrò creando un suo gruppetto, di non molta fortuna, ma di non scarsa ambizione. Gruppetto determinante per far nascere il Governo Conte II. E altrettanto per farlo cadere, o comunque tenerlo in ostaggio.

Detto tutto questo, a costo di deludere i miei “ammiratori” e “seguaci”, nella contesa che ha portato il governo sull’orlo del baratro, io ritengo che le responsabilità non siano di Matteo Renzi ma piuttosto di Giuseppe Conte. Mi ha agghiacciato assistere allo scatenarsi dell’odio contro Renzi da parte non solo dei Cinque Stelle, timorosi di essere mandati a casa da una anticipata tornata elettorale (per ben pochi di loro sarà possibile un rientro nelle aule dei Sacri Palazzi, stante la perdita di consensi, aggravata dalla demenziale, e direi infame riforma che ha dimezzato il numero dei parlamentari), ma degli ex sodali del PD, dei suoi ex tifosi lo osannavano e oggi lo crocifiggono. E mi ha angustiato leggere i commenti degli osservatori professionali, compresi quelli di sinistra-sinistra o degli sparuti rappresentanti della pseudo-sinistra di governo che col ministro della Salute Speranza hanno mostrato la loro totale pochezza politica. Commenti a senso unico: non semplicemente ingiuriosi verso Renzi (tirando spesso in ballo, i più beceri, i suoi genitori per le loro grane giudiziarie), ma incredibilmente privi di capacità di analisi sui fatti. Ossia ci si è fatti sovradeterminare dall’antipatia per il personaggio (che sicuramente la merita tutta), invece di provare a entrare nel merito delle sue proposte, o delle sue richieste.

Pochissimi si sono distinti: Stefano Feltri, direttore di Domani, in primo luogo, Massimo Cacciari, più volte, e recentissimo, persino, Ernesto Galli Della Loggia, sul Corriere della Sera. Pochi hanno avuto il coraggio di puntare l’indice invece che su questo bersaglio facile, il Renzi testa di turco, contro colui che invece merita, a mio avviso, tutta la pubblica esecrazione, ossia Giuseppe Conte, il signor nessuno spuntato dal cilindro dell’altro signor nessuno Luigi Di Maio. Come d’altronde, e lo scrive bene Della Loggia, tutti o quasi i politici di M5S, privi di qualsiasi background politico e culturale. Scelti dai capi palesi o occulti (ora Grillo, ora Casaleggio, ora Di Maio) oppure votati (con quale grado di controllo democratico non si può sapere), da “Rousseau”, la mitica “piattaforma” che infanga il glorioso nome del grande Ginevrino, un luogo virtuale dove gli aderenti decidono, fanno, disfano, in attesa che si avveri l’ultima profezia di Nostradamus-Grillo: il voto per sorteggio.

Galli Della Loggia ha messo in luce ciò che tutti dovrebbero aver chiaro: il trasformismo opportunistico di questo oscuro avvocato finito a guidare il governo, divenuto professore ordinario all’università con una carriera diciamo in cui il destino lo ha favorito avendo messo a capo  della commissione che gli diede la cattedra, il titolare di studio legale dove egli stesso praticava l’avvocatura (quando si dice il caso!). Ma possibile che a nessuno puzzi, direbbe Machiavelli, questa situazione? Un ignoto diviene presidente del Consiglio di un governo di destra che approva provvedimenti osceni, uno dopo l’altro, e una volta che il suo alleato Salvini cerca di sgambettarlo, avanzando la richiesta dei pieni poteri, con un misto di idiozia e ingenuità, ecco il signor nessuno diventare capo di un governo fotocopia ma ad alleanze rovesciate, col PD che sostituisce la Lega. E Conte (sul quale per settimane il segretario PD Zingaretti aveva fatto grottesche barricate: “il primo segnale di discontinuità deve essere il cambio del presidente del consiglio!, aveva tuonato, mentre le rane gracidavano intorno a lui, incuranti di quella voce) rimase al potere, e si trovò a gestire la prima crisi pandemica, godendo del favor popolare, a furia i proclami di grottesco ottimismo (ce la faremo, nessuno rimarrà solo, non lasceremo indietro nessuno, il governo è con voi, andrà tutto bene…), che nell’arco di un anno ha dimostrato tutte le sue falle, pericolose, e criminali.

Ai primi mesi sentivo e leggevo voci “a sinistra”: “immaginate se al governo ci fosse stato Salvini!?” Ma che razza di ragionamenti politici sarebbero codesti? E avendo nominato Salvini, mi tocca ribadire che nei sequestri di persone o negli illeciti respingimenti di migranti, per cui il leghista è a processo, la responsabilità dell’allora ministro dell’Interno fu interamente condivisa e avallata dal presidente del Consiglio. Come possiamo fingere di dimenticarlo? E che almeno una parola andrebbe da lui oggi detta, una franca ammissione di responsabilità, insomma.


E ritorno a Renzi: al netto dell’antipatia, al netto dell’ambizione, e dei suoi retropensieri che si riferiscono senz’altro all’ansia di potere personale, Renzi ha denunciato l’accentramento anomalo di potere nelle mani del presidente del Consiglio, con l’abuso di DPCM, con l’abuso dei decreti di stato d’eccezione, con l’anomalo ricorso a comitati di scelta del premier, composti da sedicenti “esperti”, che già nella prima ondata pandemica  facevano capo direttamente a lui (a proposito: che risultati ha prodotto la carica dei 900 guidati da Vittorio Colao, un manager residente a Londra, ex ad di Vodafone…, che avrebbe dovuto salvare l’Italia dal Coronavirus?). E di nuovo ora Conte ci ha riprovato per la gestione dei fondi europei, che pretenderebbe (o avrebbe preteso?) di gestire direttamente, attraverso un altro comitato di sua nomina? Per tacere del Commissario all’emergenza Arcuri (in grave sospetto di conflitto di interessi), le cui funzioni peraltro vanno sovente a sovrapporsi e confliggere con quelle ministeriali, con quelle della Protezione Civile, con quelle dei vari comitati tecnico-scientifici. E taccio delle allucinanti dispute tra Ministeri, Regioni, Comuni, ASL, con risultati che sono a dir poco inquietanti…

Dunque Renzi, ha detto queste cose, ha mosso queste accuse: nel modo antipatico che gli conosciamo. E ne ha aggiunto una forse più grave: la totale inerzia del governo nel piano del Recovery. È stato lasciato passare più di un mese, e il piano governativo era rimasto un catalogo di buone intenzioni. Italia Viva ha presentato un piano articolato, in cui certo sono state inserite delle boiate come il TAV o addirittura il Ponte sullo Stretto. Ma il problema è che Conte ha dimostrato totale inadeguatezza, con un corrispettivo, inquietante, di arroganza (la perla è la pretesa di gestione “en solitaire” dei Servizi segreti), di conduzione insomma monocratica del potere. Cosa grave di per sé, in regime democratico, ma intollerabile da parte di  un signore di nessuna esperienza, che nessuno ha eletto, che non rappresenta nessuno, che è stato indicato dall’allora “rappresentante politico” del M5S, come “avvocato del popolo”: e che governò un anno con i populisti di destra, per poi riciclarsi senza batter ciglio con gli avversari dichiarati tanto dei populisti di destra quanto degli altri populisti che non oserei definire di sinistra. Anzi! Come non ci si è accorti che i “pieni poteri” reclamati con stolta protervia da Matteo Salvini l’avvocato Giuseppe Conte li ha esercitati finora surrettiziamente, di fatto, con il suo felpatissimo stile democristiano? E come non gridare scandalo davanti all’osceno tentativo di raccattare voti a destra e a manca, invece di fare la sola cosa dignitosa e costituzionamente corretta appena perso il consenso del gruppo di IV? Ossia andare al Quirinale e rassegnare le dimissioni? Quando lo farà, spero oggi stesso, sarà sempre tardi.

Concludendo: quando si vuole contestare un avversario, si devono discutere, con la competenza, e se del caso con la durezza necessaria, le sue idee e le sue proposte, entrando nel merito; ma non farsi guidare semplicemente dall’antipatia o addirittura idiosincrasia (o all’opposto, dalla simpatia) per la persona. Si tratta di una norma dell’agire politico che definirei elementare. E che mi duole constatare ignorata o calpestata soprattutto a sinistra.  

Siamo sull’orlo del baratro. Tra cattiva gestione sanitaria, numeri farlocchi dati dalle autorità politiche e sanitarie. Sistema sanitario al collasso, per colpa di tagli indiscriminati durati decenni da parte di tutte la maggioranze governative succedutesi. Una generazione di ragazzi e ragazze, di adolescenti e di giovani a cui è stata sottratta la scuola. Interi settori economici disastrati, con nessuna prospettiva di ripresa in tempi accettabili, mentre mafia e ndrangheta si fanno avanti per rilevare aziende messe in ginocchio dalle chiusure. Assoluta subalternità italiana in politica estera tanto all’UE, quanto gli USA, ma persino a Egitto, Turchia, Israele… Spese militari costanti o addirittura in aumento davanti al bisogno crescente di spese sanitarie: bombardieri che vanno alla grande, mentre i posti letto latitano. E ora il vaccino di fatto sta andando all’asta: chi può pagare di più ne accaparra scorte ampie (Vedi Israele o Germania) chi non può aspetta, chissà fino a quando. E via seguitando. La logica del Mercato trionfa. La pandemia è l’ultimo trionfo del Capitale.

Come ne usciremo? Ne usciremo? Non è meglio andare a votare? E la sinistra non dovrebbe, se non è tutta in coma profondo, tentare di ragionare in vista di una prospettiva del genere, unitariamente? E abbozzare già un programma di minima, sulle cose essenziali da fare?

Siamo sull’orlo del baratro, insomma, e a maggior ragione rifiuto l’alternativa (la falsa alternativa) Renzi/Conte. Invito piuttosto a riflettere sui contenuti delle proposte dell’uno e dell’altro e persino, se si cogliessero spunti utili, dell’intero panorama politico. Nell’ultimo dibattito parlamentare ho sentito spesso, lo affermo sia pure a bassa voce, cose più interessanti da taluni esponenti della destra antigovernativa che da quasi tutti gli esponenti dell’area di governo, e specialmente dalla totalità del PD. A questo partito, preteso “erede” del Partito Comunista di cui stiamo celebrando il centenario, va il mio triste requiem.

I pazzi e i ciechi

“È la piaga dei tempi quando i pazzi guidano i ciechi”. la citazione è assai nota (dall’Atto IV del “Re Lear” di Shakespeare, e sono parole messe in bocca al povero conte di Gloucester), persino abusata, e mi scuso, ma oggi più che mai utile a descrivere la situazione in cui ci troviamo. Nel Rapporto Censis diffuso due giorni or sono, emerge un quadro impressionante della situazione generata, si dice, dalla pandemia, ma forse dovremmo aggiungere: “e dalle politiche dei governanti, nazionali e locali”: sono loro i pazzi, nelle cui mani abbiamo lasciato le nostre vite, troppo spaventati per negar loro la fiducia (“agiscono per il nostro bene…”), troppo frastornati per avere piena coscienza della situazione reale, troppo disorientati per il susseguirsi e il sovrapporsi di notizie contraddittorie e incomplete, per reagire, per riprendere almeno un poco in mano il nostro destino.Loro i pazzi, noi i ciechi; una cecità che non è solo quella che nasce appunto dalla paura dell’ignoto (e qui il pensiero corre allo straordinario romanzo “Cecità” di Saramago, che già mi è capitato recentemente di citare), ma è anche frutto di un atteggiamento rinunciatario, di base, pronto a “lasciar fare” ai governanti, appunto. A costo di apparire il solito pedante professore, voglio richiamare un altro autore, Benjamin Constant (e stavolta andiamo nel secolo XIX, per l’esattezza 1819) il quale, pur liberale orgoglioso che polemizzava contro l’ingerenza dello Stato nella vita degli individui, concludeva il suo discorso invitando a non rinunciare a occuparsi della vita pubblica, a “non fare ai nostri governanti questo favore”. E invece lo abbiamo proprio fatto, questo favore. Per di più a una banda di incompetenti, spesso disonesti, cialtroni. Possibile che qualche frammento di verità ci debba giungere da un programma tv, che è riuscito finora a sottrarsi alla manipolazione e al controllo? (Alludo a “Report”, su RaiTre). Possibile che ministri (Speranza, tanto per fare un nome) e sedicenti governatori (Fontana, tanto per fare un nome) coinvolti in losche vicende, siedano tuttora tranquillamente sui loro scranni? Possibile che alcune parole di buon senso debbano venire dalla destra (al netto ovviamente delle infami speculazioni di personaggi miserabili, che le sorreggono), mentre PD, LEU e M5S sono immersi nel brago, ripetendo tutti i loro esponenti frasi preconfezionate, che poi il sedicente “capo del governo” si incarica di dettare, con i modi perfettamente democristiani che lo caratterizzano, nelle conferenze stampa?Nel rapporto Censis mi ha colpito non solo ciò che all’ingrosso sapevo – la catastrofe socioeconomica in cui il Paese sta precipitando, i cui effetti si vedranno soltanto nell’arco di qualche anno – ma la risposta di circa l’80% dei nostri concittadini intervistati sulle misure approntate dalle autorità per contrastare la diffusione del virus, i quali chiedono misure “più severe” verso coloro che non rispettano tali misure.Questo mi ha provocato un senso di angoscia e di ripulsa. È vero, intorno a me, sento ogni giorno dire: certo “la gente” non rispetta le norme, ecco perché si va male… Questo che cosa significa? A mio parere semplicemente che la narrazione governativa è transitata dentro i nostri cervelli, e ne siamo diventati portatori, spesso inconsapevoli, esattamente come accade ai contagiati “asintomatici”. Ci siamo lasciati persuadere, non con dati precisi, con informazioni esatte, con indicazioni univoche e chiare: no, ci siamo abbandonati, come i bimbi tra le braccia della mamma, fiduciosi di essere protetti. Certo, il compito di esser vigili, lo ammetto, è sempre più difficile: paradossalmente, nell’era della comunicazione digitale onnipresente e onnisciente, siamo a corto di verità; ossia all’eccesso di comunicazione corrisponde un deficit di informazione. E questo nella vicenda che stiamo drammaticamente vivendo è tanto più evidente. Si aggiunga il ruolo davvero infame dei media e in particolare della TV che ha trasformato esperti e sedicenti esperti (come possiamo distinguere gli uni dagli altri?) in “personaggi”. Dunque quelli che “bucano lo schermo”, ossia coloro che risultano più efficaci sul piano della comunicazione sono stati premiati, con “passaggi” pressoché quotidiani sugli schermi delle varie emittenti, pubbliche e private, ed è stata loro concessa facoltà di parola, anche quando si sono contraddetti a distanza di giorni, o addirittura di ore. Qualcuno di loro sta già costruendo una nuova carriera, forte del successo televisivo. Ma la cittadinanza, trasformata in “audience” quanto beneficio ne ha ricevuto? Come facciamo a difenderci dal bombardamento di false notizie di questa “guerra”, come viene chiamata fin dallo scorso marzo, e come guerra richiede provvedimenti “eccezionali”, misure “eccezionali”, piani sanitari “eccezionali”, e via seguitando sulla strada melmosa e sdrucciolevole dell’eccezionalismo.Non appartengo al novero di coloro che hanno creduto o comunque ripetuto che il virus è una invenzione, o che i dispositivi di protezione (leggi mascherine, innanzi tutto), siano inutili, o che hanno pensato, neppure per un attimo, che la Covid 19 fosse poco più di una influenza (alla Trump o Bolsonaro). Ma trovo inaccettabile il ricorso a un lemma pericoloso e ambiguo come “negazionismo” usato non soltanto a fini di delegittimazione di chi prova ad esprimere dei dubbi, non sul virus, ma sulle politiche sanitarie gestite dal ministero, dagli assessorati regionali, dalle giunte comunali, dai sindaci di singoli comuni: una babele politica frutto della sciagurata “devolution” imposta dai leghisti prima maniera e accettata dal PD. L’inefficienza del sistema è sotto i nostri occhi. E lo dico con dolore, pensando agli amici che ho perduto, a quelli tuttora ricoverati in gravi condizioni, o tormentato dall’ansia che la malattia possa colpire persone care. Ma non posso tacere davanti all’improntitudine con cui Giuseppe Conte, in coro con i suoi ministri, ripete “non dobbiamo abbassare la guardia se vogliamo ripetere una terza ondata”, alludendo, direttamente o indirettamente, alle “colpe” dei cittadini che si sono lasciati andare ad “assembramenti”. E le autocritiche dove sono? Perché il ministro della Sanità non ammette che nulla è stato fatto dal suo dicastero nei mesi estivi per prevenire una seconda ondata del virus, o almeno attrezzarsi a fronteggiarla? Quante sono le persone affette da grave patologie cardiache o oncologiche che non ricevono più le cure, dato che i reparti specifici sono stati chiusi o trasformati in reparti-Covid? Quanti morti dovremo conteggiare tra loro e a chi daremo la responsabilità? E la ministra dell’Istruzione, che ora finge di piagnucolare sulle scuole chiuse, perché non ha predisposto il piano scuole? E le Regioni? Perché non hanno preveduto un piano trasporti? E ancora: chi ci fornirà una volta per tutte dati certi sui malati e sui morti? Quanti di loro sono deceduti per la Covid? O “con la Covid”? ed è vero che le aziende ospedaliere ricevono un bonus monetario per ogni vittima da Covid?E poi, perché come in primavera alla prima ondata ora in autunno con la seconda il governo mette su giganteschi apparati di “tecnici ed esperti” (di nomina governativa, in totale mancanza di trasparenza) per “gestire l’emergenza”? E a che servono gli staff ministeriali? E dove è finito il super manager Colao che da Londra doveva salvare l’Italia, con un esercito di un migliaio di consulenti? E ora si ripete lo schema…La seconda ondata non è arrivata per le colpe dei cittadini, ma per quelle dei governanti: le loro inadempienze, i loro ritardi, i loro errori… E intanto, un anno scolastico è praticamente perduto (le proteste di studenti insegnanti e famiglie non vengono neppure prese in considerazione), con danni gravi alla formazione della personalità degli adolescenti. E danni altrettanto gravi, come accertato dai servizi di monitoraggio delle ASL, si sono già prodotti nella psiche di centinaia di migliaia di italiani, a causa del timore del contagio, certo, ma soprattutto delle misure spesso assurde e terroristiche che dovrebbero prevenirlo. Su tutto questo, vorremmo essere rassicurati, non con la ripetizione insopportabile che “dobbiamo evitare la terza ondata con comportamenti responsabili”. I comportamenti responsabili devono esser prima di tutto dei governanti. I quali dovrebbero anche interrogarsi sulla morte dei teatri e su quella, economicamente ben più grave, dell’intero comparto della ristorazione. E non si dica, a mo’ di risposta, che non è colpa di nessuno: i provvedimenti presi e reiterati sono stati e continuano ad essere punitivi ma non producono risultati apprezzabili. Il ministro Speranza, e il presidente del Consiglio Conte ci devono spiegare perché siamo il Paese con la mortalità più alta, tra quelli colpiti dalla pandemia. E ci devono, infine, convincere che” il più massiccio piano di vaccinazione di massa” di cui stanno parlando da settimane sarà la soluzione, l’unica soluzione, tanto più che di vaccini ne circolano ormai una dozzina, e di nessuno, per ora, possiamo essere sicuri, né sulla efficacia, né sui possibili danni. E qualcuno, in seno alla scompaginata compagine governativa, ha addirittura proposto di istituire un passaporto sanitario, un libretto da portare sempre con noi, insieme alla carta di identità, da cui risulti che siamo vaccinati. Per fortuna si sono levate parecchie voci contrarie. Ma il rischio rimane. E intanto, con roboante e inquietante annuncio veniamo avvertiti che nelle vacanze natalizie 70.000 agenti delle varie forze di polizia saranno schierati sul territorio per controllare il rispetto delle norme emanate nell’ennesimo DPCM. Una vera e propria militarizzazione del Paese, che ci bolla tutti gli italiani e le italiane come potenziali colpevoli.Insomma, a me pare davvero che siamo nelle mani dei pazzi. E noi abbiamo fatto finora, troppo spesso, adagiandoci nella comodità di essere guidati, la parte dei ciechi.L’Atto IV della tragedia shakespeariana si conclude così: “Le notizie variano. È tempo di stare in guardia. Le forze del regno si avvicinano in fretta.” Risponde un personaggio: “È probabile che l’esito sia sanguinoso”.Se vogliamo mettere fine al sangue, ossia alla morte, alla malattia, e al disastro economico e sociale, forse dobbiamo cominciare ad aprire gli occhi e fare i mastini da guardia, tutti, dato che la stampa libera è inesistente o marginale. Informiamoci, diffondiamo notizie certe, poniamo quesiti almeno, e pretendiamo risposte. Questo è democrazia.

(Apparso su “MicroMega” on line, 9 dicembre 2020)

Basta col regionalismo!

Giorni fa avevo scritto un pezzo che esordiva così: “Un soffio di pazzia criminale percorre l’Italia”. E passavo in rassegna una serie di personaggi della classe politica e amministrativa, mostrandone le incredibili manchevolezze, la impreparazione, le miserie. Qualcuno ha ripetuto la solita solfa sui professori buoni a cianciare ma che non si sporcano le mani nell’azione. Sono anche stato accusato di qualunquismo, perché non risparmiavo nessuno, e molti hanno chiosato, benevolmente o provocatoriamente: “sì, va be’, ma che fare?”.

Io non faccio il politico di professione, sono uno studioso che cerca di essere presente se non altro come osservatore della realtà in cui sono immerso, anche se prevalentemente, come storico, mi occupo del passato. Ma essendo convinto che la storia ha un valore per il presente, tento di usare gli insegnamenti che essa mi offre per decifrare il nostro tempo, e trarne indicazioni sul come agire: sul che fare, insomma. E tuttavia non mi accontento. Provo anche, nei miei limiti evidenti (sono un senza partito, da sempre) a scendere in campo, e dico la mia sulla quotidianità politica, sociale e culturale. So che non basta. Come non basta indignarsi, non è sufficiente gridare sui tetti, le verità che pochi osano mormorare, e molti di più alla verità voltano le spalle. Eppure proprio la battaglia per la verità è ciò che distingue un intellettuale (militante) da uno studioso, da un docente, da un accademico. Perché la lotta per la verità è dirompente, e la verità e soltanto la verità è rivoluzionaria. Credo fermamente che questo sia il primo se non unico compito dell’intellettuale, specie di quegli intellettuali che si schierano dalla parte degli oppressi, come ho sempre cercato di fare, da quando ho l’età della ragione.

