Difficile immaginare due personalità, umane e intellettuali, più diverse, quali Gianni Vattimo e Pietro Rossi, scomparsi a distanza di una manciata di giorni, tra il 19 e i 23 settembre scorso: due pensatori uniti dal destino nel medesimo ambito disciplinare (la filosofia), e per giunta nello stesso ateneo, l’Università di Torino, che si vanta di aver laureato niente meno che un progenitore del pensiero filosofico come Erasmo da Rotterdam nel lontano 1506. Un ateneo che ha avuto docenti quali Nicola Abbagnano e Luigi Pareyson: cito non a caso questi due, dato che sono proprio i maestri di Rossi (Abbagnano) e Vattimo (Pareyson). E non c’è dubbio che gli allievi abbiano ricevuto precisi imprinting da loro. Il laico e illuminista Abbagnano ha formato il laico, illuminista, razionalista e storicista Rossi, mentre il cattolico, ed esistenzialista, Pareyson è stato guida di Vattimo, pensatore “irregolare”, cattolico insofferente, cattolico radicale, cattolico comunista…
86 morti, 35 bambini. Non vi bastano? E ora date addirittura la colpa a Putin, alla Russia, che con il Reparto Wagner (che chiamate sprezzantemente “mercenari”, mentre coloro che combattono per l’Ucraina e la Nato, sono “partigiani” e “resistenti”).
La vostra indecenza non ha limiti. L’ha espressa mirabilmente un improbabile ministro dell’Interno, un burocrate di nome Piantedosi, che si sta facendo conoscere per pochezza morale e inefficienza operativa (si pensi agli avvenimenti di ieri a Napoli con un assalto militare di tifoso tedeschi alla città, passato indisturbato! E i pericoli vengono da rave party, per il nostro ministro!), un uomo che si dice talmente sensibile da piangere prima che le disgrazie accadono. Ministro dell’Interno! Queste povere vittime sono sue, ministro Piantedosi. Ma prima ancora appartengono al suo presidente del Consiglio, la signora Meloni, e al suo collega vicepresidente Salvini, i due che cantavano, stonando, la Canzone di Marinella di un incolpevole De Andrè: la storia di una ragazza che muore annegata, mentre ancora v’erano corpicini in fondo al mare nostrum, bimbi e bimbe che reclamavano semplicemente il diritto alla vita, che per voi antiabortisti dichiarati, è il diritto del feto, non quello del bambino. Fate schifo.
E tutto quello che sapete fare, e annunciare urbi et orbi che darete la “caccia agli scafisti lungo tutto l’orbe terracqueo”! Siamo davvero alle comiche finali. Comiche che suscitano però ribrezzo, specie davanti alle parole pronunciate nell’incontro odierno della presidente con una delegazione di superstiti: “Sapete i rischi delle traversate?”. “No, Signora Presidente”, avrebbero potuto rispondere: “pensavamo fosse come viaggiare su Costa Crociere…”.
86 morti. 35 bambini, gentile Giorgia, che ti dichiari “mamma” e “cristiana”. 35 bambini, alcuni dell’età di tua figlia. Ma esistono ovviamente figli di un dio minore, e sono i bimbi siriani, afghani, libici, centrafricani, palestinesi, i bimbi che non hanno gli occhi azzurri degli ucraini, i bimbi che non possono permettersi di fuggire dalle guerre, e dalla fame che noi occidentali abbiamo portato nei loro paesi, lungo percorsi sicuri, perché voi, infami, avete criminalizzato anche il diritto a fuggire dall’inferno che avete scatenato, con la NATO, di cui vi dichiarate ogni giorno servi fedeli, con quella NATO che oggi mette a rischio più che mai la sopravvivenza della Terra. Ma, certo, per voi il pericolo è dato dagli “scafisti”, i quali in Libia, principale punto di partenza dei barconi della speranza, o meglio della disperazione, coincidono con le guardie costiere che noi paghiamo per tenere a bada le partenze!
I fatti di Cutro, cari ministri cristianissimi e cattolicissimi, pronti alla genuflessione davanti all’altare (ma silenti davanti alle denunce di Papa Francesco), difensori della “famiglia naturale”, che ora togliete ai figli delle famiglie omogenitoriali persino i diritti ad essere riconosciuti, voi tifosi dell’ordine internazionale, pronti a dare alla Russia anche questa “colpa”, i fatti di Cutro, sappia telo, sono tutti “vostri”: e smettetela di mentire sulla dinamica, perché ci sono tutte le prove della vostra responsabilità di quelle morti.
I fatti di Cutro saranno ricordati dagli storici probabilmente come il punto più basso toccato dalla classe politica nazionale nel dopoguerra. Per Meloni, Salvini, Piantedosi, e per tutti gli altri nanerottoli che costituiscono questa compagine governativa, non ci sarà un tribunale internazionale per i crimini contro l’umanità, ma il tribunale sovranazionale delle coscienze li ha già condannati, e bisogna ricordarlo ogni giorno, in un Paese dalla memoria corta come il nostro.
No, nessuna remissione, nessuna assoluzione, nessuna comprensione per tutti costoro.
Un’immagine diffusa dall’ufficio stampa dell’Unicef l’1 marzo 2023, a pochi giorni del naufragio, al largo delle coste calabresi, dell’imbarcazione su cui viaggiava un gruppo di migranti.
Nel pieno dello scontro fra rivoluzione e controrivoluzione nella Russia dopo la vittoria di Lenin, le potenze imperialistiche occidentali, e il Giappone, intervennero militarmente per dare manforte ai “Bianchi”, ossia i controrivoluzionari, guidati dall’ammiraglio Kolciak, il quale costituì un suo governo antibolscevico, in Siberia, che venne prontamente riconosciuto dalle potenze occidentali, compresa l’Italia. Commentava il giornalista socialista Antonio Gramsci (il 21 giugno 1919, su “L’Ordine Nuovo”): “questo riconoscimento equivale a una dichiarazione di guerra al popolo russo. Che la guerra non sia condotta direttamente da soldati italiani, ma sia combattuta dai giapponesi, è quistione che non esonera lo Stato italiano dalle terribili responsabilità che si è assunto. Politicamente e moralmente lo Stato italiano sostiene la reazione antiproletaria in Russia; il sangue che sarà versato nella guerra infame ricadrà anche sul popolo italiano, se esso non scinde ogni sua responsabilità dall’atto del presidente del Consiglio”.
Non è peregrino leggere queste parole alla luce dell’attualità davanti ai nuovi, incessanti “pacchetti” di aiuti militari economici e “umanitari” che l’Italia, paese guidato da una classe politica pronta a chinare la testa davanti ai potenti della finanza nazionale o internazionale, un paese che forse meriterebbe di meglio, un paese che vorrebbe, nella larga maggioranza dei suoi abitanti, vivere in pace ed essere lasciato in pace, come d’altronde prescrive la sua Grundnorm, la sua legge fondamentale, quella Costituzione che da troppi anni, governi di ogni orientamento negligono, ignorano, violano, tranquillamente. Lo stesso paese reale, che sta affrontando una crisi economica gravissima, una crisi che colpisce i poveri, le classi medie, e arricchisce i ricchi, e soprattutto le multinazionali, del farmaco, dell’energia, delle armi… Lo stesso paese da quasi un anno, subisce sempre più sgomento l’effetto non solo del rialzo di prezzi ingiustificato, ma anche delle sanzioni imposte alla Russia, che sono sanzioni contro l’Europa e contro l’Italia, e a vantaggio soltanto degli Stati Uniti. La Russia che non è più quella bolscevica di Lenin, ma che rimane un secolo dopo la bestia nera degli occidentali. E che gli occidentali hanno spinto a questa guerra, che rischia di essere infinita. E dalle conseguenze imprevedibili, quanto angosciose. Lascio ancora la parola a Gramsci:
“Intanto anche in Italia è ricominciata l’ascesa dei prezzi dei consumi: i salari sono precipitati. Mancano le materie prime, mancano i viveri. L’Italia, più di ogni altro paese, avrebbe bisogno della pace effettiva nel mondo, di una immediata ripresa dei traffici coi mercati di materie prime e di viveri”. Sì, sarebbe interesse vitale dell’Italia, più di altri paesi, la pace, la ripresa degli scambi commerciali, e aggiungiamo pure, delle relazioni culturali e umane. E invece, che accade? Si succedono i governi, trascorrono i mesi, militari e civili muoiono nei campi fangosi della “terra di confine” (questo significa Ucraina), gli edifici crollano, quelle che erano città qualche mese fa, ora appaiono ammassi di ruderi, la fame si aggiunge alla distruzione, l’odio degli uni non placa il risentimento degli altri. E i governanti italiani, come quelli di quasi tutti gli Stati dell’Unione, sottomessi alla volontà di Washington, ripetono: “armi all’Ucraina, denaro all’Ucraina, aiuti all’Ucraina”, ma soprattutto, armi sempre più pesanti, essendo venuta meno la ridicola distinzione tra armi offensive e difensive, che per i primi mesi del conflitto ci veniva ammannita.
“Sarebbe interesse vitale dell’Italia che il governo russo dei Soviet si consolidi”, scriveva Gramsci: togliamo il riferimento ai Soviet e possiamo leggere questo articolo, del giugno 1919, come una cronaca dei nostri giorni. Un monito, anche, a pensare a costruire le condizioni della pace, e non a portare avanti un massacro, che colpisce anche noi sul piano economico, mentre, grazie a schiere di di giornalisti al soldo delle verità prefabbricate, di commentatori asserviti al mainstream, la grande menzogna si è impadronita di noi tutti. Lottare contro di essa è ogni giorno più difficile, ma non possiamo non farlo, se non altro per salvare le nostre coscienze.
E invece il nostro paese, oggi come cento anni or sono, scrive Gramsci, “si associa all’Inghilterra, all’America, alla Francia e al Giappone per far sorgere in Russia una nuova formidabile guerra, che taglierà, per un tempo indeterminato, la Russia dai traffici mondiali. Consente a che gli Stati Uniti continuino a esercitare il monopolio del grano e impongano ai viveri prezzi di monopolio; consente a che la Francia e l’Inghilterra esercitino il monopolio del carbone e del ferro; consente a che il Giappone sottoponga al suo controllo le riserve minerarie e agricole della Siberia”. E l’azione del nostro governo, oggi come allora, “è rivolta a rovinare l’economia italiana, ad affamare il popolo italiano, a dare il popolo italiano in preda alle oligarchie finanziarie internazionali”.
La storia insegna, ma, sempre come scriveva Gramsci, “non ha scolari”.
(Nelle immagini, l’ammiraglio Aleksander Kolciak, e Antonio Gramsci)
“Un soffio di follia criminale” si sta abbattendo sull’Italia. Lo denunciava Antonio Gramsci, oltre un secolo fa, davanti al delirio nazionalistico, generato dalla Guerra mondiale. Userebbe le stesse parole oggi, davanti alla gigantesca union sacrée formatasi nel volgere di un pugno di ore nel nostro Parlamento, ma che trova un avvilente corrispettivo in quello della UE, fino a raggiungere l’Assemblea generale dell’ONU, dove si è assistito ieri a una scena a dir poco inquietante con la generalità dei delegati occidentali nel momento in cui è comparso sullo schermo il ministro degli Esteri della Federazione Russa, Sergej Lavrov ha abbandonato l’aula. Un gesto che non ha precedenti, a mia memoria, nella vita dell’ONU. Un gesto di gravità inconcepibile, specie in un consesso il cui fine istituzionale è risolvere pacificamente i contrasti fra i propri associati. Benzina sul fuoco, in termini semplici, gettata con straordinaria irresponsabilità da coloro che dovrebbero al contrario adoprarsi per spegnere l’incendio.
Questa sacra unione unifica forze politiche, commentatori “indipendenti” (ma non troppo…), giornalisti che fanno il loro dovere di impiegati delle proprietà, esponenti della cosiddetta “società civile”. E in nome della difesa della pecorella Ucraina aggredita come agnello sacrificale dall’orso russo, si stanno adottando misure politiche, militari, commerciali, finanziarie e persino culturali che dovrebbero “mettere in ginocchio” il popolo russo, insieme al suo leader Vladimir Putin, qualificato ipso facto come “dittatore”, dimenticando che è stato eletto in elezioni libere, e che gli USA che ci impartiscono ogni giorno nozioni di democrazia hanno degli begli scheletri nei loro armadi: come dimenticare, ad esempio, che Bush junior venne “nominato” presidente, dalla Corte suprema (con voto a maggioranza!), invece che “eletto”? Tanto più che il suo contendente Al Gore aveva raccolto un numero di suffragi decisamente superiore…
Per chi abbia qualche nozione di storia, la situazione appare fortemente evocativa. Ma si sa che ha pochi alunni.
Il sito “Stroncature”, che ci inonda di messaggi autopromozionali, vantando la propria indipendenza e chiedendo denaro per concedere di leggere le opinioni dei suoi autori, ha subito indossato l’elmetto e fin dall’inizio delle ostilità sta portando avanti una linea, ridondante di aggettivazione bellicistica, che fa venire i brividi: oggi leggo, per esempio, che la mossa di Putin “ci ha restituito un nemico comune” (ossia la Russia), dove quel “ci” dovrebbe rappresentare il mondo civile. E rieccoci al vecchio topos del contrasto radicale tra barbarie e civiltà, che aveva dominato il discorso pubblico nel 1914-’18, un contrasto in cui ciascuna delle parti in campo ribaltava sull’altra la qualifica di barbara.
Allora, invano pochi spiriti liberi invitavano alla ragionevolezza, a cominciare dal francese, premio Nobel per la Letteratura, Romain Rolland che sorpreso in Svizzera dallo scoppio del conflitto nell’estate 1914 non potè rientrare in patria a causa di una serie di articoli in cui invitava gli uomini di cultura a non confondersi con la “canea nazionalista”. Anche allora il suo messaggio rimase inascoltato. Oggi vorrei leggere prese di posizioni simili, inviti alla ragionevolezza, invece che incitamenti agli schieramenti, pro o contra Putin, vorrei non leggere notizie come la censura al giornalista della Rai Marc Innaro reo di aver ricordato l’eccessiva estensione della NATO a est, tra le cause della reazione russa. Vorrei non leggere che il sindaco di Milano cancella l’esibizione alla Scala un prestigioso direttore d’orchestra, Valery Gergiev, perché russo e “amico di Putin”, provocando come conseguenza la rinuncia di una celebre soprano, Anna Netrebko, a esibirsi nel più famoso teatro d’Italia. Per non essere da meno, l’Università Bicocca annulla un breve corso su Dostoevskij, affidato a Paolo Nori, autore di una biografia di questo gigante della letteratura mondiale. Per fare concorrenza alla “capitale morale”, a sua volta, Genova, per la precisione il Teatro Govi (che da poco aveva riaperto dopo la pausa pandemica) si sente autorizzato ad annullare a sua volta un intero festival dostoevskiano. La motivazione appare a dir poco grottesca, e vale la pena di leggerla: “con grande dispiacere che annunciamo la decisione, durissima da prendere, di rinunciare all’evento per affermare a gran voce la nostra posizione: Il Teatro Govi è un luogo di cultura, pace e speranza che non vuole aprirsi a chi preferisce le bombe alle parole. Siamo consapevoli che essere di nazionalità russa non significhi automaticamente essere guerrafondai e siamo consapevoli che in una guerra a soffrire siano i popoli di tutte le fazioni coinvolte, ma in questo terribile clima mondiale preferiamo prendere una posizione netta, nella speranza che si ritorni alla Pace nel più breve tempo possibile.”
Incommentabile. Intanto, ancora una volta il governo italiano, sostenuto dall’intero Parlamento con l’eccezione del gruppuscolo di “Manifesta”, invia armi e uomini in Ucraina, mentre centinaia di associazioni “umanitarie” raccolgono fondi e materiali per la popolazione colpita. Le stesse che mai hanno battuto ciglio davanti al massacro che dura da anni degli abitanti di Donesk e Lugansk, dell’Ucraina russofona. E nel proliferare di manifestazioni per la democrazia e la libertà si dimentica che il governo di Kiev è stato impiantato da un colpo di Stato favorito da USA e UE, anche se il presidente Janukovyč era un uomo corrotto, il diritto internazionale che oggi tutti invocano, consentiva allora un cambio di governo foraggiato da potenze straniere e con la partecipazione attiva di formazioni neonaziste, oggi parte di quel governo “democratico”?
E l’UE si spinge fino a inviare armi a un Paese esterno all’Unione, cosa mai accaduta, mentre invoca sanzioni sempre più dure, contro Mosca, le cui conseguenze pagheremo tutti e pagheremo caro. Ed Enrico Letta guida la pattuglia dei sostenitori dell’eterno “armiamoci e partite”, blaterando di valori assoluti davanti ai quali non si può transigere. Quei valori espressi dai neonazi che hanno bruciato vivi nella Casa dei Sindacati di Odessa forse 150 persone? Quelli che hanno ucciso il giovane fotografo italiano Andy Rocchelli e il suo sodale russo Andrej Mironov? Omicidio rimasto impunito, nel silenzio dei governanti ucraini. Addirittura stiamo leggendo di uffici reclutamento (a Milano!)“volontari” per una sorta di “legione straniera” da inviare in Ucraina, in barba ad ogni legge come del resto il nostro governo e il nostro parlamento si stanno infischiando tranquillamente dell’art. 11 della nostra Costituzione, ormai divenuto mero testo museale… C’è persino il direttore di un Museo Ebraico che si permette di attaccare il presidente dell’ANPI, l’ottimo Pagliarulo, per aver ricordato, mentre condanna l’invasione russa, le responsabilità della NATO!
Nel 1916 a Torino venne annullato un concerto di Arturo Toscanini perché aveva tra gli altri brani inserito uno di Wagner: come osa far risuonare la barbarica musica germanica nelle orecchie sensibili della cittadinanza torinese? – si chiedeva sarcastico Gramsci. La sua fu la voce clamantis in deserto. E il giornalista socialista in un articolo chiese scusa al grande maestro. Oggi siamo di nuovo a quel punto. Il nemico è tutto ciò che è russo. Invano, qualche anno dopo, Leone Ginzburg, un russo (nativo di Odessa!) che aveva scelto Torino, per farsi italiano e combattere contro il fascismo, si batteva perché la cultura del tempo, si rendesse conto che l’identità europea non poteva prescindere dalla Russia: si può essere e sentirsi europei senza Tolstoj e Cechov, senza Puskin e senza Gogol, senza Dostoevskij, senza la grande musica, la grande arte, persino la grande spiritualità russa? Oggi una Santa Alleanza si è formata per annichilire la Russia, mossa più che da ragionamenti politici da un ritorno dell’antica russofobia, che, come ha scritto Guy Mettan, in un libro di cui suggerisco la lettura (Russofobia. Mille anni di diffidenza, Teti Editore), si sta trasformando in “russofollia”. Le conseguenze saranno pesanti per tutti.
Lo so, il tema interessa solo qualche decina di migliaia di italiani e italiane, quei nostri concittadini impegnati professionalmente nella ricerca scientifica (nel significato più ampio), un settore che alla luce della pandemia da Coronavirus che dura ormai da oltre due anni, si è rivelato però strategico. Cosa che peraltro i nostri governanti centrali e amministratori locali dovrebbero ben sapere. Tutti si riempiono la bocca, beninteso, sull’importanza della ricerca, e sulla necessità del suo finanziamento. Ma chi lavora nelle università e nei centri alla ricerca adibiti piange ogni giorno miseria, perché i fondi scarseggiano o mancano del tutto.
È noto che l’Italia è, al solito, fanalino di coda in Europa in questo ambito. E la “fuga dei cervelli” dal Bel Paese in paesi magari meno belli ma più accoglienti è incessante e addirittura in aumento costante. Ma non pare che questa venga percepita come una emergenza nazionale: e invece lo è. Basti pensare al CNR, la principale istituzione di ricerca, che dovrebbe sovrintendere e coordinare e promuovere la ricerca, che soffre di una strutturale carenza di fondi. Chi ci lavora, chi ci ha lavorato, o semplicemente chi vi ha svolto seminari (come il sottoscritto) ha toccato con mano questa drammatica carenza. Là chi vuole fare ricerca e non accontentarsi di gestire la normale amministrazione, deve procacciarsi i fondi all’esterno e spesso mettere addirittura di tasca propria una quota, pagarsi le spese vive, e così via. Una situazione a dir poco scandalosa. Alla quale siamo stati abituati dal ritornello ripetuto all’infinito dai politici: “Non ci sono soldi”. Abbiamo provato ogni volta a rispondere che i soldi ci sono e che basta spostare la loro destinazione, e invece del TAV o del Ponte sullo Stretto, di cui si sta ricominciando a parlare, invece delle “missioni di pace” in decine di posti del mondo, invece degli aerei da combattimento F35 (uno dei quali costa come centinaia di centri di ricerca o decine di ospedali, tanto per dire), si può finanziare decentemente università e ricerca. Ma non ci danno retta.
Inoltre se accendiamo un faro specifico sui fondi per la ricerca, facciamo delle interessanti scoperte. Fermiamoci sull’ultima, segnalata, vigorosamente, dalla docente e senatrice a vita Elena Cattaneo, un’autorità nel campo della ricerca scientifica, specificamente farmacologica. Prima sul quotidiano Domani poi sul Messaggero, questa scienziata ha denunciato senza alcun successo, finora, un’ennesima infamia, che grida vendetta. La denuncia è stata per ora ripresa soltanto dall’ANDU (Associazione Nazionale dei Docenti Universitari), ma mi auguro che altri, singoli o gruppi, vogliano rilanciarla, sia per il fatto in sé, sia per il significato politico generale che conferma come il clientelismo, l’interesse personale e di camarilla, siano i valori che guidano il cammino della classe politica italiana, a livello centrale come locale.
Dunque nella legge di Bilancio approvata senza alcuna discussione, nel clima emergenziale in cui siamo immersi, ma con un nuovo, ulteriore schiaffo al Parlamento, peraltro compiacente a quanto pare di ricevere schiaffi, rinunciando alle proprie funzioni istituzionali, è stato inserito, fra gli innumerevoli emendamenti, uno (primo firmatario, il senatore PD Daniele Manca, titolo di studio Diploma di Maturità scientifica) per dar vita alla Fondazione “Biotecnopolo” di Siena, con una dotazione di 9 milioni per il 2022, 12 per il 2023 e 16 all’anno per sempre – per sempre! – dal 2024. A Siena e nel circondario vi sono già diverse istituzioni “d’eccellenza” nell’ambito delle scienze della vita, ambito in cui si dovrebbe collocare anche questo “Biotecnopolo”. Che bisogno v’era di crearne un’altra? Le voci circolanti dicono che il segretario PD Enrico Letta nella campagna elettorale per vincere il collegio di Siena nelle elezioni suppletive di qualche settimana fa, aveva fatto promesse ai potentati locali, ai grandi collettori di voti. Ed ecco che arriva la ricompensa: un bel centro di ricerca, lautamente finanziato dallo Stato, quello stesso Stato che nega fondi agli atenei, e al CNR.
Si tratta, in realtà, solo dell’ultimo esempio di una sciagurata gestione dei fondi pubblici, di una assenza totale di serietà della classe politica e amministrativa, e dell’assoluto disinteresse per la ricerca, per i parametri di scientificità, oggettività, e apartiticità che dovrebbe avere. Invece anche la ricerca è diventata terreno di caccia, strumento di consenso, mezzo acchiappavoti. E lo è specialmente quella detta di “eccellenza”, un campo divenuto di puro arbitrio da parte dei potenti di turno, rispetto al quale, ahinoi, il ceto degli studiosi e degli intellettuali tace, sperando di lucrare col proprio silenzio un posto in un CdA, in un Comitato scientifico (di quelli importanti e provvisti di lauti gettoni), e quando fanno sentire la loro pur flebile voce lo fanno perché non hanno ottenuto, per sé e le loro strette cerchie, ciò che era stato loro promesso.
Ammesso che sia giusto far nascere centri di ricerca, ad ogni piè sospinto, non si dovrebbe forse procedere in altro modo? Scrive la Cattaneo a proposito del Biotecnopolo: “Il rischio di veder nascere l’ennesimo centro di ricerca sulle scienze della vita dotato di risorse proprie, assegnate senza competizione ogni anno e per sempre, che si sovrappone con un contesto regionale e nazionale già ricco di iniziative e soggetti attivi e produttivi sullo stesso tema è evidente e dovrebbe essere chiaro a chi si interessa di politiche pubbliche, soprattutto in un Paese che conta già 150 tra università, IRCCS ed enti di ricerca”.
Come ho ricordato, si tratta solo dell’ultimo esempio, vergognoso, di una gestione politico-affaristico-clientelare della ricerca scientifica. Era il 2003, quando, con un’operazione analoga, un decreto legge (dunque di nuovo senza alcun dibattito), dava vita l’Istituto italiano di tecnologia (IIT), fondazione di diritto privato, ma con finanziamento pubblico inizialmente di 10 anni, ma die anni dopo trasformato in finanziamento perenne di circa 100 milioni all’anno. Chi fu il promotore? Un certo Giulio Tremonti, per puro caso allora ricoprente la carica di ministro dell’Economia nel governo Berlusconi. Che cosa ha prodotto dal 2003 al 2022 quell’istituto a nostro carico? In 18 anni ha succhiato circa un miliardo e settecentomila euro, tra soldi pubblici e soldi di privati. La stessa domanda potremmo farci per un’altra istituzione, lo Human Technopole (HT) di Milano, imposto manu militari nel 2016 da Matteo Renzi, capo del governo, il quale senza chiedere pareri scientifici né di compatibilità economica, decise di costruire un nuovo centro di ricerca nell’area di Expo 2015. Quell’istituto ebbe una dotazione, di nuovo perenne, di 140 milioni di euro all’anno, e anche in quel caso si procedette per decreto legge. Già allora la professoressa Cattaneo, entrata in Senato per nomina di Giorgio Napolitano nel 2013, denunciò le “modalità arbitrarie e poco trasparenti” con cui si era proceduto, sottolineando che non vi era stata uno straccio di gara. Ma allora Renzi aveva un potere quasi assoluto, e il PD gli si affidava perché “finalmente si torna a vincere”.
La Cattaneo ebbe a rilevare che quella era una “concorrenza sleale” nei confronti di tutti gli altri enti e istituti obbligati alla competizione, per ottenere risorse. E questo a prescindere poi dalla missione scientifica di quella singola istituzione. Anche lo Human Technopole nell’arco del tempo, dopo una serie di interventi legislativi, e con l’intervento tre ministeri riuscì a fare anche qualcosa di buono. Ma non è così che si deve procedere. E ricordiamo ancora che nel 2020, un emendamento al cosiddetto “decreto Rilancio”, firmato da Maria Stella Gelmini (l’Attila dell’Università italiana), premiata oggi con il ministero per gli Affari regionali, diede il via a un “Centro per l’innovazione e il trasferimento tecnologico in Lombardia”, all’interno sempre dello Human Technopole, con un finanziamento aggiuntivo di 10 milioni di euro per il primo anno e di due milioni annui successivamente. Ed era il momento in cui non c’erano soldi per gli ospedali, dopo la “cura” a base di regionalizzazione, aziendalizzazione, e privatizzazione, ospedali intasati da pazienti Covid. E la Lombardia era ridotta davvero malissimo, da una gestione della pubblica sanità che oggi è sotto l’occhio della magistratura. Inoltre in quella regione erano già presenti ben due centri con funzioni analoghe a quelle del nuovo centro “gelminiano”.
L’elenco potrebbe continuare, con grandi e piccoli istituti di ricerca, centri “di eccellenza”, che nascono in modo opaco, sempre per decisione del potente di turno, prescindendo da esigenze reali della società, e dal parere di esperti indipendenti. Come si procede in altre nazioni? La Cattaneo ricorda che il sindaco di New York Bloomberg (preciso, uomo di destra) decise di realizzare un nuovo polo di ricerca scientifica: fece un bando pubblico, aperto internazionalmente, e una commissione di studiosi scelse, tra una ventina di proposte diverse. Siamo sempre pronti a lodare gli Usa, ma quando ci sarebbe da seguirne l’esempio ce li scordiamo. Perché qui da noi anche la ricerca è merce di scambio, ed è soggetta al capriccio dei potenti. E si sta procedendo nella direzione di creare università e centri di ricerca divise per fasce, come il campionato di calcio: e la massa più rilevante dei contributi pubblici (che a loro volta attireranno quelli privati) sarà concentrata in pochi centri (quelli decretati “di eccellenza”), che avranno la possibilità di fare ricerca senza affanni, mentre tutti gli altri – divisi appunto per classe, A B C Quarta serie, e via via discendendo – dovranno accontentarsi di quanto rimane, fino agli ultimi, che riceveranno briciole. E i “cervelli” italiani, se non hanno la fortuna di finire nella serie A, saranno sempre di più tentati di cercare altrove, fuori d’Italia, la serietà, prima ancora che i fondi.
Ora ci sarà la grande pioggia di denaro del PNRR: “grande opportunità” si ripete, e rischio ancora più grande. Un test interessante per vedere se si può ricuperare un po’ di dignità nel mondo della ricerca, e un po’ di etica nel mondo della politica. Sono, ad essere eufemistici, assai dubbioso.
(nella foto tratta dal web, la senatrice Elena Cattaneo)
Epoca tristissima, questa, nella quale non riusciamo a contare i morti. E tra le centinaia di migliaia ignoti, ho contato tanti amici compagni parenti. Nell’ultimo anno se ne sono andati illustri intellettuali, scrittori, storici, filosofi, economisti, letterati, scienziati, artisti. Ho commemorato solo qualcuno fra i tanti. Ma stavolta voglio almeno ricordare il nome di un uomo che ci ha lasciato, addì 13 dicembre, all’età di 96 anni, un nome no to a pochi e che sarà ricordato da pochissimi. Perciò voglio farlo io. Si tratta di Falco Accame. Suo figlio Carlo ha dato l’annuncio con queste parole:
“Durante la sua vita ha sempre amato capire la molteplicità di elementi che generano la ‘realtà’ approfondire, analizzare partecipando attivamente alla vita pubblica del paese con articoli, proposte di legge, dibattiti, manifestazioni. A 96 anni forse era venuto il tempo di lasciarci perché sentiva di non essere più in grado di combattere contro le ingiustizie“
Militare di carriera, Accame, divenuto ammiraglio, non per questo aveva abdicato alla facoltà raziocinante, e soprattutto non aveva dimenticato che anche per i militari, di tutte le Armi, vale il principio del rispetto della Costituzione, e dell’articolo 9 che ricorda che la Repubblica “ripudia” le guerre. Un militare di professione che volle e seppe essere cittadino in senso pieno seguendo la strada segnata dal grande Nino Pasti, generale anch’egli, del quale fu ‘seguace’, stretto collaboratore e amico. Quando si resero conto che la NATO non era un strumento di pace e stabilità, ma all’opposto di guerra e instabilità, portarono avanti un implacabile lavoro di denuncia e controinformazione. Pasti venne candidato ed eletto come indipendente nelle liste dell’allora PCI; ma entrò presto in contrasto con la dirigenza del partito, che proprio in quel torno di tempo (fine anni ’70 – primi anni ’80) stava accettando l’Alleanza e la sua organizzazione militare. Accame continuò il lavoro di Pasti all’interno della Fondazione divenndone, ben a ragione, presidente.
Alti ufficiali che avevano conosciuto dall’interno la Nortd Atlantic Treaty Organization (NATO, appunto) erano i più adatti a rivelare quali fossero i veri scopi del Patto Atlantico e della sua estensione militare: ovviamente questo non poteva essergli perdonato. Ma proprio come Nino Pasti, anche Falco Accame non si diede per vinto, e gettò tutto il peso della sua esperienza diretta, e della sua vasta conoscenza della materia (e delle discipline affini alla scienza militare, dalla geopolitica all’economia, dagli studi strategici alla demografia, dal diritto internazionale alla storia e alle geografia…), per lottare contro ogni fora e tipo di imperialismo e di bellicismo, e per svelare di che lacrime e di che sangue grondi il potere militare, specie quello occulto, quello protetto dai “segreti di Stato”.
Insomma, come aveva fatto Nino Pasti, e all’ombra del suo nome, anche Falco Accame volle testimoniare dentro fuori delle Forze Armate, e in Parlamento (fu eletto nelle liste del Partito Socialista. ma venne ben presto emarginato), la sua passione civile, fino alla fine ,subendo ritorsioni, minacce, denigrazioni; fu persino inserito fra i sospettati di essere al servizio dell’Unione Sovietica nella grottesca Commissione Mitrokhin, presieduta nientemeno che da Paolo Guzzanti; di essa giustamente si sono perse le tracce…
Fra i tanti titoli di merito va ricordato il suo contributo al Tribunale Ramsey Clark per i crimini della NATO in Jugoslavia, fondato nel 1999, come ramo del celebre Tribunale Russell. Anche Clark, giurista e politico statunitense fuori del coro, ci ha lasciato quest’anno, purtroppo, e quasi nessuno lo ha ricordato.
Enrico Vigna, fondatore e presidente del benemerito CIVG (Centro Iniziative per Verità e Giustizia) di cui Falco Accame fu Presidente onorario, gli ha reso l’estremo addio così:
“intendo salutare la scomparsa di un grande uomo, socialista e sinceramente democratico, eticamente integerrimo e instancabile combattente di mille battaglie per la verità e la giustizia. Un uomo semplice ma culturalmente profondo, che fino all’ultimo ha continuato ad essere ‘partigiano’, schierato cioè nelle battaglie […] per i popoli aggrediti o calpestati, dalle protervie o arroganze imperiali e imperialiste. Falco aveva un profondo senso dello Stato, un profondo senso dei valori etici e della giustizia sociale, fermo difensore della nostra Costituzione nata dalla Resistenza, […] rivolto verso gli interessi dei ceti popolari, degli umili, degli ultimi“.
Il mondo celebra il 9 dicembre i “diritti umani” (aspetto qualcuno che mi spieghi che cosa sono: ho una laurea in Filosofia del diritto con Norberto Bobbio e oltre 40 anni di docenza alle spalle di Storia del pensiero politico, ma l’espressione mi sembra vaga e ambigua…) e precisamente in questa data, con tempismo eccezionale, l’Alta corte di giustizia inglese si pronuncia a favore dell’estradizione di Julian Assange negli Usa, il che vuol dire come minimo ergastolo se non morte per quello che io personalmente definii tempo fa “un eroe del nostro tempo”.
Contemporaneamente, nella medesima “giornata dei diritti umani” la nostra Corte di Cassazione conferma l’assoluzione per il fascista ucraino Vitaly Markiv, condannato in primo grado a 24 anni di reclusione per l’omicidio di Andrea Rocchelli, Andy per amici e familiari, ucciso mentre cercava di documentare i fatti seguiti al golpe ucraino, sostenuto da USA e UE, nella regione del Donbass. In seconda battuta Markiv, per la cui liberazione si è vergognosamente battuto il Partito Radicale Italiano (sempre in prima fila in questioni di giustizia!), era stato assolto, in Appello. E ora la faccenda viene dichiarata chiusa da questa sentenza che non smentisce l’impianto accusatorio ma rigetta la richiesta di un nuovo processo, avanzata dalla procura, per questioni di mera forma.
Trionfa dunque l’ingiustizia nell’era della post-democrazia, la quale, tronfiamente, goffamente, celebra i “diritti umani”.
Ma questi due fatti, scollegati fra loro, e accomunati dalla iniquità di una “giustizia” che in Italia come in Inghilterra si nutre di pura forma, e rigetta la sostanza, una “giustizia” che nulla ha a che spartire con la verità, sono collegati strettamente da un filo rosso (o piuttosto nero, nerissimo). Essi certificano la fine del diritto all’informazione. Rocchelli con le fotografie (bellissime, tra l’altro: autentiche opere d’arte) e Assange con il sito Wikileaks, hanno documentato le infamie della guerra, gli “arcana imperii et dominationis” (di cui parla Tacito), le vergogne del potere, le oscenità dell’ingiustizia globale. Il popolo deve sapere, aveva detto Lenin, rendendo pubblici i trattati segreti sottoscritti dallo Zar con le potenze imperialistiche. Dove esiste un potere invisibile non può esserci democrazia, mi ha insegnato Bobbio. E dunque?
Ciliegia sulla torta: sempre il 9 dicembre con una coda il giorno 10, si svolgevano le assise virtuali dell’autocelebrazione della “democrazia”, con il “Summit for democracy” convocato dal capo del paese che vuole vedere Assange sulla sedia elettrica (per avere raccontato la verità sulle guerre di “esportazione della democrazia”), o marcire a San Quintino. La stessa nazione che ha sostenuto il colpo di Stato in Ucraina, e che porta, sia pure indirettamente, la responsabilità dell’assassinio di Andy Rocchelli. Ebbene, il presidente Biden ha avuto l’improntitudine di dichiarare, nell’apertura della videconferenza, queste priorità per il sistema democratico: “Combattere la corruzione, difendere la libertà dei media e i diritti umani”.
Qualche anchorman, qualche ministro, qualche sottosegretario, qualche presidente, ha nulla da dire in proposito? Dobbiamo sempre chinare la testa e trangugiare il boccone, anche quando amarissimo?
Feb 18, Kiev, Ucraina: protests in the Ukrainian capital continue
Una fotografia di Andrea Rocchelli in Ucraina tratta dal portfolio nel suo sito
La classifica dei personaggi che nei miei articoli ho preso di mira nel corso degli ultimi venticinque anni è guidata, senza ombra di dubbio, da Silvio Berlusconi; ma al secondo posto c’è lui, Matteo Renzi, il bullo di Rignano. Lo abbiamo osteggiato – uso il plurale, come dovrei fare anche per il Berlusconi, del resto –, nella persuasione che tanti la pensavano come il sottoscritto, e avremmo desiderato vedere disarcionato il primo come poi il secondo. Personalmente l’ho fortemente osteggiato, in tutti i modi che mi erano consentiti, per i contenuti della sua politica. L’ho combattuto sul jobs act, sulla buona scuola, e soprattutto sul referendum costituzionale, quando alla sua provvidenziale disfatta non seguì il ritiro della politica, come con grande enfasi aveva dato il menzognero annuncio di ritirarsi dalla politica.
(Foto ANSA/RICCARDO ANTIMIANI)
In Renzi c’era un disvalore aggiunto: i modi, il “piacionismo”, la facilità a dire e disdire, la cialtroneria insistita sul “nuovismo”, e soprattutto la smodata ambizione politica. Del resto erano proprio i suoi modi che avevano fatto presa sull’elettorato orfano del PCI, allargandone i confini. Sicché Renzi era divenuto signore indiscusso del PD, con una irresistibile quanto rapida ascesa al vertice, osannato dal popolo piddino che lo credette il nuovo Togliatti, coccolato dai media, protetto dai poteri forti, e sul piano internazionale uno degli interlocutori privilegiati dei governanti israeliani, amato dagli yankees, Renzi apparve l’astro nascente della terza Repubblica, che avrebbe dovuto reggere grazie alla riforma costituzionale e a quella elettorale.
Il fiasco referendario lo mise fuori gioco, anche se alla politica non rinunciò affatto, come abbiamo potuto constatare, e ben presto essendosi chiusi gli spazi interni al PD trasmigrò creando un suo gruppetto, di non molta fortuna, ma di non scarsa ambizione. Gruppetto determinante per far nascere il Governo Conte II. E altrettanto per farlo cadere, o comunque tenerlo in ostaggio.
Detto tutto questo, a costo di deludere i miei “ammiratori” e “seguaci”, nella contesa che ha portato il governo sull’orlo del baratro, io ritengo che le responsabilità non siano di Matteo Renzi ma piuttosto di Giuseppe Conte. Mi ha agghiacciato assistere allo scatenarsi dell’odio contro Renzi da parte non solo dei Cinque Stelle, timorosi di essere mandati a casa da una anticipata tornata elettorale (per ben pochi di loro sarà possibile un rientro nelle aule dei Sacri Palazzi, stante la perdita di consensi, aggravata dalla demenziale, e direi infame riforma che ha dimezzato il numero dei parlamentari), ma degli ex sodali del PD, dei suoi ex tifosi lo osannavano e oggi lo crocifiggono. E mi ha angustiato leggere i commenti degli osservatori professionali, compresi quelli di sinistra-sinistra o degli sparuti rappresentanti della pseudo-sinistra di governo che col ministro della Salute Speranza hanno mostrato la loro totale pochezza politica. Commenti a senso unico: non semplicemente ingiuriosi verso Renzi (tirando spesso in ballo, i più beceri, i suoi genitori per le loro grane giudiziarie), ma incredibilmente privi di capacità di analisi sui fatti. Ossia ci si è fatti sovradeterminare dall’antipatia per il personaggio (che sicuramente la merita tutta), invece di provare a entrare nel merito delle sue proposte, o delle sue richieste.
Pochissimi si sono distinti: Stefano Feltri, direttore di Domani, in primo luogo, Massimo Cacciari, più volte, e recentissimo, persino, Ernesto Galli Della Loggia, sul Corriere della Sera. Pochi hanno avuto il coraggio di puntare l’indice invece che su questo bersaglio facile, il Renzi testa di turco, contro colui che invece merita, a mio avviso, tutta la pubblica esecrazione, ossia Giuseppe Conte, il signor nessuno spuntato dal cilindro dell’altro signor nessuno Luigi Di Maio. Come d’altronde, e lo scrive bene Della Loggia, tutti o quasi i politici di M5S, privi di qualsiasi background politico e culturale. Scelti dai capi palesi o occulti (ora Grillo, ora Casaleggio, ora Di Maio) oppure votati (con quale grado di controllo democratico non si può sapere), da “Rousseau”, la mitica “piattaforma” che infanga il glorioso nome del grande Ginevrino, un luogo virtuale dove gli aderenti decidono, fanno, disfano, in attesa che si avveri l’ultima profezia di Nostradamus-Grillo: il voto per sorteggio.
Galli Della Loggia ha messo in luce ciò che tutti dovrebbero aver chiaro: il trasformismo opportunistico di questo oscuro avvocato finito a guidare il governo, divenuto professore ordinario all’università con una carriera diciamo in cui il destino lo ha favorito avendo messo a capo della commissione che gli diede la cattedra, il titolare di studio legale dove egli stesso praticava l’avvocatura (quando si dice il caso!). Ma possibile che a nessuno puzzi, direbbe Machiavelli, questa situazione? Un ignoto diviene presidente del Consiglio di un governo di destra che approva provvedimenti osceni, uno dopo l’altro, e una volta che il suo alleato Salvini cerca di sgambettarlo, avanzando la richiesta dei pieni poteri, con un misto di idiozia e ingenuità, ecco il signor nessuno diventare capo di un governo fotocopia ma ad alleanze rovesciate, col PD che sostituisce la Lega. E Conte (sul quale per settimane il segretario PD Zingaretti aveva fatto grottesche barricate: “il primo segnale di discontinuità deve essere il cambio del presidente del consiglio!, aveva tuonato, mentre le rane gracidavano intorno a lui, incuranti di quella voce) rimase al potere, e si trovò a gestire la prima crisi pandemica, godendo del favor popolare, a furia i proclami di grottesco ottimismo (ce la faremo, nessuno rimarrà solo, non lasceremo indietro nessuno, il governo è con voi, andrà tutto bene…), che nell’arco di un anno ha dimostrato tutte le sue falle, pericolose, e criminali.
Ai primi mesi sentivo e leggevo voci “a sinistra”: “immaginate se al governo ci fosse stato Salvini!?” Ma che razza di ragionamenti politici sarebbero codesti? E avendo nominato Salvini, mi tocca ribadire che nei sequestri di persone o negli illeciti respingimenti di migranti, per cui il leghista è a processo, la responsabilità dell’allora ministro dell’Interno fu interamente condivisa e avallata dal presidente del Consiglio. Come possiamo fingere di dimenticarlo? E che almeno una parola andrebbe da lui oggi detta, una franca ammissione di responsabilità, insomma.
E ritorno a Renzi: al netto dell’antipatia, al netto dell’ambizione, e dei suoi retropensieri che si riferiscono senz’altro all’ansia di potere personale, Renzi ha denunciato l’accentramento anomalo di potere nelle mani del presidente del Consiglio, con l’abuso di DPCM, con l’abuso dei decreti di stato d’eccezione, con l’anomalo ricorso a comitati di scelta del premier, composti da sedicenti “esperti”, che già nella prima ondata pandemica facevano capo direttamente a lui (a proposito: che risultati ha prodotto la carica dei 900 guidati da Vittorio Colao, un manager residente a Londra, ex ad di Vodafone…, che avrebbe dovuto salvare l’Italia dal Coronavirus?). E di nuovo ora Conte ci ha riprovato per la gestione dei fondi europei, che pretenderebbe (o avrebbe preteso?) di gestire direttamente, attraverso un altro comitato di sua nomina? Per tacere del Commissario all’emergenza Arcuri (in grave sospetto di conflitto di interessi), le cui funzioni peraltro vanno sovente a sovrapporsi e confliggere con quelle ministeriali, con quelle della Protezione Civile, con quelle dei vari comitati tecnico-scientifici. E taccio delle allucinanti dispute tra Ministeri, Regioni, Comuni, ASL, con risultati che sono a dir poco inquietanti…
Dunque Renzi, ha detto queste cose, ha mosso queste accuse: nel modo antipatico che gli conosciamo. E ne ha aggiunto una forse più grave: la totale inerzia del governo nel piano del Recovery. È stato lasciato passare più di un mese, e il piano governativo era rimasto un catalogo di buone intenzioni. Italia Viva ha presentato un piano articolato, in cui certo sono state inserite delle boiate come il TAV o addirittura il Ponte sullo Stretto. Ma il problema è che Conte ha dimostrato totale inadeguatezza, con un corrispettivo, inquietante, di arroganza (la perla è la pretesa di gestione “en solitaire” dei Servizi segreti), di conduzione insomma monocratica del potere. Cosa grave di per sé, in regime democratico, ma intollerabile da parte di un signore di nessuna esperienza, che nessuno ha eletto, che non rappresenta nessuno, che è stato indicato dall’allora “rappresentante politico” del M5S, come “avvocato del popolo”: e che governò un anno con i populisti di destra, per poi riciclarsi senza batter ciglio con gli avversari dichiarati tanto dei populisti di destra quanto degli altri populisti che non oserei definire di sinistra. Anzi! Come non ci si è accorti che i “pieni poteri” reclamati con stolta protervia da Matteo Salvini l’avvocato Giuseppe Conte li ha esercitati finora surrettiziamente, di fatto, con il suo felpatissimo stile democristiano? E come non gridare scandalo davanti all’osceno tentativo di raccattare voti a destra e a manca, invece di fare la sola cosa dignitosa e costituzionamente corretta appena perso il consenso del gruppo di IV? Ossia andare al Quirinale e rassegnare le dimissioni? Quando lo farà, spero oggi stesso, sarà sempre tardi.