Sono trascorsi pochissimi giorni dal mio precedente articolo, ma la situazione appare in precipizio. Per non ripetere l’incipit dell’articolo precedente potrei incominciare con un canonico: “Grande è la confusione sotto il cielo”, aggiungendo “d’Italia”: sì, perché se è vero che la pandemia da Coronavirus sta colpendo quasi l’intero globo terracqueo, è altrettanto vero che nei diversi Paesi  in cui la Covid 19 si è diffusa e ahinoi non smette di diffondersi, vi sono state, da parte delle autorità, anche nelle incertezze, davanti al “nemico sconosciuto”, linee di condotta almeno univoche: ossia i governi davano degli indirizzi, assumevano decisioni, indicavano linee d’azione, giuste o errate, timide o forti, ma che non venivano boicottate o contrastate da altri organi dello Stato. In Italia stiamo assistendo esattamente all’opposto: gli organismi pubblici in guerra tra di loro, come e assai più che in primavera, nella prima ondata del virus, e ora in questo autunno che ci regala la seconda, ampiamente prevista e annunciata. Il contagio si diffonde quasi incontrollabile, gli esperti parlano a ruota libera, i tamponi latitano (e si possono fare a pagamento se non vuoi attendere le calende greche), il sistema ospedaliero in crisi, i medici e il personale paramedico chiede soccorso, i ministri a cominciare dal loro coordinatore (il presidente del Consiglio) balbettano, e i sedicenti “governatori” urlano, sgomitano, prima chiedono autonomia decisionale, poi la rigettano sulle spalle del governo – sempre più debole ed esangue, con il summenzionato presidente Conte che ripete “l’obiettivo è arrivare a fine legislatura” (ossia il fine perseguito è durare, non fare del bene alla collettività: agghiacciante).

Stiamo assistendo a uno spettacolo a dir poco inverecondo, aggravato dalla sovraesposizione mediatica di tutti lor signori: scienziati, tecnici, amministratori, politici e, immancabile, il corredo dei commentatori professionali da talk show, da Cacciari (eternamente presente e eternamente isterico come un etilista cui abbiano vietato il solito cartoccio di Tavernello) a Saviano (ahinoi, appena ritornato in campo, pensoso e serafico come un patriarca biblico). Lasciamo stare i casi semplicemente surreali come quello calabrese, con la doppia nomina di un commissario per la sanità calabrese (due personaggi ineffabili, bell’esempio di mancanza di professionalità loro e di totale assenza di serietà del governo, seguiti dalla mezza proposta avanzata a Gino Strada); oppure la infame campagna pubblicitaria della Regione Lombardia battezzata con atroce arguzia “The covid dilemma”, che ha lo scopo di scaricare sulla cittadinanza le colossali inefficienze del ceto amministrativo locale e i turpi traffici del presidente Fontana (il manifesto mostra una scritta sovrapposta al volto di una ragazza con la finta domanda: “Indossare la mascherina o indossare il respiratore?”, e la risposta colpevolizzante: “La scelta è tua”).

E lasciamo stare le quotidiane schermaglie tra sindaci e presidenti di regioni, e gli interventi contraddittori di vari ministri  e sottosegretari; lasciamo stare le rumorose bordate, perlopiù a salve, di Salvini-Meloni (di tanto in tanto apre bocca persino Silvio Berlusconi, oscillando tra l’embrassons-nous da crisi nazionale e la voce moderata dell’opposizione “costruttiva”); e lasciamo stare anche le nobili “prediche inutili” – come diceva Luigi Einaudi, primo presidente della Repubblica – di Sergio Mattarella; lasciamo stare il battage mercantile e politico sui vaccini (Russo? Cinese? Oxoniense? Tedesco-americano?…); lasciamo stare il bando della Regione Piemonte che in un momento di drammatico bisogno di personale, cerca sanitari purché italiani o della UE, vietando l’accesso a candidati esterni (dimenticando che l’aiuto ci è giunto in primavera dai Russi e dai Cubani); e lasciamo stare il dato incontestabile che le Regioni non sono state in grado di predisporre un piano per l’atteso ritorno del coronavirus, né per la distribuzione di mascherine (gratuite!), né tanto meno per  uno screening di massa coi relativi tamponi (gratuiti!). E lasciamo stare, infine, il fallimento complessivo della macchina di tracciamento dei contagiati. E lasciamo stare anche il ritardo sul vaccino antinfluenzale mai come quest’anno atteso e necessario…

Al netto di tutto questo, rimane il problema principale che è l’ente Regione. Alla stregua dei fatti, oggi possiamo dire che l’introduzione della Regione nell’ordinamento della Repubblica fu uno dei più tragici errori dei Costituenti (dopo l’introduzione nell’articolo 7 del Concordato Stato/Chiesa del 1929). A quell’errore, compiuto in perfetta buona fede, nell’idea che un po’ di decentramento amministrativo sarebbe stata cosa buona e giusta – lo voleva pure Tocqueville, nel 1835, ma sostenendo a contraltare un solido centralismo politico – se ne sono aggiunti altri gravi, come la manomissione del Titolo V della Carta Costituzionale, e la concessione di poteri enormi all’Ente Regione sulla sanità innanzi tutto, con gli strateghi del cosiddetto Centrosinistra, pronti a gettarsi all’inseguimento della Lega (che allora sbraitava sul “federalismo”) e a sacrificare poteri dello Stato… Gli effetti eccoli qua. Impotenza dell’ente centrale, contenzioso incessante tra Stato e Regione, inefficienza totale della pubblica amministrazione, crollo del sistema sanitario e crisi di quello scolastico – l’uno e l’altro finora in piedi, benchè a mal partito, solo per l’abnegazione del personale – e via seguitando.

Allora, ecco la risposta al “che fare?”. Lanciamo una campagna per una riforma della Costituzione: stavolta facciamola noi, dal basso, non aspettiamo che arrivino i Renzi, e i Salvini: perseguiamo due obiettivi. Obiettivo minimo cancellazione delle modifiche al Titolo V del 2001, con recupero allo Stato di funzioni delegate alle Regioni; e se vogliamo esagerare diamoci come obiettivo massimo l’eliminazione dell’Ente Regione, una macchina costosa, succhiasoldi, che non ha prodotto alcun miglioramento del “sistema-Paese”, come si usa dire, e invece, piuttosto, rivitializziamo le Province, riducendone il numero, dando loro la possibilità di ricuperare pienamente funzioni che già in passato competevano loro. Le Province, d’altronde, nella storia d’Italia hanno un’antica e nobile tradizione, a differenza delle Regioni. E hanno una dimensione che effettivamente può avvicinare l’istituzione alla cittadinanza.

Insomma, basta al cosiddetto “regionalismo”.  In attesa di reclamare “tutto il potere ai Soviet” (sognare è lecito…), almeno puntiamo per togliere potere a chi ha dimostrato di gestirlo solo nell’interesse di piccole camarille, di gruppi di pressione, di famiglie, di lobby, spesso incrociate con la grande criminalità. Basta alla destrutturazione della Repubblica. Basta alla distruzione della stessa unità nazionale.

Vogliamo tentare questa ragionevole follia?

Il manifesto della campagna della Regione Lombardia

Fabio ranchetti, economista curioso

“Nessun uomo è un’isola, completo in sé stesso; ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto. Se anche solo una zolla venisse lavata via dal mare, l’Europa ne sarebbe diminuita, come se le mancasse un promontorio, come se venisse a mancare una dimora di amici tuoi, o la tua stessa casa”.

Così scriveva cinque secoli fa il poeta e teologo britannico John Donne. Versi notissimi. Che ogni volta riaffiorano inesorabili quando mi arriva una notizia ferale. Il che accade troppo sovente, in questo lugubre 2020. E mi rendo conto che la mia bacheca sta diventando come la pagina delle necrologie dei giornali. E sono io stesso a soffrirne per primo. Il fatto è che non solo ogni morte di uomo mi diminuisce, perché ogni uomo è parte di un continente, e nessun uomo è un’isola, come dice John Donne, ripreso da Hemingway, in epigrafe al suo “Per chi suona la campana”), ma per la morte di un amico o di un’amica, di un conoscente, di un collega, mi prende il senso di colpa di essergli sopravvissuto. Tanto più ora, in tempi pandemici, quando la morte colpisce anche persone che non soffrivano di particolari patologie per cui potevi aspettarti che da un momento all’altro se ne andassero.

Non faccio in tempo a commemorare una persona deceduta che altri nomi sopraggiungono da inserire nel mio personale “libro dei morti”(il celebre esto funerario degli Antichi Egizi). L’ultimo, di cui mi è giunta notizia oggi stesso, è Fabio Ranchetti, economista docente in vari atenei (anche il mio anni fa, e Pavia, Milano Politecnico, Pisa, Milano Cattolica, ultima sua sede dove era professore a contratto, dopo il pensionamento, appena raggiunto), una persona intelligente, un democratico autentico proveniente da una famiglia che egli definiva “rigorosamente antifascista”, un intellettuale curioso, oltre che uno studioso serio. Era stato, poco prima di me, anche borsista della Fondazione Einaudi di Torino, un eccezionale semenzaio di studiosi e studiose, e spesso di intellettuali, che prendevano poi le strade più varie. Un economista di particolare apertura, verso altre discipline, in modo libero e creativo, la storia, naturalmente, perché ogni buon economista è anche storico del pensiero economico, innanzi tutto, ma anche altri territori del sapere e del creare, per esempio la linguistica e la letteratura, campi in cui Ranchetti (che aveva peraltro studiato Filosofia e non solo Economia) non aveva molti compagni di esplorazione, tra i suoi colleghi.

Basterebbe già solo questa sua curiosità culturale a farcelo rimpiangere. E personalmente non essendo un economista apprezzavo proprio tale dote. Ma ci sono alcuni suoi lavori che sono diventati quasi obbligatori anche per i non specialisti: ricordo la bella Introduzione al classico di Piero Sraffa, “Produzione di merci a mezzo di merci”, pubblicato da Einaudi nel 1999, un testo uscito in prima edizione sempre da Einaudi, nel 1960, dopo essere stato pubblicato poco prima nella versione originale inglese: un’opera che in poco più di cento pagine scarse ha cambiato la teoria economica mondiale, potrei azzardare, confermando così che la qualità non è legata alla quantità, e che si può essere stringati anche scrivendo di cose complicate; e le pagine introduttive di Ranchetti aiutavano a penetrare quell’aureo testo del grande economista amico di Gramsci.

Del resto Ranchetti si era formato, dopo l’ateneo statale milanese, proprio a Cambridge, il regno di Sraffa e Wittgenstein, che rimasero evidentemente come punti di riferimento importanti per il suo lavoro. Ma va ricordato soprattutto, per i non specialisti, il fondamentale volume firmato con Claudio Napoleoni, maestro dei maestri, “Il pensiero economico del Novecento” (Einaudi, 1990), un testo che si raccomanda per capacità di sintesi, lucidità di analisi, comprensibilità. Dietro quei due autori si intravedeva sia pure in controluce, la figura di Marx, non da sola, ma, al solito, imponente, anche nella compagnia di altre grandi ombre.

Ranchetti era nel pieno delle sue attività, e il Coronavirus ce lo ha sottratto. Lo piangeranno gli economisti, colleghi e allievi, lo piangeranno coloro che lo incontrarono (anche in poche ma belle occasioni come chi scrive), lo piangeranno quanti hanno letto il suo nome solo nella copertina di libri o nell’indice di riviste.

(22 ottobre 2020)

Il compagno andrea

“Chi ha compagni non muore mai”.

Abbiamo letto e sentito tante e tante volte, purtroppo, questa frase consolatoria, ma ogni volta con un senso di amara impotenza. A dire il vero, ogni volta, quando un compagno muore, ci si sente più soli, perché i compagni, nel senso più alto e pieno del termine, non li si incontra poi così di frequente, benché siano in fondo numerosi: partecipano a manifestazioni e assemblee, discuti di politica con loro, magari ci litighi, e tutto il resto. Ma personalmente uso il termine compagno con parsimonia, perché gli annetto un valore simbolico, prima che un contenuto: un valore simbolico che rinvia ad affettività e sentimenti, a ideali e timori, a una comune coscienza delle tragedie del passato ed alla persistente idea di un futuro da costruire.  

Quando mi è giunta, l’altro ieri mattina, 18 maggio, la notizia della scomparsa di Andrea, la parola mi è affiorata sulle labbra, anche se, essendo solo, non l’ho proferita. E in quel momento ho pensato che non sapevo neppure il suo cognome. Andrea era un compagno, un compagno vero, uno di quelli che senza “chiacchiere e distintivo”, tu senti che condividono con te ideali e passioni, che nutrono le tue stesse speranze, che, anche nei tempi più difficili, sono dure da estirpare. E finché ci saranno compagni come Andrea Gianella – questo il suo cognome – la speranza non sarà vana. Fin tanto che nel “nostro” piccolo mondo della sinistra – quella vera, autentica, non disposta a farsi rubare l’anima – possiamo ancora credere che “ce la faremo”, che “un altro mondo è possibile”, che esisterà una società in cui “ognuno darà in base alle possibilità e riceverà in base ai bisogni”.


Perciò il giorno della scomparsa di Andrea è un giorno tristissimo.
Andrea non era solo un compagno, però, di ideali, era un compagno che metteva il suo cuore e tutte le sue energie a disposizione della comunità. E nella terra di Lunigiana, in particolare tra Sarzana e La Spezia, quel piccolo uomo dall’aria mite, dai modi pacati, dalla voce controllata, è stata una presenza costante, che lo rendeva parte del paesaggio, in particolare nei boschi e sulle strade di Fosdinovo, nelle innumerevoli attività dei “ragazzi e ragazze” degli Archivi della Resistenza. In specie d’estate, nei preparativi, negli svolgimenti e nel seguito del festival “Fino al cuore della rivolta”, Andrea era lì, sempre, silenzioso, attivo, a pulire quanto c’era da pulire, a portare quanto c’era da portare, a togliere erbacce, a dare una mano alle cucine come a chi si occupava del palco. Era il compagno di cui ti potevi fidare, quello che non delude, quello serio…: tutte caratteristiche non così frequenti, come sappiamo, a sinistra.  


Compagno di Rifondazione Comunista fin dalle origini, Andrea però non aveva preconcetti e chiusure, e tutto ciò che accadeva a sinistra, tra forze politiche e sindacali, lo trovava interlocutore attento e partecipe. Lui che era stato infermiere professionale aveva dato un forte tratto anche “politico” al suo lavoro, al di là delle competenze che pure aveva accumulato tanto da diventare formatore degli operatori sanitari, e coordinatore delle attività infermieristiche nei servizi territoriali delle valli Magra e Vara. Aveva ricoperto incarichi sindacali nella CGIL prima in Lombardia poi appunto in Lunigiana: qui, inoltre, fu attivo nel comitato per il completamento dell’Ospedale di Sarzana.

E come militante e dirigente sindacale aveva animato importanti battaglie per la difesa della sanità pubblica, mettendoci, come suol dirsi, l’anima. E oggi al dolore per la sua immatura scomparsa (se qualche giovane mi consentirà di considerare immatura la morte a 72 anni) si aggiunge, credo non soltanto in me, la rabbia. Andrea è morto ucciso dal Coronavirus, certo, ma Andrea è stata una vittima di quello smantellamento dei presidi sanitari pubblici, contro cui si era battuto con tanto ardore e dedizione. Andrea è una delle tante vittime di un obbrobrioso processo di privatizzazione, aziendalizzazione ed “esternalizzazione” dei servizi sanitari,  in nome di presunto risparmio di spesa, e di recupero di efficienza che si sono rivelati falsi obiettivi: i risparmi hanno significato trasferimento di risorse ai privati, che lucrano sulla cura della malattia e anche sulla prevenzione della malattia, spesso sulla base di una narrazione fasulla; quanto all’efficienza si è rivelata pienamente nella crisi della pandemia in corso, nel senso che le strutture private hanno subito mostrato la corda. Abbiamo assistito, a una tardiva corsa al ritorno verso il pubblico, quando ormai le porte delle stalle erano aperte, e il danno era compiuto. E ora ci si chiede, ipocritamente, di versare un obolo alla Protezione Civile, ora quando i morti sono decine di migliaia, i contagiati centinaia, e il virus continua a circolare tra noi. Ora si scopre che la sanità pubblica è più efficace di quella privata, che l’Ospedale è più sicuro di una clinica e che le RSA in mano a società finanziarie che speculano in modo vergognoso sui “vecchi” collocati a “riposo” in quelle strutture che invece che “protette” si sono rivelate trappole mortali.


Andrea è morto lottando fino all’ultimo contro questo scempio. E la sua morte è una sconfitta per noi. Che rimaniamo più soli, ammesso che siamo in grado di raccogliere il testimone dalle sue mani che si sono dolcemente schiuse in un estremo gesto di fiducia e amore.

Ma non voglio dimenticare che Andrea è stato, un vigoroso militante dell’antifascismo, questa parola che richiede conoscenza storica contro i revisionismi e i rovescismi in agguato, ma che reclama anche, e forse prima ancora, passione civile, e volontà di mettersi in gioco. Il Festival di Fosdinovo, e il lavoro degli Archivi della Resistenza, erano in tal senso una nicchia perfetta per Andrea, che con la sua fedele presenza sembrava simboleggiare la volontà di durare e di non smettere di lottare. Sempre tuttavia con la sua aria serena, con le labbra serrate che di tanto in tanto si aprivano in un sorriso timido e dolce, con gesti che esprimevano empatia.

Perché Andrea, il compagno Gianella, era un uomo che nella lotta, costante, sovente dura, e aspra, sapeva davvero “non perdere la tenerezza”.

Mi mancherà e ci mancherà anche per questo.

l’intransigente. in memoria di franco cordero

Si inseguono i morti, non si riesce a piangerne uno che sopraggiunge la notizia del successivo. È la volta ora di Franco Cordero, scomparso ieri 8 maggio 2020. Era nato nel 1928 (a Cuneo), dunque si dirà che aveva i suoi anni. Certo, la sua è stata una lunga vita. Ma quando scompare un uomo così, al dispiacere che sempre la morte produce, si aggiunge lo sgomento per la perdita di un patrimonio intellettuale, che, a mia conoscenza, era unico. Non credo di aver conosciuto mai una mente così ricca di erudizione, quale quella di Franco Cordero, una mente che spaziava dal diritto alla storia, dalla letteratura alle scienze religiose, dalla filologia alla favolistica. È davvero difficile ricapitolare quante letture, in quante lingue, avesse accumulato Cordero, quante nozioni avesse apprese, quante discipline avesse frequentato, quante lezioni avesse impartito, quante dotte conferenze avesse tenuto, lui professore di Procedura penale – il più grande sulla scena – sempre da maestro, docente a Torino, Urbino, Milano, Trieste, Roma, alla Sapienza, dove concluse la sua carriera. Ma queste mie parole possono essere fuorvianti: chi se ne è andato oggi, era tutt’altro che il mero pozzo di scienza, l’erudito che tutto sa ma nulla fa oltre che discettare nei campi del suo sapere, estraneo alla vita sociale, al dibattito pubblico, alla dimensione civile.

E non mi riferisco solo alle centinaia di conferenze, e agli articoli, ai dibattiti, mai in tv, perché Cordero non era “telegenico”, non era “comunicativo”; non sorrideva, non urlava, non gesticolava: tutto l’opposto di certi personaggi divenuti star della TV e del web. Dalle labbra strette di Franco Cordero fuorusciva troppa cultura, troppo flebile la sua voce, troppo elevati i suoi ragionamenti, una sfida permanente alla perspicacia (e alla cultura) di chi lo ascoltava. Era un flusso incessante di sapere, che poteva stordirti, ma, sovente, anche nei momenti più aulici del suo argomentare, affiorava una ironia sottile, un sarcasmo gramscianamente appassionato, che si esprimeva in una forma lessicale raffinatissima, che mescolava arcaismi e neologismi, talora di sua invenzione, spaziando tra le lingue dal passato e le lingue moderne, mostrando quanto potessero essere vive le cosiddette “lingue morte”.

Forse i suoi capolavori sono “Criminalia. Nascita dei sistemi penali” (Laterza, 1985) e la monumentale biografia di “Savonarola” (che reca come sottotitolo “Vita calamitosa. 1454-1492”), edito ancora da Laterza (in 4 volumi), sul finire degli anni Ottanta (e ripubblicato da Bollati Boringhieri, 2009): un capolavoro storiografico, fonte incredibile di informazioni per chi voglia conoscere la vita pubblica fiorentina, ma anche i costumi, la sensibilità collettiva, il clima umano, alla fine del Medioevo.

Studioso, commentatore, narratore, Cordero era l’intransigenza morale e intellettuale fatte persona, l’uomo che non cercava lo scontro ma non si tirava indietro sulle questioni di principio, capace di rilanciare fino allo stremo. Fu così che venne espulso dalla Università Cattolica di Milano, dopo la pubblicazione del libro “Gli osservanti. Fenomenologia delle norme” (Giuffrè 1967, riedito da Aragno nel 2008), e la dura critica contenuta in quel testo alle gerarchie vaticane. Erano i tardi anni Sessanta, e nella Chiesa si stava affermando un lento, ma forte movimento anticonciliare: Cordero si batteva, anche, per una Chiesa capace di rinnovarsi, da teologo insieme preparatissimo ma radicale, attento alla persistenza del messaggio religioso. In tal senso il suo commento alla “Lettera ai Romani” di Paolo di Tarso (nel libro “L’Epistola ai Romani. Antropologia del cristianesimo paolino”, Einaudi 1972), è uno studio teologico, fedelissimo sul piano storico-filologico, ma anche originale, per qualcuno al limite dell’eresia, nella sua temeraria analisi della “Lettera”, producendo, alla fine, un testo politico, nel senso più alto.

Nell’età berlusconiana Cordero diede il meglio come notista politico, riservando all’ex cavaliere l’appellativo di “caimano”, che poi gli rimase appiccicato. E Cordero seguì passo passo Berlusconi-caimano nelle quotidiane scempiaggini e nelle sue nefandezze politiche e morali, quasi braccandolo, in punta di diritto, di etica pubblica, di buon gusto. I suoi lunghi, dotti articoli su “la Repubblica” (era allora un giornale!), ritratto dolentissimo dell’Italia, trovarono posto poi in volumi quali “Le strane regole del Signor B.” e “Nere lune d’Italia” (Garzanti, 2003-2004), che serviranno da guida agli storici futuri.