Concludendo: quando si vuole contestare un avversario, si devono discutere, con la competenza, e se del caso con la durezza necessaria, le sue idee e le sue proposte, entrando nel merito; ma non farsi guidare semplicemente dall’antipatia o addirittura idiosincrasia (o all’opposto, dalla simpatia) per la persona. Si tratta di una norma dell’agire politico che definirei elementare. E che mi duole constatare ignorata o calpestata soprattutto a sinistra.
Siamo sull’orlo del baratro. Tra cattiva gestione sanitaria, numeri farlocchi dati dalle autorità politiche e sanitarie. Sistema sanitario al collasso, per colpa di tagli indiscriminati durati decenni da parte di tutte la maggioranze governative succedutesi. Una generazione di ragazzi e ragazze, di adolescenti e di giovani a cui è stata sottratta la scuola. Interi settori economici disastrati, con nessuna prospettiva di ripresa in tempi accettabili, mentre mafia e ndrangheta si fanno avanti per rilevare aziende messe in ginocchio dalle chiusure. Assoluta subalternità italiana in politica estera tanto all’UE, quanto gli USA, ma persino a Egitto, Turchia, Israele… Spese militari costanti o addirittura in aumento davanti al bisogno crescente di spese sanitarie: bombardieri che vanno alla grande, mentre i posti letto latitano. E ora il vaccino di fatto sta andando all’asta: chi può pagare di più ne accaparra scorte ampie (Vedi Israele o Germania) chi non può aspetta, chissà fino a quando. E via seguitando. La logica del Mercato trionfa. La pandemia è l’ultimo trionfo del Capitale.
Come ne usciremo? Ne usciremo? Non è meglio andare a votare? E la sinistra non dovrebbe, se non è tutta in coma profondo, tentare di ragionare in vista di una prospettiva del genere, unitariamente? E abbozzare già un programma di minima, sulle cose essenziali da fare?
Siamo sull’orlo del baratro, insomma, e a maggior ragione rifiuto l’alternativa (la falsa alternativa) Renzi/Conte. Invito piuttosto a riflettere sui contenuti delle proposte dell’uno e dell’altro e persino, se si cogliessero spunti utili, dell’intero panorama politico. Nell’ultimo dibattito parlamentare ho sentito spesso, lo affermo sia pure a bassa voce, cose più interessanti da taluni esponenti della destra antigovernativa che da quasi tutti gli esponenti dell’area di governo, e specialmente dalla totalità del PD. A questo partito, preteso “erede” del Partito Comunista di cui stiamo celebrando il centenario, va il mio triste requiem.
“È la piaga dei tempi quando i pazzi guidano i ciechi”. la citazione è assai nota (dall’Atto IV del “Re Lear” di Shakespeare, e sono parole messe in bocca al povero conte di Gloucester), persino abusata, e mi scuso, ma oggi più che mai utile a descrivere la situazione in cui ci troviamo. Nel Rapporto Censis diffuso due giorni or sono, emerge un quadro impressionante della situazione generata, si dice, dalla pandemia, ma forse dovremmo aggiungere: “e dalle politiche dei governanti, nazionali e locali”: sono loro i pazzi, nelle cui mani abbiamo lasciato le nostre vite, troppo spaventati per negar loro la fiducia (“agiscono per il nostro bene…”), troppo frastornati per avere piena coscienza della situazione reale, troppo disorientati per il susseguirsi e il sovrapporsi di notizie contraddittorie e incomplete, per reagire, per riprendere almeno un poco in mano il nostro destino.Loro i pazzi, noi i ciechi; una cecità che non è solo quella che nasce appunto dalla paura dell’ignoto (e qui il pensiero corre allo straordinario romanzo “Cecità” di Saramago, che già mi è capitato recentemente di citare), ma è anche frutto di un atteggiamento rinunciatario, di base, pronto a “lasciar fare” ai governanti, appunto. A costo di apparire il solito pedante professore, voglio richiamare un altro autore, Benjamin Constant (e stavolta andiamo nel secolo XIX, per l’esattezza 1819) il quale, pur liberale orgoglioso che polemizzava contro l’ingerenza dello Stato nella vita degli individui, concludeva il suo discorso invitando a non rinunciare a occuparsi della vita pubblica, a “non fare ai nostri governanti questo favore”. E invece lo abbiamo proprio fatto, questo favore. Per di più a una banda di incompetenti, spesso disonesti, cialtroni. Possibile che qualche frammento di verità ci debba giungere da un programma tv, che è riuscito finora a sottrarsi alla manipolazione e al controllo? (Alludo a “Report”, su RaiTre). Possibile che ministri (Speranza, tanto per fare un nome) e sedicenti governatori (Fontana, tanto per fare un nome) coinvolti in losche vicende, siedano tuttora tranquillamente sui loro scranni? Possibile che alcune parole di buon senso debbano venire dalla destra (al netto ovviamente delle infami speculazioni di personaggi miserabili, che le sorreggono), mentre PD, LEU e M5S sono immersi nel brago, ripetendo tutti i loro esponenti frasi preconfezionate, che poi il sedicente “capo del governo” si incarica di dettare, con i modi perfettamente democristiani che lo caratterizzano, nelle conferenze stampa?Nel rapporto Censis mi ha colpito non solo ciò che all’ingrosso sapevo – la catastrofe socioeconomica in cui il Paese sta precipitando, i cui effetti si vedranno soltanto nell’arco di qualche anno – ma la risposta di circa l’80% dei nostri concittadini intervistati sulle misure approntate dalle autorità per contrastare la diffusione del virus, i quali chiedono misure “più severe” verso coloro che non rispettano tali misure.Questo mi ha provocato un senso di angoscia e di ripulsa. È vero, intorno a me, sento ogni giorno dire: certo “la gente” non rispetta le norme, ecco perché si va male… Questo che cosa significa? A mio parere semplicemente che la narrazione governativa è transitata dentro i nostri cervelli, e ne siamo diventati portatori, spesso inconsapevoli, esattamente come accade ai contagiati “asintomatici”. Ci siamo lasciati persuadere, non con dati precisi, con informazioni esatte, con indicazioni univoche e chiare: no, ci siamo abbandonati, come i bimbi tra le braccia della mamma, fiduciosi di essere protetti. Certo, il compito di esser vigili, lo ammetto, è sempre più difficile: paradossalmente, nell’era della comunicazione digitale onnipresente e onnisciente, siamo a corto di verità; ossia all’eccesso di comunicazione corrisponde un deficit di informazione. E questo nella vicenda che stiamo drammaticamente vivendo è tanto più evidente. Si aggiunga il ruolo davvero infame dei media e in particolare della TV che ha trasformato esperti e sedicenti esperti (come possiamo distinguere gli uni dagli altri?) in “personaggi”. Dunque quelli che “bucano lo schermo”, ossia coloro che risultano più efficaci sul piano della comunicazione sono stati premiati, con “passaggi” pressoché quotidiani sugli schermi delle varie emittenti, pubbliche e private, ed è stata loro concessa facoltà di parola, anche quando si sono contraddetti a distanza di giorni, o addirittura di ore. Qualcuno di loro sta già costruendo una nuova carriera, forte del successo televisivo. Ma la cittadinanza, trasformata in “audience” quanto beneficio ne ha ricevuto? Come facciamo a difenderci dal bombardamento di false notizie di questa “guerra”, come viene chiamata fin dallo scorso marzo, e come guerra richiede provvedimenti “eccezionali”, misure “eccezionali”, piani sanitari “eccezionali”, e via seguitando sulla strada melmosa e sdrucciolevole dell’eccezionalismo.Non appartengo al novero di coloro che hanno creduto o comunque ripetuto che il virus è una invenzione, o che i dispositivi di protezione (leggi mascherine, innanzi tutto), siano inutili, o che hanno pensato, neppure per un attimo, che la Covid 19 fosse poco più di una influenza (alla Trump o Bolsonaro). Ma trovo inaccettabile il ricorso a un lemma pericoloso e ambiguo come “negazionismo” usato non soltanto a fini di delegittimazione di chi prova ad esprimere dei dubbi, non sul virus, ma sulle politiche sanitarie gestite dal ministero, dagli assessorati regionali, dalle giunte comunali, dai sindaci di singoli comuni: una babele politica frutto della sciagurata “devolution” imposta dai leghisti prima maniera e accettata dal PD. L’inefficienza del sistema è sotto i nostri occhi. E lo dico con dolore, pensando agli amici che ho perduto, a quelli tuttora ricoverati in gravi condizioni, o tormentato dall’ansia che la malattia possa colpire persone care. Ma non posso tacere davanti all’improntitudine con cui Giuseppe Conte, in coro con i suoi ministri, ripete “non dobbiamo abbassare la guardia se vogliamo ripetere una terza ondata”, alludendo, direttamente o indirettamente, alle “colpe” dei cittadini che si sono lasciati andare ad “assembramenti”. E le autocritiche dove sono? Perché il ministro della Sanità non ammette che nulla è stato fatto dal suo dicastero nei mesi estivi per prevenire una seconda ondata del virus, o almeno attrezzarsi a fronteggiarla? Quante sono le persone affette da grave patologie cardiache o oncologiche che non ricevono più le cure, dato che i reparti specifici sono stati chiusi o trasformati in reparti-Covid? Quanti morti dovremo conteggiare tra loro e a chi daremo la responsabilità? E la ministra dell’Istruzione, che ora finge di piagnucolare sulle scuole chiuse, perché non ha predisposto il piano scuole? E le Regioni? Perché non hanno preveduto un piano trasporti? E ancora: chi ci fornirà una volta per tutte dati certi sui malati e sui morti? Quanti di loro sono deceduti per la Covid? O “con la Covid”? ed è vero che le aziende ospedaliere ricevono un bonus monetario per ogni vittima da Covid?E poi, perché come in primavera alla prima ondata ora in autunno con la seconda il governo mette su giganteschi apparati di “tecnici ed esperti” (di nomina governativa, in totale mancanza di trasparenza) per “gestire l’emergenza”? E a che servono gli staff ministeriali? E dove è finito il super manager Colao che da Londra doveva salvare l’Italia, con un esercito di un migliaio di consulenti? E ora si ripete lo schema…La seconda ondata non è arrivata per le colpe dei cittadini, ma per quelle dei governanti: le loro inadempienze, i loro ritardi, i loro errori… E intanto, un anno scolastico è praticamente perduto (le proteste di studenti insegnanti e famiglie non vengono neppure prese in considerazione), con danni gravi alla formazione della personalità degli adolescenti. E danni altrettanto gravi, come accertato dai servizi di monitoraggio delle ASL, si sono già prodotti nella psiche di centinaia di migliaia di italiani, a causa del timore del contagio, certo, ma soprattutto delle misure spesso assurde e terroristiche che dovrebbero prevenirlo. Su tutto questo, vorremmo essere rassicurati, non con la ripetizione insopportabile che “dobbiamo evitare la terza ondata con comportamenti responsabili”. I comportamenti responsabili devono esser prima di tutto dei governanti. I quali dovrebbero anche interrogarsi sulla morte dei teatri e su quella, economicamente ben più grave, dell’intero comparto della ristorazione. E non si dica, a mo’ di risposta, che non è colpa di nessuno: i provvedimenti presi e reiterati sono stati e continuano ad essere punitivi ma non producono risultati apprezzabili. Il ministro Speranza, e il presidente del Consiglio Conte ci devono spiegare perché siamo il Paese con la mortalità più alta, tra quelli colpiti dalla pandemia. E ci devono, infine, convincere che” il più massiccio piano di vaccinazione di massa” di cui stanno parlando da settimane sarà la soluzione, l’unica soluzione, tanto più che di vaccini ne circolano ormai una dozzina, e di nessuno, per ora, possiamo essere sicuri, né sulla efficacia, né sui possibili danni. E qualcuno, in seno alla scompaginata compagine governativa, ha addirittura proposto di istituire un passaporto sanitario, un libretto da portare sempre con noi, insieme alla carta di identità, da cui risulti che siamo vaccinati. Per fortuna si sono levate parecchie voci contrarie. Ma il rischio rimane. E intanto, con roboante e inquietante annuncio veniamo avvertiti che nelle vacanze natalizie 70.000 agenti delle varie forze di polizia saranno schierati sul territorio per controllare il rispetto delle norme emanate nell’ennesimo DPCM. Una vera e propria militarizzazione del Paese, che ci bolla tutti gli italiani e le italiane come potenziali colpevoli.Insomma, a me pare davvero che siamo nelle mani dei pazzi. E noi abbiamo fatto finora, troppo spesso, adagiandoci nella comodità di essere guidati, la parte dei ciechi.L’Atto IV della tragedia shakespeariana si conclude così: “Le notizie variano. È tempo di stare in guardia. Le forze del regno si avvicinano in fretta.” Risponde un personaggio: “È probabile che l’esito sia sanguinoso”.Se vogliamo mettere fine al sangue, ossia alla morte, alla malattia, e al disastro economico e sociale, forse dobbiamo cominciare ad aprire gli occhi e fare i mastini da guardia, tutti, dato che la stampa libera è inesistente o marginale. Informiamoci, diffondiamo notizie certe, poniamo quesiti almeno, e pretendiamo risposte. Questo è democrazia.
Giorni fa avevo scritto un pezzo che esordiva così: “Un soffio di pazzia criminale percorre l’Italia”. E passavo in rassegna una serie di personaggi della classe politica e amministrativa, mostrandone le incredibili manchevolezze, la impreparazione, le miserie. Qualcuno ha ripetuto la solita solfa sui professori buoni a cianciare ma che non si sporcano le mani nell’azione. Sono anche stato accusato di qualunquismo, perché non risparmiavo nessuno, e molti hanno chiosato, benevolmente o provocatoriamente: “sì, va be’, ma che fare?”.
Io non faccio il politico di professione, sono uno studioso che cerca di essere presente se non altro come osservatore della realtà in cui sono immerso, anche se prevalentemente, come storico, mi occupo del passato. Ma essendo convinto che la storia ha un valore per il presente, tento di usare gli insegnamenti che essa mi offre per decifrare il nostro tempo, e trarne indicazioni sul come agire: sul che fare, insomma. E tuttavia non mi accontento. Provo anche, nei miei limiti evidenti (sono un senza partito, da sempre) a scendere in campo, e dico la mia sulla quotidianità politica, sociale e culturale. So che non basta. Come non basta indignarsi, non è sufficiente gridare sui tetti, le verità che pochi osano mormorare, e molti di più alla verità voltano le spalle. Eppure proprio la battaglia per la verità è ciò che distingue un intellettuale (militante) da uno studioso, da un docente, da un accademico. Perché la lotta per la verità è dirompente, e la verità e soltanto la verità è rivoluzionaria. Credo fermamente che questo sia il primo se non unico compito dell’intellettuale, specie di quegli intellettuali che si schierano dalla parte degli oppressi, come ho sempre cercato di fare, da quando ho l’età della ragione.
Sono trascorsi pochissimi giorni dal mio precedente articolo, ma la situazione appare in precipizio. Per non ripetere l’incipit dell’articolo precedente potrei incominciare con un canonico: “Grande è la confusione sotto il cielo”, aggiungendo “d’Italia”: sì, perché se è vero che la pandemia da Coronavirus sta colpendo quasi l’intero globo terracqueo, è altrettanto vero che nei diversi Paesi in cui la Covid 19 si è diffusa e ahinoi non smette di diffondersi, vi sono state, da parte delle autorità, anche nelle incertezze, davanti al “nemico sconosciuto”, linee di condotta almeno univoche: ossia i governi davano degli indirizzi, assumevano decisioni, indicavano linee d’azione, giuste o errate, timide o forti, ma che non venivano boicottate o contrastate da altri organi dello Stato. In Italia stiamo assistendo esattamente all’opposto: gli organismi pubblici in guerra tra di loro, come e assai più che in primavera, nella prima ondata del virus, e ora in questo autunno che ci regala la seconda, ampiamente prevista e annunciata. Il contagio si diffonde quasi incontrollabile, gli esperti parlano a ruota libera, i tamponi latitano (e si possono fare a pagamento se non vuoi attendere le calende greche), il sistema ospedaliero in crisi, i medici e il personale paramedico chiede soccorso, i ministri a cominciare dal loro coordinatore (il presidente del Consiglio) balbettano, e i sedicenti “governatori” urlano, sgomitano, prima chiedono autonomia decisionale, poi la rigettano sulle spalle del governo – sempre più debole ed esangue, con il summenzionato presidente Conte che ripete “l’obiettivo è arrivare a fine legislatura” (ossia il fine perseguito è durare, non fare del bene alla collettività: agghiacciante).
Stiamo assistendo a uno spettacolo a dir poco inverecondo, aggravato dalla sovraesposizione mediatica di tutti lor signori: scienziati, tecnici, amministratori, politici e, immancabile, il corredo dei commentatori professionali da talk show, da Cacciari (eternamente presente e eternamente isterico come un etilista cui abbiano vietato il solito cartoccio di Tavernello) a Saviano (ahinoi, appena ritornato in campo, pensoso e serafico come un patriarca biblico). Lasciamo stare i casi semplicemente surreali come quello calabrese, con la doppia nomina di un commissario per la sanità calabrese (due personaggi ineffabili, bell’esempio di mancanza di professionalità loro e di totale assenza di serietà del governo, seguiti dalla mezza proposta avanzata a Gino Strada); oppure la infame campagna pubblicitaria della Regione Lombardia battezzata con atroce arguzia “The covid dilemma”, che ha lo scopo di scaricare sulla cittadinanza le colossali inefficienze del ceto amministrativo locale e i turpi traffici del presidente Fontana (il manifesto mostra una scritta sovrapposta al volto di una ragazza con la finta domanda: “Indossare la mascherina o indossare il respiratore?”, e la risposta colpevolizzante: “La scelta è tua”).
E lasciamo stare le quotidiane schermaglie tra sindaci e presidenti di regioni, e gli interventi contraddittori di vari ministri e sottosegretari; lasciamo stare le rumorose bordate, perlopiù a salve, di Salvini-Meloni (di tanto in tanto apre bocca persino Silvio Berlusconi, oscillando tra l’embrassons-nous da crisi nazionale e la voce moderata dell’opposizione “costruttiva”); e lasciamo stare anche le nobili “prediche inutili” – come diceva Luigi Einaudi, primo presidente della Repubblica – di Sergio Mattarella; lasciamo stare il battage mercantile e politico sui vaccini (Russo? Cinese? Oxoniense? Tedesco-americano?…); lasciamo stare il bando della Regione Piemonte che in un momento di drammatico bisogno di personale, cerca sanitari purché italiani o della UE, vietando l’accesso a candidati esterni (dimenticando che l’aiuto ci è giunto in primavera dai Russi e dai Cubani); e lasciamo stare il dato incontestabile che le Regioni non sono state in grado di predisporre un piano per l’atteso ritorno del coronavirus, né per la distribuzione di mascherine (gratuite!), né tanto meno per uno screening di massa coi relativi tamponi (gratuiti!). E lasciamo stare, infine, il fallimento complessivo della macchina di tracciamento dei contagiati. E lasciamo stare anche il ritardo sul vaccino antinfluenzale mai come quest’anno atteso e necessario…
Al netto di tutto questo, rimane il problema principale che è l’ente Regione. Alla stregua dei fatti, oggi possiamo dire che l’introduzione della Regione nell’ordinamento della Repubblica fu uno dei più tragici errori dei Costituenti (dopo l’introduzione nell’articolo 7 del Concordato Stato/Chiesa del 1929). A quell’errore, compiuto in perfetta buona fede, nell’idea che un po’ di decentramento amministrativo sarebbe stata cosa buona e giusta – lo voleva pure Tocqueville, nel 1835, ma sostenendo a contraltare un solido centralismo politico – se ne sono aggiunti altri gravi, come la manomissione del Titolo V della Carta Costituzionale, e la concessione di poteri enormi all’Ente Regione sulla sanità innanzi tutto, con gli strateghi del cosiddetto Centrosinistra, pronti a gettarsi all’inseguimento della Lega (che allora sbraitava sul “federalismo”) e a sacrificare poteri dello Stato… Gli effetti eccoli qua. Impotenza dell’ente centrale, contenzioso incessante tra Stato e Regione, inefficienza totale della pubblica amministrazione, crollo del sistema sanitario e crisi di quello scolastico – l’uno e l’altro finora in piedi, benchè a mal partito, solo per l’abnegazione del personale – e via seguitando.
Allora, ecco la risposta al “che fare?”. Lanciamo una campagna per una riforma della Costituzione: stavolta facciamola noi, dal basso, non aspettiamo che arrivino i Renzi, e i Salvini: perseguiamo due obiettivi. Obiettivo minimo cancellazione delle modifiche al Titolo V del 2001, con recupero allo Stato di funzioni delegate alle Regioni; e se vogliamo esagerare diamoci come obiettivo massimo l’eliminazione dell’Ente Regione, una macchina costosa, succhiasoldi, che non ha prodotto alcun miglioramento del “sistema-Paese”, come si usa dire, e invece, piuttosto, rivitializziamo le Province, riducendone il numero, dando loro la possibilità di ricuperare pienamente funzioni che già in passato competevano loro. Le Province, d’altronde, nella storia d’Italia hanno un’antica e nobile tradizione, a differenza delle Regioni. E hanno una dimensione che effettivamente può avvicinare l’istituzione alla cittadinanza.
Insomma, basta al cosiddetto “regionalismo”. In attesa di reclamare “tutto il potere ai Soviet” (sognare è lecito…), almeno puntiamo per togliere potere a chi ha dimostrato di gestirlo solo nell’interesse di piccole camarille, di gruppi di pressione, di famiglie, di lobby, spesso incrociate con la grande criminalità. Basta alla destrutturazione della Repubblica. Basta alla distruzione della stessa unità nazionale.
Vogliamo tentare questa ragionevole follia?
Il manifesto della campagna della Regione Lombardia
“Nessun uomo è un’isola, completo in sé stesso; ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto. Se anche solo una zolla venisse lavata via dal mare, l’Europa ne sarebbe diminuita, come se le mancasse un promontorio, come se venisse a mancare una dimora di amici tuoi, o la tua stessa casa”.
Così scriveva cinque secoli fa il poeta e teologo britannico John Donne. Versi notissimi. Che ogni volta riaffiorano inesorabili quando mi arriva una notizia ferale. Il che accade troppo sovente, in questo lugubre 2020. E mi rendo conto che la mia bacheca sta diventando come la pagina delle necrologie dei giornali. E sono io stesso a soffrirne per primo. Il fatto è che non solo ogni morte di uomo mi diminuisce, perché ogni uomo è parte di un continente, e nessun uomo è un’isola, come dice John Donne, ripreso da Hemingway, in epigrafe al suo “Per chi suona la campana”), ma per la morte di un amico o di un’amica, di un conoscente, di un collega, mi prende il senso di colpa di essergli sopravvissuto. Tanto più ora, in tempi pandemici, quando la morte colpisce anche persone che non soffrivano di particolari patologie per cui potevi aspettarti che da un momento all’altro se ne andassero.