In fondo Cordero ci faceva comprendere che Berlusconi, con la sua stessa personalità, era lo specchio iperrealistico d’Italia. Di qui l’idea di un originalissimo controcanto al discorso di Giacomo Leopardi “Sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani” del 1824: si era nel 2011, e Cordero con amara attitudine confermava le sconfortate diagnosi del Recanatese sulla “scostumatezza” del popolo italiano. O si scorra, sulla scia, “Morbo italico” (edito da Laterza nel 2013), una lettura ancora oggi avvilente e insieme riconfortante, se vi sono (vi erano?) italiani come Franco Cordero.

Negli ultimi anni Cordero aveva scritto meno sui giornali, ma non aveva certo smesso di lavorare, in particolare a un romanzo, “La tredicesima cattedra”, che è in uscita tra pochi giorni presso l’editore “La nave di Teseo”. L’autore non lo potrà sfogliare, ma noi potremo consolarci della sua scomparsa prendendolo tra le mani, avviando l’usuale, istruttivo quanto impegnativo confronto dialettico con Franco Cordero e quello che oggi dobbiamo, ahinoi, chiamare “l’ultimo suo libro”.

Franco Cordero a Saluzzo, nel 2007, riceve il Premio “FestivalStoria” (ph. Eloisa d’Orsi)

La guerra fredda non è mai finita

Gli ultimi 25 anni ne sono stata una dimostrazione lampante. Dopo i primi entusiasmi seguiti al crollo del Muro, dopo le rassicuranti prospettive aperte dalle teorie demenziali, ma sciagurate, della “fine della storia”; dopo l’autoesaltazione dei grandi e piccoli opinion maker del liberalismo, che si fregavano le mani, ripetendo che loro lo avevano sempre detto, che il comunismo era il dio che aveva fallito, che il libero mercato era la sola possibilità per il genere umano, che avevano ragione la Thatcher e Reagan, quando dicevano  che lo Stato non era la soluzione del problema ma il problema…; ebbene dopo quella prima orgia trionfale, dopo che l’Unione Sovietica fu frantumata, dopo che l’ubriacone Boris El’cin fu messo al potere a Mosca, dopo che il mondo fu immerso in una guerra senza fine, dopo le centinaia di migliaia di cadaveri, dopo le distruzioni di intere nazioni, dopo la devastazione ambientale e climatica, qualcuno cominciò a mormorare che non andava “tutto bene”. E che il “dopo” si stava rivelando persino peggiore del “prima”. Ma intanto il nemico comunista era stato sostituito dal nemico islamico. Di un nemico c’era pur sempre bisogno, altrimenti come tenere a bada le masse dei subalterni? 

L’ordine post-1989 era diventato un ordine unipolare, con una sola superpotenza, gli Stati Uniti d’America, che divideva il mondo in buoni e cattivi, e stilava l’elenco dei “rogue States”, gli “Stati canaglia”, e si ergeva a giudice e sceriffo universale, imponendo una moneta, una lingua, una ideologia, un mercato. E per qualche anno le cose andarono avanti così, nella compiacenza subordinata del resto dell’Occidente. I partiti che si richiamavano alla tradizione socialista e comunista fecero “seppuku” ossia “harakiri”, a cominciare dal PCI, guidato dall’indimenticabile Achille Occhetto, che peraltro era soltanto la punta dell’iceberg, espressione di un partito che ormai da anni aveva gettato alle ortiche la propria identità ideologica e sociale, e che non vedeva l’ora di assaporare il gusto del potere.

Ma per quanto dichiarassero i suoi dirigenti (per intenderci, gli eredi di Bordiga, Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer), che sputavano sul comunismo, elogiavano i “capitani coraggiosi” che intanto distruggevano il tessuto economico del Paese, erano in prima fila nella battaglia per privatizzare tutto, si inchinavano alla NATO nelle guerre imperiali, in realtà continuavano ad essere guardati con sospetto dai loro ex avversari liberali. Sicché dovevano moltiplicarsi le prove di fedeltà all’Occidente, agli USA, e alla nuova creatura che stava formalizzando il proprio assetto istituzionale, la UE. Accade persino che i discendenti di Umberto Terracini, padre della Costituzione, non esitarono a ferire quella “sacra” Carta, inserendo nel dettato costituzionale il “pareggio di bilancio”, imposto dalla troika (che intanto affamava la Grecia), e divennero gli alfieri del “privato è bello”, in prima fila nella destrutturazione dello Stato sociale, nella sanità, nell’istruzione, nei servizi. E rincorrendo la Lega, all’ideologia della privatizzazione aggiunsero, in un micidiale “combinato disposto”, la regionalizzazione, a cominciare dalla Sanità, che ne ricevette un colpo le cui conseguenze sono davanti a noi in queste tragiche settimane.

E, ciliegia sulla torta, i “democratici”, divenuti più realisti del re, dopo aver approvato sanzioni contro Cuba, Venezuela, e Russia, imposte dagli USA,  giunsero a votare, nel Parlamento della UE., nello scorso settembre insieme a tutte le destre, una risoluzione che non soltanto equipara nazismo e comunismo, e attribuisce all’Unione Sovietica una pari responsabilità rispetto al Terzo Reich hitleriano, nello scatenamento della Seconda Guerra mondiale, ma invita governi e popolazioni a cancellare persino la memoria del comunismo, mentre redarguisce aspramente, e ridicolmente, i governanti russi, accusandoli di interferire pesantemente sulla politica dei Paesi della UE, turbandone la lineare vita democratica… Avrebbero dovuto mettersi sulla strada della democrazia, altrimenti non sarebbero stati più accolti nell’onorevole consesso delle Grandi Nazioni del mondo…

Poi, di colpo, giunse il Coronavirus, e davanti alla crisi, in un crescendo drammatico, mentre l’Unione Europea mostrava la propria dis-unione strutturale, l’annunciata “guerra comune al virus”, si rovesciava in una guerra di ciascuna nazione contro le altre, tutte, peraltro, in palese difficoltà nella situazione inedita, compresa solo via via nella sua gravità. Le classi dirigenti europee e occidentali hanno cominciato perciò ricorrere a qualsiasi espediente per cancellare le proprie responsabilità. L’Italia, naturalmente, data la miseria intellettuale e morale delle proprie classi dirigenti, ha fatto la sua parte in tal senso, e governanti e amministratori locali danno segni di affanno, di incertezze, di contraddizioni, senza uno straccio di autocritica rispetto alle scelte politiche scellerate del passato, che hanno quasi distrutto il Servizio Sanitario Nazionale.

Negli ultimi giorni, l’ottimismo dell’“andrà tutto bene” appare sempre più incongruo, davanti al moltiplicarsi dei contagi, e dei morti, a cominciare dagli operatori sanitari, un crimine della classe dirigente che dovrà poi esserle addebitato e da essa debitamente pagato. Mentre dunque la situazione invece di migliorare va peggiorando, e il blocco del Paese produce fame (che produrrà rivolta, come già sembra stia cominciando ad accadere nel Sud), mentre le strutture sanitarie sono prossime al collasso, dopo i tagli, la regionalizzazione, la privatizzazione, “l’Europa”, ossia la UE, volta le spalle con arroganza all’Italia, arriva dunque, un significativo soccorso proprio da Paesi estranei, e guarda caso, ex comunisti o tuttora almeno socialisti: a partire dalla Cina, e accanto o dopo, Cuba, Venezuela, Russia…. E allora, davanti alle porte chiuse dei soci del club europeo, questi Paesi offrono il loro aiuto, quell’aiuto che viene negato appunto da Germania Austria Olanda e via seguitando. Come si fa a rifiutare quelle mani tese?

Se qualche giorno fa si parlava dell’Italia “rossa”, per via delle zone di chiusura profilattica, ora c’è chi sempre scherzando parla dell’Italia rossa perché arrivano i (post)comunisti. C’è però anche chi prende sul serio l’avanzata rossa, e quella dei russi, che non saranno più comunisti ma sempre russi sono, e forse il comunismo lo hanno introiettato, e comunque sono nemici a prescindere…. Ed ecco, dopo l’invettiva di Maria Giovanna Maglie contro i cubani (salutati con un elegante “Vaff!”), dopo il tentativo incredibile di Salvini e Meloni di insinuare in modo neppure scoperto che il virus era stato creato in laboratorio dai cinesi (tra l’altro rilanciando un programma TV di anni fa, che parlava di tutt’altro), arriva ora La Stampa, per la penna di Jacopo Jacoboni, a esporsi in un delirante articolo che da noi ha suscitato la reazione sarcastica credo soltanto di Marco Travaglio, in un articolo-capolavoro  (Il Fatto Quotidiano, 26 marzo), ma ci ha esposto, all’estero, a una figura a dir poco vergognosa.

In sintesi, l’articolista del giornale della famiglia Elkann, sulla base di penosi “ragionamenti”, e di ridicole insinuazioni, di confidenze attribuite a fonti non precisate, a grotteschi sospetti personali (non ci eravamo accorti che Jacoboni fosse un esperto di geopolitica!), critica il governo italiano per aver accettato il subdolo aiuto russo, e mette in guardia le Forze Armate che si tengano pronte a isolare e respingere i medici russi, che, a prova della loro pericolosità, sono medici militari, che viaggiano su camion militari (russi!) e sono arrivati in aeroporto militare (italiano), e nessuno insomma li ha fermati. E a sfregio delle energie, di ogni genere, profusi dal governo russo in questa spedizione di aiuto medico-sanitario, Jacoboni ha l’ardire di affermare che “per l’80%” si tratta di aiuti inutili. E che in definitiva il subdolo Putin ha sfruttato l’emergenza sanitaria per insinuarsi nel territorio patrio, una sorta di testa di ponte, per arrivare, non, come si diceva un tempo, ad abbeverare i cavalli dei Cosacchi alle fontane di Piazza San Pietro, ma, forse, per imporre una signoria sul nostro Paese, staccandolo dal protettivo consesso europeo (di cui abbiamo appunto ammirato lo spirito di solidarietà e cooperazione nei nostri confronti!). In definitiva, un articolo cretino e sciagurato, che rischia di provocare un incidente diplomatico.

No, la guerra fredda non è mai finita. E se pure sul Cremlino non sventola più la bandiera rossa con falce e martello dell’Unione Sovietica, ma quella rossoblu della Federazione Russa, il nemico è sempre là. E del resto l’anticomunismo si è spesso accompagnato volentieri alla russofobia, da noi. E se il comunismo è venuto meno, la Russia esiste (per fortuna), e va tenuta a bada, messa in condizioni di non nuocere. Jacoboni è pronto a organizzare i GAR, i Gruppi di Resistenza Antirussi?

(27 marzo 2020)

Alcuni dei camion russi giunti con aerei-cargo all’aeroporto militare di Pratica di mare, e poi partiti verso la Lombardia per portare materiale e medici in aiuto agli ospedali della Regione. (Foto ufficiale russa)

aspettando l’alba

Notizia dell’ultima, o penultima ora: un contadino viene ucciso da un altro sorpreso a varcare la “zona rossa”, in quel di Fondi, presso Latina. Al centro operativo della Questura di Torino ieri sono giunte 600 (dicasi seicento) segnalazioni da parte di privati cittadini, che denunciano altri cittadini per violazioni delle restrizioni alla libera circolazione delle persone: la metà si sono rivelate violazioni insussistenti. Qualcuno opportunamente lancia un appello: non trasformiamoci tutti in sbirri. I quali sbirri non vanno tanto per il sottile: segnala un amico su Facebook, Salvatore Prinzi, una scena in una via del centro di Napoli, deserta, zona degradata, dove mai si vede polizia, e la legalità è soltanto una parola, perdipiù sconosciuta alla gran parte dei residenti. Ebbene, ieri pomeriggio era percorsa da quattro carabinieri su rombanti motociclette che si fermano a una panchina dove è seduta una coppia, debitamente fornita di mascherine: i due vengono avvicinati, documenti e tutta la trafila. Abitano a pochi metri, vogliono prendere una boccata d’aria, dato che la loro casa è piccola e umida. Mostrano il portone d’ingresso alle loro spalle. Niente da fare: la legge è legge. Sanzione d i 206 euro (e una denuncia), e gli è andata bene, perché da domani le sanzioni sono schizzate verso l’alto, da un minimo di 400 a un massimo di 3000. Intanto, i bus napoletani sono stipati all’inverosimile di persone, quelle costrette a muoversi, con tanto di autocertificazione, e siccome sono state ridotte le corse dei mezzi pubblici, ne consegue che devono stare l’una a ridosso dell’altra in un mezzo…

Forse è già troppo tardi. La caccia all’untore è già scattata? La sindrome della peste finirà per ammazzarci prima della peste?

Domande come queste, che troviamo o no la forza di porle, sono depositate dentro di noi, agitano le nostre menti, ci tolgono il sonno, generano ansia, e ci mettono a nudo nella nostra impotenza. Non abbiamo risposte, specialmente alla domanda delle domande, che ci preme nel cervello, e non osiamo neppure confessare: che fare? Non possediamo specifiche competenze in campo medico, epidemiologico, e soprattutto virologico; dunque non abbiamo soluzioni, al di là della protesta appartata e silenziosa, sempre più appartata e sempre più silenziosa, e al massimo, appunto, firmiamo o lanciamo qualche appello, caritatevole o di protesta: chiediamo risorse per il sistema sanitario nazionale, esortiamo il governo a chiudere le fabbriche, i più attenti tra noi denunciano – giustamente – il rischio autoritario insito nelle misure (spesso anticostituzionali, o al limite della legittimità) dei governanti, e incitano i concittadini a non farsi travolgere dalla paranoia.

Altri reagiscono cantando e suonando dai balconi, altri dando libero sfogo alla loro inventiva elettronica creando o rilanciando dei “meme”, che, come sappiamo, si diffondono come un fenomeno “virale” (che paradosso, a rifletterci! Resistiamo alla diffusione di un virus biologico diffondendo virus elettronici). Altri ancora, molti di più, fanno ricorso all’orgoglio nazionale, improvvisamente riscoprendo che l’Italia “è un Grande Paese”, che è pure “il Bel Paese”; e snocciolano i nostri pezzi forti, Raffaello e la Ferrari, Dante e Giorgio Armani, la Pizza e Giuseppe Verdi, Marconi e la Gioconda, la Torre Pendente e il Barolo… Ed è una profluvie di “Fratelli d’Italia”, di “Va’ pensiero”, nello sventolio del tricolore.

Non mancano coloro che, all’opposto, si chiudono in un mondo di paure, e nei loro discorsi si dilettano, quasi, a disegnare scenari distopici, certo sollecitati dallo sconsiderato allarmismo dei media, e accarezzati da foto (o fotomontaggi), che anche quando non provengano dalle innumerevoli fabbriche del falso, le famigerate, infinite fake news, invece che documentare sembra abbiano il solo scopo di allarmare, angosciare, e metterci alla mercé del primo che prometta salute privata e pubblica. Altri ancora, coscienziosamente, ma con un crescente tasso di nevrosi, vanno in caccia di informazioni, che non mancano, ma non sono (non siamo) in grado di sceverare il grano dal loglio, le notizie vere da quelle false, e le informazioni corrette spesso risultano superflue, tanto più per chi non appartiene al mondo della medicina.

Insomma, noi semplici cittadini, i “non esperti” e i “non governanti”, ci siamo scoperti inermi, privi di armi teoriche, conoscitive, e di armi pratiche, mediche e sanitarie, davanti alla tragedia. I governanti, locali e centrali, non sono che lo specchio della nostra impreparazione. Ma non spetterebbe proprio ai responsabili dei pubblici poteri, a Roma, come a Milano, a Torino, a Venezia, a Bologna, a Bari, a Palermo…, gestire, accanto all’ordinaria amministrazione, anche quella straordinaria? Tanto più che da molto tempo, gli esperti (quelli veri) annunciavano il rischio di pandemie? Tanto più che questo virus (il SARS-CoV-2, che procura la malattia Covid19) era sotto osservazione (addirittura dal 1997) e la sua pericolosità era nota.

Abbiamo invece subìto (e stiamo subendo) le conseguenze delle gravi incertezze e dei colpevoli ritardi del governo, delle assurde contraddizioni e delle illeceità giuridiche delle azioni dei poteri centrali e periferici, e abbiamo subito e stiamo subendo il ridicolo protagonismo del presidente del Consiglio che si atteggia a “capo del governo”, così come i presidenti delle Giunte regionali si atteggiano a “governatori”, figure, l’una e l’altra, che nel nostro ordinamento non esistono, si badi bene, ma che un sistema mediatico corrivo e pigro finisce per avallare, tra dolo e insipienza.

E intanto, ci è toccato altresì assistere al penoso balbettio di ministri, a odiose speculazioni politiche di chi non è in questo momento al potere, a conflitti, spesso grotteschi, tra centro (governo di Roma) e periferia (amministrazioni regionali) e, a cascata, persino a penose baruffe tra presidenti di Regioni e sindaci, tra Protezione civile e Aziende Sanitarie Locali, tra Giunte regionali e Prefetture…

Ancor più deprimente è il continuo scontro fra “tecnici”, in particolare tra virologi ed epidemiologi, e tra infettivologi e pneumologi, tra medici olistici e medici specialistici, per non parlare delle contese in seno alla stessa piccola comunità degli esperti di virus, la virologia, appunto: e agli scambi sconcertanti di accuse, insinuazioni, persino volgarità. Il tutto amplificato e deformato, iperrealisticamente, dalla televisione che non smette di “rilanciare”, e di fornirci una rappresentazione della realtà sensazionalistica, e in definitiva peggiore di quanto essa non sia, purché faccia audience (ah, quanta ragione aveva Pier Paolo Pasolini al proposito!). Siamo stati tutti sommersi da un maremoto di dati, spesso contraddittori, imprecisi, approssimativi, nei quali i catastrofisti litigavano con i rassicuranti, ma non sono mancati e tuttora sono in azione i negazionisti: coloro che dicono, ripetono, e sovente urlano scompostamente (vedasi quel figuro di Vittorio Sgarbi) che non esiste alcuna pandemia, e neppure una epidemia, trattandosi di una “banale influenza come un’altra”, supportati magari da figure di “saggi” come Giorgio Agamben che ha avuto l’ardire di sostenere (filosoficamente, s’intende!) che la vera malattia è la paura, non il virus. Impudenza e imprudenza degli uni e degli altri.

Certo, si può e credo si debba gioire delle manifestazioni spontanee o sollecitate, di solidarietà orizzontale, fra cittadini, con i ragazzi che si offrono per la spesa e l’assistenza agli anziani soli, con le collette di fondi per la Protezione civile, con i tanti, vari e spesso fantasiosi modi di stare vicino a chi ha bisogno. Ma è difficile frenare la rabbia pensando al fatto che il comune cittadino, dopo essere stato schiacciato, vessato o comunque non adeguatamente protetto da chi avrebbe dovuto istituzionalmente farlo, deve ora sobbarcarsi l’onere di dare la propria opera, il proprio sangue, il proprio tempo e il proprio denaro, per supplire alle carenze del potere. È difficile frenare la rabbia davanti alla obbligatorietà del lavoro in troppi casi, senza che venga garantita alcuna protezione a chi quel lavoro presta, negli uffici, nelle fabbriche, nei servizi, in tutte quelle situazioni che non possono essere gestite a distanza, con il cosiddetto smart working.

Intanto accanto ai cittadini ricoverati, e ai deceduti, per Covid 19 (anziani, ma non soltanto), l’elenco dei morti veniva e viene tuttora, giorno dopo giorno, ora dopo ora, paurosamente allungato da medici, paramedici, infermieri, e così via: morti che pesano doppiamente, questi ultimi, sulla coscienza civile di questo Paese. Un personale gettato allo sbaraglio dalla inettitudine e incompetenza dei loro dirigenti, dalla vigliaccheria governativa, e soprattutto da una lunga, sistematica devastazione del Servizio Sanitario Nazionale, a cui con particolare zelo, persino con accanimento, si sono dedicati nel corso degli ultimi  tre decenni almeno, politici di “centrosinistra” e di “centrodestra”, o se si vuole esponenti delle due destre che si alternano al potere, locale o centrale, senza alcuna forza politica e sindacale capace di opporsi allo sfacelo, le cui conseguenze erano facilmente prevedibili. E ora, con sfacciata noncuranza, si gettano allo sbaraglio i neolaureati, e si fa appello ai medici in pensione: andate tutti a morire per la patria, e la patria ve ne sarà grata…

Sì, la Patria. La situazione ha fatto “riscoprire” nell’orgoglio di chi vuole resistere, l’amor patrio, e la metafora guerresca è divenuta corrente; o meglio, diciamo che la costruzione dell’auto-apologetica assolutoria della nazione è stata parte integrante del lessico del potere, per cancellare o minimizzare le proprie responsabilità e nascondere le proprie incapacità. Il lessico bellico finirà, forse, per sostituire stabilmente quello sportivo inaugurato e imposto da Silvio Berlusconi (scendere in campo, fare squadra, portare a casa il risultato…). “Siamo in guerra”, “la guerra che stiamo combattendo”, “il nemico da sconfiggere”, “i medici in prima linea”, “gli eroi delle corsie” con la variante “gli angeli delle corsie”, “i caduti sul campo”, e via seguitando…; e intanto se ci affacciamo alle finestre, vediamo in azione blindati, camion dell’esercito, divise verdi accanto a quelle blu con strisce rosse dei Carabinieri e quelle azzurro-grigio della polizia. Se si alzano gli occhi al cielo elicotteri e droni a sorvegliare la “zona di guerra”. E finiamo per convincerci che davvero è una guerra, se allunghiamo lo sguardo verso strade deserte, piazze vuote, e dalla radio e dalla tv non riusciamo a sottrarci ai “bollettini di guerra” (espressione ormai codificata). E la guerra richiede misure eccezionali, comprese la sospensione dei più elementari diritti degli individui, in un crescendo di limitazioni, alcune ovvie e giustificate, altre cervellotiche e controproducenti (vedi la passeggiata di singoli in un giardino, o godere uno spicchio di sole su di una spiaggia).

Siamo tutti, ormai, dentro la logica pericolosa e sovente illogica dell’emergenza, spinta oltre i limiti dell’intelligenza e della decenza, e applicata con rigidità, spesso con cattiveria, dai tutori dell’ordine, spesso quasi con un certo gusto; per loro l’emergenza significa licenza? Ci fosse almeno a corrispettivo un’autorità politica, amministrativa, scientifica a darci fiducia. Purtroppo non c’è. E noi staremo qui, stancandoci a un certo punto anche di seguire la stampa, la radio, la televisione. Subiremo, semplicemente, aspettando che questa lunga notte passi, esercitandoci, nel contempo, nella nobile scienza della resilienza, e attivando ogni nostra risorsa nella difficile arte della speranza. Ma intanto, attrezzandoci, sul piano culturale, compreso quello specificamente scientifico, e lavorando, sul piano squisitamente politico, per essere in grado di rilanciare la lotta, la più dura possibile, domani, con alcuni obiettivi di fondo, primo fra tutti, la difesa e il rilancio di tutto ciò che è da considerare bene comune, non privatizzabile, non “regionalizzabile”, non commercializzabile: l’ambiente, la salute, l’istruzione, il patrimonio culturale, il paesaggio. Ricordiamocene appena sorgerà l’alba.