Non faccio in tempo a commemorare una persona deceduta che altri nomi sopraggiungono da inserire nel mio personale “libro dei morti”(il celebre esto funerario degli Antichi Egizi). L’ultimo, di cui mi è giunta notizia oggi stesso, è Fabio Ranchetti, economista docente in vari atenei (anche il mio anni fa, e Pavia, Milano Politecnico, Pisa, Milano Cattolica, ultima sua sede dove era professore a contratto, dopo il pensionamento, appena raggiunto), una persona intelligente, un democratico autentico proveniente da una famiglia che egli definiva “rigorosamente antifascista”, un intellettuale curioso, oltre che uno studioso serio. Era stato, poco prima di me, anche borsista della Fondazione Einaudi di Torino, un eccezionale semenzaio di studiosi e studiose, e spesso di intellettuali, che prendevano poi le strade più varie. Un economista di particolare apertura, verso altre discipline, in modo libero e creativo, la storia, naturalmente, perché ogni buon economista è anche storico del pensiero economico, innanzi tutto, ma anche altri territori del sapere e del creare, per esempio la linguistica e la letteratura, campi in cui Ranchetti (che aveva peraltro studiato Filosofia e non solo Economia) non aveva molti compagni di esplorazione, tra i suoi colleghi.
Basterebbe già solo questa sua curiosità culturale a farcelo rimpiangere. E personalmente non essendo un economista apprezzavo proprio tale dote. Ma ci sono alcuni suoi lavori che sono diventati quasi obbligatori anche per i non specialisti: ricordo la bella Introduzione al classico di Piero Sraffa, “Produzione di merci a mezzo di merci”, pubblicato da Einaudi nel 1999, un testo uscito in prima edizione sempre da Einaudi, nel 1960, dopo essere stato pubblicato poco prima nella versione originale inglese: un’opera che in poco più di cento pagine scarse ha cambiato la teoria economica mondiale, potrei azzardare, confermando così che la qualità non è legata alla quantità, e che si può essere stringati anche scrivendo di cose complicate; e le pagine introduttive di Ranchetti aiutavano a penetrare quell’aureo testo del grande economista amico di Gramsci.
Del resto Ranchetti si era formato, dopo l’ateneo statale milanese, proprio a Cambridge, il regno di Sraffa e Wittgenstein, che rimasero evidentemente come punti di riferimento importanti per il suo lavoro. Ma va ricordato soprattutto, per i non specialisti, il fondamentale volume firmato con Claudio Napoleoni, maestro dei maestri, “Il pensiero economico del Novecento” (Einaudi, 1990), un testo che si raccomanda per capacità di sintesi, lucidità di analisi, comprensibilità. Dietro quei due autori si intravedeva sia pure in controluce, la figura di Marx, non da sola, ma, al solito, imponente, anche nella compagnia di altre grandi ombre.
Ranchetti era nel pieno delle sue attività, e il Coronavirus ce lo ha sottratto. Lo piangeranno gli economisti, colleghi e allievi, lo piangeranno coloro che lo incontrarono (anche in poche ma belle occasioni come chi scrive), lo piangeranno quanti hanno letto il suo nome solo nella copertina di libri o nell’indice di riviste.
Abbiamo letto e sentito tante e tante volte, purtroppo, questa frase consolatoria, ma ogni volta con un senso di amara impotenza. A dire il vero, ogni volta, quando un compagno muore, ci si sente più soli, perché i compagni, nel senso più alto e pieno del termine, non li si incontra poi così di frequente, benché siano in fondo numerosi: partecipano a manifestazioni e assemblee, discuti di politica con loro, magari ci litighi, e tutto il resto. Ma personalmente uso il termine compagno con parsimonia, perché gli annetto un valore simbolico, prima che un contenuto: un valore simbolico che rinvia ad affettività e sentimenti, a ideali e timori, a una comune coscienza delle tragedie del passato ed alla persistente idea di un futuro da costruire.
Quando mi è giunta, l’altro ieri mattina, 18 maggio, la notizia della scomparsa di Andrea, la parola mi è affiorata sulle labbra, anche se, essendo solo, non l’ho proferita. E in quel momento ho pensato che non sapevo neppure il suo cognome. Andrea era un compagno, un compagno vero, uno di quelli che senza “chiacchiere e distintivo”, tu senti che condividono con te ideali e passioni, che nutrono le tue stesse speranze, che, anche nei tempi più difficili, sono dure da estirpare. E finché ci saranno compagni come Andrea Gianella – questo il suo cognome – la speranza non sarà vana. Fin tanto che nel “nostro” piccolo mondo della sinistra – quella vera, autentica, non disposta a farsi rubare l’anima – possiamo ancora credere che “ce la faremo”, che “un altro mondo è possibile”, che esisterà una società in cui “ognuno darà in base alle possibilità e riceverà in base ai bisogni”.
Perciò il giorno della scomparsa di Andrea è un giorno tristissimo. Andrea non era solo un compagno, però, di ideali, era un compagno che metteva il suo cuore e tutte le sue energie a disposizione della comunità. E nella terra di Lunigiana, in particolare tra Sarzana e La Spezia, quel piccolo uomo dall’aria mite, dai modi pacati, dalla voce controllata, è stata una presenza costante, che lo rendeva parte del paesaggio, in particolare nei boschi e sulle strade di Fosdinovo, nelle innumerevoli attività dei “ragazzi e ragazze” degli Archivi della Resistenza. In specie d’estate, nei preparativi, negli svolgimenti e nel seguito del festival “Fino al cuore della rivolta”, Andrea era lì, sempre, silenzioso, attivo, a pulire quanto c’era da pulire, a portare quanto c’era da portare, a togliere erbacce, a dare una mano alle cucine come a chi si occupava del palco. Era il compagno di cui ti potevi fidare, quello che non delude, quello serio…: tutte caratteristiche non così frequenti, come sappiamo, a sinistra.
Compagno di Rifondazione Comunista fin dalle origini, Andrea però non aveva preconcetti e chiusure, e tutto ciò che accadeva a sinistra, tra forze politiche e sindacali, lo trovava interlocutore attento e partecipe. Lui che era stato infermiere professionale aveva dato un forte tratto anche “politico” al suo lavoro, al di là delle competenze che pure aveva accumulato tanto da diventare formatore degli operatori sanitari, e coordinatore delle attività infermieristiche nei servizi territoriali delle valli Magra e Vara. Aveva ricoperto incarichi sindacali nella CGIL prima in Lombardia poi appunto in Lunigiana: qui, inoltre, fu attivo nel comitato per il completamento dell’Ospedale di Sarzana.
E come militante e dirigente sindacale aveva animato importanti battaglie per la difesa della sanità pubblica, mettendoci, come suol dirsi, l’anima. E oggi al dolore per la sua immatura scomparsa (se qualche giovane mi consentirà di considerare immatura la morte a 72 anni) si aggiunge, credo non soltanto in me, la rabbia. Andrea è morto ucciso dal Coronavirus, certo, ma Andrea è stata una vittima di quello smantellamento dei presidi sanitari pubblici, contro cui si era battuto con tanto ardore e dedizione. Andrea è una delle tante vittime di un obbrobrioso processo di privatizzazione, aziendalizzazione ed “esternalizzazione” dei servizi sanitari, in nome di presunto risparmio di spesa, e di recupero di efficienza che si sono rivelati falsi obiettivi: i risparmi hanno significato trasferimento di risorse ai privati, che lucrano sulla cura della malattia e anche sulla prevenzione della malattia, spesso sulla base di una narrazione fasulla; quanto all’efficienza si è rivelata pienamente nella crisi della pandemia in corso, nel senso che le strutture private hanno subito mostrato la corda. Abbiamo assistito, a una tardiva corsa al ritorno verso il pubblico, quando ormai le porte delle stalle erano aperte, e il danno era compiuto. E ora ci si chiede, ipocritamente, di versare un obolo alla Protezione Civile, ora quando i morti sono decine di migliaia, i contagiati centinaia, e il virus continua a circolare tra noi. Ora si scopre che la sanità pubblica è più efficace di quella privata, che l’Ospedale è più sicuro di una clinica e che le RSA in mano a società finanziarie che speculano in modo vergognoso sui “vecchi” collocati a “riposo” in quelle strutture che invece che “protette” si sono rivelate trappole mortali.
Andrea è morto lottando fino all’ultimo contro questo scempio. E la sua morte è una sconfitta per noi. Che rimaniamo più soli, ammesso che siamo in grado di raccogliere il testimone dalle sue mani che si sono dolcemente schiuse in un estremo gesto di fiducia e amore.
Ma non voglio dimenticare che Andrea è stato, un vigoroso militante dell’antifascismo, questa parola che richiede conoscenza storica contro i revisionismi e i rovescismi in agguato, ma che reclama anche, e forse prima ancora, passione civile, e volontà di mettersi in gioco. Il Festival di Fosdinovo, e il lavoro degli Archivi della Resistenza, erano in tal senso una nicchia perfetta per Andrea, che con la sua fedele presenza sembrava simboleggiare la volontà di durare e di non smettere di lottare. Sempre tuttavia con la sua aria serena, con le labbra serrate che di tanto in tanto si aprivano in un sorriso timido e dolce, con gesti che esprimevano empatia.
Perché Andrea, il compagno Gianella, era un uomo che nella lotta, costante, sovente dura, e aspra, sapeva davvero “non perdere la tenerezza”.
Si inseguono i morti, non si riesce a piangerne uno che sopraggiunge la notizia del successivo. È la volta ora di Franco Cordero, scomparso ieri 8 maggio 2020. Era nato nel 1928 (a Cuneo), dunque si dirà che aveva i suoi anni. Certo, la sua è stata una lunga vita. Ma quando scompare un uomo così, al dispiacere che sempre la morte produce, si aggiunge lo sgomento per la perdita di un patrimonio intellettuale, che, a mia conoscenza, era unico. Non credo di aver conosciuto mai una mente così ricca di erudizione, quale quella di Franco Cordero, una mente che spaziava dal diritto alla storia, dalla letteratura alle scienze religiose, dalla filologia alla favolistica. È davvero difficile ricapitolare quante letture, in quante lingue, avesse accumulato Cordero, quante nozioni avesse apprese, quante discipline avesse frequentato, quante lezioni avesse impartito, quante dotte conferenze avesse tenuto, lui professore di Procedura penale – il più grande sulla scena – sempre da maestro, docente a Torino, Urbino, Milano, Trieste, Roma, alla Sapienza, dove concluse la sua carriera. Ma queste mie parole possono essere fuorvianti: chi se ne è andato oggi, era tutt’altro che il mero pozzo di scienza, l’erudito che tutto sa ma nulla fa oltre che discettare nei campi del suo sapere, estraneo alla vita sociale, al dibattito pubblico, alla dimensione civile.
E non mi riferisco solo alle centinaia di conferenze, e agli articoli, ai dibattiti, mai in tv, perché Cordero non era “telegenico”, non era “comunicativo”; non sorrideva, non urlava, non gesticolava: tutto l’opposto di certi personaggi divenuti star della TV e del web. Dalle labbra strette di Franco Cordero fuorusciva troppa cultura, troppo flebile la sua voce, troppo elevati i suoi ragionamenti, una sfida permanente alla perspicacia (e alla cultura) di chi lo ascoltava. Era un flusso incessante di sapere, che poteva stordirti, ma, sovente, anche nei momenti più aulici del suo argomentare, affiorava una ironia sottile, un sarcasmo gramscianamente appassionato, che si esprimeva in una forma lessicale raffinatissima, che mescolava arcaismi e neologismi, talora di sua invenzione, spaziando tra le lingue dal passato e le lingue moderne, mostrando quanto potessero essere vive le cosiddette “lingue morte”.
Forse i suoi capolavori sono “Criminalia. Nascita dei sistemi penali” (Laterza, 1985) e la monumentale biografia di “Savonarola” (che reca come sottotitolo “Vita calamitosa. 1454-1492”), edito ancora da Laterza (in 4 volumi), sul finire degli anni Ottanta (e ripubblicato da Bollati Boringhieri, 2009): un capolavoro storiografico, fonte incredibile di informazioni per chi voglia conoscere la vita pubblica fiorentina, ma anche i costumi, la sensibilità collettiva, il clima umano, alla fine del Medioevo.
Studioso, commentatore, narratore, Cordero era l’intransigenza morale e intellettuale fatte persona, l’uomo che non cercava lo scontro ma non si tirava indietro sulle questioni di principio, capace di rilanciare fino allo stremo. Fu così che venne espulso dalla Università Cattolica di Milano, dopo la pubblicazione del libro “Gli osservanti. Fenomenologia delle norme” (Giuffrè 1967, riedito da Aragno nel 2008), e la dura critica contenuta in quel testo alle gerarchie vaticane. Erano i tardi anni Sessanta, e nella Chiesa si stava affermando un lento, ma forte movimento anticonciliare: Cordero si batteva, anche, per una Chiesa capace di rinnovarsi, da teologo insieme preparatissimo ma radicale, attento alla persistenza del messaggio religioso. In tal senso il suo commento alla “Lettera ai Romani” di Paolo di Tarso (nel libro “L’Epistola ai Romani. Antropologia del cristianesimo paolino”, Einaudi 1972), è uno studio teologico, fedelissimo sul piano storico-filologico, ma anche originale, per qualcuno al limite dell’eresia, nella sua temeraria analisi della “Lettera”, producendo, alla fine, un testo politico, nel senso più alto.
Nell’età berlusconiana Cordero diede il meglio come notista politico, riservando all’ex cavaliere l’appellativo di “caimano”, che poi gli rimase appiccicato. E Cordero seguì passo passo Berlusconi-caimano nelle quotidiane scempiaggini e nelle sue nefandezze politiche e morali, quasi braccandolo, in punta di diritto, di etica pubblica, di buon gusto. I suoi lunghi, dotti articoli su “la Repubblica” (era allora un giornale!), ritratto dolentissimo dell’Italia, trovarono posto poi in volumi quali “Le strane regole del Signor B.” e “Nere lune d’Italia” (Garzanti, 2003-2004), che serviranno da guida agli storici futuri.
In fondo Cordero ci faceva comprendere che Berlusconi, con la sua stessa personalità, era lo specchio iperrealistico d’Italia. Di qui l’idea di un originalissimo controcanto al discorso di Giacomo Leopardi “Sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani” del 1824: si era nel 2011, e Cordero con amara attitudine confermava le sconfortate diagnosi del Recanatese sulla “scostumatezza” del popolo italiano. O si scorra, sulla scia, “Morbo italico” (edito da Laterza nel 2013), una lettura ancora oggi avvilente e insieme riconfortante, se vi sono (vi erano?) italiani come Franco Cordero.
Negli ultimi anni Cordero aveva scritto meno sui giornali, ma non aveva certo smesso di lavorare, in particolare a un romanzo, “La tredicesima cattedra”, che è in uscita tra pochi giorni presso l’editore “La nave di Teseo”. L’autore non lo potrà sfogliare, ma noi potremo consolarci della sua scomparsa prendendolo tra le mani, avviando l’usuale, istruttivo quanto impegnativo confronto dialettico con Franco Cordero e quello che oggi dobbiamo, ahinoi, chiamare “l’ultimo suo libro”.
Franco Cordero a Saluzzo, nel 2007, riceve il Premio “FestivalStoria” (ph. Eloisa d’Orsi)
Gli ultimi 25 anni ne sono stata una dimostrazione lampante. Dopo i primi entusiasmi seguiti al crollo del Muro, dopo le rassicuranti prospettive aperte dalle teorie demenziali, ma sciagurate, della “fine della storia”; dopo l’autoesaltazione dei grandi e piccoli opinion maker del liberalismo, che si fregavano le mani, ripetendo che loro lo avevano sempre detto, che il comunismo era il dio che aveva fallito, che il libero mercato era la sola possibilità per il genere umano, che avevano ragione la Thatcher e Reagan, quando dicevano che lo Stato non era la soluzione del problema ma il problema…; ebbene dopo quella prima orgia trionfale, dopo che l’Unione Sovietica fu frantumata, dopo che l’ubriacone Boris El’cin fu messo al potere a Mosca, dopo che il mondo fu immerso in una guerra senza fine, dopo le centinaia di migliaia di cadaveri, dopo le distruzioni di intere nazioni, dopo la devastazione ambientale e climatica, qualcuno cominciò a mormorare che non andava “tutto bene”. E che il “dopo” si stava rivelando persino peggiore del “prima”. Ma intanto il nemico comunista era stato sostituito dal nemico islamico. Di un nemico c’era pur sempre bisogno, altrimenti come tenere a bada le masse dei subalterni?
L’ordine post-1989 era diventato un ordine unipolare, con una sola superpotenza, gli Stati Uniti d’America, che divideva il mondo in buoni e cattivi, e stilava l’elenco dei “rogue States”, gli “Stati canaglia”, e si ergeva a giudice e sceriffo universale, imponendo una moneta, una lingua, una ideologia, un mercato. E per qualche anno le cose andarono avanti così, nella compiacenza subordinata del resto dell’Occidente. I partiti che si richiamavano alla tradizione socialista e comunista fecero “seppuku” ossia “harakiri”, a cominciare dal PCI, guidato dall’indimenticabile Achille Occhetto, che peraltro era soltanto la punta dell’iceberg, espressione di un partito che ormai da anni aveva gettato alle ortiche la propria identità ideologica e sociale, e che non vedeva l’ora di assaporare il gusto del potere.
Ma per quanto dichiarassero i suoi dirigenti (per intenderci, gli eredi di Bordiga, Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer), che sputavano sul comunismo, elogiavano i “capitani coraggiosi” che intanto distruggevano il tessuto economico del Paese, erano in prima fila nella battaglia per privatizzare tutto, si inchinavano alla NATO nelle guerre imperiali, in realtà continuavano ad essere guardati con sospetto dai loro ex avversari liberali. Sicché dovevano moltiplicarsi le prove di fedeltà all’Occidente, agli USA, e alla nuova creatura che stava formalizzando il proprio assetto istituzionale, la UE. Accade persino che i discendenti di Umberto Terracini, padre della Costituzione, non esitarono a ferire quella “sacra” Carta, inserendo nel dettato costituzionale il “pareggio di bilancio”, imposto dalla troika (che intanto affamava la Grecia), e divennero gli alfieri del “privato è bello”, in prima fila nella destrutturazione dello Stato sociale, nella sanità, nell’istruzione, nei servizi. E rincorrendo la Lega, all’ideologia della privatizzazione aggiunsero, in un micidiale “combinato disposto”, la regionalizzazione, a cominciare dalla Sanità, che ne ricevette un colpo le cui conseguenze sono davanti a noi in queste tragiche settimane.
E, ciliegia sulla torta, i “democratici”, divenuti più realisti del re, dopo aver approvato sanzioni contro Cuba, Venezuela, e Russia, imposte dagli USA, giunsero a votare, nel Parlamento della UE., nello scorso settembre insieme a tutte le destre, una risoluzione che non soltanto equipara nazismo e comunismo, e attribuisce all’Unione Sovietica una pari responsabilità rispetto al Terzo Reich hitleriano, nello scatenamento della Seconda Guerra mondiale, ma invita governi e popolazioni a cancellare persino la memoria del comunismo, mentre redarguisce aspramente, e ridicolmente, i governanti russi, accusandoli di interferire pesantemente sulla politica dei Paesi della UE, turbandone la lineare vita democratica… Avrebbero dovuto mettersi sulla strada della democrazia, altrimenti non sarebbero stati più accolti nell’onorevole consesso delle Grandi Nazioni del mondo…
Poi, di colpo, giunse il Coronavirus, e davanti alla crisi, in un crescendo drammatico, mentre l’Unione Europea mostrava la propria dis-unione strutturale, l’annunciata “guerra comune al virus”, si rovesciava in una guerra di ciascuna nazione contro le altre, tutte, peraltro, in palese difficoltà nella situazione inedita, compresa solo via via nella sua gravità. Le classi dirigenti europee e occidentali hanno cominciato perciò ricorrere a qualsiasi espediente per cancellare le proprie responsabilità. L’Italia, naturalmente, data la miseria intellettuale e morale delle proprie classi dirigenti, ha fatto la sua parte in tal senso, e governanti e amministratori locali danno segni di affanno, di incertezze, di contraddizioni, senza uno straccio di autocritica rispetto alle scelte politiche scellerate del passato, che hanno quasi distrutto il Servizio Sanitario Nazionale.
Negli ultimi giorni, l’ottimismo dell’“andrà tutto bene” appare sempre più incongruo, davanti al moltiplicarsi dei contagi, e dei morti, a cominciare dagli operatori sanitari, un crimine della classe dirigente che dovrà poi esserle addebitato e da essa debitamente pagato. Mentre dunque la situazione invece di migliorare va peggiorando, e il blocco del Paese produce fame (che produrrà rivolta, come già sembra stia cominciando ad accadere nel Sud), mentre le strutture sanitarie sono prossime al collasso, dopo i tagli, la regionalizzazione, la privatizzazione, “l’Europa”, ossia la UE, volta le spalle con arroganza all’Italia, arriva dunque, un significativo soccorso proprio da Paesi estranei, e guarda caso, ex comunisti o tuttora almeno socialisti: a partire dalla Cina, e accanto o dopo, Cuba, Venezuela, Russia…. E allora, davanti alle porte chiuse dei soci del club europeo, questi Paesi offrono il loro aiuto, quell’aiuto che viene negato appunto da Germania Austria Olanda e via seguitando. Come si fa a rifiutare quelle mani tese?
Se qualche giorno fa si parlava dell’Italia “rossa”, per via delle zone di chiusura profilattica, ora c’è chi sempre scherzando parla dell’Italia rossa perché arrivano i (post)comunisti. C’è però anche chi prende sul serio l’avanzata rossa, e quella dei russi, che non saranno più comunisti ma sempre russi sono, e forse il comunismo lo hanno introiettato, e comunque sono nemici a prescindere…. Ed ecco, dopo l’invettiva di Maria Giovanna Maglie contro i cubani (salutati con un elegante “Vaff!”), dopo il tentativo incredibile di Salvini e Meloni di insinuare in modo neppure scoperto che il virus era stato creato in laboratorio dai cinesi (tra l’altro rilanciando un programma TV di anni fa, che parlava di tutt’altro), arriva ora La Stampa, per la penna di Jacopo Jacoboni, a esporsi in un delirante articolo che da noi ha suscitato la reazione sarcastica credo soltanto di Marco Travaglio, in un articolo-capolavoro (Il Fatto Quotidiano, 26 marzo), ma ci ha esposto, all’estero, a una figura a dir poco vergognosa.
In sintesi, l’articolista del giornale della famiglia Elkann, sulla base di penosi “ragionamenti”, e di ridicole insinuazioni, di confidenze attribuite a fonti non precisate, a grotteschi sospetti personali (non ci eravamo accorti che Jacoboni fosse un esperto di geopolitica!), critica il governo italiano per aver accettato il subdolo aiuto russo, e mette in guardia le Forze Armate che si tengano pronte a isolare e respingere i medici russi, che, a prova della loro pericolosità, sono medici militari, che viaggiano su camion militari (russi!) e sono arrivati in aeroporto militare (italiano), e nessuno insomma li ha fermati. E a sfregio delle energie, di ogni genere, profusi dal governo russo in questa spedizione di aiuto medico-sanitario, Jacoboni ha l’ardire di affermare che “per l’80%” si tratta di aiuti inutili. E che in definitiva il subdolo Putin ha sfruttato l’emergenza sanitaria per insinuarsi nel territorio patrio, una sorta di testa di ponte, per arrivare, non, come si diceva un tempo, ad abbeverare i cavalli dei Cosacchi alle fontane di Piazza San Pietro, ma, forse, per imporre una signoria sul nostro Paese, staccandolo dal protettivo consesso europeo (di cui abbiamo appunto ammirato lo spirito di solidarietà e cooperazione nei nostri confronti!). In definitiva, un articolo cretino e sciagurato, che rischia di provocare un incidente diplomatico.