(Articolo pubblicato su “MicroMega”, il 25 marzo 2020, l’immagine è tratta dalla stessa fonte)

La difficolta’ e la necessita’ della speranza

“… è sperare che è difficile. Quel che è facile è istintivo è disperare, ed è la grande tentazione”. Così ammoniva lo scrittore cattolico Charles Péguy (morì a 41 anni nel settembre del 1914, proprio all’inizio della prima battaglia della Grande guerra, dove era andato volontario).
Parole che dovremmo sforzarci di ricordare e fare nostre in questi frangenti drammatici della nostra storia. E vincere la “grande tentazione”: il disperarsi, l’abbandonarsi alla disperazione, che in fondo, a ben vedere, ci appaga, in certo senso, ci cava dagli impacci, ci fornisce alibi, ci facilita nella rinuncia alla lotta, quella rinuncia che forse in cuor nostro, segretamente avevamo già scelto.
La disperazione in tal senso è individualistica, sempre; la speranza può essere invece collettivistica, comunitaria, sociale. E può, e deve – per come io la penso, a differenza di Péguy che associava la speranza alla fede – implicare l’azione, la lotta, all’opposto della disperazione che invece implica la rinuncia e l’inazione.
E una delle cose da fare oggi è non perdere la lucidità, non farsi obnubilare dall’emozione, combattere per rimanere svegli anche nel buio di questa lunga notte, e nel prendere buona nota dei fatti e delle parole e dei nomi. Domani, quando tutto questo sarà alle nostre spalle dovremo riprendere la lotta e presentare il conto a tutti coloro – singoli e gruppi – che si sono assunti responsabilità gravissime, dovremo far pagare loro le incompetenze e le prevaricazioni, la disonestà e l’inganno dei popoli, il privilegiare l’interesse di pochi rispetto all’interesse generale, la stolida apologetica del “privato” a scapito del pubblico.
Anche per questo conviene resistere e lottare, anche per questo dobbiamo coltivare la speranza di farcela: per presentare domani il conto a lor signori. Resistiamo e speriamo, dunque, oggi; non cediamo alla tentazione facile del disperarsi.
All’immagine (un’opera di Muzi del 1973, proprietà della Fondazione Longo) oltre all’ovvio significato politico di liberazione degli oppressi, sotto le bandiere del socialismo, oggi possiamo anche attribuire il senso della liberazione dal morbo che ci sta mettendo a così dura prova. Una doppia speranza che coltivo e voglio condividere con i miei amici e “seguaci”.

(Nato come post sul mio profilo Facebook, il 15 marzo 2020, è stato poi pubblicato su “AlgaNews”, il 16 marzo)

LE LEZIONI DEL CORONAVIRUS

Grande è la confusione sotto il cielo.

Parlano tutti, esperti, politici, comunicatori, tutti in cerca di visibilità; tutti sono in contrasto con tutti; governo e regioni non si mettono d’accordo; abbiamo scoperto una infinità di virologi, che ovviamente parlano linguaggi iniziatici, e non concordano quanto ad analisi, previsioni, soluzioni divergenti, specialmente sulla pericolosità del virus, la durata dell’epidemia, il rischio che si trasformi in pandemia, e via seguitando. E giungono a polemizzare aspramente fra di loro, in seno alla categoria.

Abbiamo visto i balbettii del Presidente del Consiglio, incerto sul da farsi; e quelli dei leader politici, senza cognizione di causa e spesso anche di buon senso, preoccupati solo di lucrare elettoralmente della situazione. Persino le strutture ospedaliere appaiono ora concorrenti ora avversarie, in una gara non dichiarata a chi fa meglio il proprio lavoro, con velate allusioni più o meno polemiche sulle istituzioni omologhe. Abbiamo sentito un presidente di Regione, Luca Zaia, del Veneto, esibirsi senza ritegno in un passaggio di cabarettismo razzista, contro cinesi che… “li-abbiamo-visti-tutti-mangiano-i-topi-vivi”. Un altro “governatore”, Attilio Fontana, della Lombardia, lo abbiamo ammirato nel numero comico del metti-la-mascherina-in-diretta, anche se è tutta, e solo sceneggiata.

Abbiamo sentito deputati e senatori che, senza alcuna competenza in merito, hanno berciato in Parlamento irridendo alle misure precauzionali di cui si stava finalmente parlando (per tutti ricordiamo l’intervento dell’“onorevole” Vittorio Sgarbi, un esempio di irresponsabilità e, of course, di volgarità e senza pari). Abbiamo letto titoloni dei quotidiani, non privi di razzismo a loro volta. Abbiamo sentito un ministro (degli Affari Esteri, Luigi Di Maio), parlare, con temerario sprezzo del ridicolo, del “coronavairus”…

Abbiamo letto dotti e pensosi articoli di filosofi che hanno applicato le astratte teorie dello stato di emergenza e simili, per rappresentare la situazione in cui l’Italia si trova e ossia criticare aspramente le prime misure di “contenimento”: dimenticando semplicemente che qui siamo davanti a un fatto, prima di tutto, epidemiologico, che nasce da un virus pericoloso e quasi ignoto, che si sta diffondendo, davanti al quale la comunità scientifica è ad oggi quasi impotente.

Abbiamo irriso alla Cina, prima per la sua mancanza di igiene (Zaia docet, sempre), poi per l’autoritarismo dei suoi governanti che hanno chiuso in casa decine di migliaia di persone, e ci siamo beati della nostra creatività, della libertà regnante nel Bel Paese, della discrezione e dell’accoglienza, della continuazione di ogni attività, per non cedere alla psicosi (che peraltro i politici creavano a gogò), magari tirando in ballo la privacy e il suo rispetto assoluto. Risultato? La Cina, da cui l’epidemia è partita, sta chiudendo, favorevolmente in tempi rapidissimi, la partita col virus, mentre l’Italia è diventata il centro del contagio a livello mondiale, con le conseguenze economiche e sociali e culturali che sono sotto i nostri occhi, e che diverranno assai più evidenti, drammaticamente evidenti, nei prossimi giorni e nelle prossime settimane.

Eppure questa crisi ci fornisce molte lezioni, tutte da apprendere, o comunque sulle quali sarebbe utile una riflessione collettiva. Ne indico qualcuna, schematicamente, come avvio di un dibattito (anche se temo non ci sarà).

Prima lezione

Lo Stato che funziona è uno Stato che nei momenti di crisi sa accentrare poteri e funzioni nelle sue mani: il decentramento, con i suoi princìpi (nobili o più spesso ignobili), costituisce un problema, invece che la soluzione, per la disparità delle soluzioni, la diversità delle iniziative, la difficoltà del coordinamento fra le Regioni e fra i diversi enti territoriali.

Seconda lezione

La Sanità e l’Istruzione, come beni comuni, devono essere gestiti a livello centrale. La regionalizzazione di questi ambiti è stato un errore catastrofico, al quale va posto rimedio, subito. Sanità e Istruzione devono essere gestite dallo Stato, a livello centrale, non dalle Regioni a livello locale.

Terza lezione

Nelle situazioni di crisi, nei momenti di “emergenza”, che entri in campo la Protezione civile, o meno, occorre unificare e accentrare la macchina addetta agli aiuti, ai sostegni, ai soccorsi. Tale macchina, quale che sia la sua forma (Comitato o simile), deve essere unica e unitaria, e deve essere in grado di intervenire su ogni piano, per qualsivoglia problematica, da quelle igienico-sanitarie a quelle idrogeologiche.

Quarta lezione

Nelle crisi la tempestività è essenziale, e la prudenza è obbligatoria. La sottovalutazione dei problemi causa sempre disastri, la sopravvalutazione no.

Quinta lezione

Nelle crisi igienico-sanitarie, come in quelle idrogeologiche, occorre che la politica e l’informazione abbiano totale rispetto degli esperti e dei tecnici. Occorre che anche i comunicatori da social media assumano un atteggiamento di prudenza e di silenzio, fino a che non abbiano informazioni attendibili, piuttosto che parlare a ruota libera, secondo simpatie e idiosincrasie, o sulla base del “non sono un esperto, ma penso che…”.

Sesta lezione

La libertà è certo il bene fondamentale, in simbiosi con la giustizia; ma quando si verifichino situazioni di crisi in una società complessa, il bene è uno solo: quello che i romani etichettavano salus Rei Publicae, la salvezza della comunità. E in nome di quel bene primario, la limitazione della libertà individuale può essere necessaria, e salvifica, per quanto spiacevole, purché sulla base di leggi: norme esplicite, univoche (ossia non sottoposte ad arbitrarie interpretazioni), ragionevoli, e limitate nel tempo, e come tutte le leggi sottoposte a verifica di legittimità dagli organi competenti, indipendenti.

Settima lezione

Nel Protagora, Platone scrive, che nell’agorà, ossia nello spazio pubblico dedicato al dibattito fra i cittadini, quando si parla di navi intervengono solo i costruttori di navi, quando di parla di edifici, la parola è agli architetti; ma quando si parla di politica, tutti hanno facoltà di dire la loro. Il Coronavirus è un “fatto” che richiede che la parola sia riservata agli studiosi, mentre i politici, governanti centrali e locali, dovranno semplicemente tradurre in atti politici le “sentenze” degli esperti, ricordandosi che il loro ruolo è quello di preservare e amministrare il bene pubblico, a cominciare da quello fondamentale: la vita e la salute degli amministrati, ossia la salus Rei Publicae.

(Articolo pubblicato in “AlgaNews”, il 5 marzo 2020)

Immagine del Coronavirus al microscopio elettronico, in mezzo alle celluler (Foto NIAID-ML, tratta da “Il Foglio”)

Un libro racconta l’autunno caldo sotto la mole

Una fotografia può essere assai più di una illustrazione, e può valere molto più anche di un documento in forma scritta: in termini di capacità di comunicazione, certo, ma anche sul piano della pregnanza. Ogni tipo di documento serve, nell’attività storiografica, si sa: la massa documentaria che il passato, lontanissimo come recentissimo, ci offre è come il maiale: non si butta via nulla, tutto serve, ogni pezzo ha una sua utilità. Ma le fotografie sono un documento di tipo particolare. E a volte, lo si sa, e lo si ripete, una foto può valere più di mille parole.

È il caso di “Torino ’69”, un volume riccamente illustrato, di Ettore Boffano, Salvatore Tropea, Mauro Vallinotto, edito da Laterza. Le immagini vincono, e alla grande. Al di là dei meriti eventuali del fotografo – il bravissimo Mauro Vallinotto – e di quelli di chi scrive – due giornalisti di lungo corso, espertissimi delle vicende torinesi, Ettore Boffano e Salvatore Tropea, fondatori dell’edizione cittadina de la Repubblica –, questo è un libro che racconta Torino, la Fiat, il Sud, e il Nord, nel loro difficile incontro/scontro, e in verità l’Italia tutta, in una stagione che va molto al di là e sta molto al di qua della data in copertina. Al di là e al di qua: questo è uno dei punti più complessi e discutibili del volume, devo aggiungere subito. Detto altrimenti, la periodizzazione, uno degli elementi nodali del lavoro di chi fa storia: individuare le cesure e le continuità, un atto non facile, perché assai numerose sono le questioni in ballo, a cominciare dalla soggettività di chi scrive.

Quando inizia il ’69, in primo luogo? Dai fatti di Corso Traiano, il 3 luglio, secondo gli autori. Tesi discutibile.

Il Sessantanove italiano è in realtà una parte di un’endiadi: l’altra parte è il Sessantotto, che nel panorama internazionale rappresenta un unicum: è un unico movimento, che occupa un biennio. In tal senso, allora, il Sessantotto torinese inizia dall’occupazione di Palazzo Campana (giustamente ricordata dagli autori), il 17 novembre 1967. E senza una vera soluzione di continuità si giunge al 1969.

Naturalmente è lecito tentare di distinguere i due anni, ma allora il 1969, ossia l’autunno caldo, mi pare difficile farlo iniziare da quell’episodio. Si aggiunga che gli autori fanno degli andirivieni cronologici, non limitandosi affatto a quel biennio, ma risalendo indietro, al 1962 (Piazza Statuto), ai fatti di Ungheria (1956), e via seguitando in un tentativo comunque di mettere sotto gli occhi dei lettori i dati che segnano la rapidissima e quasi violenta trasformazione di Torino, da ex capitale politica a capitale industriale dalla nostalgia alla preoccupazione, davanti all’invasione dei “napuli”, i “moru”, le “terre da pipe”, i “terroni”, e via seguitando in una lunga galleria di colorite espressioni dal sapore razzista, anche quando “simpaticamente” espresso…

Le resistenze, dunque, vi furono, all’ondata dei meridionali, quelli che, come informavano centinaia di cartelli (ma anche di annunci sui quotidiani), non si affittava: e quello era un periodo in cui si trovava casa con facilità, ma per quegli uomini (prevalevano di gran lunga i maschi, d igiovane età), che giungevano dal Mezzogiorno, poteva diventare un’odissea faticosa e umiliante. Eppure quelle resistenze vennero travolte, malgrado gli sforzi in senso contrario da parte di alcune delle centrali egemoniche; si pensi alle pagine cittadine della Stampa, grondanti di razzismo, anche se i suoi padroni – la Fiat e gli Agnelli – avevano bisogno di quella manodopera. In generale (e meglio sarebbe stato sottolinearlo nei testi di accompagnamento alle immagini) è, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, un’intera classe politica a risultare impreparata, compresa quella comunista. Così come si palesa una certa sclerosi del sindacato, sorpassato dai comitati di base, in una inaspettata riemersione della “democrazia operaia” teorizzata da Gramsci nel 1919…

Fu la Chiesa cattolica, rispolverando la tradizione dei santi sociali piemontesi, a esercitare un importantissimo ruolo di supplenza, nella gestione di una situazione del tutto nuova e dirompente. Emerge altresì la debolezza culturale e l’assenza di un’etica dell’impresa nella proprietà e nella dirigenza FIAT, e i contrasti interni. Diego Novelli, mitico sindaco rosso degli anni Settanta, racconta un episodio interessante, al riguardo, relativo alla richiesta rivoltagli da Umberto Agnelli di metterlo in contatto con Luciano Lama, il grande capo della CGIL. La cosa non si fece per la recisa opposizione di Cesare Romiti, da cui si giunse poi alla grave sconfitta degli anni Ottanta. In precedenza, il passaggio nella direzione dell’azienda da Vittorio Valletta a Gianni Agnelli fu un passaggio dalla padella alla brace, che non recò benefici né all’impresa né ai lavoratori. Capitalismo padronale e neocapitalismo modernizzatore a parole, finirono per convivere in una faticosa gestione della maggiore azienda privata italiana.

Le interrelazioni con il resto del mondo, nei testi, sono quasi assenti, ma andrebbero tenute presenti per capire quegli anni. Nixon, l’escalation in Vietnam, ma anche in Cambogia e Laos, con gli effetti che produsse, anche nell’immaginario (“Agnelli l’Indocina ce l’hai in officina”, fu uno degli slogan più fortunati di quella fine decennio…). Meno rilevante, ma comunque importante, l’elezione di Arafat: la questione palestinese irrompeva nel dibattito politico. Le dimissioni di De Gaulle a fine aprile. La morte dello studente Jan Palach (inizio anno). La rottura del gruppo del Manifesto in seno al PCI. Gheddafi al potere in Libia (settembre). Il festival di Woodstock nello Stato di NY (agosto). Lo scontro sul fiume Ussuri tra Repubblica Popolare Cinese e URSS simbolo dei due comunismi ormai inconciliabili. E mentre la Russia dei Soviet perdeva il suo appeal, la Cina di Mao ne acquistava e un forzosamente redivivo “marxismo-leninismo” acquistava una quarta icona da inserire accanto al “trittico” Marx Engels Stalin, il faccione di Mao Zedong, il “grande timoniere”. E i “cinesi”, che ben presto si frammentavano in linee contrassegnate da colori, diventano una componente significativa, anche se non maggioritaria, del movimento di lotta, più fra gli studenti che fra gli operai.

Altrettanto nuova la “sinistra extraparlamentare”, che mostrava le maggiori contiguità tra movimento degli studenti e lotte operaie. A Torino la Lega Studenti Operai fu un fenomeno interessante, e addirittura vi fu un Gruppo Gramsci, rara avis in un mondo in cui a dispetto dei richiami oggettivi tra le due ondate di consiliarismo, a distanza di mezzo secolo (1919-1969), il rivoluzionario sardo venne ignorato quasi totalmente. Fu Bruno Trentin a cogliere, con la sua lucida intelligenza, le somiglianze, parlando per primo (e bene fanno gli autori a richiamarlo) di un “secondo biennio rosso”, aggiungendo che questo era più importante del primo: e il giudizio viene avvalorato dagli esiti di quel biennio, opportunamente elencati nel libro. Personalmente non condivido l’enfasi con cui Giovanni De Luna parla, nelle conversazioni con gli autori (“Fu un momento magico e irripetibile…”, p. 204) e uno sforzo di valutazione critica è necessario, ed è ciò che fanno, pure direi sotto traccia gli autori, i quali comunque si limitano per lo più a tentare di rappresentare, “fotograficamente” – e qui si percepisce l’egemonia del linguaggio delle immagini – non solo quell’anno ma l’intero dopoguerra fino oltre gli anni Settanta, con la più volte evocata marcia dei 40.000.

Il libro dal punto di vista della ricostruzione appare rapsodico, a dispetto degli sforzi degli autori di costruire delle sequenze, e questo se da una parte rende più debole sul piano storiografico, ne aumenta la leggibilità, in quanto risulta una chiacchierata, ricca di stimoli, con giudizi generalmente condivisibili.

Condivido assolutamente il giudizio conclusivo: “l’Autunno caldo non fu soltanto un affare di sindacati e di padroni, ma segnò l’epifania, e la venuta in primo piano, della questione operaia nella società italiana” (pp. 202-203).

(Articolo pubblicato su “MicroMega”, on line, il 3 marzo 2020)

La polizia sgombera gli occupanti di case in un quartiere periferico a Torino (Foto Mauro Vallinotto, tratta dal libro “Torino 1969”)

La causa di Julian Assange è la causa della verità e della giustizia

«Mi piace aiutare le persone vulnerabili, mi piace fare a pezzi i bastardi»: questa dichiarazione di guerra di Julian Assange, confessata in una dichiarazione al settimanale tedesco Der Spiegel è la spiegazione della incredibile persecuzione che questo giornalista, questo attivista, questo paladino della verità sta subendo ormai da troppo tempo, e che ora a Londra, sta per concludersi o passare alla fase finale, con la terribile prospettiva di una detenzione a vita in una prigione statunitense.

Perché dunque tale accanimento contro “il biondo australiano”? Si è tentato anche di metterlo fuori gioco con una facile accusa di stupro, poi caduta. Si è corrotto il presidente ecuadoriano Lenin Moreno perché ritirasse l’asilo politico concesso ad Assange, che era rimasto per anni nell’ambasciata del Paese a Londra. Si è mobilitata una legione di commentatori in tutto l’Occidente, con il compito di dimostrare che Assange è pericoloso per la libertà, la democrazia, la sicurezza e quant’altro. Più fortunato di lui, Edward Snowden, accusato più o meno di “crimini” analoghi, trovò rifugio in Russia, dove vive tuttora. Vicende tormentate sono state anche quelle di Chelsea Manning (all’epoca, ufficiale USA addetto all’intelligence) in prigione dopo aver ottenuto la grazia da Barack Obama, e nuovamente incarcerata nel 2019, e sottoposta in più alla misura pecuniaria di 1000 dollari al giorno! Anche per lei la colpa era di aver rivelato segreti di Stato, che potevano, se messi a nudo, nuocere alla “sicurezza nazionale”: si trattava prevalentemente della guerra in Iraq e dell’uccisione deliberata di civili da parte dei militari yankee (tra l’altro la Manning ha passato ad Assange alcune delle informazioni secretate che lui poi ha reso pubbliche).

 Assange, prigioniero della “giustizia” britannica (pur non avendo in realtà più condanne da scontare) dopo essere stato trascinato con violenza fuori dei locali dell’Ambasciata dell’Ecuador, viene sottoposto a trattamenti inumani e degradanti, e ora, nel processo, gli viene di fatto impedita la possibilità di difendersi, racchiuso in una gabbia di vetro, dove non riesce né a sentire né a farsi sentire. AI suoi difensori vengono opposti ostacoli di ogni genere; la presidente del tribunale rivela una ostilità preconcetta che richiederebbe la ricusazione; il giorno dell’apertura del procedimento, Baltasar Garzón, il giustamente celebre giudice spagnolo, che abbandonò la tonaca della magistratura per indossare quella dell’avvocatura, ha tentato invano di stringere la mano al suo assistito, invano perché le guardie lo hanno fisicamente impedito. Una scena che mostra in tutta la sua incredibile violenza la situazione in cui Assange è ristretto, a guisa di un criminale,dei peggiori, mentre la sua colpa, lo ripeto, è quella di averci mostrato qualche barlume di luce nel buio in cui il potere si auto-protegge.

Come mi è già capitato di osservare se si può spiegare la persecuzione contro quest’attivista della verità (e che è evidente da quel suo proposito di “fare a pezzi i bastardi”) è quasi incredibile il silenzio del mondo progressista, degli osservatori illuminati, e in generale della piccola borghesia riflessiva. Certo si dirà che ora  l’emergenza, vera o presunta, del Covid,  ha fatto passare quasi in silenzio la notizia dell’avvio del processo che, se Assange fosse sconfitto (come è ahimè probabile), lo vedrebbe diventare un recluso a vita in un carcere Usa. Ma il fatto è che da anni dura la persecuzione nei confronti di questo cittadino che si batte per tutti noi. Da anni è considerato un nemico pubblico dell’Amministrazione Usa, e si sa che Washington ha stuoli di scrivani, travestiti da giornalisti, a libro paga, direttamente o indirettamente.