No, la guerra fredda non è mai finita. E se pure sul Cremlino non sventola più la bandiera rossa con falce e martello dell’Unione Sovietica, ma quella rossoblu della Federazione Russa, il nemico è sempre là. E del resto l’anticomunismo si è spesso accompagnato volentieri alla russofobia, da noi. E se il comunismo è venuto meno, la Russia esiste (per fortuna), e va tenuta a bada, messa in condizioni di non nuocere. Jacoboni è pronto a organizzare i GAR, i Gruppi di Resistenza Antirussi?
(27 marzo 2020)
Alcuni dei camion russi giunti con aerei-cargo all’aeroporto militare di Pratica di mare, e poi partiti verso la Lombardia per portare materiale e medici in aiuto agli ospedali della Regione. (Foto ufficiale russa)
Notizia dell’ultima, o penultima ora: un contadino viene ucciso da un altro sorpreso a varcare la “zona rossa”, in quel di Fondi, presso Latina. Al centro operativo della Questura di Torino ieri sono giunte 600 (dicasi seicento) segnalazioni da parte di privati cittadini, che denunciano altri cittadini per violazioni delle restrizioni alla libera circolazione delle persone: la metà si sono rivelate violazioni insussistenti. Qualcuno opportunamente lancia un appello: non trasformiamoci tutti in sbirri. I quali sbirri non vanno tanto per il sottile: segnala un amico su Facebook, Salvatore Prinzi, una scena in una via del centro di Napoli, deserta, zona degradata, dove mai si vede polizia, e la legalità è soltanto una parola, perdipiù sconosciuta alla gran parte dei residenti. Ebbene, ieri pomeriggio era percorsa da quattro carabinieri su rombanti motociclette che si fermano a una panchina dove è seduta una coppia, debitamente fornita di mascherine: i due vengono avvicinati, documenti e tutta la trafila. Abitano a pochi metri, vogliono prendere una boccata d’aria, dato che la loro casa è piccola e umida. Mostrano il portone d’ingresso alle loro spalle. Niente da fare: la legge è legge. Sanzione d i 206 euro (e una denuncia), e gli è andata bene, perché da domani le sanzioni sono schizzate verso l’alto, da un minimo di 400 a un massimo di 3000. Intanto, i bus napoletani sono stipati all’inverosimile di persone, quelle costrette a muoversi, con tanto di autocertificazione, e siccome sono state ridotte le corse dei mezzi pubblici, ne consegue che devono stare l’una a ridosso dell’altra in un mezzo…
Forse è già troppo tardi. La caccia all’untore è già scattata? La sindrome della peste finirà per ammazzarci prima della peste?
Domande come queste, che troviamo o no la forza di porle, sono depositate dentro di noi, agitano le nostre menti, ci tolgono il sonno, generano ansia, e ci mettono a nudo nella nostra impotenza. Non abbiamo risposte, specialmente alla domanda delle domande, che ci preme nel cervello, e non osiamo neppure confessare: che fare? Non possediamo specifiche competenze in campo medico, epidemiologico, e soprattutto virologico; dunque non abbiamo soluzioni, al di là della protesta appartata e silenziosa, sempre più appartata e sempre più silenziosa, e al massimo, appunto, firmiamo o lanciamo qualche appello, caritatevole o di protesta: chiediamo risorse per il sistema sanitario nazionale, esortiamo il governo a chiudere le fabbriche, i più attenti tra noi denunciano – giustamente – il rischio autoritario insito nelle misure (spesso anticostituzionali, o al limite della legittimità) dei governanti, e incitano i concittadini a non farsi travolgere dalla paranoia.
Altri reagiscono cantando e suonando dai balconi, altri dando libero sfogo alla loro inventiva elettronica creando o rilanciando dei “meme”, che, come sappiamo, si diffondono come un fenomeno “virale” (che paradosso, a rifletterci! Resistiamo alla diffusione di un virus biologico diffondendo virus elettronici). Altri ancora, molti di più, fanno ricorso all’orgoglio nazionale, improvvisamente riscoprendo che l’Italia “è un Grande Paese”, che è pure “il Bel Paese”; e snocciolano i nostri pezzi forti, Raffaello e la Ferrari, Dante e Giorgio Armani, la Pizza e Giuseppe Verdi, Marconi e la Gioconda, la Torre Pendente e il Barolo… Ed è una profluvie di “Fratelli d’Italia”, di “Va’ pensiero”, nello sventolio del tricolore.
Non mancano coloro che, all’opposto, si chiudono in un mondo di paure, e nei loro discorsi si dilettano, quasi, a disegnare scenari distopici, certo sollecitati dallo sconsiderato allarmismo dei media, e accarezzati da foto (o fotomontaggi), che anche quando non provengano dalle innumerevoli fabbriche del falso, le famigerate, infinite fake news, invece che documentare sembra abbiano il solo scopo di allarmare, angosciare, e metterci alla mercé del primo che prometta salute privata e pubblica. Altri ancora, coscienziosamente, ma con un crescente tasso di nevrosi, vanno in caccia di informazioni, che non mancano, ma non sono (non siamo) in grado di sceverare il grano dal loglio, le notizie vere da quelle false, e le informazioni corrette spesso risultano superflue, tanto più per chi non appartiene al mondo della medicina.
Insomma, noi semplici cittadini, i “non esperti” e i “non governanti”, ci siamo scoperti inermi, privi di armi teoriche, conoscitive, e di armi pratiche, mediche e sanitarie, davanti alla tragedia. I governanti, locali e centrali, non sono che lo specchio della nostra impreparazione. Ma non spetterebbe proprio ai responsabili dei pubblici poteri, a Roma, come a Milano, a Torino, a Venezia, a Bologna, a Bari, a Palermo…, gestire, accanto all’ordinaria amministrazione, anche quella straordinaria? Tanto più che da molto tempo, gli esperti (quelli veri) annunciavano il rischio di pandemie? Tanto più che questo virus (il SARS-CoV-2, che procura la malattia Covid19) era sotto osservazione (addirittura dal 1997) e la sua pericolosità era nota.
Abbiamo invece subìto (e stiamo subendo) le conseguenze delle gravi incertezze e dei colpevoli ritardi del governo, delle assurde contraddizioni e delle illeceità giuridiche delle azioni dei poteri centrali e periferici, e abbiamo subito e stiamo subendo il ridicolo protagonismo del presidente del Consiglio che si atteggia a “capo del governo”, così come i presidenti delle Giunte regionali si atteggiano a “governatori”, figure, l’una e l’altra, che nel nostro ordinamento non esistono, si badi bene, ma che un sistema mediatico corrivo e pigro finisce per avallare, tra dolo e insipienza.
E intanto, ci è toccato altresì assistere al penoso balbettio di ministri, a odiose speculazioni politiche di chi non è in questo momento al potere, a conflitti, spesso grotteschi, tra centro (governo di Roma) e periferia (amministrazioni regionali) e, a cascata, persino a penose baruffe tra presidenti di Regioni e sindaci, tra Protezione civile e Aziende Sanitarie Locali, tra Giunte regionali e Prefetture…
Ancor più deprimente è il continuo scontro fra “tecnici”, in particolare tra virologi ed epidemiologi, e tra infettivologi e pneumologi, tra medici olistici e medici specialistici, per non parlare delle contese in seno alla stessa piccola comunità degli esperti di virus, la virologia, appunto: e agli scambi sconcertanti di accuse, insinuazioni, persino volgarità. Il tutto amplificato e deformato, iperrealisticamente, dalla televisione che non smette di “rilanciare”, e di fornirci una rappresentazione della realtà sensazionalistica, e in definitiva peggiore di quanto essa non sia, purché faccia audience (ah, quanta ragione aveva Pier Paolo Pasolini al proposito!). Siamo stati tutti sommersi da un maremoto di dati, spesso contraddittori, imprecisi, approssimativi, nei quali i catastrofisti litigavano con i rassicuranti, ma non sono mancati e tuttora sono in azione i negazionisti: coloro che dicono, ripetono, e sovente urlano scompostamente (vedasi quel figuro di Vittorio Sgarbi) che non esiste alcuna pandemia, e neppure una epidemia, trattandosi di una “banale influenza come un’altra”, supportati magari da figure di “saggi” come Giorgio Agamben che ha avuto l’ardire di sostenere (filosoficamente, s’intende!) che la vera malattia è la paura, non il virus. Impudenza e imprudenza degli uni e degli altri.
Certo, si può e credo si debba gioire delle manifestazioni spontanee o sollecitate, di solidarietà orizzontale, fra cittadini, con i ragazzi che si offrono per la spesa e l’assistenza agli anziani soli, con le collette di fondi per la Protezione civile, con i tanti, vari e spesso fantasiosi modi di stare vicino a chi ha bisogno. Ma è difficile frenare la rabbia pensando al fatto che il comune cittadino, dopo essere stato schiacciato, vessato o comunque non adeguatamente protetto da chi avrebbe dovuto istituzionalmente farlo, deve ora sobbarcarsi l’onere di dare la propria opera, il proprio sangue, il proprio tempo e il proprio denaro, per supplire alle carenze del potere. È difficile frenare la rabbia davanti alla obbligatorietà del lavoro in troppi casi, senza che venga garantita alcuna protezione a chi quel lavoro presta, negli uffici, nelle fabbriche, nei servizi, in tutte quelle situazioni che non possono essere gestite a distanza, con il cosiddetto smart working.
Intanto accanto ai cittadini ricoverati, e ai deceduti, per Covid 19 (anziani, ma non soltanto), l’elenco dei morti veniva e viene tuttora, giorno dopo giorno, ora dopo ora, paurosamente allungato da medici, paramedici, infermieri, e così via: morti che pesano doppiamente, questi ultimi, sulla coscienza civile di questo Paese. Un personale gettato allo sbaraglio dalla inettitudine e incompetenza dei loro dirigenti, dalla vigliaccheria governativa, e soprattutto da una lunga, sistematica devastazione del Servizio Sanitario Nazionale, a cui con particolare zelo, persino con accanimento, si sono dedicati nel corso degli ultimi tre decenni almeno, politici di “centrosinistra” e di “centrodestra”, o se si vuole esponenti delle due destre che si alternano al potere, locale o centrale, senza alcuna forza politica e sindacale capace di opporsi allo sfacelo, le cui conseguenze erano facilmente prevedibili. E ora, con sfacciata noncuranza, si gettano allo sbaraglio i neolaureati, e si fa appello ai medici in pensione: andate tutti a morire per la patria, e la patria ve ne sarà grata…
Sì, la Patria. La situazione ha fatto “riscoprire” nell’orgoglio di chi vuole resistere, l’amor patrio, e la metafora guerresca è divenuta corrente; o meglio, diciamo che la costruzione dell’auto-apologetica assolutoria della nazione è stata parte integrante del lessico del potere, per cancellare o minimizzare le proprie responsabilità e nascondere le proprie incapacità. Il lessico bellico finirà, forse, per sostituire stabilmente quello sportivo inaugurato e imposto da Silvio Berlusconi (scendere in campo, fare squadra, portare a casa il risultato…). “Siamo in guerra”, “la guerra che stiamo combattendo”, “il nemico da sconfiggere”, “i medici in prima linea”, “gli eroi delle corsie” con la variante “gli angeli delle corsie”, “i caduti sul campo”, e via seguitando…; e intanto se ci affacciamo alle finestre, vediamo in azione blindati, camion dell’esercito, divise verdi accanto a quelle blu con strisce rosse dei Carabinieri e quelle azzurro-grigio della polizia. Se si alzano gli occhi al cielo elicotteri e droni a sorvegliare la “zona di guerra”. E finiamo per convincerci che davvero è una guerra, se allunghiamo lo sguardo verso strade deserte, piazze vuote, e dalla radio e dalla tv non riusciamo a sottrarci ai “bollettini di guerra” (espressione ormai codificata). E la guerra richiede misure eccezionali, comprese la sospensione dei più elementari diritti degli individui, in un crescendo di limitazioni, alcune ovvie e giustificate, altre cervellotiche e controproducenti (vedi la passeggiata di singoli in un giardino, o godere uno spicchio di sole su di una spiaggia).
Siamo tutti, ormai, dentro la logica pericolosa e sovente illogica dell’emergenza, spinta oltre i limiti dell’intelligenza e della decenza, e applicata con rigidità, spesso con cattiveria, dai tutori dell’ordine, spesso quasi con un certo gusto; per loro l’emergenza significa licenza? Ci fosse almeno a corrispettivo un’autorità politica, amministrativa, scientifica a darci fiducia. Purtroppo non c’è. E noi staremo qui, stancandoci a un certo punto anche di seguire la stampa, la radio, la televisione. Subiremo, semplicemente, aspettando che questa lunga notte passi, esercitandoci, nel contempo, nella nobile scienza della resilienza, e attivando ogni nostra risorsa nella difficile arte della speranza. Ma intanto, attrezzandoci, sul piano culturale, compreso quello specificamente scientifico, e lavorando, sul piano squisitamente politico, per essere in grado di rilanciare la lotta, la più dura possibile, domani, con alcuni obiettivi di fondo, primo fra tutti, la difesa e il rilancio di tutto ciò che è da considerare bene comune, non privatizzabile, non “regionalizzabile”, non commercializzabile: l’ambiente, la salute, l’istruzione, il patrimonio culturale, il paesaggio. Ricordiamocene appena sorgerà l’alba.
(Articolo pubblicato su “MicroMega”, il 25 marzo 2020, l’immagine è tratta dalla stessa fonte)
“… è sperare che è difficile. Quel che è facile è istintivo è disperare, ed è la grande tentazione”. Così ammoniva lo scrittore cattolico Charles Péguy (morì a 41 anni nel settembre del 1914, proprio all’inizio della prima battaglia della Grande guerra, dove era andato volontario). Parole che dovremmo sforzarci di ricordare e fare nostre in questi frangenti drammatici della nostra storia. E vincere la “grande tentazione”: il disperarsi, l’abbandonarsi alla disperazione, che in fondo, a ben vedere, ci appaga, in certo senso, ci cava dagli impacci, ci fornisce alibi, ci facilita nella rinuncia alla lotta, quella rinuncia che forse in cuor nostro, segretamente avevamo già scelto. La disperazione in tal senso è individualistica, sempre; la speranza può essere invece collettivistica, comunitaria, sociale. E può, e deve – per come io la penso, a differenza di Péguy che associava la speranza alla fede – implicare l’azione, la lotta, all’opposto della disperazione che invece implica la rinuncia e l’inazione. E una delle cose da fare oggi è non perdere la lucidità, non farsi obnubilare dall’emozione, combattere per rimanere svegli anche nel buio di questa lunga notte, e nel prendere buona nota dei fatti e delle parole e dei nomi. Domani, quando tutto questo sarà alle nostre spalle dovremo riprendere la lotta e presentare il conto a tutti coloro – singoli e gruppi – che si sono assunti responsabilità gravissime, dovremo far pagare loro le incompetenze e le prevaricazioni, la disonestà e l’inganno dei popoli, il privilegiare l’interesse di pochi rispetto all’interesse generale, la stolida apologetica del “privato” a scapito del pubblico. Anche per questo conviene resistere e lottare, anche per questo dobbiamo coltivare la speranza di farcela: per presentare domani il conto a lor signori. Resistiamo e speriamo, dunque, oggi; non cediamo alla tentazione facile del disperarsi. All’immagine (un’opera di Muzi del 1973, proprietà della Fondazione Longo) oltre all’ovvio significato politico di liberazione degli oppressi, sotto le bandiere del socialismo, oggi possiamo anche attribuire il senso della liberazione dal morbo che ci sta mettendo a così dura prova. Una doppia speranza che coltivo e voglio condividere con i miei amici e “seguaci”.
(Nato come post sul mio profilo Facebook, il 15 marzo 2020, è stato poi pubblicato su “AlgaNews”, il 16 marzo)
Parlano tutti, esperti, politici, comunicatori, tutti in cerca di visibilità; tutti sono in contrasto con tutti; governo e regioni non si mettono d’accordo; abbiamo scoperto una infinità di virologi, che ovviamente parlano linguaggi iniziatici, e non concordano quanto ad analisi, previsioni, soluzioni divergenti, specialmente sulla pericolosità del virus, la durata dell’epidemia, il rischio che si trasformi in pandemia, e via seguitando. E giungono a polemizzare aspramente fra di loro, in seno alla categoria.
Abbiamo visto i balbettii del Presidente del Consiglio, incerto sul da farsi; e quelli dei leader politici, senza cognizione di causa e spesso anche di buon senso, preoccupati solo di lucrare elettoralmente della situazione. Persino le strutture ospedaliere appaiono ora concorrenti ora avversarie, in una gara non dichiarata a chi fa meglio il proprio lavoro, con velate allusioni più o meno polemiche sulle istituzioni omologhe. Abbiamo sentito un presidente di Regione, Luca Zaia, del Veneto, esibirsi senza ritegno in un passaggio di cabarettismo razzista, contro cinesi che… “li-abbiamo-visti-tutti-mangiano-i-topi-vivi”. Un altro “governatore”, Attilio Fontana, della Lombardia, lo abbiamo ammirato nel numero comico del metti-la-mascherina-in-diretta, anche se è tutta, e solo sceneggiata.
Abbiamo sentito deputati e senatori che, senza alcuna competenza in merito, hanno berciato in Parlamento irridendo alle misure precauzionali di cui si stava finalmente parlando (per tutti ricordiamo l’intervento dell’“onorevole” Vittorio Sgarbi, un esempio di irresponsabilità e, of course, di volgarità e senza pari). Abbiamo letto titoloni dei quotidiani, non privi di razzismo a loro volta. Abbiamo sentito un ministro (degli Affari Esteri, Luigi Di Maio), parlare, con temerario sprezzo del ridicolo, del “coronavairus”…
Abbiamo letto dotti e pensosi articoli di filosofi che hanno applicato le astratte teorie dello stato di emergenza e simili, per rappresentare la situazione in cui l’Italia si trova e ossia criticare aspramente le prime misure di “contenimento”: dimenticando semplicemente che qui siamo davanti a un fatto, prima di tutto, epidemiologico, che nasce da un virus pericoloso e quasi ignoto, che si sta diffondendo, davanti al quale la comunità scientifica è ad oggi quasi impotente.
Abbiamo irriso alla Cina, prima per la sua mancanza di igiene (Zaia docet, sempre), poi per l’autoritarismo dei suoi governanti che hanno chiuso in casa decine di migliaia di persone, e ci siamo beati della nostra creatività, della libertà regnante nel Bel Paese, della discrezione e dell’accoglienza, della continuazione di ogni attività, per non cedere alla psicosi (che peraltro i politici creavano a gogò), magari tirando in ballo la privacy e il suo rispetto assoluto. Risultato? La Cina, da cui l’epidemia è partita, sta chiudendo, favorevolmente in tempi rapidissimi, la partita col virus, mentre l’Italia è diventata il centro del contagio a livello mondiale, con le conseguenze economiche e sociali e culturali che sono sotto i nostri occhi, e che diverranno assai più evidenti, drammaticamente evidenti, nei prossimi giorni e nelle prossime settimane.
Eppure questa crisi ci fornisce molte lezioni, tutte da apprendere, o comunque sulle quali sarebbe utile una riflessione collettiva. Ne indico qualcuna, schematicamente, come avvio di un dibattito (anche se temo non ci sarà).
Prima lezione
Lo Stato che funziona è uno Stato che nei momenti di crisi sa accentrare poteri e funzioni nelle sue mani: il decentramento, con i suoi princìpi (nobili o più spesso ignobili), costituisce un problema, invece che la soluzione, per la disparità delle soluzioni, la diversità delle iniziative, la difficoltà del coordinamento fra le Regioni e fra i diversi enti territoriali.
Seconda lezione
La Sanità e l’Istruzione, come beni comuni, devono essere gestiti a livello centrale. La regionalizzazione di questi ambiti è stato un errore catastrofico, al quale va posto rimedio, subito. Sanità e Istruzione devono essere gestite dallo Stato, a livello centrale, non dalle Regioni a livello locale.
Terza lezione
Nelle situazioni di crisi, nei momenti di “emergenza”, che entri in campo la Protezione civile, o meno, occorre unificare e accentrare la macchina addetta agli aiuti, ai sostegni, ai soccorsi. Tale macchina, quale che sia la sua forma (Comitato o simile), deve essere unica e unitaria, e deve essere in grado di intervenire su ogni piano, per qualsivoglia problematica, da quelle igienico-sanitarie a quelle idrogeologiche.
Quarta lezione
Nelle crisi la tempestività è essenziale, e la prudenza è obbligatoria. La sottovalutazione dei problemi causa sempre disastri, la sopravvalutazione no.
Quinta lezione
Nelle crisi igienico-sanitarie, come in quelle idrogeologiche, occorre che la politica e l’informazione abbiano totale rispetto degli esperti e dei tecnici. Occorre che anche i comunicatori da social media assumano un atteggiamento di prudenza e di silenzio, fino a che non abbiano informazioni attendibili, piuttosto che parlare a ruota libera, secondo simpatie e idiosincrasie, o sulla base del “non sono un esperto, ma penso che…”.
Sesta lezione
La libertà è certo il bene fondamentale, in simbiosi con la giustizia; ma quando si verifichino situazioni di crisi in una società complessa, il bene è uno solo: quello che i romani etichettavano salus Rei Publicae, la salvezza della comunità. E in nome di quel bene primario, la limitazione della libertà individuale può essere necessaria, e salvifica, per quanto spiacevole, purché sulla base di leggi: norme esplicite, univoche (ossia non sottoposte ad arbitrarie interpretazioni), ragionevoli, e limitate nel tempo, e come tutte le leggi sottoposte a verifica di legittimità dagli organi competenti, indipendenti.
Settima lezione
Nel Protagora, Platone scrive, che nell’agorà, ossia nello spazio pubblico dedicato al dibattito fra i cittadini, quando si parla di navi intervengono solo i costruttori di navi, quando di parla di edifici, la parola è agli architetti; ma quando si parla di politica, tutti hanno facoltà di dire la loro. Il Coronavirus è un “fatto” che richiede che la parola sia riservata agli studiosi, mentre i politici, governanti centrali e locali, dovranno semplicemente tradurre in atti politici le “sentenze” degli esperti, ricordandosi che il loro ruolo è quello di preservare e amministrare il bene pubblico, a cominciare da quello fondamentale: la vita e la salute degli amministrati, ossia la salus Rei Publicae.
(Articolo pubblicato in “AlgaNews”, il 5 marzo 2020)
Immagine del Coronavirus al microscopio elettronico, in mezzo alle celluler (Foto NIAID-ML, tratta da “Il Foglio”)
Una fotografia può essere assai più di una illustrazione, e può valere molto più anche di un documento in forma scritta: in termini di capacità di comunicazione, certo, ma anche sul piano della pregnanza. Ogni tipo di documento serve, nell’attività storiografica, si sa: la massa documentaria che il passato, lontanissimo come recentissimo, ci offre è come il maiale: non si butta via nulla, tutto serve, ogni pezzo ha una sua utilità. Ma le fotografie sono un documento di tipo particolare. E a volte, lo si sa, e lo si ripete, una foto può valere più di mille parole.
È il caso di “Torino ’69”, un volume riccamente illustrato, di Ettore Boffano, Salvatore Tropea, Mauro Vallinotto, edito da Laterza. Le immagini vincono, e alla grande. Al di là dei meriti eventuali del fotografo – il bravissimo Mauro Vallinotto – e di quelli di chi scrive – due giornalisti di lungo corso, espertissimi delle vicende torinesi, Ettore Boffano e Salvatore Tropea, fondatori dell’edizione cittadina de la Repubblica –, questo è un libro che racconta Torino, la Fiat, il Sud, e il Nord, nel loro difficile incontro/scontro, e in verità l’Italia tutta, in una stagione che va molto al di là e sta molto al di qua della data in copertina. Al di là e al di qua: questo è uno dei punti più complessi e discutibili del volume, devo aggiungere subito. Detto altrimenti, la periodizzazione, uno degli elementi nodali del lavoro di chi fa storia: individuare le cesure e le continuità, un atto non facile, perché assai numerose sono le questioni in ballo, a cominciare dalla soggettività di chi scrive.
Quando inizia il ’69, in primo luogo? Dai fatti di Corso Traiano, il 3 luglio, secondo gli autori. Tesi discutibile.
Il Sessantanove italiano è in realtà una parte di un’endiadi: l’altra parte è il Sessantotto, che nel panorama internazionale rappresenta un unicum: è un unico movimento, che occupa un biennio. In tal senso, allora, il Sessantotto torinese inizia dall’occupazione di Palazzo Campana (giustamente ricordata dagli autori), il 17 novembre 1967. E senza una vera soluzione di continuità si giunge al 1969.
Naturalmente è lecito tentare di distinguere i due anni, ma allora il 1969, ossia l’autunno caldo, mi pare difficile farlo iniziare da quell’episodio. Si aggiunga che gli autori fanno degli andirivieni cronologici, non limitandosi affatto a quel biennio, ma risalendo indietro, al 1962 (Piazza Statuto), ai fatti di Ungheria (1956), e via seguitando in un tentativo comunque di mettere sotto gli occhi dei lettori i dati che segnano la rapidissima e quasi violenta trasformazione di Torino, da ex capitale politica a capitale industriale dalla nostalgia alla preoccupazione, davanti all’invasione dei “napuli”, i “moru”, le “terre da pipe”, i “terroni”, e via seguitando in una lunga galleria di colorite espressioni dal sapore razzista, anche quando “simpaticamente” espresso…
Le resistenze, dunque, vi furono, all’ondata dei meridionali, quelli che, come informavano centinaia di cartelli (ma anche di annunci sui quotidiani), non si affittava: e quello era un periodo in cui si trovava casa con facilità, ma per quegli uomini (prevalevano di gran lunga i maschi, d igiovane età), che giungevano dal Mezzogiorno, poteva diventare un’odissea faticosa e umiliante. Eppure quelle resistenze vennero travolte, malgrado gli sforzi in senso contrario da parte di alcune delle centrali egemoniche; si pensi alle pagine cittadine della Stampa, grondanti di razzismo, anche se i suoi padroni – la Fiat e gli Agnelli – avevano bisogno di quella manodopera. In generale (e meglio sarebbe stato sottolinearlo nei testi di accompagnamento alle immagini) è, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, un’intera classe politica a risultare impreparata, compresa quella comunista. Così come si palesa una certa sclerosi del sindacato, sorpassato dai comitati di base, in una inaspettata riemersione della “democrazia operaia” teorizzata da Gramsci nel 1919…
Fu la Chiesa cattolica, rispolverando la tradizione dei santi sociali piemontesi, a esercitare un importantissimo ruolo di supplenza, nella gestione di una situazione del tutto nuova e dirompente. Emerge altresì la debolezza culturale e l’assenza di un’etica dell’impresa nella proprietà e nella dirigenza FIAT, e i contrasti interni. Diego Novelli, mitico sindaco rosso degli anni Settanta, racconta un episodio interessante, al riguardo, relativo alla richiesta rivoltagli da Umberto Agnelli di metterlo in contatto con Luciano Lama, il grande capo della CGIL. La cosa non si fece per la recisa opposizione di Cesare Romiti, da cui si giunse poi alla grave sconfitta degli anni Ottanta. In precedenza, il passaggio nella direzione dell’azienda da Vittorio Valletta a Gianni Agnelli fu un passaggio dalla padella alla brace, che non recò benefici né all’impresa né ai lavoratori. Capitalismo padronale e neocapitalismo modernizzatore a parole, finirono per convivere in una faticosa gestione della maggiore azienda privata italiana.
Le interrelazioni con il resto del mondo, nei testi, sono quasi assenti, ma andrebbero tenute presenti per capire quegli anni. Nixon, l’escalation in Vietnam, ma anche in Cambogia e Laos, con gli effetti che produsse, anche nell’immaginario (“Agnelli l’Indocina ce l’hai in officina”, fu uno degli slogan più fortunati di quella fine decennio…). Meno rilevante, ma comunque importante, l’elezione di Arafat: la questione palestinese irrompeva nel dibattito politico. Le dimissioni di De Gaulle a fine aprile. La morte dello studente Jan Palach (inizio anno). La rottura del gruppo del Manifesto in seno al PCI. Gheddafi al potere in Libia (settembre). Il festival di Woodstock nello Stato di NY (agosto). Lo scontro sul fiume Ussuri tra Repubblica Popolare Cinese e URSS simbolo dei due comunismi ormai inconciliabili. E mentre la Russia dei Soviet perdeva il suo appeal, la Cina di Mao ne acquistava e un forzosamente redivivo “marxismo-leninismo” acquistava una quarta icona da inserire accanto al “trittico” Marx Engels Stalin, il faccione di Mao Zedong, il “grande timoniere”. E i “cinesi”, che ben presto si frammentavano in linee contrassegnate da colori, diventano una componente significativa, anche se non maggioritaria, del movimento di lotta, più fra gli studenti che fra gli operai.
Altrettanto nuova la “sinistra extraparlamentare”, che mostrava le maggiori contiguità tra movimento degli studenti e lotte operaie. A Torino la Lega Studenti Operai fu un fenomeno interessante, e addirittura vi fu un Gruppo Gramsci, rara avis in un mondo in cui a dispetto dei richiami oggettivi tra le due ondate di consiliarismo, a distanza di mezzo secolo (1919-1969), il rivoluzionario sardo venne ignorato quasi totalmente. Fu Bruno Trentin a cogliere, con la sua lucida intelligenza, le somiglianze, parlando per primo (e bene fanno gli autori a richiamarlo) di un “secondo biennio rosso”, aggiungendo che questo era più importante del primo: e il giudizio viene avvalorato dagli esiti di quel biennio, opportunamente elencati nel libro. Personalmente non condivido l’enfasi con cui Giovanni De Luna parla, nelle conversazioni con gli autori (“Fu un momento magico e irripetibile…”, p. 204) e uno sforzo di valutazione critica è necessario, ed è ciò che fanno, pure direi sotto traccia gli autori, i quali comunque si limitano per lo più a tentare di rappresentare, “fotograficamente” – e qui si percepisce l’egemonia del linguaggio delle immagini – non solo quell’anno ma l’intero dopoguerra fino oltre gli anni Settanta, con la più volte evocata marcia dei 40.000.
Il libro dal punto di vista della ricostruzione appare rapsodico, a dispetto degli sforzi degli autori di costruire delle sequenze, e questo se da una parte rende più debole sul piano storiografico, ne aumenta la leggibilità, in quanto risulta una chiacchierata, ricca di stimoli, con giudizi generalmente condivisibili.
Condivido assolutamente il giudizio conclusivo: “l’Autunno caldo non fu soltanto un affare di sindacati e di padroni, ma segnò l’epifania, e la venuta in primo piano, della questione operaia nella società italiana” (pp. 202-203).
(Articolo pubblicato su “MicroMega”, on line, il 3 marzo 2020)
La polizia sgombera gli occupanti di case in un quartiere periferico a Torino (Foto Mauro Vallinotto, tratta dal libro “Torino 1969”)
«Mi piace aiutare le persone vulnerabili, mi piace fare a pezzi i bastardi»: questa dichiarazione di guerra di Julian Assange, confessata in una dichiarazione al settimanale tedesco Der Spiegel è la spiegazione della incredibile persecuzione che questo giornalista, questo attivista, questo paladino della verità sta subendo ormai da troppo tempo, e che ora a Londra, sta per concludersi o passare alla fase finale, con la terribile prospettiva di una detenzione a vita in una prigione statunitense.
Perché dunque tale accanimento contro “il biondo australiano”? Si è tentato anche di metterlo fuori gioco con una facile accusa di stupro, poi caduta. Si è corrotto il presidente ecuadoriano Lenin Moreno perché ritirasse l’asilo politico concesso ad Assange, che era rimasto per anni nell’ambasciata del Paese a Londra. Si è mobilitata una legione di commentatori in tutto l’Occidente, con il compito di dimostrare che Assange è pericoloso per la libertà, la democrazia, la sicurezza e quant’altro. Più fortunato di lui, Edward Snowden, accusato più o meno di “crimini” analoghi, trovò rifugio in Russia, dove vive tuttora. Vicende tormentate sono state anche quelle di Chelsea Manning (all’epoca, ufficiale USA addetto all’intelligence) in prigione dopo aver ottenuto la grazia da Barack Obama, e nuovamente incarcerata nel 2019, e sottoposta in più alla misura pecuniaria di 1000 dollari al giorno! Anche per lei la colpa era di aver rivelato segreti di Stato, che potevano, se messi a nudo, nuocere alla “sicurezza nazionale”: si trattava prevalentemente della guerra in Iraq e dell’uccisione deliberata di civili da parte dei militari yankee (tra l’altro la Manning ha passato ad Assange alcune delle informazioni secretate che lui poi ha reso pubbliche).
Assange, prigioniero della “giustizia” britannica (pur non avendo in realtà più condanne da scontare) dopo essere stato trascinato con violenza fuori dei locali dell’Ambasciata dell’Ecuador, viene sottoposto a trattamenti inumani e degradanti, e ora, nel processo, gli viene di fatto impedita la possibilità di difendersi, racchiuso in una gabbia di vetro, dove non riesce né a sentire né a farsi sentire. AI suoi difensori vengono opposti ostacoli di ogni genere; la presidente del tribunale rivela una ostilità preconcetta che richiederebbe la ricusazione; il giorno dell’apertura del procedimento, Baltasar Garzón, il giustamente celebre giudice spagnolo, che abbandonò la tonaca della magistratura per indossare quella dell’avvocatura, ha tentato invano di stringere la mano al suo assistito, invano perché le guardie lo hanno fisicamente impedito. Una scena che mostra in tutta la sua incredibile violenza la situazione in cui Assange è ristretto, a guisa di un criminale,dei peggiori, mentre la sua colpa, lo ripeto, è quella di averci mostrato qualche barlume di luce nel buio in cui il potere si auto-protegge.
Come mi è già capitato di osservare se si può spiegare la persecuzione contro quest’attivista della verità (e che è evidente da quel suo proposito di “fare a pezzi i bastardi”) è quasi incredibile il silenzio del mondo progressista, degli osservatori illuminati, e in generale della piccola borghesia riflessiva. Certo si dirà che ora l’emergenza, vera o presunta, del Covid, ha fatto passare quasi in silenzio la notizia dell’avvio del processo che, se Assange fosse sconfitto (come è ahimè probabile), lo vedrebbe diventare un recluso a vita in un carcere Usa. Ma il fatto è che da anni dura la persecuzione nei confronti di questo cittadino che si batte per tutti noi. Da anni è considerato un nemico pubblico dell’Amministrazione Usa, e si sa che Washington ha stuoli di scrivani, travestiti da giornalisti, a libro paga, direttamente o indirettamente.
Colpisce anche sovente la protervia con cui coloro che si sono presi la briga di affrontare il tema lo hanno trattato. E turba nel contempo la sottovalutazione della questione in coloro che pure sono pronti alla critica e alla polemica. Cito per tutti Michele Serra, brillantissimo giornalista satirico, poi divenuto “scrittore”, quindi “commentatore”, anzi, opinion maker, o forse influencer, per ricorrere a espressioni amate dal chiacchiericcio corrente. Turba la conversione di Serra al mainstream, inquieta il suo addomesticamento: come dimenticare il suo schierarsi, senza una vera motivazione, a favore dell’obbrobrioso referendum del dicembre 2016, quello Renzi-Boschi? Purtroppo non fu un incidente di percorso. Serra era ormai sulla via della post-democrazia. Il suo atteggiamento sul “caso Assange” lo dimostra in modo crudo, quasi osceno. Pochi giorni or sono (il 19 febbraio) in una delle sue “Amache” su la Repubblica , l’inventore di Cuore e della micidiale rubrica “Il giudizio universale”, che molti ricorderanno, si schierava a favore della tesi Assange spia (dei russi, e di chi, se no?), negando, in modo reciso, la qualifica di eroe della libertà di informazione. Scopro poi, grazie a una segnalazione, che Serra aveva già tuonato contro Assange ben tre anni or sono, scagliandosi contro l’assoluta trasparenza (ironizzando Serra la chiama “glasnost totale”) degli atti di potere, lasciando intuire che si tratta di roba da regimi totalitari. Ecco, Serra che diventa filosofo politico, non me l’aspettavo proprio. E che arrivi a sostenere tesi così ardite, fa sobbalzare un allievo di Norberto Bobbio come il sottoscritto, che da quel grande maestro ha appreso una semplice equazione: dove c’è invisibilità degli atti di potere, non c’è democrazia e viceversa. La democrazia si nutre di trasparenza. Dove c’è buio, intorno a chi gestisce la cosa pubblica, o dove c’è anche semplice opacità, la democrazia è ferita mortalmente.
Se sfogliate il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari, nella versione on line, trovate, sopra o sotto l’articolo di Serra, questo soffietto auto pubblicitario, firmato, direi in pompa magna, dal direttore Verdelli: “La Repubblica si batterà sempre in difesa della libertà di informazione, per i suoi lettori e per tutti coloro che hanno a cuore i principi della democrazia e della convivenza civile”. Un bel principio deontologico, non v’è che dire. Ma si sa, un conto la teoria, un altro la pratica.
Ai commenti di Michele Serra, che in effetti contraddicono pesantemente quell’affermazione stentorea del suo direttore, preferisco quello di Roger Waters: in un discorso teso e appassionato l’ex guida del gruppo dei Pink Floid, a Londra, nel giorno stesso dell’inizio del processo, ha scandito, tra le altre questa frase: quello di Julian Assange è un nome “che va scolpito con orgoglio in ogni monumento per il progresso umano”. Sottoscrivo e invito tutti a mobilitarsi per la libertà di un uomo giusto che viene colpito proprio perché è un uomo giusto, in un mondo in cui l’ingiustizia è legge.
Articolo pubblicato sul quotidiano “AlgaNews” del 28 febbraio 2020
A proposito di “emergenza”, rimane, a mio avviso, al primo posto l’informazione, in questo Paese. O meglio la disinformazione, dei media, a cui si aggiunge quella dei social, troppo sovente, anche se, nello stesso tempo,contraddittoriamente, le reti sociali sono uno straordinario messo di controinformazione gratuito e diffuso. Questo vale per il “Covid” (o Coronavirus), autentico festival della disinformazione, in cui politici nazionali, amministratori locali, spesso secondati da specialisti in cerca di notorietà, stanno imbottendo il cranio del popolo italiano di mezze verità ossia di mezze menzogne, con l’effetto-panico che è sotto i nostri occhi.
Ma l’emergenza informazione concerne ogni ambito: ma specialmente la politica internazionale: America Latina, Medio Oriente, Russia, per citare solo tre aree geopolitiche, sono terreni sui quali la costruzione del nemico va di pari passo con l’occultamento della verità e con narrazioni di comodo, prive di qualsivoglia fondamento nella realtà dei fatti e nella loro base storica.
Leggevo la cronaca di un corrispondente da Londra del quotidiano “la Repubblica”, che con la direzione di Carlo Verdelli è riuscito a peggiorare rispetto al mediocre risultato della precedente direzione di Mario Calabresi. Tanto quella era sotto tono, tanto questa è sovra-tono, con titoli gridati che vorrebbero scimmiottare forse “Il Manifesto” e le sue mitiche prime pagine, ma risultano soltanto ridicoli. Per il resto si tratta ormai di un giornale quasi di gossip, non così diversamente peraltro dai suoi (falsi) concorrenti.
Il surriferito corrispondente, tale Antonello Guerrera, raccontava un paio di giorni fa dell’inizio dell’infame processo a Julian Assange, per l’eventuale estradizione negli USA, dove lo aspettano condanne (probabilmente già decise in caso di estradizione) a circa due secoli di prigione. Per quale colpa? Aver detto la verità, ossia quello che i non sanno fare, o meglio non vogliono fare, i sedicenti giornalisti de “la Repubblica”, nella loro ampia parte, come delle altre testate padronali, che sono espressione di gruppi finanziari che possiedono ormai i 4/5 della carta stampata.
Dunque il corrispondente da Londra, si diletta nella descrizione ambientale, nel quadretto di colore, soffermandosi sulle “mise” delle signore, sul “maglioncino platino” dell’imputato Assange, e così via, con un tono faceto, quasi come se tutto fosse una festicciola per esperti di pettegolezzo modaiolo.
E invece no. Qui si tratta della vita di un individuo, che non esito a definire un autentico eroe dei nostri tempi, Julian Assange, che ha subito da anni una persecuzione che va oltre ogni limite, e che sta rischiando ora di peggio. E, ripeto, la sua colpa è avere svelato ai popoli di che lagrime e di che sangue grondi il potere, specialmente quello che si raggruma nella grassocce ma tutt’altro che innocenti mani del presidente degli USA.
Con ambigua “prudenza” il giornalista conclude: “Assange, criminale o martire della libertà?”
Un interrogativo non solo squalificante per una persona pagata per accertare la verità e raccontarla (il giornalista), ma che suona come un dubbio infamante, nei riguardi di una persona che ha fatto tutto ciò che ha fatto, e ha subito tutto ciò che ha subito, proprio in nome della verità, ossia della trasparenza del potere, che come insegnava il mio maestro Bobbio, è il primo requisito della democrazia.
Ci stiamo battendo troppo poco per Assange, un vero angelo della democrazia, come è stato appellato. Siamo pronti a scendere in piazza, a fare striscioni, sit-in, flash mob, e quant’altro per chiunque o quasi, ma di Assange sembra non fregarci nulla. Perché?
Nel video si può trovare una rapida, efficace sintesi della vicenda Assange, una vicenda che grida vendetta e che dovrebbe chiamarci tutti alla mobilitazione.
Tempi orrendi, i nostri, fra la tragedia (Palestina) e la farsa (Italia). Tempi nei quali i potenti aggrediscono coloro che stanno sotto, chi ha più voce sopraffà chi ne ha poca, coloro che sono alla ribalta schiacciano quelli che non vi sono, gli ingiusti se irridono i giusti, e così via, mentre il clima politico generale, in Italia come all’estero, diventa irrespirabile. L’aggressività che vediamo sui campi di battaglia – come si diceva un tempo – in Ucraina come in Palestina, ha contagiato la normale dialettica politica, e i talk show ne sono una rappresentazione fedele, anche se un tantino iperrealistica, perché davanti alle telecamere ciascuno deve recitare una parte, e i conduttori sono là a apposta per suscitare lo scontro, anche quando fingono imparzialità ed equilibrio. Tutti, comunque, parlano troppo, e si lasciano sfuggire dalla bocca parole incendiarie. La campagna elettorale negli USA in tal senso è stata esemplare di come non si dovrebbe fare politica, ossia trasformando il terreno del confronto, in un campo di battaglia, nel quale non soltanto i due candidati alla presidenza, ma i loro entourage (lo staff, i collaboratori, le famiglie…), sembravano pronti a passare dalle armi della critica alla critica delle armi.
E da noi? Da quando la signora Meloni è “il presidente del Consiglio”, il tasso di aggressività ha incominciato un trend ascensionale, con un di più di beceraggine, volgarità, cialtroneria (indimenticabile il suo “ragazzi, vi vedo un po’ nervosi”, gettato in faccia al Parlamento della Repubblica). E se il capo (la capa) procede sparando ad alzo zero, tutti i suoi sono implicitamente autorizzati a procedere allo stesso modo. (Basti pensare a personaggetti quali l’isterico Donzelli o l’iracondo Delmastro, o the best one, l’ineffabile signora Montaruli che, gravata dal peso della condanna definitiva peculato, sprizza odio da ogni poro della pelle…). Se la Giorgia donna-madre-cristiana (e presidente), insulta i sindacati e la sinistra in genere, invitandoli a mollare il caviale, e a cantare le lodi del governo, mentre sciorina dati economici fasulli, per auto-complimentarsi, può ben accadere che il ministro delle infrastrutture (i trasporti gli interessano poco, a quanto pare), Matteo Salvini, vicepresidente del Consiglio, e capo di un partito, la Lega, ex “comunista padano”, non trova di meglio che attaccare, quotidianamente, “i comunisti”, amabilmente appellati “zecche rosse”, minacciando sfracelli. E il ministro (sedicente) della Giustizia, Carlo Nordio, già magistrato, ingiuria i magistrati, e cerca di metterli in riga, proni alla volontà dell’esecutivo, vietando loro di parlare su questioni che non siano “tecniche”; mentre la coppia Bernini-Valditara, inopinatamente responsabili dell’istruzione degli italiani e della ricerca scientifica del Paese, coprono di miserie gli studenti e i professori, paritariamente. Con un di più per Valditara (il punto più basso raggiunto nella storia di quel ministero, probabilmente), il quale riesce ad associare il femminicidio ai migranti, proprio mentre si celebra la nascita della fondazione Giulia Cecchettin, l’indimenticata ragazza uccisa dal suo ex fidanzato, bianco, italiano, e di buona famiglia, come ha ricordata con giusto risentimento la sorella di Giulia, Elena. E può forse mancare in questa galleria di parlanti-a-sproposito il responsabile della Difesa? No, il signore delle armi, il simpatico gigante piemontese Crosetto, minaccia (e ingiuria) tutti coloro che scendono in piazza a manifestare per la Palestina; e così via, in una sorta di nichilistico precipitare vero la trasformazione della politica in guerra, una guerra senza esclusione di colpi, prendendo esempio dagli israeliani, in fondo, pronti all’Armageddon.
Di contorno, opera uno stuolo di giornalisti di regime, spesso più zelanti dei loro riferimenti politici e dei loro padroni; e infaticabile, provvede ad aggiornare l’elenco dei nemici interni: islamici, putiniani, “propal”, comunisti, antisemiti, “anarco-insurrezionalisti”, o semplicemente “facinorosi, teppisti, delinquenti”, ossia studenti operai insegnanti e cittadini che combattono per cause giuste, persino ovvie, come il diritto al lavoro, lo studio, alla salute, a servizi essenziali efficienti: questo sembra intollerabile agli occhi di chi gestisce e di chi giustifica un ingiusto potere.
La guerra di classe dall’alto si inasprisce (ma forse l’hanno già vinta…), in un vortice che pare studiato in laboratorio, per suscitare reazioni che diventano l’auspicato pretesto per reprimere e, come prevedeva il genio di Michel Foucault, per accelerare la costruzione di una società che tende al totalitarismo, secondo l’inquietante binomio “sorvegliare e punire”.