Colpisce anche sovente la protervia con cui coloro che si sono presi la briga di affrontare il tema lo hanno trattato.  E turba nel contempo la sottovalutazione della questione in coloro che pure sono pronti alla critica e alla polemica. Cito per tutti Michele Serra, brillantissimo giornalista satirico, poi divenuto “scrittore”, quindi “commentatore”, anzi, opinion maker, o forse influencer, per ricorrere a espressioni amate dal chiacchiericcio corrente. Turba la conversione di Serra al mainstream, inquieta il suo addomesticamento: come dimenticare il suo schierarsi, senza una vera motivazione, a favore dell’obbrobrioso referendum del dicembre 2016, quello Renzi-Boschi? Purtroppo non fu un incidente di percorso. Serra era ormai sulla via della post-democrazia. Il suo atteggiamento sul “caso Assange” lo dimostra in modo crudo, quasi osceno. Pochi giorni or sono (il 19 febbraio) in una delle sue “Amache” su la Repubblica , l’inventore di Cuore e della micidiale rubrica “Il giudizio universale”, che molti ricorderanno,  si schierava a favore della tesi Assange spia (dei russi, e di chi, se no?), negando, in modo reciso, la qualifica di eroe della libertà di informazione.  Scopro poi, grazie a una segnalazione, che Serra aveva già tuonato contro Assange ben tre anni or sono, scagliandosi contro l’assoluta trasparenza (ironizzando Serra la chiama “glasnost totale”) degli atti di potere, lasciando intuire che si tratta di  roba da regimi totalitari. Ecco, Serra che diventa filosofo politico, non me l’aspettavo proprio. E che arrivi a sostenere tesi così ardite, fa sobbalzare un allievo di Norberto Bobbio come il sottoscritto, che da quel grande maestro ha appreso una semplice equazione: dove c’è invisibilità degli atti di potere, non c’è democrazia e viceversa. La democrazia si nutre di trasparenza. Dove c’è buio, intorno a chi gestisce la cosa pubblica, o dove c’è anche semplice opacità, la democrazia è ferita mortalmente.

Se sfogliate il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari, nella versione on line, trovate, sopra o sotto l’articolo di Serra, questo soffietto auto pubblicitario, firmato, direi in pompa magna, dal direttore Verdelli: “La Repubblica si batterà sempre in difesa della libertà di informazione, per i suoi lettori e per tutti coloro che hanno a cuore i principi della democrazia e della convivenza civile”. Un bel principio deontologico, non v’è che dire. Ma si sa, un conto la teoria, un altro la pratica.

Ai commenti di Michele Serra, che in effetti contraddicono pesantemente quell’affermazione stentorea del suo direttore, preferisco quello di Roger Waters: in un discorso teso e appassionato l’ex guida del gruppo dei Pink Floid, a Londra, nel giorno stesso dell’inizio del processo, ha scandito, tra le altre questa frase: quello di Julian Assange è un nome “che va scolpito con orgoglio in ogni monumento per il progresso umano”. Sottoscrivo e invito tutti a mobilitarsi per la libertà di un uomo giusto che viene colpito proprio perché è un uomo giusto, in un mondo in cui l’ingiustizia è legge.

Articolo pubblicato sul quotidiano “AlgaNews” del 28 febbraio 2020

Julian assange un eroe dei nostri tempi

A proposito di “emergenza”, rimane, a mio avviso, al primo posto l’informazione, in questo Paese. O meglio la disinformazione, dei media, a cui si aggiunge quella dei social, troppo sovente, anche se, nello stesso tempo,contraddittoriamente, le reti sociali sono uno straordinario messo di controinformazione gratuito e diffuso. Questo vale per il “Covid” (o Coronavirus), autentico festival della disinformazione, in cui politici nazionali, amministratori locali, spesso secondati da specialisti in cerca di notorietà, stanno imbottendo il cranio del popolo italiano di mezze verità ossia di mezze menzogne, con l’effetto-panico che è sotto i nostri occhi.

Ma l’emergenza informazione concerne ogni ambito: ma specialmente la politica internazionale: America Latina, Medio Oriente, Russia, per citare solo tre aree geopolitiche, sono terreni sui quali la costruzione del nemico va di pari passo con l’occultamento della verità e con narrazioni di comodo, prive di qualsivoglia fondamento nella realtà dei fatti e nella loro base storica.

Leggevo la cronaca di un corrispondente da Londra del quotidiano “la Repubblica”, che con la direzione di Carlo Verdelli è riuscito a peggiorare rispetto al mediocre risultato della precedente direzione di Mario Calabresi. Tanto quella era sotto tono, tanto questa è sovra-tono, con titoli gridati che vorrebbero scimmiottare forse “Il Manifesto” e le sue mitiche prime pagine, ma risultano soltanto ridicoli. Per il resto si tratta ormai di un giornale quasi di gossip, non così diversamente peraltro dai suoi (falsi) concorrenti.

Il surriferito corrispondente, tale Antonello Guerrera, raccontava un paio di giorni fa dell’inizio dell’infame processo a Julian Assange, per l’eventuale estradizione negli USA, dove lo aspettano condanne (probabilmente già decise in caso di estradizione) a circa due secoli di prigione. Per quale colpa? Aver detto la verità, ossia quello che i non sanno fare, o meglio non vogliono fare, i sedicenti giornalisti de “la Repubblica”, nella loro ampia parte, come delle altre testate padronali, che sono espressione di gruppi finanziari che possiedono ormai i 4/5 della carta stampata.

Dunque il corrispondente da Londra, si diletta nella descrizione ambientale, nel quadretto di colore, soffermandosi sulle “mise” delle signore, sul “maglioncino platino” dell’imputato Assange, e così via, con un tono faceto, quasi come se tutto fosse una festicciola per esperti di pettegolezzo modaiolo.

E invece no. Qui si tratta della vita di un individuo, che non esito a definire un autentico eroe dei nostri tempi, Julian Assange, che ha subito da anni una persecuzione che va oltre ogni limite, e che sta rischiando ora di peggio. E, ripeto, la sua colpa è avere svelato ai popoli di che lagrime e di che sangue grondi il potere, specialmente quello che si raggruma nella grassocce ma tutt’altro che innocenti mani del presidente degli USA.

Con ambigua “prudenza” il giornalista conclude: “Assange, criminale o martire della libertà?”

Un interrogativo non solo squalificante per una persona pagata per accertare la verità e raccontarla (il giornalista), ma che suona come un dubbio infamante, nei riguardi di una persona che ha fatto tutto ciò che ha fatto, e ha subito tutto ciò che ha subito, proprio in nome della verità, ossia della trasparenza del potere, che come insegnava il mio maestro Bobbio, è il primo requisito della democrazia.

Ci stiamo battendo troppo poco per Assange, un vero angelo della democrazia, come è stato appellato. Siamo pronti a scendere in piazza, a fare striscioni, sit-in, flash mob, e quant’altro per chiunque o quasi, ma di Assange sembra non fregarci nulla. Perché?

Nel video si può trovare una rapida, efficace sintesi della vicenda Assange, una vicenda che grida vendetta e che dovrebbe chiamarci tutti alla mobilitazione.

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Un video sulla vicenda Assange, tratto dalla pagina Facebook “COMITATO PER LA LIBERAZIONE DI JULIAN ASSANGE”

(L’immagine è tratta da Wikipedia)

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Quale autorità? Quale autorevolezza? In merito a un nuovo attacco all’ANPI

Il tiro al piccione sull’ANPI l’ha avviato, a mia conoscenza, pochi giorni or sono, Paolo Flores su “MicroMega”, con un editoriale vergognoso, sul quale ho già espresso il mio disappunto, di antico collaboratore della testata, che ho ovviamente abbandonato al suo triste destino. Flores ritiene di possedere l’autorevolezza per infangare l’Associazione Partigiani, autentico baluardo della democrazia in questo Paese malandatissimo.
Ora arriva trafelato Massimo Gramellini, che diversamente dal direttore di MicroMega, non ambisce all’autorevolezza, ma si accontenta dell’ “autorità” che ritiene gli giunga dall’essere diventato grazie a Fabio Fazio, un personaggio televisivo e soprattutto di scrivere sul principale quotidiano italiano. L’articolo di Flores era apparso subito un atto imperdonabile, per la sua debolezza intrinseca sul piano logico-argomentativo, e per la volgarità con cui l’autore si esprimeva.
L’intervento di Gramellini sul “Corriere” odierno (12 aprile) riesce a spingersi molto oltre. I due pezzi, quello breve di costui, quello lungo di Flores, sono accomunati da quel “Fattore P” (come Putin) che Gramellini ha voluto mettere come titolo al suo corsivo.  In effetti l’odio per Putin, è il collante e l’anello di congiunzione fra i due fratelli di penna, che in fondo sono accomunati da un altro dato, l’anticomunismo, che nello strabismo che sta dilagando come la cecità del romanzo di Saramago, porta a sovrapporre Putin a Stalin e Lenin, a confondere la Federazione Russa di oggi, con l’Unione Sovietica di ieri, il socialismo con il “putinismo”, se è lecito usare questo termine, solo a fini di semplificazione. E nel retropensiero, espresso o meno, c’è pure lo zarismo, da un canto (Putin nuovo zar), e il nazifascismo dall’altro (Putin nuovo Hitler). Grande è la confusione sotto il cielo…
E il nesso preteso fra epoche storiche diversissime e personaggi altrettanto diversi è, confessato o meno, la russofobia, che si allarga volentieri a un violento razzismo antislavo. A ben vedere, questi signori sono contro la Russia, in quanto patria della Rivoluzione, contro la Russia perché considerata “asiatica”, non malleabile rispetto ai “valori” dell’Occidente: tanto la Russia degli zar, quanto quella dei bolscevichi del ’17, quanto ancora la Russia di Stalin (che, en passant, sconfisse le orde naziste, con 20-25 milioni di morti fra i russi), e infine la Russia post-sovietica. Forse l’unico che sembrava in fondo accettabile era l’ubriacone Boris Eltsin, che fece una violenta “occidentalizzazione” del suo paese, svendendolo agli euroamericani e avviando un percorso che di fatto ha condotto agli sviluppi odierni, in un modo o nell’altro.
Del resto costoro sono anche accomunati dall’idea che bisogna “decomunistizzare” la Resistenza, forse dimenticando che il PCI fu il partito-guida nell’antifascismo in clandestinità e in esilio, e sottovalutando il contributo, assolutamente determinante, che quel partito diede alla lotta di Liberazione e poi alla elaborazione della Carta Costituzionale, e alla fondazione della Repubblica. Di quella Carta, e della stessa Repubblica è custode, a mio avviso, proprio l’ANPI. Lo è di fatto, e lo è assai più della Corte Costituzionale e anche del capo dello Stato, due autorità troppo sovente corrive ai governi e alle maggioranze politiche (o “tecniche”) che li sorreggono. L’Associazione Nazionale Partigiani ha molti limiti, certo, e sta affrontando negli ultimi anni, un difficoltoso passaggio generazionale, ed è costretta a barcamenarsi fra componenti diverse, non sempre felicemente conviventi, ma sta comunque irrobustendo il suo ruolo appunto di “custode della Costituzione” e “presidio di antifascismo”. In quanto tale, pur sapendo che in essa vi sono divisioni e oscillazioni, l’ANPI, per quanto mi riguarda, deve essere considerata una istituzione, ossia assai più di un’associazione. Una istituzione fondamentale della nostra triste Italia.
E ora, appunto dopo l’affondo di Flores, che per odio a Putin (e al papa Francesco, aggiungo), ha sciorinato un campionario di ingiurie sull’ANPI e la sua dirigenza nazionale, sopraggiunge il Gramellini di turno, che nel suo ruolo di sedicente battitore libero, si permette di insultare chi gli pare e quanto gli pare. Si sente peraltro spalleggiato da sodali convinti come lui di essere non solo nel giusto e nel vero, ma di essere onnipotenti, ossia di avere diritto e forza di violentare la storia, la verità, la giustizia (l’elenco è lungo: Riotta, Rampini, Sofri, Giannini, Molinari e moltissimi altri).
Quello che ha scritto oggi il signor Gramellini potrà essere ricordato, in futuro, come una delle manifestazioni più volgari di un senso comune che, digiuno di conoscenza storica e di coscienza civica, mette in calderone russofobia, filoamericanismo, anti-antifascismo, e una larga messe di semplici, pesanti offese. Forse bisogna prendere sul serio la mia proposta: boicottare la “sacra triade” del pensiero unico, “Corriere della Sera”, “la Repubblica”, “La Stampa”. E resistere, resistere, resistere, come sulla linea del Piave a questo tsunami, organizzando una guerriglia come quella dei partigiani, ma non con i mitra Sten e le bombe a mano, bensì con un continuo, instancabile controcanto a questi avvelenatori della ragione.

In calce ripubblico l’articoletto di Gramellini (la rubrica “Il caffè”, sul “Corriere della Sera”, 12 aprile 2022).
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Il fattore P

Nel sacro nome della Resistenza, all’Anpi si è finito per perdonare di tutto. Non solo che i pochi partigiani ancora vivi non vi avessero più da tempo alcun ruolo, ma che l’associazione fosse sempre in prima linea quando si trattava di manifestare contro gli americani. I quali saranno pure il male assoluto, ma combatterono accanto alle brigate partigiane e le rifornirono di armi nella lotta all’invasore nazista. All’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia è stata perdonata anche la neutralità pelosa nella guerra in corso e persino certi arrampicamenti sui muri per distinguere la Resistenza buona da quella cattiva del popolo ucraino. Ma il manifesto del prossimo 25 aprile è imperdonabile e lascia intendere che il problema dell’Anpi sta diventando la sua P.

Anzitutto nessun cenno all’invasore Putin, che se non è un fascista, di certo gli assomiglia. Poi una citazione monca dell’articolo 11 della Costituzione, «l’Italia ripudia la guerra», dimenticandosi di aggiungere «come strumento di offesa» e arrivando così all’assurdo di ripudiare anche quella di Liberazione. Ultimo tocco d’artista, la gaffe delle bandiere alle finestre: simil-italiane ma in realtà ungheresi, omaggio inconscio a un altro politico di estrema destra, Orban, amico caro dell’aggressore russo. Alla fine, l’unica cosa azzeccata del manifesto resta la sigla Anpi, purché la si declini in modo più veritiero: Associazione Nazionale Putiniani d’Italia.
 

QUANDO L’INTELLETTUALE RINUNCIA ALLA RAGIONE. A PROPOSITO DI FLORES E DI “MICROMEGA”.

Il 4 aprile 2022 l’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) ha diffuso il seguente comunicato:
“L’ANPI condanna fermamente il massacro di Bucha, in attesa di una commissione d’inchiesta internazionale guidata dall’ONU e formata da rappresentanti di Paesi neutrali, per appurare cosa davvero è avvenuto, perché è avvenuto, chi sono i responsabili. Questa terribile vicenda conferma l’urgenza di porre fine all’orrore della guerra e al furore bellicistico che cresce ogni giorno di più”.


“Questo comunicato è osceno, e infanga i valori della Resistenza”, è l’incipit del commento di Paolo Flores d’Arcais, direttore di “MicroMega”, mentre a me è parso un comunicato di buon senso, e di civile rigore. In un editoriale sul sito della rivista, invece di sostenere la linea della ricerca della verità, Flores la dà per assodata, e chiede, dopo una profluvie di insulti ai dirigenti ANPI e di volgarità contro i russi, reclama una Norimberga per processarli (e poi? pena di morte?): un editoriale di una rozzezza e di una violenza che può fare invidia ai fogli più osceni del bellicismo italiota.

E meno male che Flores si è sempre presentato come il campione del razionalismo neoilluministico! Ma che cosa chiedeva Romain Rolland nel 1914 quando si scatenò nel mondo della cultura, in tutta Europa, la canea bellicistica? Chiedeva agli intellettualie di stare “al di sopra della mischia”, non al di fuori, ma al di sopra, cercando di non cedere alle passioni nazionali, e di non perdere il lume della ragione critica. E che cosa invocava Antonio Gramsci, negli anni di quella stessa guerra? La necessità della verità: ad ogni costo.

Flores non ha dubbi, e “l’eccidio” di Timisorara, e la provetta del falso antrace di Colin Powel, e le fosse comuni qua e là attribuite ai nemici di turno di USA-NATO, non gli hanno insegnato nulla, a quanto pare. Lui la verità ce l’ha in tasca. Lui rappresenta la razionalità laica. E incarna la Verità e forse il Verbo. Aveva ragione il compianto padre Ernesto Balducci quando nel 1991 denunciava le “disavventure della cultura laica”: anche allora c’era stata la levata di scudi dei guerrafondai che incitavano a combattere il nuovo “feroce Saladino”, come veniva presentato Saddam Hussein. Allora il papa (Karol Woytila) si schierò clamorosamente, convintamente, contro la guerra (“Fermatevi, in nome di Dio!”, forse qualcuno lo ricorderà), contro l’aggressione USA-NATO all’Iraq. E nessuno gli diede retta, come oggi nessuno dà retta a papa Francesco, a cominciare dai nostri governanti pronti a farsi il segno della croce, a genuflettersi e a cospergersi di acquasanta, e parlare di “valori”, alludendo a quelli incarnati da Gesù Cristo. Allora, Flores e “MicroMega” furono in prima fila contro il papa e per la guerra. Un editoriale di quell’epoca, firmato da Flores, mentre gli occidentali bombardavano un popolo, recitava: “Pacifismo, papismo, fondamentalismo: la santa alleanza contro la modernità”. La modernità, invero, era proprio l’Iraq, un Paese progredito, il più “moderno” tra i Paesi arabi, che oggi, dopo le due aggressioni di Bush padre (1991) e di Bush figlio, del 2003, è un Paese a pezzi e dove la vita umana non vale più nulla. Lo stesso dicasi per Afghanistan, Siria, Libia…

Ovunque l’Occidente (USA-NATO-UE) abbia deciso di “esportare la democrazia” ha portato l’inferno. E in tutti quei casi la propaganda è stata decisiva per giustificare interventi militari ingiustificabili. Quelle distruzioni, quei morti, ricadono anche sulla testa di intellettuali che hanno incitato, hanno approvato, hanno sostenuto. Stupisce che un libero pensatore, un ammiratore di Voltaire, perda in modo così plateale proprio il lume della ragione e si scateni contro l’ANPI, rifiutando precisamente l’esercizio della ragione. E si lasci andare a frasi inaccettabili, ricorrendo a termini di una pesantezza sconcertante. Paolo, ma che ti è accaduto? Il tuo odio per Putin ha accecato la ragione? Che cosa chiede l’ANPI? Quello che ogni persona di buon senso, in particolare chi fa professione di intellettuale, dovrebbe avere. Chiede di evitare di cadere una volta ancora nelle trappole della propaganda, chiede una commissione indipendente di inchiesta, come la stessa ONU, ridestatasi dal letargo, ha proposto, e come la Federazione Russa ha richiesto a sua volta. (Non del Tribunale dell’Aja, la cui attendibilità è del tutto dubbia). E allora? Era il caso di scatenarsi così platealmente contro l’ANPI? Aggiungo che già il titolo è assurdo e offensivo (Le Fosse Ardeatine!) e la richiesta di un nuovo Processo di Norimberga per i russi colpevoli! Dunque di nuovo il ricorso alla facile analogia storica che assimila Putin a Hitler, i russi non ai tedeschi, bensì ai nazisti. E tutto quello che stanno facendo e hanno fatto per un quindicennio gli ucraini, contro le popolazioni del Donbass, non dovrebbe essere preso in considerazione? E le torture e le violenze, stupri compresi, praticati ora, non nel 2014, dall’esercito ucraino e non solo dal Battaglione Azov, torture e violenze documentate, non vanno tenute in nessun conto? Ma come si può smarrire in tal modo il senso critico? Persino l’impaginazione con una foto del presidente ANPI, Gianfranco Pagliarulo, un po’ buffa, vorrebbe essere uno sberleffo volgare. E come non sottolineare che Flores nella sua violenta e sgangherata requisitoria si lasci andare a espressioni di un razzismo insopportabile? Ecco un esempio della sua prosa, degna di Giampaolo Pansa quando denigrava i partigiani: “Le “truppe ‘asiatiche’ di Putin”, i russi “macellai”, massacratori, violentatori, i quali “costretti a ripiegare perché respinti dalla resistenza eroica delle inferiori armi ucraine, sfogano sui civili inermi la loro bestiale frustrazione di “liberatori” mancati, la loro mostruosa rabbia di “trionfatori” sconfitti: trucidare vecchi, violentare donne prima di sterminarle, e l’orrore vieta di dire il destino di alcuni bambini”.

In calce pubblico l’intero articolo. E dico a Flores: Caro Paolo, certo, su “MicroMega” hai ospitato anche voci dissenzienti, ma questo tuo Editoriale per quanto mi riguarda è talmente orrendo, che mi sento obbligato a rompere ogni rapporto con la rivista, dopo 18 anni di collaborazione strettissima.  Se questo è l’antifascismo, e non quello dell’ANPI, io sto con l’ANPI (o con la sua parte maggioritaria, che difende i valori della pace); se la tua è manifestazione di esercizio critico della ragione, io me ne dissocio. E ti dico che tu hai voltato le spalle a quella cultura del dubbio critico che mi ha insegnato il mio Maestro Bobbio.

#IOSTOCONLANPI

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Ecco il testo dell’Editoriale di Flores d’Arcais, che fornisco anche come documento per gli storici del futuro.

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Appurare cosa davvero è avvenuto? Non bastano le testimonianze di ogni genere, che si confermano e rafforzano a vicenda? I racconti dei sopravvissuti, che hanno visto coi loro occhi la mattanza, la documentazione sconvolgente dei fotografi e dei giornalisti sul campo, le riprese aeree dei giorni precedenti che inchiodano i macellai di Putin?

Questa frase del vergognoso comunicato dell’ANPI non rappresenta un esercizio di dubbio critico ma una sciagurata volontà di spacciare per incerto ciò che è orrendamente lapalissiano: la barbarie delle truppe di Putin, la “normalità” che per esse costituisce abbandonarsi ai crimini di guerra.

I 410 cadaveri di civili trucidati fin qui recuperati sono le Fosse ardeatine dell’Ucraina. Il sangue innocente che esige per Putin e i suoi boia un processo di Norinberga.

Perché è avvenuto? Veramente i dirigenti dell’ANPI non capiscono? Sono davvero così imbecilli, o preferiscono invece avvolgere nella nebbia di un interrogativo insensato l’evidenza del comportamento delle truppe “asiatiche” di Putin? Gli scherani macellai del suo disegno zarista, quando non riescono a sfondare, e sono anzi costretti a ripiegare perché respinti dalla resistenza eroica delle inferiori armi ucraine, sfogano sui civili inermi la loro bestiale frustrazione di “liberatori” mancati, la loro mostruosa rabbia di “trionfatori” sconfitti: trucidare vecchi, violentare donne prima di sterminarle, e l’orrore vieta di dire il destino di alcuni bambini.

Chi sono i responsabili? E per caso Gesù Cristo non sarà morto di freddo, ponzipilati dell’ANPI? Veramente si rimane sbigottiti, e stomacati oltre ogni possibile aggettivo, da un tale baratro di ipocrisia. Il responsabile nel senso del mandante si chiama Vladimir Putin, lo sa chiunque abbia occhi per vedere e orecchi per intendere, e lo sanno anche i sassi. Ma si conosce anche l’esecutore, il tenente colonnello Omurbekov Azarbek Asanbekovich, comandante dell’unità di fucilieri motorizzati 51460 della 64a brigata.

Di fronte al disgusto che le ignobili parole del comunicato dell’ANPI hanno provocato anche in parte del campo “pacifista”, il presidente dell’associazione, Gianfranco Pagliarulo, ha dettato all’Ansa una precisazione che entra di diritto nella serie “peggio el tacon del buso”. Detta Pagliarulo: “Sappiamo benissimo chi è l’aggressore, l’abbiamo sempre denunciato e condannato, anzi siamo stati probabilmente tra i primi a condannare l’invasione”. Però nel comunicato si “condanna fermamente il massacro”, come fosse ancora anonimo, e ci si chiede di “appurare cosa è avvenuto”, e il perché, e i responsabili, che è un po’ il contrario di far credere di aver fin dall’inizio indicato in Putin e nel suo esercito i massacratori di civili di Bucha. E infatti, anche nella “precisazione”, Pagliarulo dice che “sappiamo benissimo chi è l’aggressore” nel senso dell’inizio della guerra, ma non può dire “sappiamo benissimo e l’abbiamo detto, chi erano i responsabili della carneficina di civili a Bucha”.

Naturalmente una commissione d’inchiesta del Tribunale internazionale dell’Aja non solo è necessaria, ma è già iniziata, perché si tratterà di individuare le responsabilità individuali dei vari ufficiali e soldati, ma non quelle di Putin e del suo tenente colonnello, più che acclarate. E quest’ultimo, comandante dell’unità dei massacratori, mai potrà opporre la giustificazione sempre avanzata dai criminali nazisti: obbedivo agli ordini. I tribunali internazionali sui crimini di guerra di tali “giustificazioni”, almeno per i comandanti e gli alti ufficiali, hanno fatto da tempo giustizia.

Il carattere disgustosamente ponziopilatesco della posizione dell’ANPI è del resto confermata dalla frase finale del comunicato, che il presidente Pagliarulo non ha nemmeno provato a correggere: “Questa terribile vicenda conferma l’urgenza di porre fine all’orrore della guerra e al furore bellicistico che cresce ogni giorno di più”. La mattanza di civili ucraini da parte delle truppe di Putin diventa una sfocata, indeterminata e anonima “terribile vicenda”. “L’orrore” diventa quello di una ancor più nebbiosa e indecifrabile “guerra”, non di una “invasione imperialistica mostruosa” (rubo la frase a un pacifista doc come Tomaso Montanari – cfr il dibattito di MicroMega), e il vero nemico è “il furore bellicistico che cresce ogni giorno di più”, di modo che la mostruosa invasione imperialistica, e l’eroica resistenza di un popolo abissalmente inferiore per numero e per armi, diventano equivalenti incarnazioni di uno stesso “furore bellicistico”.

Robbaccia (con due b). Robbaccia inqualificabile di piccoli mediocri politici, forse politicanti, che con la Resistenza hanno poco a che fare, e con i valori della Resistenza nulla.

LA “GUERRA DI PUTIN”

È di oggi (nella newsletter del CESPI, di cui è presidente) un intervento di Piero Fassino, presidente Commissione Esteri, già fondatore del PD (bel titolo di merito), di una ipocrisia sconcertante, fin dal titolo: “La guerra di Putin”. No, questa è la guerra di cui gli Usa hanno posto le premesse, una guerra per dare un colpo alla Russia, e per allontanare da essa l’Europa, anche contro i propri interessi. E Fassino, noto genio della politica, giustifica tutto tranne che la guerra di Putin: solo per la Russia non valgono i principi che valgono per gli altri Stati, a cominciare dal nostro, e da tutti i membri della UE, che sta certificando ancora una volta il proprio fallimento.  Scrive Fassino: “…Putin in pochi giorni ha dissestato gli equilibri geopolitici che dalla caduta del muro di Berlino avevano garantito stabilità e sicurezza in Europa”.

Ma dov’era Fassino nel 1999 quanto una coalizione di 19 Stati aggrediva la Federazione Jugoslava? Mi pareva fosse lui ad aver dichiarato: “Solo chi non ha guardato negli occhi un bambino kosovaro può essere contrario a questa guerra”, o forse lui parlava di operazione di peacekeeping, mentre intellettuali obnubilati dalla falsa coscienza, parlavano di “guerra umanitaria”, di “guerra disinteressata”, di “guerra etica”, oltre che naturalmente di “guerra giusta”? Quando con Mattarella ministro della “Difesa”, e D’Alema presidente del Consiglio indossava l’elmetto, proprio come oggi, per far toccare con mano ai padroni di Washington la indefettibile fedeltà dell’Italia, collaborando attivamente alla distruzione di un Paese amico come la Jugoslavia, e mandando a morire soldati italiani di leucemia a causa dell’uranio impoverito.

Oggi Fassino, non riesce a far altro che aggiungersi al coro anti-Putin invididuato come il solo responsabile della tragedia in corso. E spingendosi, con vergognosa impudenza, a giustificare, ai sensi dello Statuto ONU e della nostra Costituzione, la decisione del governo italiano di mandare uomini, armi e aiuti finanziari e in merci, all’Ucraina. Fassino non si è mai accorto dal 2014 ad oggi di quel che accadeva nel Donbass, evidentemente (mi permetto di consigliargli la lettura di Donbass. La guerra fantasma nel cuore d’Europa, Exòrma Edizioni), di Sara Reginella). Le argomentazioni di Fassino sono una ennesima dimostrazione che nel pensiero dominante la Costituzione è un bel documento che appartiene alla storia, dunque da mettere in una teca di cristallo, ma la politica può servirsene come le pare meglio. Anche stravolgerla, fingendo di rispettarla.

Secondo Fassino l’Italia e la UE, sono sulla strada del diritto e della legalità internazionale, “mettendo a disposizione di chi combatte [di chi combatte contro i russi, naturalmente] gli strumenti per difendere la sua e la nostra libertà”. Non meriterebbe neppure un commento, il povero Fassino, uomo delle cause perse, delle previsioni errate, degli insuccessi politici. Ma merita invece riflettere su come si è costruita una narrazione unilaterale che soffre di strabismo, espressione impiegata in un illuminante articolo di Ilan Pappe, il grande storico ebreo costretto a lasciare Israele per aver denunciato la pulizia etnica a danno dei palestinesi (articolo su The Palestine Chronicle raccolto anche dal “Manifesto”, in data 6 marzo).  Un articolo che rappresenta una boccata d’aria. E ci invita a ragionare, invece che a guerreggiare, con le armi e con le parole.

 Merita di riflettere che l’attacco russo all’Ucraina ha fatto dimenticare i 15.000 morti nelle regioni russofone di quel Paese. Merita riflettere che la gara di generosità verso gli ucraini (bianchi e cristiani) alla quale stiamo assistendo non ha mai avuto esempi simili a beneficio di afghani, iracheni, sudanesi, o i palestinesi, paria del mondo.

Merita riflettere su come tutta la politica rappresentata nelle istituzioni – una ragione in più per entrarci – abbia abdicato ad ogni margine di autonomia rispetto agli ordini di Washington e di Bruxelles. Merita riflettere soprattutto sulla disonestà dei media (quasi tutti) che non hanno neppure rinunciato a mostrare immagini di altre guerre, spacciandole come corrispondenze dall’Ucraina. Merita riflettere sulla caccia alle streghe scatenatasi contro tutto ciò che ha sapore, odore e colore di Russia: l’elenco è lunghissimo e sconfortante.

Avremmo mai pensato di assistere a episodi tanto sconcertanti quanto gravissimi, come bloccare lezioni su Dostoevskij (nel bicentenario della nascita!); o “concedere” a un direttore russo di dirigere un’orchestra solo a patto di una previa dichiarazione previa di anti-putinismo; o ancora punire un onesto giornalista (uno dei pochissimi) reo di aver mostrato sullo schermo l’espansione NATO; o impedire agli atleti russi (e bielorussi, per soprammercato) di partecipare alle paraolimpiadi di Pechino, persone che si erano preparate per quell’evento negli anni precedenti e per le quali questo era un traguardo non soltanto sportivo, ma emotivo, psicologico, straordinario? L’elenco potrebbe continuare, in un vero e proprio catalogo di orrori culturali, con un qualunque Gianni Riotta, al solito più realista del re, che fa le sue liste di proscrizione sul giornale del padrone…
Persino manifestare per la pace, come è accaduto a Roma sabato scorso, ha fatto arricciare i nasi dei pasdaran dell’atlantismo: va bene, chiedere la pace, ma solo se si grida “morte a Putin”, insomma. Ecco a me, al contrario, ogni deplorazione della guerra, che ovviamente condivido, è inaccettabile se non è accompagnata da un tentativo di analisi, che comprenda due punti essenziali: l’espansione NATO in funzione anti-russa da un lato, e l’aggressione sistematica, feroce da parte di Kiev contro le popolazioni russofone del Sud dell’Ucraina, in barba, tra l’altro, ai famosi accordi di Minsk, pur minimalisti, ma mai rispettati da Kiev, dove (è opportuno non dimenticare) dal 2014 c’è un governo, frutto certo di una rivolta in parte spontanea, ma pilotata e sostenuta da USA e UE, con l’appoggio di formazioni neonaziste.

Se omettiamo questi due dati, la guerra attuale diventa il mero atto criminale di un despota assetato di sangue. Ma intanto dobbiamo rivendicare il nostro diritto a dissentire dalla narrazione obbligata che governo parlamento e giornali ci stanno imponendo, applicando la mannaia su chi prova a ragionare, invece di tifare e di tifare per “noi”. Questa non è ricerca della pace, e non è neppure ricerca della verità. E non sono forse questi due imperativi categorici degli intellettuali?

Nella immagine, una ragazza rende omaggio nel Donbass al giovane fotoreporter russo Andrej Alekseevič Stenin ucciso nell’agosto 2014 (aveva 34 anni) dalle forze armate di Kiev, mentre documentava quella sanguinosa guerra oggi dimenticata (Foto di Eloisa d’Orsi)

DALLA POST-DEMOCRAZIA ALL’OLIGARCHIA. LA RIELEZIONE DI MATTARELLA

La conclusione della kermesse per l’elezione del nuovo Presidente, è deprimente e nello stesso tempo, data la situazione, e dati gli attori in campo, era la soluzione più agevole, e più ovvia. Sergio Mattarella rimarrà al timone di una barca che ormai fa acqua a prua e a poppa, fino a traghettarla alla nuova legislatura, nel 2023. Mentre Mario Draghi continuerà a guidare il “governo dei migliori”, un’adunata scriteriata e raffazzonata, che ha ripescato dai sotterranei della politica italiana personaggi squalificatissimi, che hanno già recato in passato notevoli danni all’economia, all’istruzione, alla cultura, e alla pubblica moralità.

Gli entusiastici applausi finali dell’Assemblea, stasera, celebravano, non già la “centralità del Parlamento”, come qualche sprovveduto commentatore ha detto, gongolante, in uno dei tanti talk show. Ecco: show, questa è la parola cruciale, che possiamo usare per definire quello a cui ha assistito lungo la settimana che si sta concludendo, la popolazione italiana, giustamente distratta e ovviamente indaffarata per resistere alla pandemia e alle misure pasticciate e contraddittorie per contenerla, e soprattutto al costo della vita, e alle paure più varie, reali o inventate. Come una sbiadita edizione del Festival di Sanremo, che peraltro incombe, lo spettacolo della rielezione di Mattarella alla più alta carica dello Stato, è uno dei punti più bassi della storia repubblicana.

Il punto non è solo il ritorno di Mattarella, confortato dai “meme” sulle reti sociali, dove ignoti artisti dell’ironia grafica hanno mostrato maggiore sensibilità politica di quel migliaio di deputati senatori e “grandi elettori” riuniti a Montecitorio. Questa rielezione ci mette dinnanzi al corpo malato della “democrazia”: finita la rappresentanza, cancellato il ruolo del Parlamento, dove sono prevalse le preoccupazioni delle elezioni anticipate, con il concretissimo rischio per tanti peones della non rielezione, tanto più dopo l’infame riforma elettorale targata 5 Stelle, che ha dimezzato il numero dei rappresentanti, riducendo d’un tratto le chances per le forze minori di entrare in Parlamento.

Il secondo fattore che è emerso in questa squallidissima vicenda è la rinuncia degli stessi nostri rappresentanti a operare secondo un pensiero proprio, agendo semplicemente come macchine agli ordini dei capibastone, mostrando così la loro superfluità. Ma abbiamo toccato con mano, contemporaneamente, l’incapacità di tutte le forze in campo di indicare dei nomi “autorevoli”, come i loro leader andavano blaterando, salvo l’indomani proporre dei signor Nessuno o dei figuri impresentabili al cospetto del mondo.

Se scorriamo l’elenco delle candidature, c’è in effetti da rimanere sgomenti, a partire da Berlusconi (la barzelletta del secolo) alla sua ancella Casellati – quella che garantiva su Ruby “nipote di Mubarak” – come Carlo Nordio, un ex magistrato che ha dedicato buona parte del suo lavoro a cercare di incastrare Antonio Di Pietro, da Marcello Pera berlusconiano della prima ora animato da un anticomunismo viscerale, che riteneva essere l’antifascismo ormai un inutile anacronismo da far cadere) o il repêchage persino di un immarcescibile arnese democristiano come Pier Ferdinando Casini (anche questo ci toccava vedere!) fino all’attuale tenutaria dei Servizi segreti, perché per dare un segnale era meglio votare una donna, e questa ere nei desiderata dei 5 S, a quanto si dice… Mentre personaggi di ben altra caratura e valore come Nino Di Matteo o Luigi Manconi non avevano alcuna possibilità di essere eletti, boicottati dal Centrosinistra prima che dal Centrodestra.

 Insomma, in questo panorama la figura di Mattarella si staglia, con tutti i limiti che il politico ha mostrato, e la sua corrività a scelte dei poteri forti, in un tandem perfetto con Draghi, che di quei poteri è l’interprete designato. In fondo il gioco è quello di tenere in caldo il trono presidenziale per lui, Draghi, mentre i partiti si azzufferanno per l’altra poltrona, quella di presidente del Consiglio. Quindi, scampato il pericolo del passaggio diretto di Draghi da una carica all’altra (una violenza alla Costituzione inaudita), ci ritroviamo con una classica riproposizione del gioco delle tre carte, sotto il segno della “diarchia”.

Un gioco, questo a cui abbiamo assistito senza entusiasmi, anzi con profondissima noia, che segna un altro passo, stavolta un paso doble, che conduce dalla post-democrazia al superamento definitivo della stessa, che ora rimane come una finzione ridicola. E mentre alcuni rispolverano l’idea per niente originale dell’“uomo forte”, sotto forma di un presidenzialismo non dichiarato (tanto accanto alla Costituzione “formale” ce n’è una “materiale” che è quella decisa dai cacicchi del potere!), noi avvertiamo soltanto, disperatamente il bisogno di sinistra, di una sinistra vera, autentica, non parolaia, non autoreferenziale, non chiacchierona. Una sinistra che non si riduca ad essere elettoralistica ma che non disdegni la istituzioni, e cerchi di restituire ad esse un ruolo autenticamente democratico. Le rivitalizzi, faccia davvero del Quirinale e dei palazzi parlamentari, altrettante case del popolo, nel senso che non devono semplicemente venire aperti i loro cancelli una volta all’anno, per dimostrazione della democrazia, ma devono essere espressione del popolo, in modo autentico, vero.

Una sinistra che riprenda in mano Gramsci (e se non lo conosce si metta immediatamente a studiarlo), e cerchi di seguirne gli insegnamenti. Scriveva poco meno di un secolo fa: “La predestinazione non esiste per gli individui e tanto meno per i partiti: esiste solo l’attività concreta, il lavoro ininterrotto, la continua adesione alla realtà storica in isviluppo”: ecco, questo deve fare chi voglia sentirsi “di sinistra” e operare “a sinistra”, nell’interesse generale, che è prima di tutto l’interesse di quei gruppi sociali che sono schiacciati dai grandi potentati, e che non trovano più un partito, né un uomo (o una donna!) che sappia loro dare voce.

Il cammino è lungo e aspro, ma non possiamo pensare che prima o poi sorgerà il sol dell’avvenire, non possiamo credere che siamo “predestinati” a prendere il potere o ad aiutare le classi subalterne a prenderlo. C’è un drammatico bisogno di rigore, di serietà, di studio, e insieme di mobilitazione permanente, dal basso, per opporsi, sistematicamente, in tutti i territori, in tutte le realtà sociali, al percorso che dalla democrazia nata nel 1945-’48, con la Costituzione figlia della lotta armata, sta portando, direttamente, semplicemente all’oligarchia. Perciò, oggi, 29 gennaio 2022, anche se personalmente ci possiamo rallegrare che abbiamo evitato, congelando Sergio Mattarella, che personaggi squalificati salissero al Quirinale, oggi noi dobbiamo constatare un nuovo decisivo passo che fa di quella democrazia sognata dai Padri Costituenti e scritta davvero col sangue dei martiri antifascisti, una pallida ombra di quel sogno nato dalla Resistenza. Dietro quell’ombra si erge il potere vero, esercitato da un pugno di persone: politici, finanzieri, imprenditori, militari, boiardi di Stato (i dirigenti di ciò che rimane dell’economia pubblica), sedicenti “giornalisti”, spin doctors, influencers
Mi piacerebbe pensare che Sergio Mattarella, “nuovo” presidente della Repubblica fosse consapevole di tutto questo e ci risparmiasse, re-insediandosi sul più alto Colle di Roma, le solite tiritere retoriche, buone per tutte le stagioni. Ma non per questa, signor Presidente!

Uno dei meme pubblicati nelle ultime ore (autore ignoto)

PER UNA RINASCITA DELLA SINISTRA

Proposta per una Costituente

Quarta e ultima puntata. Un partito gramsciano?

La Sinistra non ha oggi rappresentanza, quasi a nessun livello, e occorre ricostruire precisamente la rappresentanza, per poter essere interpreti e portavoce di gruppi sociali oppressi, emarginati e senza voce. Il popolo della sinistra non può essere limitato a coloro che scendono in piazza con le bandiere, a coloro che partecipano a raduni di partito, a coloro che sanno le cose, a coloro che insomma la pensano come noi e sono come noi.

Il popolo della sinistra non può limitarsi ai militanti e agli attivisti, altrimenti non è popolo. E se vogliamo provare a raggiungere quel popolo dobbiamo rinascere, non attraverso la sommatoria di sigle, magari sotto un ombrello federativo occasionale: dobbiamo imparare a pensare ed agire non in vista delle elezioni, ma per uno scopo più alto, che tuttavia non deve escludere il momento elettorale.

Da questo punto di vista la vicenda delle elezioni comunali di Torino, in cui sono stato coinvolto, come ho già detto (nella prima puntata) mi ha fornito insegnamenti utili. Alcune delle componenti della coalizione che mi supportava si sono comportate di fatto come corpi indipendenti e autoreferenziali, mostrando sovente una preoccupante aggressività verso gli altri compagni, delle diverse organizzazioni, e un’arroganza del tutto immotivata. Troppo spesso ho visto soltanto l’ossessione della piazza, che troppo sovente induce a ridurre il discorso politico a slogan e ad azioni di scarsa o scarsissima presa popolare. Altre forze, pure traboccanti di persone oneste, di vecchi (più raramente giovani) compagni, e compagne, mi sono apparse muoversi troppo spesso sull’onda di un puro nostalgismo che non è la chiave forse più adatta per realizzare obiettivi concreti di alternativa all’attuale stato di cose.

E anche chi da decenni si autoetichetta come “comunista” o parla della necessità di rifondare il comunismo non dovrebbe a questo punto farsi forza propulsiva o compartecipe, con altre, di un’azione ben più ambiziosa? Quella che oso lanciare con questa lettera aperta, il cui obiettivo dovrebbe essere una vera e propria rinascita della Sinistra.

Non so se quest’azione comporti la rinuncia a sigle e simboli; io non lo chiedo. Credo però, fermamente, che sia indispensabile fermarsi a ragionare, anche compiendo sforzi di immaginazione, per disegnare nuovi scenari, nei quali un soggetto unico o almeno unitario della Sinistra possa infine nascere e contare davvero, e uscire  dal circolo vizioso della memoria, del rimpianto, dello scoramento. So e sento ripetere intorno a me da anni che l’autoperpetuazione di piccoli gruppi dirigenti di piccoli partiti (partitini, si precisa) a volte sembra il solo scopo della sopravvivenza delle organizzazioni della “sinistra radicale”. Forse anche sotto questo riguardo sarebbe necessario dare un segnale. E dobbiamo soprattutto badare al fatto che il patrimonio della Sinistra non è dato (non soltanto e non in primo luogo) dai partiti, quanto dai sindacati, dalle associazioni, dai gruppi spontanei o organizzati, anche quelli che non si auto-etichettano come di sinistra, anche quelli che non si proclamano comunisti. Del resto, mettiamoci in testa che “sinistra” e “comunismo” sono due termini che il tempo e le sconfitte hanno usurato, e vanno oggi impiegati con cura, con cautela, e con rispetto ai loro fondamenti storici e teorici. Hanno bisogno di essere non solo restaurati ma di più: devono rinascere se non dalle loro ceneri quanto meno dai frammenti in cui errori nostri e i colpi della storia li hanno impietosamente ridotti.