Nell’anno 416 a.C. una enorme flotta ateniese (38 navi, con oltre tremila soldati), si presentò davanti al porto di Melo (oggi Milo, o Mylos), isolotto delle Cicladi, fino ad allora neutrale nello scontro fra Sparta e Atene. Dalla nave ammiraglia scesero ambasciatori che senza tanti giri di frasi misero i capi dell’isola davanti a una secca alternativa: porre fine alla neutralità, schierandosi con Atene, ossia sottomettendosi, oppure accettare di essere distrutti. I capi del Melii si appellarono al diritto (oggi aggiungeremmo “internazionale”) , tentando di respingere quell’aut aut. In risposta, gli Ateniesi li invitarono beffardamente a prendere atto dei rapporti di forza. Era inutile che i Melii si appellassero alla giustizia, o all’aiuto degli Dei dell’Olimpo (i quali, a detta degli ateniesi, usavano anch’essi il metro di giudizio della forza) , o anche al sostegno di Sparta (che non si sarebbe impicciata, come in effetti fu).
I Melii, dopo aver invano scongiurato gli Ateniesi di rinunciare a punire la popolazione (inerme e innocente), decisero di resistere, salvando l’onore dell’isola, ma non la vita dei suoi abitanti, i quali infatti vennero massacrati o ridotti in schiavitù, e l’isola saccheggiata e devastata, anche se per gli Ateniesi, pur di tanto superiori sul piano militare, l’impresa non fu affatto agevole, come avevano immaginato.
Proviamo ad attualizzare il racconto di Tucidide. Nelle cosiddette “nuove guerre” il tratto caratterizzante è la sproporzione delle forze: sono le “guerre ineguali” o asimmetriche. Ebbene, il genocidio in corso a Gaza, ma anche quello più sotto traccia nei Territori Occupati (la Cisgiordania), e i connessi omicidi di massa in Libano, con estensioni alla Siria, e via seguitando, sappiamo essere qualcosa che per la disparità dei mezzi militari, economici e propagandistici chiamiamo guerra asimmetrica, guerra “posteroica”. Che eroismo ci può essere quando dall’alto dei cieli o di lontano vengono scagliati migliaia di ordigni su una popolazione inerme e innocente? Che razza di guerra può mai essere quella in cui missili e bombe distruggono sistematicamente palmo a palmo un territorio, a tal punto che anche se i bombardamenti cessassero oggi, occorrerebbero anni e anni e anni, e miliardi di dollari per una ricostruzione, che di fatto è impossibile. L’Atene di oggi (non per la cultura, ma solo per la forza), Tel Aviv, non può accettare ribellioni al suo strapotere, anche se si sta accorgendo che sconfiggere Hamas (non parliamo di Hezbollah, molto più forte), da una parte implica uno sforzo che non era stato messo in conto, dall’altra produce un massacro indiscriminato di persone, a cominciare dalle più fragili: bambini, anziani, donne. Israele fa strame del diritto internazionale, proprio come gli Ateniesi con i Melii. La logica a cui si ispirano Nethanyau e i suoi complici rovescia qualsiasi civiltà giuridica, fondata sul principio che la forza nasce dal diritto, e mette davanti agli occhi del mondo il tremendo assioma che è il diritto ad essere subordinato alla forza. Quando qualcuno si comporta così, quando si mostrano i muscoli, e li si usa, per sostenere di aver ragione, quando si ricorre all’uso della forza a prescindere dalla legge, ossia non c’è più la legalità (nella quale è contemplato l’uso della violenza, ma appunto secondo la legge), ma soltanto la cieca violenza, si agisce secondo il principio che possiamo chiamare del “prepotente”. Che è colui che (copio dal Grande dizionario della lingua italiana di Salvatore Battaglia) “in contrasto e con danno della volontà, dell’interesse e dei diritti altrui, fa prevalere i propri ricorrendo alla forza, alla prevaricazione, all’offesa”.
Ecco, Israele da anni aspetta di impadronirsi delle misere frattaglie territoriali rimaste ai palestinesi, e con il pretesto del 7 ottobre (la cui spiegazione è sempre più distante da quella ufficiale, basti leggere il libro di Roberto Iannuzzi, Il 7 ottobre tra verità e propaganda, Fazi Editore), sta usando la cieca forza in una misura che mai si era vista nel mondo dopo il 1945. Nessuna legge viene rispettata, né quelle umane, né quelle divine, potremmo dire, calandoci nell’antica Grecia: e Sparta, come oggi la cosiddetta “comunità internazionale”, non si impiccia, mentre gli dei (i potenti di oggi), condividono l’efferato principio della legge del più forte.
Forse è giunto il momento che i teorici del diritto internazionale, i paladini della legalità, i liberali e i democratici che respingono l’idea di un mondo fondato sulla prepotenza del forte ai danni del debole, coloro che continuano a ritenere che persino in guerra vadano rispettate delle norme e delle regole (come ci ha insegnato fin dal 1625 Ugo Grozio), ebbene tutti costoro dovrebbero alzarsi in piedi e gridare il loro sdegno e obbligare i rispettivi governi ad agire per isolare quello di Tel Aviv, espellendolo da ogni consesso, interrompendo ogni aiuto militare ed economico, additandolo, nei secoli dei secoli, all’ignominia della storia. E se lo facessero oggi 7 ottobre, sarebbe anche più efficace, anche per contrastare una narrazione obbligata, che viene usata come grimaldello per scardinare il diritto (quello internazionale, e quello umanitario che ne è stato generato), violare la legge, e criminalizzare un intero popolo, e di conseguenza, coloro che si battono per la sua liberazione.
Matteo Salvini è personaggio tra i più spregevoli della storia politica italiana del dopoguerra. Un record. E anche uno dei più grotteschi. Ogni volta che apre bocca pensi che sia un imitatore, perché spara baggianate di altissimo livello. Ma, infine, diciamolo, è proprio una canaglia, pronto com’è a lucrare politicamente (elettoralmente) sulla pelle dei poveracci. La vicenda della nave “Open Arms”, bloccata, per venti giorni, davanti a Lampedusa, nell’agosto del 2019, è stato forse il punto più basso toccato nella carriera di questo personaggio orrendo. Il PM di Agrigento dové intervenire, sequestrando l’imbarcazione dell’ONG (spagnola) per consentire a quelle persone (molte donne e bambini) di scendere, e così salvare le loro vite. Ora un altro PM, la dottoressa Marzia Sabella, ha emesso, al termine della sua requisitoria, una richiesta di condanna a sei anni di reclusione contro Salvini. Apriti cielo! Tutta la cloaca della destra si è spalancata, dimostrando quanto disumanità e quanta malafede alligni in quella gente, ma soprattutto confermando l’assoluta estraneità di costoro allo spirito e alla lettera della nostra Costituzione. Il via lo ha dato la signora Meloni, con parole che vorrebbero essere di fuoco ma sono ridicole: “È incredibile che un ministro della Repubblica italiana rischi 6 anni di carcere per aver svolto il proprio lavoro difendendo i confini della Nazione, così come richiesto dal mandato ricevuto dai cittadini. Trasformare in un crimine il dovere di proteggere i confini italiani dall’immigrazione illegale è un precedente gravissimo”. A ruota ministri e giornalisti, di regime si sono scatenati, come un branco di cani che inseguono la preda, fiutando le tracce. Da Nordio a La Russa, da Sallusti a Capezzone (che parterre du roi!), buon ultimo Giovanni Toti, quel galantuomo arrestato in quanto gravato di pesanti accuse, che ha appena chiesto di patteggiare per evitare il processo… Tutti costoro, in un batter di ciglia, hanno incominciato a latrare, privi di qualsiasi principio di diritto costituzionale, e di ogni nozione di legalità. Hanno mai sentito parlare di separazione e reciproca indipendenza dei poteri? Nel degrado della democrazia, si è diffusa l’idea che chi “vince” le elezioni (anche se vince grazie a leggi elettorali sciagurate e antidemocratiche, anche se vince grazie alla rinuncia al voto ormai di metà degli aventi diritto, anche se vince sulla base di campagne di media compiacenti…) ha il potere di fare e disfare, illimitatamente, senza vincoli, senza remore. Le ricordiamo le battute di Berlusconi contro “i lacci e i lacciuoli” che gli impedivano di governare (“sono l’uomo che ha meno potere di tutti, in Italia” ebbe a esclamare una volta!). Come rammentiamo la dichiarazione di uno dei suoi “attendenti” immediatamente dopo i risultati elettorali (vittoriosi) del 1994, “Non faremo prigionieri”. Insomma una concezione della politica come guerra, in cui il vincitore prende tutto, e nel tutto si fa rientrare anche le competenze degli altri poteri dello Stato, il Legislativo (infatti il Parlamento conta oggi poco più di zero) e il Giudiziario messo sotto scacco. Non è un caso che tutti i governi di destra abbiano messo in cima alla loro agenda la “riforma della magistratura”, secondo l’aureo principio di un pubblico ministero direttamente al servizio dell’Esecutivo, e di un giudice – essendo state separate le loro carriere – indebolito, e reso il più possibile ricattabile. La “nuova”, ennesima riforma, firmata da Nordio, è in costruzione, e ancora una volta, e ogni pretesto è buono per aggredire i magistrati. Adesso, a seguito della richiesta di condanna di Matteo Salvini da parte del PM (che giustamente afferma che la salvezza di vite umane precede e domina su qualsivoglia dispositivo di legge, oltre ad essere un elemento fondamentale del diritto del mare, universalmente riconosciuto e applicato: non dimentichiamo la “tragedia” di Cutro, frutto diretto della politica criminale dei nostri governanti) assistiamo a una formidabile accelerazione, con un micidiale, violentissimo attacco alla magistratura, che ci riporta ai tempi “migliori” del berlusconismo, che, come peraltro il fascismo, non è certo finito. Lo vediamo ogni giorno. Lo Stato liberale sta andando in frantumi, e coloro che lo stanno sfasciando si presentano poi come i garanti dell’ordine e della sicurezza. Esattamente come fecero i fascisti tra il 1919 e il 1922. La storia insegna, ma evidentemente, come scriveva Antonio Gramsci, non ha alunni.
(Post su Facebook e in forma ridotta su Telegram, 16 settembre 2024)
“L’esercito più morale del mondo”, forza armata dell’ “unica democrazia del Medio Oriente”, baluardo della civiltà occidentale fra quei “barbari”, prosegue nel sistematico genocidio del popolo palestinese, e nelle ultime 72 ore ha proceduto a bombardare un campo profughi e due scuole, una dell’UNRWA e una scuola cattolica , con un totale di circa 150 morti e centinaia di feriti.
E ciò è accaduto nella più assoluta impunità, con qualche balbettio di rammarico, qua e là, ma Israele nella sua opera sterminatrice continua ad essere coadiuvato dalle cancellerie di tutte le potenze occidentali, sostenuto militarmente e finanziariamente dagli USA (che hanno appena autorizzato la partenza per Tel Aviv di bombe da 500 e da 1000 libbre, che era stata bloccata) e da gran parte delle nazioni UE (compresa l’Italia).
Davanti a questi ultimi esempi della ferocia israeliana, della disumanità dei soldati con la Stella di Davide, della arroganza dei dirigenti politici e delle gerarchie militari, come si è comportata la nostra stampa? Come sempre, con viltà e complicità.
Scorrendo i titoli delle varie testate, dopo la prima strage, nel campo di Khan Younis, e dopo la seconda, nella scuola UNRWA, è facile constatare che si tratta di titoli ingannevoli, che peraltro non risultano mai essere i titoli principali, ma vengono annegati nella costellazione di notizie richiamate in prima pagina, dal torneo di tennis a Taylor Swift, dalla Russia che organizza attentati o attacchi informatici contro Europa e Stati Uniti e minaccia le capitali europee al campionato europeo di calcio. Ovviamente poi arriva l’attentato a Trump e tutto il resto viene ridimensionato. Figurarsi i palestinesi.
Cito almeno due testate, dello stesso gruppo finanziari, GEDI della famiglia Elkann: “la Repubblica” (titolo a centro pagina, soffocato dagli altri):“Caccia a Deif, la mente del 7 ottobre: è strage”. Tutto chiaro? Mohammad Deif è un dirigente militare di Hamas, che ovviamente si è salvato. Ed ecco “La Stampa”: “Raid contro i capi di Hamas /Strage nella Striscia di Gaza”.
Lo stesso copione si può dire viene seguito in tutti gli altri giornali: ossia, la notizia è la “caccia ai terroristi” o in particolare al mostro Deif, richiamando sempre il 7 ottobre, espressione del male assoluto, che viene messo ogni giorno in risalto per non far dimenticare che se Israele commette degli omicidi (anche delle stragi, mai si usa la parola genocidio, comunque), compresi degli infanticidi, è sempre solo una conseguenza della madre di tutte le stragi, il 7 ottobre. E comunque le uccisioni di civili, bimbi compresi, sono effetti collaterali, non voluti da Israele, ma se mai da Hamas che nasconde le sue armi e i suoi militanti in strutture medico-sanitarie e scolastiche, una menzogna innumerevoli volte smentite dall’ONU e dall’agenzia per i rifugiati, l’UNRWA, ma che i nostri “giornalisti” non si stancano di ripetere.
E allora mi ripeterò anche io: tutto questo fa schifo. I due bambini morti con altri pazienti a Kiev nell’ospedale pediatrico, pochi giorni fa, sono stati messi in conto “di default” a Putin, insomma a un missile russo, ossia senza ombra di dubbio (quando ormai la verità è acclarata: la responsabilità è ucraina); ebbene, quell’episodio ha eccitato gli animi benevolenti, turbato i cuori sensibili degli stessi giornalisti (“Missili sui bambini”, titolava impavida, sprezzante del ridicolo, la solita “Repubblica”), scatenati immediatamente nella riprovazione di Putin, e nella richiesta di ulteriori azioni contro la Russia, sollecitando invio di altre armi a Zelensky, di altro denaro, e cos via… Mentre davanti alle due o tre stragi consecutive israeliane, delle ultime ore, non abbiamo letto o sentito richieste di sanzioni, di blocco di forniture militari, di cessazione di aiuti a Israele. Non ho neppure avvertito note di sdegno nelle parole dei nostri commentatori/annunciatori/propagandisti. Anzi, non facciamo che ascoltare il mantra: “Israele ha il diritto di difendersi”.
Sono disgustato. C’è qualcuno che cerca la verità, in questo paese, disinteressatamente? Esistono ancora giornalisti in Italia, o solo trombettieri del re? E in Occidente c’è qualcuno che vuole salvare davvero il popolo palestinese e restituirgli quel che gli è stato tolto? Ossia la terra, il mare, il cielo, le proprietà, la cultura, il paesaggio, la pace, e la dignità?
(Nella immagine quel che resta di una delle due scuole bombardate a Gaza: ph. Vatican News).
Lo scorso 26 giugno ci ha lasciato Gabriele Turi, uno degli storici più rigorosi e insieme innovativi nel panorama della contemporaneistica italiana, anche se molti dei suoi contributi sono assolutamente di livello internazionale.
Turi si era formato in quella che è sicuramente la scuola storiografica italiana più rilevante, quantitativamente e qualitativamente, cresciuta nell’ateneo fiorentino sotto il magistero di Ernesto Ragionieri. A Firenze, dove era nato nel 1942, Turi si era formato, nella Facoltà di Lettere e Filosofia e aveva svolto il suo intero percorso di insegnamento di Storia contemporanea, tranne un triennio (tra il 1987 e il 1990) all’Università di Teramo, subito dopo aver conseguito l’ordinariato. Rientrato nella sua università tenne diverse cariche accademiche, ma non fu mai uomo di grandi ambizioni in quell’ambito. Fu invece, oltre che uno studioso di vaglia e un ottimo docente, un notevole organizzatore di cultura. Condirettore di «Studi storici» nel 1976-1978, fu nel gruppo fondatore e a lungo direttore di una delle principali (a mio avviso la più rilevante) riviste di storia contemporanea «Passato e presente».
Del resto l’organizzazione della cultura fu un ambito al quale egli volse in larga parte i suoi interessi di studio, in relazione al periodo fascista. In tale ambito peraltro all’insegnamento di Ragionieri si affiancava quello di Eugenio Garin, la cui lezione è assai presente nei lavori di storiografia culturale lasciatici da Turi, da quelli di storia dell’editoria: fondamentale il suo “Casa Einaudi”, del 1990 (il Mulino), che riprende e sviluppa il saggio sulle origini della casa editrice torinese “I limiti del consenso” raccolto nel volume “”Il fascismo e il consenso degli intellettuali” (il Mulino, 1984), poi divenuto volume a sé, col titolo “Casa Einaudi. Libri, uomini, idee oltre il fascismo” (il Mulino, 1990). Libro fondamentale, non solo per la ricchezza della documentazione e per la rigorosità metodologica, perché estraneo ad ogni sterile polemismo e lontanissimo dalla dimensione della “storia sacra”. Un libro, aggiungo, che ha segnato una tappa importante nei miei studi sulla cultura a Torino, fornendo spunti preziosi, anche se poi personalmente ho avuto, tanto in quell’ambito, quanto negli altri nei quali ho lavorato, un atteggiamento meno ‘prudente” e più pronto al giudizio: forse sbagliavo io, chissà, ma dai testi firmati da Gabriele Turi ho appreso tanto, non soltanto sul piano delle informazioni, naturalmente. Come per la biografia di Giovanni Gentile (prima per Giunti, 1995, poi per la Utet, 2006), un lavoro esemplare, come del resto quelli sull’Enciclopedia Italiana (“Il mecenate, il filosofo e il gesuita : l’Enciclopedia italiana specchio della nazione”, il Mulino, 2002 )e sull’Accademia d’Italia (“Sorvegliare e premiare. L’Accademia d’Italia 1926-1944”, Viella, 2016), ossia le principali istituzioni culturali del regime fascista, che sotto questo aspetto più che mussoliniano, fu propriamente gentiliano. In fondo è soprattutto grazie alle ricerche e alla produzione storiografica di Gabriele Turi che abbiamo potuto renderci conto pienamente degli autentici meriti di Gentile non certo come filosofo e men che meno come scrittore, ma come grande organizzatore culturale, non oscurando mai, però, l’autore, le pesanti compromissioni col potere politico durante il Ventennio.
E in generale, almeno per il sottoscritto, il contributo dello storico fiorentino appena scomparso, è stato decisivo per mettere a fuoco la questione degli intellettuali italiani sotto il fascismo, a integrazione delle suggestioni di Garin e a correzione delle interpretazioni del mio maestro Bobbio. I saggi raccolti da Turi in “Lo Stato educatore. Politica e intellettuali nell’Italia fascista” (Laterza, 2002), accanto alla biografia gentiliana e agli studi sull’Enciclopedia e sull’Accademia resteranno pietre miliari per chiunque voglia avventurarsi sul sentiero della ‘cultura fascista’, e, in parallelo, della ‘cultura durante il fascismo’.
Turi, aggiungiamo, ha dato titoli di rilievo anche in altri ambiti, come la storia del Settecento, specialmente toscano, con apporti monografici (“Viva Maria. Riforme, rivoluzione, insorgenze in Toscana. 1790-1799”, il Mulino, 1999, opera capitale) o sguardi generali (“Guerre civili in Italia 1796-1799“, edito da Viella nel 2019), la storia del libro e della lettura (segnalo la raccolta di saggi “Libri e lettori nell’Italia repubblicana”, edita da Carocci nel 2018).
Negli ultimi anni, come talvolta accade agli studiosi, Turi si era dedicato a opere di sintesi, sempre dotate di un notevole grado di originalità, come soprattutto “Schiavi in un mondo libero. Storia dell’emancipazione dall’età moderna a oggi (Laterza, 2012).
Gabriele Turi non è mai stato classificato come “intellettuale militante”, ma dai suoi tanti saggi e volumi, dal suo stesso insegnamento ex cathedra, si capiva perfettamente da che parte stava. Ed era la parte giusta della storia.
“La politica al tempo della querela”: così si potrebbe intitolare un pamphlet che racconti, magari in chiave satirica, i rischi che corrono i liberi pensatori, i giornalisti coraggiosi, gli osservatori imparziali della realtà, nell’Italia meloniana, ma anche in tante realtà di questa Europa dimentica di Voltaire e di Tocqueville. Il caso più clamoroso, che io ricordi, si registrò nello scorso aprile a Berlino quando venne impedito, manu militari, un convegno sulla Palestina, Israele e il supporto tedesco allo Stato ebraico, con la partecipazione, in presenza o in collegamento, di illustri personalità internazionali, tra cui Yanis Varoufakis. L’azione poliziesca volta a impedire il convegno, con l’ovvia accusa di “antisemitismo” (che in quella circostanza funzionò in via preventiva, ancora prima che si iniziassero i lavori!), può ricordare l’interruzione violenta del Congresso di Filosofia di Milano della primavera 1926, quando il duce stava aggiungendo gli ultimi tasselli a una dittatura che si avviava verso il totalitarismo. O dieci anni dopo, nell’ottobre 1936, l’incursione minacciosa dei generali golpisti, complici di Francisco Franco, nell’Università di Salamanca, la più antica e prestigiosa della Spagna, dove era in corso la celebrazione del “dia de la raza”, togliendo la parola a Miguel de Unamuno, uno dei più importanti filosofi europei, che si salvò per poco dal linciaggio, dopo aver proferito parole profetiche: “Voi vincerete perché avete la forza, ma non convincerete perché convincere significa persuadere, e per persuadere occorre qualcosa che vi manca: ragione e diritto nella lotta”.
L’Italia d’oggi non è certo su quella strada, e gli anticorpi democratici esistono, le forze di contrasto alla deriva reazionaria sono vive, e tuttavia anche se non si odono tintinnar di sciabole e rumor di speroni, non si possono non cogliere segnali inquietanti di una progressiva involuzione dell’assetto politico-istituzionale e di una pesante e persino grottesca involuzione culturale. Altrettanto gravi quelli, sottotraccia, del silenziamento, dell’ostracismo, dell’esclusione, e, last but not least, della querela, una specie di parola magica e conturbante, ombra che grava sulla vita intellettuale italiana. Si può conciliare il libero dibattito, l’incontro e scontro delle idee, con la mannaia pronta a scattare sul collo di coloro che si esprimessero in termini sgraditi a “qualcuno” (qualche potente) e servendosi di concetti non “in linea” con il pensiero dominante, o ricorrendo a ricostruzioni fattuali che contraddicano le verità “ufficiali”? Pare di no: l’arma della querela, che prelude alla richiesta di danni “morali” o “di immagine”, immediatamente monetizzata da legulei adusi ad ogni astuzia, è pronta a gettare i malcapitati in pasto a una pubblica opinione avida di applaudire chi cade, e di osannare chi sale.
L’esempio più illustre, nell’Italia della destra al governo, è come si sa, quello di Luciano Canfora, un uomo di cui l’intero Paese dovrebbe farsi vanto, conosciuto e apprezzato possiamo dire universalmente: a lui la “Giorgia” nazionale ha chiesto ventimila euro di risarcimento, per aver Canfora definito la premier “neonazista nell’anima”, definizione acclarata e confermata dall’acritico suo appoggio all’Ucraina di Zelensky, un regime nel quale gruppi dichiaratamente neonazisti sono parte essenziale degli assetti politico-militari. Attendiamo il processo, ora, certi della capacità di Canfora di argomentare la sua accusa, peraltro del tutto plausibile, alla luce della mera filologia, fiduciosi nei giudici di merito.