Se vogliamo fare un altro percorso, se vogliamo avere un diverso atteggiamento, dobbiamo porci come meta, e come valore, la Sinistra stessa. Abbiamo bisogno di una Sinistra vera, autentica e non autoreferenziale, che tesaurizzi le esperienze storiche di tutti i movimenti che hanno concorso nel tempo, lungo almeno un paio di secoli, a costituire il bagaglio di quell’insieme di teoria e prassi che chiamiamo “Sinistra”: imparando dagli errori, apprendendo dalle virtù di ciascuno di essi, e realizzando un nuovo ‘pacchetto politico’ adeguato ai tempi dell’ultracapitalismo e del neoliberismo. Dobbiamo imparare ad essere dialogici, uscendo dal settarismo e dall’autoreferenzialità, imparare  ad ascoltare e confrontarci con tutte le componenti del variegato mondo della Sinistra. Imparare a metterci in discussione, e non soltanto ad azzannare i compagni che la pensano diversamente da noi, se condividiamo gli obiettivi, e siamo pronti a discutere di come raggiungerli. Lo scontro oggi è impari, e dobbiamo reinventarci come Sinistra per reggere, altrimenti, a forza di sconfitte, scompariremo del tutto, e lasceremo l’iniziativa alla jacquerie, animata da “intellettuali falliti” (espressione gramsciana) e incarnata  da un lumpenproletariat, privo di coscienza e di obiettivi politici. Una sinistra che sappia scegliere il momento dello scontro e quello del confronto, che individui soggetti sociali e referenti politici con i quali dialogare. E, diciamolo, la CGIL – tanto meno la CIGIL di Landini – non può essere assolutamente esclusa a priori, da questo novero, anche se possiamo sentirci ed essere più vicini ai sindacati “conflittuali”, anche se conosciamo e denunciamo errori e compromissioni di questo sindacato come degli altri (ma assai di più) confederali. 

Anelo a una Sinistra che si rialzi dall’ennesima sconfitta, che non si accontenti di rimanere in vita, sempre più mestamente e stancamente, riducendosi a rappresentare percentuali di voto intorno all’1 o allo zero virgola per cento; una Sinistra che si ricordi di essere “di alternativa”, al di là delle etichette e delle bandiere, e che, cioè, provi a disegnare un progetto alternativo di società, credendoci, ma non rinunci alle singole battaglie, in attesa di vincere la guerra; una Sinistra che raccolga singoli e collettività, che non faccia l’esame del sangue preventivo a chi voglia contribuire all’azione e all’elaborazione, che abbandoni la gara di chi è più comunista o più alternativo, che abbandoni vecchie contese (siamo ancora al contrasto Trockij-Stalin!), che generi un nuovo costume, e lanci parole d’ordine innovative, originali come il pensiero che dovrà mettere a punto. Una Sinistra che getti alle ortiche dispute stantie, slogan soltanto ormai retorici e che sappia parlare a quel popolo che vuole raggiungere, e organizzare, rinunciando a intellettualismi e ideologismi. Una Sinistra popolare ma non populista, una sinistra ferma nei princìpi e duttile nelle strategie e nelle tattiche, una Sinistra che abbandoni per sempre settarismi e identitarismi. Una Sinistra che sappia coniugare realismo e utopismo, come ha insegnato Gramsci, che sappia guardare avanti, perché conosce quello che sta dietro, che costruisca un futuro in quanto è cosciente del passato, e ne sappia trarre, appunto, i corretti insegnamenti. Una Sinistra che come “l’Angelo della Storia” di cui parla Walter Benjamin, cammini in avanti ma con lo sguardo all’indietro, proprio per non dimenticare le proprie radici, e le faccia germogliare di nuovo.

Una sinistra che colmi due lacune, che sono emerse in questi anni nelle sue attitudini mentali e nei suoi comportamenti pratici: 1) rimettere al centro dell’attenzione la questione meridionale, perché il Mezzogiorno oggi più di ieri, e persino più dell’altro ieri, rimane quella “grande disgregazione sociale” denunciata da Gramsci. E noi, noi di sinistra, fingiamo di non accorgercene; 2) guardare le cose in modo da connettere il piano locale, con quello nazionale e quello internazionale: non siamo isole, ma pezzi di continente, e dobbiamo, per capire, e per lottare, tenere presenti sempre questi tre piani (locale, nazionale, sovranazionale). Il che non abbiamo fatto, e non facciamo se non rarissimamente.

E mi permetto di chiamare gli intellettuali a uscire dalle loro nicchie, a spendersi, a metterci la faccia – come ho fatto nella recente competizione elettorale, consapevole della temerarietà dell’impresa –, in questo processo, pronti ad affrontare il rischio della sconfitta, ma anche a dare il loro contributo di sapere a tutti: intellettuali che sappiano e vogliano “farsi popolo” e nel contempo aiutare quel popolo a trasformarsi in una “massa critica” intellettuale.

Perciò, rimettendomi personalmente in gioco, senza alcuna pretesa, se non quella di contribuire a far partire un movimento di riscossa, di rilancio, di vera e propria rinascita della Sinistra, propongo di lanciare da oggi un processo costituente, che possa condurci a siffatto obiettivo, cercando di non ripetere gli errori del “percorso del Brancaccio” del 2017-2018, e le tentazioni dell’egemonismo di un gruppo sugli altri. Propongo assemblee in tutte le realtà locali, ovunque, nel Paese, incontri nei quali non ci saranno soltanto le nostre proposte ma ci sarà anche e prima l’ascolto di bisogni ed esigenze di quella “gente comune” – dei più diversi ceti sociali, e in specie di tutti coloro che oggi rientrano nella vasta categoria dei “subalterni”, degli schiacciati da piccoli e grandi potentati, dai vessati da un fisco iniquo e da una burocrazia oppressiva, dagli ingannati da un sistema informativo colpevolmente menzognero, che è oggi il primo complice dei gruppi di oppressione e di sfruttamento.

Personalmente, coltivo un sogno, e lo rivelo soltanto come segnale della necessità e dell’urgenza di pensare in grande, di osare in grande, di sognare, se si vuole, in grande: confesso di sognare un “Partito Gramsciano”, magari con carattere sovranazionale, perché Antonio Gramsci è una straordinaria icona insieme italiana, europea, mondiale, conosciuto e studiato e seguito in larga parte del mondo. Un partito che sappia tesaurizzare il lascito gramsciano, che abbia come meta il comunismo inteso come “umanismo integrale”, che sappia essere un partito di massa in cui si discute, e si delibera insieme, democraticamente; un partito che faccia circolare le élite, che sappia selezionare dal basso costantemente la propria classe dirigente. Un partito le cui basi siano marxiste, ma allargate in modo da accogliere stimoli della più varia provenienza, proprio come fece Gramsci, che dilatò enormemente il marxismo e si confrontò criticamente con il leninismo, diventando un acutissimo interprete critico della modernità, utilizzando autori e culture di assai diversa provenienza, realizzando così uno originalissimo cocktail, che oggi è alla base della popolarità internazionale di questo nostro concittadino. Il partito che sogno, al di là della etichetta, dovrà tenersi alla larga da ogni forma di dogmatismo e di settarismo, capace, piuttosto, di accogliere in sé l’eterodossia, e anzi persino di stimolarla, come lievito fecondo. Un partito nel quale si arrivi insieme alla verità, dal basso, e non subendola dall’alto. Un partito fermo nei valori e nei princìpi, ma duttile nei dettagli, aperto verso tutti coloro che intendono collaborare anche soltanto su un unico aspetto, su una sola tematica, su una sola battaglia, perché tale partito deve saper distinguere la tattica dalla strategia, gli obiettivi a breve, a medio e a lungo termine.

Ma questo è puramente il mio sogno personale. Per ora, la proposta che più prudentemente lancio è quella di avviare un percorso, con tutti coloro che condividano grosso modo i pensieri che ho esposto in questo documento, sinteticamente. Quello che conta però, adesso, è muoversi, è partire, è avviare il processo. Se accettiamo oggi la condizione di irrilevanza in cui siamo, non potremo evitare, tra breve, l’estinzione. Perciò è indispensabile far partire subito il percorso. Per citare Lenin: “La storia non ci perdonerà” se non coglieremo questa occasione, o se tarderemo ancora. E rimarremo soltanto nella forma di una nota a piè di pagina dei futuri manuali di storia: “Ci fu un tempo in cui esisteva anche una sinistra alternativa: radicale, ecologista, comunista, che dopo essersi ridotta alla totale emarginazione, scomparve del tutto…”. È questo che vogliamo?

 Perciò, oso lanciare il motto: Avanti verso la Costituente della Sinistra!

PER UNA RINASCITA DELLA SINISTRA

Proposta per una Costituente

Terza puntata. Pandemia e politica: il vero scontro e quello finto

La protesta a cui stiamo assistendo da ormai un anno e più, e che assume forme crescenti, è innanzi tutto frutto di un disagio sociale enorme, ma essa, che parte perlopiù da presupposti scientifici palesemente del tutto infondati, ha in fondo fatto comodo ai governi, e in particolare a questo governo di union sacrée. Lo scontro tra si vax e no vax è un utile strumento per costringere l’opposizione in un cul di sacco, in un gioco che dobbiamo respingere decisamente e convintamente. La Sinistra, se vuole essere tale, deve certo prestare attenzione alle proteste, specie perché una turba di piccoli e grandi demagoghi sta cercando e ottenendo visibilità, o ricuperando una audience perduta da anni, e addirittura ora si ambisce a trasformare questo confuso movimento in partito politico!

Si tratta di un movimento in crescita, che pensa di sostituire all’intelligenza politica la furbizia, perciò capace di ottenere consenso (consenso genericamente anti-sistema), del tutto privo di sensibilità sul piano della cura alla pandemia che pericolosamente viene negata o sottovalutata, e privo anche di capacità di guardare al di là dei confini salvo per segnalare che non dappertutto vigono restrizioni, proprio mentre le restrizioni e le certificazioni stanno ritornando, prepotentemente. E mentre costoro, figli del ricco Occidente, ma figli anche dell’ignoranza saccente di Facebook, gridano “no al vaccino!”, in larga parte della Terra si urla, o si implora: “vogliamo il vaccino!”. Chi ce l’ha lo rifiuta, e coloro che lo vorrebbero ne sono privati a causa via dell’osceno ricatto dei brevetti di Big Pharma, davanti ai quali l’UE sembra impotente o complice. Un paradosso sul quale dovrebbero riflettere soprattutto quei contestatori che urlano alla “dittatura sanitaria” e si collocano o credono di collocarsi a Sinistra. Basti riflettere a un dato: il 74% di tutti i vaccini contro il coronavirus somministrati nel 2021 è andato ai Paesi ad alto e medio-alto reddito, mentre meno dell’1% è stato somministrato in quelli poveri. Non credo occorrano commenti.

La Sinistra che vorrei, ribadisco, dovrebbe essere attenta alla crescita di queste proteste, che hanno catturato anche militanti della propria parte, accanto a neofascisti, in una folla che nega la realtà della pandemia, che ritiene saggio opporsi alla maschera, e rifiutare al vaccino, e che fa della lotta al certificato verde (su cui sono leciti molti dubbi, sul piano medico e su quello politico, certo), una questione di principio, ma che accetta ogni altra estorsione di identità, ogni altra concessione dei propri dati personali, con assoluta tranquillità: ebbene va detto che nessuno di questi è un punto qualificante di una battaglia politica, e non sono questi gli obiettivi per combattere l’oppressione politica, per respingere le ingiustizie sociali e perlopiù altro non sono che velleitarie manifestazioni di impotenza prepolitica, e sovente addirittura, peggio, espressioni di brutalità oltre che di demenza (si pensi alle aggressioni a medici     e personale paramedico, colpevoli di voler curare i malati di Covid o prevenire la diffusione del virus). Una finta rappresentazione di un “Avanti o popolo alla riscossa”, in un moto sempre più egemonizzato da una destra eversiva, e ingannato da mestatori di pochi scrupoli, confortato da “scienziati” fuori da ogni serio consesso accademico, imbonito da intellettuali falliti.

Eppure quelle folle, vanno tenute presenti, se non altro come stimolo per auto-interrogarci sul come riuscire a parlare, come farci ascoltare, soprattutto come farci capire, e come riuscire a reindirizzare quello scontento, quella rabbia, quella frustrazione verso obiettivi veri, reali, precisi, invece di un generico ripudio di tutto e tutti, secondo la non dimenticata logica eversiva e grottesca del “vaffa” lanciato come motto di un intero movimento dal suo fondatore. In effetti i movimenti di no mask, no vax, no pass, con le opportune e necessarie distinzioni tra loro, richiamano le origini politicamente ‘plebee’ del M5S, ma appaiono imbarbariti, e ci riportano piuttosto all’effimero movimento dei “forconi”, quando anche allora una fetta di Sinistra radicale pensò che fosse da cavalcare, trattandosi di movimento di popolo, confondendo il popolo con il populismo, il confusionismo di piazza con la protesta politica.

Ma soprattutto, la “Nuova Sinistra” che ho in mente e che credo urgente far (ri)nascere deve porsi come una “terza forza”, che non sta con il governo (anzi gli si oppone duramente), ma non si colloca entro una protesta squalificata in partenza, che non ha alcun serio obiettivo politico, una protesta che non ha fini reali di contestazione del potere sul piano sociale, fiscale, sanitario. Il vero scontro non è tra si vax e no vax, il vero scontro non è tra chi grida alla dittatura sanitaria e chi la nega; il vero scontro è tra chi sta con gli attuali assetti di potere e chi vuole modificarli. Noi dobbiamo invece, se vogliamo essere una Sinistra nuova che combatte e sta in campo, lanciare le grandi questioni per il presente e il futuro. Quali sono? Il loro catalogo va costruito insieme, cominciando a discuterne subito.

In ogni caso è da affrontare anche il discorso sul fascismo, che non è un mero oggetto storico, ma una realtà con cui fare i conti, e lo abbiamo visto nelle manifestazioni no vax, no mask, no pass: non si può liquidare la presenza dei fascisti come un fatto casuale e occasionale. Né è condivisibile per nulla la tesi di chi – a Sinistra – rifiuta l’allarme fascismo, ritenendolo una favola inventata o comunque utilizzata dal PD per disorientare le masse e indirizzarle su pseudo-obiettivi; l’assalto alla sede CGIL di Roma del 9 ottobre 2021 è stato un episodio di gravità enorme, un vero atto squadristico in piena regola, che ci riporta davvero, di colpo, ai primi anni Venti, anzi all’agosto 1919, quando i fascisti e nazionalisti e arditi smobilitati assaltarono e distrussero la Camera del Lavoro di Trieste, compresa la biblioteca in essa conservata, preziosissima; le immagini degli assalitori che distruggevano arredi, mobili, computer nella sede centrale del maggior sindacato italiano, sono l’agghiacciante equivalente di quell’azione ignobile di un secolo fa, a cui altre ne sarebbero seguite da parte      delle “camicie nere”, con la protezione e talvolta con l’aiuto diretto di polizia carabinieri ed esercito.

Davanti a questa squallida ripetizione odierna, la reazione delle istituzioni pubbliche, e quella dello stesso sindacato sono apparse flebili; e in generale anche la Sinistra – tutta – ha sottovalutato questo avvenimento, stoltamente o colpevolmente. Anche in questo caso gli esempi del passato ci dovrebbero indurre a porre la dovuta attenzione ai fatti. Noi dobbiamo monitorare denunciare e reagire in tutte le forme consentite, ad ogni episodio di neofascismo “classico”, e ogni esempio di acquiescenza delle autorità e di favoreggiamento da parte di forze politiche “ufficiali”. Ciò non toglie che dobbiamo essere consapevoli, come ci spiegava il filosofo Theodor Adorno, che il perdurare del fascismo in seno alla democrazia “è potenzialmente più pericoloso della sopravvivenza di tendenze fasciste contro la democrazia”. Tanto più in una situazione in cui lo Stato si mostra come una agghiacciante combinazione di repressione e inefficienza, mentre lascia spazi sempre più larghi al “Libero Mercato”, e l’economia pare senza guida, la cultura viene totalmente mercantilizzata, l’informazione asservita. E nella carenza o nella cattiva gestione delle informazioni scientifiche (gravissima colpa di governi e amministrazioni locali, e degli stessi media), negli errori delle politiche sanitarie, che hanno creduto che il vaccino (presidio sanitario fondamentale) fosse l’unica risposta, invece di correre ai ripari ristabilendo il primato della Sanità pubblica, e la necessità della sua gestione centralizzata e non regionalizzata, come servizio e non in termini aziendalistici, invece di occuparsi dei luoghi di lavoro e delle scuole e dei trasporti, non in luogo del vaccinazione, ma insieme alla vaccinazione di massa. E intanto dilagano le informazioni fai-da-te, con l’emergere di personaggi senza alcuna competenza, ma che parlano, anzi gridano, il linguaggio della “gente”, estremo frutto di un liberismo anarcoide che nulla ha a che fare con il pensiero e la storia della Sinistra.

E allora, che fare?

Quello che mi appare sicuro è che una Sinistra che voglia andare oltre la mera autoconservazione (sempre più in forse) dovrebbe intercettare i bisogni reali delle più vaste fasce di popolazione, e trasformarli in azione politica. Ma occorre prepararsi, occorre impegnarsi, occorre disciplinarsi: le elezioni politiche sembrano lontane ma non lo sono e comunque non si può escludere che siano anticipate. Poiché pare che disattendendo gli impegni tanto il M5S quanto il PD, complice gran parte dello schieramento ‘costituzionale’, lor signori stiano lasciando cadere la riforma elettorale in senso proporzionalistico, che era stata decisa a compenso della sciagurata “riforma” che ha dimezzato (e in modo tra l’altro iniquo verso le realtà territoriali) il numero dei parlamentari, dobbiamo impegnarci in ogni forma possibile per spingere quei partiti a tener fede all’impegno: facendo capire alla pubblica opinione che se non si farà questa riforma la democrazia italiana potrà considerarsi morta. Infatti, la possibilità per le ‘forze minori’ (condizione in cui oggi siamo, ahinoi; anzi, ormai siamo forze minime…) per giungere in Parlamento saranno pressoché inesistenti. E se la riforma non si dovesse fare allora la nostra risposta dovrà essere forte, fino a minacciare il boicottaggio delle elezioni. Non dobbiamo accettare un gioco truccato all’ennesima potenza. Siamo già vittime di norme elettorali fortemente penalizzanti, non possiamo renderci complici di questo estremo crimine, di questa decisiva ferita alla Costituzione repubblicana. Ormai la nostra Repubblica, trasformata già da un ventennio in una “post-democrazia”, oggi appare un’oligarchia. Il sedicente “governo dei migliori” si è rivelato, nel suo insieme, un governo dei peggiori. Possiamo rimanere inerti? Forma e sostanza della Costituzione vengono obliterate o cancellate tranquillamente: in nome di una fittizia contrapposizione tra “Costituzione formale” (quella del 1948, giudicata “vecchia”) e “Costituzione materiale”, che sembra esserne lo specchio scuro, o addirittura l’immagine rovesciata.

(nella immagine una istantanea tratta da “Il Messaggero”, dell’assalto alla CGIL del 9 ottobre 2021)

PER UNA RINASCITA DELLA SINISTRA.

Proposta per una Costituente

2. Seconda puntata. Il quadro politico e la pandemia: attualità della rivoluzione?

Non c’è dubbio che nell’era del finanzcapitalismo  (o turbocapitalismo) così bene analizzato dal compianto Luciano Gallino, si sia verificato un grave arretramento della linea difensiva dei diritti dei lavoratori (e ancora di più delle lavoratrici), in parallelo alla perdita di diritti dei cittadini  nella “post-democrazia” (così chiamata dal politologo Colin Crouch), che possiamo interpretare come l’espressione istituzionale del capitalismo della nostra epoca, il quale ha un retroterra dottrinale nel neoliberismo, la teoria del privato è bello, la teoria della deregulation dei servizi, e della loro privatizzazione (trasporti, telecomunicazioni, sanità…), del progressivo arretramento del pubblico a vantaggio del privato. E quindi della scomparsa di politiche e di sentimenti fondati sulla solidarietà, dell’aiuto a chi resta indietro, del sostegno a chi “non ce la fa”. Prevale sempre più la logica del datti-da-fare, se vuoi sopravvivere. E le leggi, la loro formulazione e ancor più la loro applicazione, debbono adeguarsi a questa triste filosofia fondata sull’esaltazione della disuguaglianza, volta a creare feroci gerarchie sociali.

Nuovi assetti produttivi, vanno definendosi in questo capitalismo sempre più sovranazionale davanti al quale gli Stati nazionali appaiono in affanno, sempre più sopraffatti. Come ci ha insegnato Marx, l’economia va più veloce della politica, e il capitalismo globale “domina come Dio sull’universo”: è una frase di Tocqueville che riteneva, nella prima metà dell’Ottocento, a partire dall’esempio degli Usa, che fosse la democrazia a dominare estendendosi irresistibilmente sulla Terra. Dopo la lunga stagione della faticosa conquista dei diritti, dopo i “trenta gloriosi” (ossia gli anni Quaranta-Cinquanta-Sessanta), con le grandi conquiste sul piano di diritti sociali (una stagione da noi proseguita anche nella prima metà dei Settanta, specie sul  piano dei diritti civili), siamo entrati in un imbuto, alla cui ombra si stanno da un lato scardinando i diritti politici (si pensi alle varie riforme elettorali, ultima l’infamissima della riduzione dei parlamentari, a cui anche settori progressisti hanno consentito in nome di un preteso “risparmio”), e dall’altro si stanno riducendo quelli sociali, aggravando forme di oppressione e di sfruttamento. Come contentino ci vengono concessi taluni diritti civili, ma anch’essi col contagocce, e in modo spesso parziale, limitato o addirittura ingannevole.

Non dobbiamo certo rifiutare i diritti civili, ma non lasciamoci obnubilare da essi, mentre i fallimentatori di professione chiudono le fabbriche, i delocalizzatori conducono trattative sotto banco per spostare la produzione fuori d’Italia, e certo la risposta del cosiddetto “sovranismo” è sbagliata: il nemico non è il lavoratore di un altro Paese, il nemico è il padrone transnazionale. E occorre anche porre come obiettivo importante il principio che la democrazia deve entrare nei luoghi di lavoro, nelle fabbriche, e anche in questo Gramsci ci è maestro, con le sue teorie dei Consigli di fabbrica e di una democrazia operaia, dal basso, che si estende dalla fabbrica alla città. La gestione della pandemia ha volutamente sacrificato i lavoratori, come ha sacrificato gli anziani nelle residenze: “scarti” (come li ha definito, con amarezza, il sociologo Bauman) questi ultimi, come i primi invece sono stati considerati e usati come carne da cannone, per la produzione. Una volta i proletari si mandavano a morire in guerra, oggi si mandano a infettarsi nelle fabbriche, o sui mezzi di trasporto sovraffollati… E lo stesso dicasi del personale sanitario, osannato e insieme sacrificato, in modo vergognoso.