Canfora non è solo: negli ultimi mesi abbiamo contato numerosi episodi di tal fatta (tra le vittime Tomaso Montanari, Donatella Di Cesare, Eric Gobetti, Davide Conti…) e anche il sottoscritto, modestamente, è finito nell’elenco dei reprobi, da colpire con l’arma della querela. Storici e filosofi, giornalisti e politologi, opinionisti e commentatori, dunque, cominciano a temere, specie in considerazione delle usualmente modeste risorse economiche di cui godono (con la cultura non si mangia, secondo l’indimenticato aforisma di Giulio Tremonti), e dunque che cosa accade? Che diventano “prudenti”, o sono invitati, pressantemente, ad esserlo. Prudenza, ossia autocensura, onde evitare non tanto la censura, ma, piuttosto, la querela, il cui spettro ormai si aggira per le stanze delle redazioni giornalistiche e editoriali, per le aule scolastiche e universitarie, per gli studi televisivi, e per qualsiasi spazio pubblico nel quale si tenti di dare voce al libero pensiero, che s’incarna essenzialmente nel dissenso, la presa di distanza dal potere, politico, economico o culturale che sia, e la critica ai suoi atti, il rifiuto di pensare (e marciare) a comando. Un esempio quasi divertente si è registrato recentemente in una puntata del programma “Di Martedì”, nel quale un ospite ha interrotto l’altro, preannunciando una querela, al che il primo ha risposto con l’annuncio di una controquerela: tutto solo per due frasi, non di particolare significato, proferite rispettivamente.
Il caso del collega professore ordinario al Politecnico di Torino, Massimo Zucchetti, rientra nel medesimo ambito, anche se con caratteri diversi, come sa chi ha seguito gli avvenimenti, a partire da il suo dichiarato sostegno agli studenti pro-Palestina (al punto da incatenarsi ai cancelli all’ingresso dell’edificio), e delle sue critiche al regime Zelensky da un canto, e a quello di Netanyahu dall’altro. Le qualifiche scientifiche del professor Zucchetti si sprecano, tanto sono numerose e di prestigio internazionale, come è altrettanto noto il suo impegno contro la guerra, che dura ormai da un quarto di secolo, ed è in qualche modo certificato dalla presidenza del Centro Interateneo Studi per la Pace: è vero che le forme in cui egli si esprime sono sovente rumorose e clamorose, “eccessive” agli occhi e alle orecchie di tanti, ma in realtà quello che non gli si perdona è per l’appunto l’essere sceso pubblicamente in campo, in modo continuativo, denunciando viltà e omertà del potere accademico, prono al military-industrial complex sionista e atlantista. Stupisce, ma forse non più di tanto, che l’istituzione nella quale egli svolge il suo compito di docente (di Storia dell’energia e Protezione dalle radiazioni), più volte segnalato tra i candidati al Nobel per la Fisica, abbia annunciato un Senato accademico per studiare eventuali sanzioni e rimozioni da incarichi del professor Zucchetti, senza neppure concedergli preventivamente un’udienza.
Insomma, se il pensiero critico risulta urticante (nel caso di Zucchetti, lo è particolarmente!), viene ben visto e coccolato il pensiero uniformato ai dettami di chi comanda, il pensiero che implica conformismo, passiva accettazione della realtà: lo si fa per insipienza o per incoscienza, ma anche per viltà; come scrive Manzoni, a proposito di Don Abbondio, “Il coraggio se uno non ce l’ha, mica se lo può dare”. Nello stesso secolo, dall’altra sponda dell’Atlantico, un pensatore anarchico proto-ambientalista, Henry David Thoreau, sentenziava, provocatoriamente: “In una società ingiusta, l’unico posto giusto per la persona giusta, è il carcere”. No, non voglio tessere l’elogio del martire e neppure quello dell’eroe, ma voglio denunciare, sul piano etico e intellettuale, prima che su quello politico, la restrizione degli spazi del libero pensiero e della libera parola, attraverso il combinato disposto di manganello e censura: e se a quelle maglie si riesce a sottrarsi, ecco materializzarsi la querela. Perciò, ecco il mio grido: “Querelati di tutto il mondo, unitevi!”.
È la prima volta, a mia memoria, che il mondo sta assistendo, in diretta, a un genocidio, un genocidio incrementale: nella storia i genocidi sono stati numerosissimi, si sa, e diversi nelle loro modalità, con un unicum rappresentato da Auschwitz, dove la tentata eliminazione degli internati ha assunto l’organizzazione della fabbrica. Ma dei genocidi avvenuti lungo i secoli, sempre si è venuti a conoscenza post factum, a distanza di giorni, settimane, mesi, persino anni. Invece, dal 7 ottobre 2023 noi stiamo seguendo in tv, giorno dopo giorno, al genocidio, riempiendoci gli occhi e le orecchie con le notizie e le immagini di morte, di orrore, di distruzione. Tutto questo dolore in fondo non turba noi europei, freschi reduci dall’esercizio del voto, ma chi, tra candidati e gli eletti, protesterà perché contro Israele non vengono emesse sanzioni che invece si continua a fare e a richiedere contro la Russia? Chi tra i vecchi e nuovi governati della UE, farà sentire la sua voce, perché persino i dettami imperativi (cessate il fuoco e apertura dei valichi per l’arrivo di generi di prima necessità) dei massimi organi di giustizia dell’Onu (Corte Penale Internazionale e Corte Internazionale di Giustizia), vengono non solo ignorati da Tel Aviv ma persino irrisi.
Dunque negli ultimi nove mesi, noi monitoriamo i morti, i feriti, i mutilati, gli affamati, di Gaza, giorno dopo giorno, ora dopo ora: le ultime cifre parlano di quasi 38.000 uccisi (di cui circa 18.000 bambini). I feriti sono probabilmente il doppio, e la distruzione di Gaza è completata per il 70-80%: gli esperti prevedono decenni per una rimozione delle macerie, ivi compresi brandelli di corpi umani, schiacciati da pietre, massi, tubi, mattoni, cemento, catrame, acciaio….
Un genocidio in diretta nel sostanziale silenzio europeo (salvo che nelle proteste studentesche, aspramente represse), che ci rende tutti variamente complici del governo e delle forze armate di Israele. Coloro che sono critici, tutt’al più esercitano lo ius murmurandi, brontolii insomma, mentre le classi politiche tutt’al più pregano Netanyahu di uccidere meno, ovvero di sospendere, almeno per un po’, invece di proseguire indisturbato il massacro. Sembra che pochi si rendano conto della mostruosità, della ferocia inaccettabile degli avvenimenti in Palestina.
E siamo obbligati a premettere, in ogni nostro discorso, due assiomi indimostrati: 1) Israele ha il diritto di difendersi; 2) Il 7 ottobre è stato un atto di terrorismo improvviso e inspiegabile. Agisce su di noi come un riflesso condizionato il timore di esser bollati con il marchio infamante dell’”antisemitismo”, ma anche il senso di colpa per la Shoà. Oggi con il genocidio in corso dei palestinesi l’azione israeliana sta non solo incentivando l’antisionismo, specialmente tra gli ebrei fuori di Israele (soprattutto negli Usa), ma sta rilanciando l’antisemitismo. È stato già detto da molti (richiamo solo fra gli italiani, Gad Lerner, ebreo critico, che ha sottolineato questo aspetto in vari interventi, pur inficiati dal suo dichiarato odio-amore per Israele, esplicitato nel sottotitolo di un suo instant book, dal titolo Gaza, edito da Feltrinelli, sentimenti che in fondo denunciano la posizione dell’autore come del tutto interna al mondo ebraico, il che rischia di offuscare il giudizio e rendere fragile l’analisi) che il primo a favorire l’odio per gli ebrei, è Bibi Netanyahu. Quanto al 7 ottobre stiamo scoprendo settimana dopo settimana pezzi di verità diverse da quelle che ci sono state servite dai media occidentali che hanno semplicemente ripetuto la narrazione dei governanti israeliani. Bambini decapitati, donne stuprate, corpi bruciati vivi, di cui non esiste alcuna documentazione, sembrano sempre più essere immagini di un film mai visto, perché non reale. Ma la propaganda se ne infischia della verità, e ne fa strame. Un altro piccolo volume appena pubblicato dall’editore Fazi (Roberto Iannuzzi, Il 7 ottobre tra verità e propaganda) fornisce inquietanti letture alternative di quella giornata “storica”, e se ne consiglia vivamente la lettura.
E la guerra in corso a Gaza – un tipico esempio, estremo, di guerra ineguale, asimmetrica – a ben vedere è soltanto un atto della guerra globale dei mondi, o meglio, la guerra che l’Occidente sta conducendo contro il resto del mondo: Palestina e Ucraina, sono due capitoli contemporanei di questa guerra, che naturalmente ha una sua specificità, e basi storiche di lunga durata, che non possiamo trascurare. (Lo storico Enzo Traverso ha provato a ricostruire la trama sottesa al sacrificio di Gaza in un recentissimo libro, Gaza davanti alla storia, Laterza editore, libro esile ma stimolante, anche se qua e là discutibile).
Ora la domanda da porsi è quella sulle speranze dell’Occidente in questa sua offensiva a tutto campo. Qual le prospettive, oltre alla guerra per la guerra? La nuova Unione Europea non dovrebbe prendere atto della impossibilità di portare a compimento un simile folle disegno, che ad altro non serve che a moltiplicare i morti, accrescere la devastazione del Pianeta, aumentare la rabbia dei diseredati? E mentre opinionisti e politici di un ampio schieramento, dalla destra estrema al centrosinistra, insistono nell’incitare a inviare armi a Zelensky e a ribadire il “diritto di difendersi” di Israele (non dimenticando che l’Italia è il suo terzo fornitore di armi!), qualcuno, singoli o liste elettorali, ha tentato di risvegliare i dormienti, nel tentativo di far comprendere che il tempo della pace è oggi: perché nel mondo si presenta una secca alternativa, che non è più semplicemente quella canonica, “guerra o pace”, ma quella più drammatica e urgente: “pace o catastrofe”. Vedremo se nel nuovo Parlamento UE, al netto delle esclusioni di chi meritava di entrarci ed è rimasto fuori, e dei compromessi prevedibili di chi è entrato, anche con ottime intenzioni, avrà la forza per far risuonare questa alternativa.
(11 giugno 2024, scritto per la stampa quotidiana, ma non pubblicato)
Le proteste contro il massacro in atto a Gaza – che ormai innumerevoli giuristi e enti giuridici definiscono, con coscienza di causa, “genocidio” – non sono cominciate ora: tutti ricordano i fiumi umani che da Londra a Giakarta, da Madrid a New York, hanno agitato bandiere palestinesi, scandendo slogan efficaci. Ma quello che sta accadendo negli ultimi giorni, con le occupazioni di sedi universitarie, di campus, è qualcosa di nuovo, è un passo avanti verso una consapevolezza combattiva di una grande parte dell’umanità contro il governo di Tel Aviv. Come era accaduto negli anni Sessanta del secolo scorso, la protesta parte dagli Stati Uniti: allora, gli studenti si mobilitavano contro la guerra in Vietnam, e c’era in loro, come qualche commentatore malevolo insinuava, oggettivamente anche un interesse personale, almeno dei giovani maschi che rischiavano di partire per la giungla vietnamita, ossia di evitare di andare a morire per lo Zio Sam in Indocina. In realtà, allora sussisteva anche una seconda ragione, che era la solidarietà col movimento di liberazione degli afroamericani.
E oggi? Oggi, l’inattesa azione partita dalla Columbia di New York, è completamente “disinteressata”: è, come direbbe Gramsci, für ewig, manda un messaggio al futuro, non vuole raggiungere scopi immediati, ma lavora nella speranza che quel messaggio venga raccolto. Come infatti sta accadendo. E le occupazioni sono un virus benefico, davanti al quale la “cura” poliziesca, da un lato, le reprimende dei conservatori, e le calunnie dei reazionari non sortiscono alcun effetto se non quello di diffondere l’incendio.
È bizzarro che gli argomenti dei critici (se così vogliamo chiamarli, nobilitandoli) siano esattamente gli stessi che si udivano nel Sessantotto. Sono, in sostanza, quattro. 1) Le proteste impediscono agli altri studenti di condurre la loro attività serenamente, regolarmente: insomma, i “bravi” studenti, che si limitano al loro dovere, ossia studiare e sostenere esami. 2) I protestanti sono “figli di papà”, che cercano solo pretesti per scansare la fatica dello studio, e si dilettano in questo genere di giochi. 3) La protesta è lecita, ma deve esser garbata, gentile, e non si deve alzare troppo la voce, non calpestare i prati, non rompere i vetri, non “fare casino”, insomma. 4) In realtà i contestatori costituiscono una infima minoranza, e sono solo utili idioti di forze esterne all’università, di agitatori professionali, in questo caso addirittura longa manus di Hamas, come hanno sostenuto, con faccia tosta, rappresentanti del governo israeliano. Anche negli anni Sessanta, gli studenti che occupavano venivano liquidati come teppisti e fannulloni, e di essere “strumentalizzati” da agitatori professionali, infiltrati da agenti cinesi o sovietici, e quant’altro.
La storia si ripete, quasi monotonamente. Ebbene, io credo che non soltanto vada dato il più ampio riconoscimento alla generosità degli studenti degli atenei statunitensi che sfidando botte e arresti, e rischiando l’espulsione dai loro corsi di studio, chiedono il “cease fire”: non sono affatto coinvolti direttamente, ma sono spinti da un dovere morale, e scendono in campo (è proprio il caso di dirlo), coraggiosamente, e la loro azione sta rigalvanizzando i loro sodali a Parigi come a Roma: la protesta non si ferma, e accende la speranza in un mondo in cui l’indifferenza venga sconfitta dall’impegno.
Aggiungo che come hanno notato molti pedagogisti, proprio la protesta, e l’occupazione degli spazi universitari, è un momento fondamentale della maturazione dei giovani che studiano, tanto più che la richiesta di porre fine al massacro dei palestinesi, nelle parole dette e scritte da quegli studenti, va ben oltre, e si nutre di rifiuto del colonialismo, del razzismo e della white supremacy, del necessario, inevitabile e benefico predominio della “civiltà occidentale”.
Perciò, lode agli studenti d’America. E a quelli che ne seguono l’esempio. Sono loro, davvero, la pasoliniana “meglio gioventù”.
Da tempo denuncio, certo non da solo, la crisi delle nostre democrazie occidentali, “democrazie senza democrazia”, come recita il titolo di un saggio di Massimo Salvadori. O, detto diversamente, il passaggio del nostro sistema politico alla fase di post-democrazia, che negli ultimi tempi, neppure troppo lentamente, sta facendo un passo ulteriore, inquietante, verso un totalitarismo morbido.
Un combinato disposto di politica interna ed internazionale, all’insegna del “sistema guerra”, sotto le insegne di quello che Antonio Gramsci chiama il ”moderno cesarismo” che non è più militare, come in un passato ormai piuttosto lontano, ma è “poliziesco”, ossia capace di associare coercizione e persuasione, il manganello che spacca la testa (all’insegna del motto mussoliniano del manganello come “strumento pedagogico” che abbiamo sentito proferire negli ultimi giorni, per esempio, da un Vittorio Feltri) e un meccanismo volto a conformare i nostri cervelli, a inculcarci pensieri non nostri, ma che sono espressione dei gruppi sociali dominanti. Ormai qualsiasi forma di allontanamento dal pensiero unico, ossia reso tale da un efficace apparato mediatico, qualsiasi gesto di insubordinazione, persino di critica, o di mera manifestazione di dissenso, viene represso con una furia che da tempo le “forze dell’ordine” non mostravano.
Ciò si palesa specialmente in relazione al conflitto in Ucraina e, ancor più, alla guerra di Israele contro i palestinesi. Anche se la russofobia di cui abbiamo avuto esempi eclatanti soprattutto nel primo anno del conflitto ucraino è stata messa largamente da parte, sulla questione palestinese non c’è scampo. La macchina di propaganda israeliana è implacabile, e le istituzioni ne sono fortemente condizionate. E se ti permetti di muovere critiche alla gestione dell’ordine pubblico, e alla ferocia repressiva, ecco che scatta la querela; se invece critichi Israele, stai certo della denuncia, morale o politica e non di rado persino giudiziaria, per antisemitismo.
Ebbene, con il prospettarsi delle Elezioni per il Parlamento della Unione Europea, Raniero La Valle e Michele Santoro, con altre persone di buona volontà (provviste di coraggio),hanno lanciato la lista unitaria “Pace Terra Dignità” : lo scopo fondamentale era far risuonare la parola “pace”, metter in luce gli affari sporchi dei produttori di armi in collusione con personaggi politici, invocare una fine delle ostilità ovunque, a cominciare dal cessate il fuoco a Gaza, dove il massacro dei palestinesi ha assunto dimensioni e andamento che ormai innumerevoli giuristi hanno classificato come “genocidio” (e stiamo aspettando il pronunciamento della Corte Penale Internazionale, su cui non a caso Israele sta compiendo in questi giorni un lavoro pressante di lobbing, per scongiurare il pericolo di una condanna).
Ora, per gli assurdi meccanismi di norme ingiuste (approvate in passato da un ampio arco politico, di cui il PD era uno degli assi portanti, ricordiamolo, volte a tenere fuori dal recinto del potere coloro che non sembrasse del tutto allineato alle sue logiche), norme all’ultimo istante aggravate dal governo di destra insediato in Italia, militanti generosi hanno dovuto sottostare all’obbligo di raccogliere almeno 15.000 firme per ogni circoscrizione, di cui il 10% minimo per ogni regione facente parte della singola Circoscrizione. Si è trattato di un tour de force massacrante, che ha prodotto un miracolo: sono state raccolte oltre 100.000 firme, dicasi centomila.
Un risultato che ha lasciato probabilmente sgomenti quanti vogliono tranquillamente continuare nelle politiche bellicistiche e palesemente contrarie alla lettera e allo spirito della nostra Costituzione, ma ha dato a noi tutti impegnati in questa azione collettiva, non soltanto un momento di soddisfazione,ma la consapevolezza che di questa Lista c’era e c’è bisogno. Ebbene, sono state respinte le firme per la Valle d’Aosta e per la Sicilia; se la circoscrizione “Isole” in cui si colloca la Sicilia, probabilmente sarà salva, quella “Nordovest”, che comprende la Valle d’Aosta, è ora bloccata. I nostri esperti hanno avanzato ben due ricorsi a tempi di record, entrambi ulteriormente respinti, con motivazioni formalistiche.
Ora ci rimangono due istanze: Tar e Consiglio di Stato. E se non fossero ascoltate le nostre buone, anzi ottime ragioni, si tenterà di coinvolgere il Presidente della Repubblica. Si può ignorare da parte di un magistrato il volere di oltre centomila italiani e italiane? Si può considerare che quei centomila siano equiparati a un signor nessuno? Io credo di no, e voglio sperare che alla fine il buon senso prevarrà. Ma se così non fosse, è evidente che saremmo di fronte a una generale “conventio ad excludendum”, ai danni della sola Lista che mette la pace al primo posto, la sola che coniuga rifiuto della guerra e giustizia interna e internazionale, la sola che afferma il diritto degli umani a vivere pacificamente, e il dovere delle classi dirigenti di attuare, ovunque e sempre, quel diritto primario.
E al di là del portato politico della Lista PTD, non v’è dubbio che escluderla sarebbe un vulnus alla democrazia che rimarrebbe come una cicatrice indelebile, ma, in più, si tratterebbe di un atto che aprirebbe la strada a una drammatica accelerazione del processo di costruzione del cesarismo. Se la democrazia è il potere del popolo, allora chiunque abbia a cuore le istituzioni democratiche, al di là della condivisione o meno del progetto politico della Lista Santoro-La Valle, dovrebbe immediatamente scendere in campo al loro fianco, al nostro fianco, per battersi per la libertà, la partecipazione, e la giustizia.
Le abbiamo viste scene così: soldati armati fino ai denti che entrano in luoghi protetti (scuole, templi religiosi, ospedali…), brutalizzano persone inermi, malate, ferite, bambini, addetti al culto, personale medico e paramedico, interrogano con arroganza e ricorrono alla violenza anche estrema a proprio piacimento.
Soldati che impartiscono ordini indiscutibili, minacciano, deportano, colpiscono, ammazzano. Abbiamo visto queste scene, le abbiamo viste al cinema, tranne i più anziani tra noi che forse le hanno viste, direttamente, con i propri occhi, o addirittura subite. Era nella Seconda guerra mondiale e i soldati erano quelli della Wermacht, l’esercito tedesco occupante in vari paesi, e in Italia li abbiamo provati, come abbiamo provato anche i bombardamenti degli Alleati, “i liberatori”.
Ma non avevamo visto, neppure in film dell’orrore, neonati lasciati morire nelle incubatrici perché un esercito occupante ha tagliato l’elettricità, malati lasciati morire perché un esercito occupante ha bloccato l’arrivo di merci nel Paese, compresi farmaci, feriti lasciati morire di setticemia perché un esercito occupante impedisce l’arrivo di strumentazione, di bende, di disinfettanti, oppure feriti operati senza anestesia, perché un esercito occupante impedisce l’ingresso nel Paese occupato di anestetici.
L’elenco può continuare, un elenco terrificante, perché quello che sta accadendo a Gaza non ha precedenti, se non in quella “guerra totale”, nella quale le truppe germaniche si macchiarono di orrendi crimini. Ma era una guerra, e i crimini erano distribuiti, in certa misura da ambo le parti, e i liberatori alla fine ricorsero all’arma suprema, l’atomica contro due città del Giappone. Ma oggi non è una guerra, oggi è semplicemente un genocidio deliberato. Gli avvenimenti del 7 ottobre, nella loro ferocia (ma ci sono tante false notizie e false immagini che circolano, e non possiamo dimenticare che sono anche una risposta all’occupazione e all’oppressione che dura da tre quarti di secolo) non possono giustificare questa mostruosa “vendetta” (è la parola usata dai leader israeliani, incredibilmente).
Quello che è in corso a Gaza (e in parte anche in Cisgiordania) è la “soluzione finale” del problema palestinese, come alcuni decenni or sono altri avevano escogitato una “soluzione finale” per gli ebrei. Gli orribili paradossi della storia, il rovesciamento dei ruoli, le vittime che si trasformano in carnefici. Cambiano le modalità, le tempistiche, le tecniche, ma siamo al cospetto di una situazione che non trova alcuna giustificazione, sia per quanto concerne gli occupanti che stanno massacrando gli occupati, e devastando la loro piccolissima patria, già sottoposta a un blocco illegale che sta martoriando da quindici anni 2.200 mila esseri umani; sia per quanto concerne il mondo “civile”, la cosiddetta “comunità internazionale”, ossia i potenti dell’area euroatlantica, che si sta rendendo complice dell’occupazione e del massacro.
Sono affranto, ma sono anche furioso, e mi chiedo che cosa possiamo fare, tutti noi, tutti coloro che provano sdegno e collera davanti alle notizie da Gaza. E chiedono, pretendono, gridano: CESSATE IL FUOCO, SUBITO! Il resto verrà dopo. BASTA COL MASSACRO, ORA. BASTA!
(Nell’immagine una istantanea dei soldati israeliani che invadono, la mattina del 15 novembre quel che rimane dell’ospedale al Shifa, dopo i loro bombardamenti e cannoneggiamenti: Fonte “Il Post”)
"Sono pessimista con l'intelligenza, ma ottimista per la volontà". (Antonio Gramsci, 19 dicembre 1929)