In sintesi, il capitale sta cambiando, con l’imporsi del capitalismo digitale, con la totale prevalenza del potere finanziario, con la perdita di potere degli Stati nazionali, davanti ai giganti del web e della finanza. E stanno cambiando le modalità lavorative e le figure del lavoro, tra chi lo dà e chi lo espleta. Cambia il lavoro, le sue tecnologie, il suo ambiente. Ma con una intensificazione dello sfruttamento e della precarizzazione. L’economia digitale sta modificando anche la testa delle persone, in una prospettiva transnazionale. E condiziona in modo mai visto finora i media, la cultura, i processi di formazione (si pensi all’aziendalizzazione della scuola e dell’università).

La rivoluzione è attuale, in questo contesto? Scriveva Gramsci un secolo fa: “La rivoluzione non è l’atto arbitrario di una organizzazione che si afferma rivoluzionaria”, ma è “un lunghissimo processo storico che si verifica nel sorgere, nello svilupparsi di determinate forze produttive […], in un determinato ambente storico”. Interviene su questo poi l’atto della volontà degli individui, sia i singoli, sia gli individui collettivi, le classi, quando abbiano maturato una precisa coscienza. Siamo in questa situazione, oggi?

Certo, non possiamo prendere Gramsci alla lettera. Il contesto 2020-2022 non è quello del 1918-1922, e tuttavia ci sono alcuni elementi comuni. La pandemia è stata assimilata a   una guerra, a torto o ragione, ma la metafora rende l’idea, anche se è stata usata anche per comprimere in modo più agevole gli spazi di libertà. E come ogni guerra ha lasciato ferite d’ogni sorta. E ha prodotto, e continua a produrre scontento, disgregazione, ansia sul futuro. Come un secolo fa c’è bisogno di ricostruire. Di creare un ordine, ma che sia nuovo. Tanto più in una situazione assolutamente nuova come quella legata a una pandemia che       non ha riscontri recenti, nel nostro mondo: quelle che l’hanno preceduta ci hanno soltanto sfiorato, essendo localizzate perlopiù fuori dall’Europa e dagli Usa.

E questo nuovo ordine a cui si dovrà tendere deve essere radicalmente diverso da quello che le classi dominanti stanno mettendo in atto, mattone dopo mattone, nella generale, colpevole inerzia (con minime sporadiche eccezioni) delle forze che in teoria dovrebbero rappresentare un’alternativa all’insegna dei bisogni e delle esigenze dei ceti popolari. Il PD e i suoi cespugli a Sinistra (Articolo 1, Sinistra Italiana…) sono sostanzialmente inglobati, pur con qualche modesto distinguo, mentre quelli a destra (Italia viva, PiùEuropa, Azione ecc.) si sono tranquillamente inseriti in un grande “centro” in un probabile processo di fusione con Forza Italia, a prezzo persino di fare andare al Quirinale un personaggio squalificato sotto ogni aspetto come Silvio Berlusconi: un’autentica oscenità solo il pensarlo. Di fatto è una nuova destra politica, che si sta formando, la quale tende a emarginare le ali estreme, ricuperando a sé il grosso della Lega e dei 5 Stelle, movimento che dopo aver saputo intercettare la protesta sociale e dato voce al bisogno di onestà, nella gestione della cosa pubblica, oggi appare frantumato, avendo mostrato drammaticamente la sua pochezza politica e una notevole dose di opportunismo, capace di produrre risultati positivi a breve termine, ma non a medio e lungo termine, anche  per il modesto, talora modestissimo livello di cultura non soltanto politica della stragrande maggioranza dei suoi dirigenti. Ma anche in questo movimento ci sono persone che hanno ancora una volontà genuina di fare il bene pubblico, e con loro bisogna parlare.

Gli orientamenti che i grandi potentati stanno esprimendo per superare la crisi pandemica non concedono spazio alla speranza che le cose possano cambiare: o meglio in fondo quelle scelte stanno dicendoci che le       cose cambieranno, ma non certo nel senso di un riequilibrio dei poteri e delle ricchezze: perché, proprio come era accaduto con la Guerra del ’14-’18 si sono prodotte nuove disuguaglianze, generando gigantesche ricchezze per le grandi multinazionali del farmaco, e inattesi profitti per farmacie, per ditte varie che si sono gettate sul mercato dei “presidi di sicurezza” anti-Coronavirus; e, scandalosamente ma non sorprendentemente, non pochi individui e gruppi hanno lucrato e continuano sulla “lotta alla pandemia”, in modo legale o illegale, sovente squisitamente truffaldino (si pensi soltanto allo scandalo “mascherine” dell’ex Presidente della Camera Irene Pivetti e alle numerose imputazioni emesse a carico dell’ex “commissario all’emergenza”, Domenico Arcuri, scelto personalmente, non dimentichiamolo, da Giuseppe Conte, allora presidente del Consiglio, il cosiddetto “avvocato del popolo”).

Dall’altro canto, abbiamo centinaia di migliaia di persone e famiglie che hanno patito su ogni piano non soltanto la pandemia, ma anche la risposta politico-sanitaria ad essa data da governi impreparati o semplicemente inetti, o direttamente colpevoli, o complici dei colpevoli che hanno distrutto il sistema sanitario nazionale, che era stato il principale risultato delle lotte sociali degli anni Sessanta. Una colpa irredimibile, di cui peraltro sembra che nessuno voglia assumersi la responsabilità e nessuno nei due anni di pandemia ha cercato di cominciare a rimediare alle scelte compiute, anzi il ricorso al privato è stata anche nella pandemia la principale risorsa: errori e insieme scelte precise che vanno in una direzione che non può essere la nostra.

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PER UNA RINASCITA DELLA SINISTRA.

Proposta per una Costituente

  1. Prima puntata. Riflettere sulla sconfitta

Le Elezioni amministrative dell’ottobre 2021 sono state l’ennesima tappa di un percorso di sconfitte della Sinistra, iniziato ormai molti anni or sono. Ritengo non solo necessario ma inevitabile e urgente avviare una riflessione non rituale. Ci sono tre possibilità: 1) fare una presa d’atto formale, ma proseguire sulla linea di condotta del passato, magari con qualche piccolo aggiustamento; 2) tirare i remi in barca, o appendere la penna al chiodo (o riporre la falce e il martello in soffitta) e aspettare un cambio di stagione; 3) rialzarsi e rimettersi al lavoro, forse non proprio “serenamente” – come insegna Gramsci –, anzi con ansia e  forse qualche timore, ma senza esitazioni. Essendo stato protagonista della battaglia (e della sconfitta), nel caso di Torino, o almeno front man, ho avvertito la necessità di affrontare direttamente, e personalmente, i problemi ed esaminare le ragioni della sconfitta, passaggio preliminare per tentare di rispondere alla domanda fondamentale: che fare, ora? Le ragioni della sconfitta, se sviscerate a fondo, possono essere altrettanti insegnamenti. E non tenerne conto, sarebbe suicida.

Questa nuova battuta d’arresto, una volta superato lo smarrimento, ci obbliga ad uno sforzo di sincerità, ma anche di immaginazione. Almeno io sento di doverlo fare. Questa lettera aperta vuol essere uno stimolo per avviare un processo costituente che possa favorire una rinascita della Sinistra, ma non è certo una pretenziosa autocandidatura, ma semplicemente una dichiarazione di disponibilità a fare questo percorso con chi ne vedrà, con me, la necessità e l’urgenza.

L’esperienza elettorale di Torino mi ha insegnato molto, nel bene e nel male. E questo bagaglio vorrei in certo modo mettere a disposizione del “popolo della Sinistra”.

La situazione politica italiana sembra senza sbocchi, incastrata fra la pandemia e un governo di tecnocrati di modesto valore (nel migliore dei casi, e da politici di lungo o medio corso, di pessima fama (ci siamo ritrovati fra i piedi personaggi come Brunetta e la Gelmini!): un governo di destra, a cui inutilmente PD e M5S tentano di apporre etichette emergenziali per far più agevolmente accogliere politiche di aggressione alle classi meno abbienti, di “riforme” imposte dalla UE e dal FMI, mentre la popolazione così duramente provata dal Covid, e dalle misure spesso pasticciate, contraddittorie e spesso di dubbia efficacia messe in essere per contrastarlo. E nessun provvedimento serio viene adottato per rimediare alla catastrofe sanitaria, effetto della regionalizzazione, della privatizzazione e dell’aziendalizzazione. Un governo di destra, non legittimato da un voto, come del resto i precedenti, che sembra semplicemente istituito per gestire una politica antipopolare, sotto una falsa vernice di modernizzazione e di tecnicizzazione. E che nello strombazzato consenso della UE (una istituzione che andrebbe messa totalmente, radicalmente in discussione), mette a punto provvedimenti economici, sociali e ambientali che non vogliono toccare gli interessi dei gruppi dominanti, cambiare il modello di sviluppo, invertire il senso della produzione e le sue logiche, arrivando davvero a una economia “green”, e avvicinarsi a una pur minima equità fiscale. Basti pensare all’ultima trovata del Parlamento dell’Unione: ricuperare tra le fonti “green” il  nucleare e il gas! Un governo, che, sotto specie di unità nazionale anti-virus, sembra indirizzare le proprie scelte agire contro tutti i ceti subalterni, vecchi e nuovi, ossia quelli messi in ginocchio dal Covid e dalle misure restrittive per contrastarlo. La difficoltà di larga parte della popolazione  si fa sentire, quotidianamente, con l’aumento della disoccupazione e gli astronomici rincari di beni di prima necessità e soprattutto dei costi dei servizi, del carburante, e di tutte le utenze legate all’energia, e alle carenze del servizio sanitario, a cui non si pone rimedio. Mentre, per converso, si prosegue nella scellerata politica delle “Grandi Opere”, Tav in testa (ma si ritorna persino a parlare del Ponte sullo Stretto!): opere tanto inutili sul piano della viabilità, quanto dannose per il territorio, e costosissime per il bilancio pubblico.

Tutto ciò non può che produrre disaffezione alla cosa pubblica (le ultime elezioni hanno visto un tasso di astensione che ha raggiunto punte intorno al 60%, e questo ha penalizzato specialmente noi esponenti di forze di Sinistra: a Torino le periferie proletarie e sottoproletarie non sono andate alle urne o hanno votato a destra) e produce disincanto, rancore, rabbia. La rabbia si può tramutare in politica? La rabbia storicamente è stata più volte un fattore propulsivo, ma abbandonata a sé stessa, si traduce nella mera protesta distruggitrice, con conseguente repressione, e inevitabilmente – questo mi pare l’insegnamento della storia – riduzione degli spazi di agibilità politica per quanti contestano la gestione del potere. L’ultimo decreto della titolare del dicastero dell’Interno Lamorgese è perfettamente in linea con questi insegnamenti storici: le reiterate, sempre più aggressive manifestazioni no green pass (che pure hanno ragion d’essere, trattandosi di una scelta politica di dubbio valore, e che contiene certamente elementi di discriminazione a cui prestare attenzione), e le proteste no mask, no vax, no pass hanno fornito il pretesto per una stretta preoccupante, mai vista almeno in tempi recenti. Bisogna tornare alla emergenza “anti-terrorismo” per trovare qualcosa di analogo (pensiamo alla famigerata Legge Reale, del resto oggi tuttora vigente, anche se in sonno, buona però per essere risvegliata quando occorresse). Ma la rabbia è un segnale importante, e va colto, capito e si deve tentare, appunto, di trasformarla in azione politica.

Al termine della Grande Guerra Gramsci si poneva questo stesso problema, ossia come trasformare la rabbia in proposta e azione politica rivoluzionaria: allora ai sacrifici immensi dei combattenti si sommava la sofferenza delle popolazioni civili, provate dalla durata del conflitto, con tutte le sue conseguenze sulla vita quotidiana, con i lutti in tutte le famiglie (lutti che la febbre “spagnola” che stava scoppiando proprio allora avrebbe raddoppiato: la stessa famiglia Gramsci ne fu colpita, con la morte di una sorella di Antonio). Tutto questo produceva rabbia, e il Partito socialista, di cui egli era militante, un militante sempre più insofferente dell’inanità della sua dirigenza, avrebbe dovuto sapere intercettare quella rabbia, e trasformarla in azione coerente delle masse. E non fu in grado di farlo. Gramsci riteneva che fosse indispensabile educare le masse, istruendole, aiutandole a ritrovare entusiasmo in se stesse, e voglia di lottare, ma organizzandole. Gramsci pensava che quelle masse avessero comunque una coscienza, sia pure “elementare”, una sorta di materia grezza su cui occorreva lavorare, attraverso un lavoro di pedagogia politica essenziale.

Oggi, a dispetto di chi crede e ripete che siamo in una situazione rivoluzionaria, ritengo piuttosto che siamo  in una crisi profonda i cui esiti sono imperscrutabili. Dobbiamo innanzitutto osservare e cercare di comprendere le trasformazioni degli assetti produttivi, con l’emergere, devastante, del capitalismo digitale, e del settore della logistica, su cui il capitale si è avventato famelico e vorace e la nascita di nuove figure di lavoratori “atipici”, per la stabilizzazione contrattuale dei quali si sono fatte e si stanno facendo lotte sicuramente partite in ritardo, e che finora si sono limitate a una prospettiva sostanzialmente corporativa.  Occorre invece collocare questa varietà di ruoli e soggetti individuali in una prospettiva più ampia, che sia a vantaggio dei lavoratori ma non accetti la logica per la quale il datore di lavoro sia un algoritmo, una entità ignota e spietata che ti multa se la consegna è effettuata con un minuto di ritardo, e così via, in una girandola infernale, magnificamente e amaramente rappresentata da Ken Loach nel suo ultimo film Sorry, we missed you. Oggi battersi per la riduzione degli orari di lavoro e l’aumento dei salari, per esempio, dovrebbe essere uno dei primi punti dell’agenda della Sinistra.

Adesso basta! (“Gegen Ugo Mattei und Consorten”)

Adesso basta! Ugo Mattei ci ha seccato.

Gli ho fatto passare tutto, nella campagna elettorale, condotta in modo scorretto e sgangherato, con un furgone super-inquinante che gracchiava per le vie di Torino, con volantini di propaganda per la sua lista distribuiti fuori tempo massimo, con comizi al Campus dove era vietato fare propaganda elettorale, con discorsi grotteschi, in cui alle domande di eventuali intervistatori o spettatori rispondeva sciorinando i propri meriti (tutti da scoprire), e quelli del babbo e del nonno (non ho approfondito, ma che c’entrano i parenti con quello che noi facciamo o diciamo?).

E la sua lista personale, partita poco dopo l’inizio dell’anno addirittura, lui la presentava come “né di destra, né di sinistra”, proprio lui che aveva incantato un po’ di giovani con la parola d’ordine del “benecomunismo”, dopo aver lucrato delle teorie di Stefano Rodotà, compianto, sui “Beni comuni”, e post mortem ha continuato a dirsi suo collaboratore, anzi nel suo discorso era Rodotà che semmai collaborava con lui…(povero Rodotà, mi piacerebbe proprio sentire un suo commento!).

Lui che scriveva sul Manifesto e partecipava scomposto ai cortei, purché fossero non di sinistra, ma di estrema sinistra. Lui che vociava contro il Tav, lui che voleva salvare la Cavallerizza dalla privatizzazione, lui che insegnava negli Usa e contemporaneamente a Torino, tanto da avere delle grane amministrative, dalle quali non so come sia uscito.

In campagna elettorale al di là delle pagliacciate (esempio il tuffo nel Po per dimostrare la sua purezza, tra pantegane e piante velenose…), ha continuato a ripetere fino alla vigilia estrema del voto che i sondaggi che lo davano spacciato erano fasulli, e che i suoi personali sondaggi, affidati ad una società statunitense lo accreditavano del 25-30% e che sarebbe arrivato sicuramente al ballottaggio.  Ora infatti ripete lo schema e dice che i dati del Ministero della Sanità e quelli dell’OMS e di tutti gli organismi di ricerca e amministrazione della scienza medica sono farlocchi, e che lui ha i dati veri. E che è falso che i non vaccinati siano più esposti alla malattia, più a rischio di prenderla in modo grave, più a rischio di intasare gli ospedali e di morire e far morire coloro – affetti da altre patologie – a cui in sostanza rubano i posti letto.

In effetti, a un certo punto della campagna elettorale, lunga ed estenuante, davanti agli scarsi progressi della sua lista (tutta sua), ecco il giurista Mattei scoprire nei no vax un bacino elettorale e cominciare a vezzeggiarli. E poi fallito, come candidato sindaco, come consigliere, come docente, ha deciso che quel bacino elettorale poteva diventare direttamente un bacino politico, ed ecco lanciare l’idea del movimento “olistico”, nel qual ci può stare di tutto, come in effetti capita tra i no mask no vax no pass…

E , ora si spaccia per costituzionalista, senza esserlo, e persino conoscitore del passato storico per appellarvisi onde sostenere la causa per la quale combatte, intrepido, leader in pectore del movimento, cercando di rubare la scena ad altri personaggi in cerca di visibilità: dal vecchio Agamben, ripescato in un fondo di magazzino foucaultiano, al solito Cacciari, che non perde un’occasione per farsi notare sprezzante di dire autentiche minchiate (sia consentito il termine), fino ai residui del mondo che fu, come Carlo Freccero, il sedicente filosofo Diego Fusaro, l’ex medico (radiato dall’Ordine) e opinionista tuttologo, Alessandro Meluzzi, passato dal PCI a Forza Italia, con cui fu eletto in Parlamento.  Una bella compagnia cantante, che comprende altre cime come Enrico Montesano, Eleonora Brigliadori e non so più chi altri…

Ma il più acccanito è lui, il Mattei, il benecomunista olistico, che straparla, e alla manifestazione di sabato 8 a Torino ha arringato la folla, con una grottesca “lectio magistralis”, nella quale ha lanciato con grande temerarietà la idea di un CLN, un nuovo Comitato di Liberazione Nazionale che, come quello che radunava le forze antifasciste per guidare la Resistenza contro le camicie nere e i loro padroni nazisti, vorrebbe liberare gli italiani. E con una impudenza a cui ormai ci ha abituato nelle sue sortite, ha paragonato se stesso, con grande modestia, ai 12 docenti che rinunciarono alla cattedra nel 1931 perché si rifiutarono di giurare fedeltà al regime mussoliniano.

Del resto questo genere di paragoni storici, che gridano vendetta, erano già circolati negli scorsi mesi, con osceni richiami ad Auschwitz, con la falsa, infame analogia, tra gli ebrei perseguitati e inviati nei campi di sterminio, e i “resistenti” no vax che vogliamo cacciare in qualche campo di patate, forse, dove starebbero benissimo a scavarle, per servire alle mense popolari.

No, ora basta! Le scempiaggini pseudoscientifiche che i social media hanno diffuso e amplificato, le semplificazioni giuridiche altrettanto infondate, insieme alle aggressioni agli ospedali alle ambulanze le minacce e le violenze contro medici e paramedici, devono suscitare dopo la riprovazione, per tacere dell’azione squadristica contro la CGIL (che vide uniti no mask no vax e no green pass ai fascisti di ogni risma) una risposta del mondo intellettuale. Basta con questi pseudo-scienziati, basta con questi filosofi da strapazzo, basta con questi giuristi dell’ultim’ora. Non c’è un solo scienziato serio, che si sia espresso contro mascherina e vaccini, non c’è un solo costituzionalista che abbia avallato la bella trovata di Agamben, ripetuta pappagallescamente dai suoi seguaci, della “dittatura sanitaria”, non c’è una sola persona di buon senso che possa paragonare il vaccino al gas Zyclon-B con cui si uccidevano a milioni gli internati nei lager nazisti. Non c’è un intellettuale degno di questo nome che possa ancora tollerare queste sparate, che impunemente Ugo Mattei, sta ululando nelle piazze.


Ora basta! Mattei non sa cos’è stato il fascismo, infanga la Resistenza, e ignora quale fu il ruolo storico  il CLN e quale coraggio ebbero i professori che non giurarono.  Il suo coraggio, è quello del piccolo demagogo opportunista, in caccia di consenso, pensando, dopo il fiasco locale a Torino, di mettere su una schiera che lo porti a Montecitorio o a Palazzo Madama.

E tutto questo non vuol dire avallare acriticamente Draghi e Speranza, e gli altri ministri e amministratori; tutt’altro: gli errori sono stati tanti e proseguono. Ma conservare lo spirito critico, non deve indurci a osannare la “libertà” come fanno i fascisti (curioso, questo appellarsi alla libertà da parte loro!), seguendo la loro leader Meloni, o i leghisti che ancora stanno a sentire Salvini. La libertà è sempre da considerare in un quadro sociale, di interesse generale. È così difficile da capire? E quando, nella storia, abbiamo sentito soltanto gridare “Libertà” era la destra che faceva capolino, se accanto alla libertà non si chiedeva uguaglianza, che è la cartina di tornasole della sinistra.  E oggi uguaglianza significa assicurare a tutti, nel mondo, il vaccino, i vaccini, non importa se le varianti del Coronavirus ci obbligheranno a farne due tre quattro cinque dosi. E mentre qui da noi, nel ricco Occidente, ci sono quelli che lo rifiutano, sdegnosamente in nome della “libertà” o per timore di essere controllati dal Grande Fratello, e non vogliono sostentare Big Pharma (ma intanto sono pronti a dare alle aziende farmaceutiche milioni di euro e dollari con centinaia di tamponi, invece del vaccino!), una larga parte di umanità anela a quei vaccini. Oggi schierarsi a sinistra significa non lottare contro il vaccino ma contro i brevetti per i vaccini e farli arrivare in dosi massicce in Africa, Asia, America Latina. Questo è esser di sinistra, questo è sostenere le cure mediche come un “bene comune”, e non urlare nelle strade d’Italia, beotamente: “Libertà-Libertà-Libertà”.

Capito, Mattei, “benecomunista” dei miei stivali?

Il silenzio degli intellettuali seri, non cialtroneschi come lui, non può proseguire.  È ora di gridargli sul muso: “Mattei, ora basta!”

Ugo Mattei a Torino arringa le folle (8 gennaio 2022 . Il sottotitolo dell’articolo è una parafrasi da Marx ed Engels,”Die heilige Familie. oder Kritik der kritischen Kritik”, ossia “La sacra famiglia, ovvero Critica della critica critica” (1845) che recita “Contro Bruno Bauer e consorti”, in tedesco: “Gegen Bruno Bauer und Consorten”, stroncatura della cosiddetta sinistra hegeliana)

"Sono pessimista con l'intelligenza, ma ottimista per la volontà". (Antonio Gramsci, 19 dicembre 1929)