Sull’orlo del baratro. TRA CONTE E RENZI. Una piccola lezione di politica

La classifica dei personaggi che nei miei articoli ho preso di mira nel corso degli ultimi venticinque anni è guidata, senza ombra di dubbio, da Silvio Berlusconi; ma al secondo posto c’è lui, Matteo Renzi, il bullo di Rignano. Lo abbiamo osteggiato – uso il plurale, come dovrei fare anche per il Berlusconi, del resto –, nella persuasione che tanti la pensavano come il sottoscritto, e avremmo desiderato vedere disarcionato il primo come poi il secondo. Personalmente l’ho fortemente osteggiato, in tutti i modi che mi erano consentiti, per i contenuti della sua politica. L’ho combattuto sul jobs act, sulla buona scuola, e soprattutto sul referendum costituzionale, quando alla sua provvidenziale disfatta non seguì il ritiro della politica, come con grande enfasi aveva dato il menzognero annuncio di ritirarsi dalla politica.

(Foto ANSA/RICCARDO ANTIMIANI)

In Renzi c’era un disvalore aggiunto: i modi, il  “piacionismo”, la facilità a dire e disdire, la cialtroneria insistita sul “nuovismo”, e soprattutto la smodata ambizione politica. Del resto erano proprio i suoi modi che avevano fatto presa sull’elettorato orfano del PCI, allargandone i confini. Sicché Renzi era divenuto signore indiscusso del PD, con una irresistibile quanto rapida ascesa al vertice, osannato dal popolo piddino che lo credette il nuovo Togliatti, coccolato dai media, protetto dai poteri forti, e sul piano internazionale uno degli interlocutori privilegiati dei governanti israeliani, amato dagli yankees, Renzi apparve l’astro nascente della terza Repubblica, che avrebbe dovuto reggere grazie alla riforma costituzionale e a quella elettorale.

Il fiasco referendario lo mise fuori gioco, anche se alla politica non rinunciò affatto, come abbiamo potuto constatare, e ben presto essendosi chiusi gli spazi interni al PD trasmigrò creando un suo gruppetto, di non molta fortuna, ma di non scarsa ambizione. Gruppetto determinante per far nascere il Governo Conte II. E altrettanto per farlo cadere, o comunque tenerlo in ostaggio.

Detto tutto questo, a costo di deludere i miei “ammiratori” e “seguaci”, nella contesa che ha portato il governo sull’orlo del baratro, io ritengo che le responsabilità non siano di Matteo Renzi ma piuttosto di Giuseppe Conte. Mi ha agghiacciato assistere allo scatenarsi dell’odio contro Renzi da parte non solo dei Cinque Stelle, timorosi di essere mandati a casa da una anticipata tornata elettorale (per ben pochi di loro sarà possibile un rientro nelle aule dei Sacri Palazzi, stante la perdita di consensi, aggravata dalla demenziale, e direi infame riforma che ha dimezzato il numero dei parlamentari), ma degli ex sodali del PD, dei suoi ex tifosi lo osannavano e oggi lo crocifiggono. E mi ha angustiato leggere i commenti degli osservatori professionali, compresi quelli di sinistra-sinistra o degli sparuti rappresentanti della pseudo-sinistra di governo che col ministro della Salute Speranza hanno mostrato la loro totale pochezza politica. Commenti a senso unico: non semplicemente ingiuriosi verso Renzi (tirando spesso in ballo, i più beceri, i suoi genitori per le loro grane giudiziarie), ma incredibilmente privi di capacità di analisi sui fatti. Ossia ci si è fatti sovradeterminare dall’antipatia per il personaggio (che sicuramente la merita tutta), invece di provare a entrare nel merito delle sue proposte, o delle sue richieste.

Pochissimi si sono distinti: Stefano Feltri, direttore di Domani, in primo luogo, Massimo Cacciari, più volte, e recentissimo, persino, Ernesto Galli Della Loggia, sul Corriere della Sera. Pochi hanno avuto il coraggio di puntare l’indice invece che su questo bersaglio facile, il Renzi testa di turco, contro colui che invece merita, a mio avviso, tutta la pubblica esecrazione, ossia Giuseppe Conte, il signor nessuno spuntato dal cilindro dell’altro signor nessuno Luigi Di Maio. Come d’altronde, e lo scrive bene Della Loggia, tutti o quasi i politici di M5S, privi di qualsiasi background politico e culturale. Scelti dai capi palesi o occulti (ora Grillo, ora Casaleggio, ora Di Maio) oppure votati (con quale grado di controllo democratico non si può sapere), da “Rousseau”, la mitica “piattaforma” che infanga il glorioso nome del grande Ginevrino, un luogo virtuale dove gli aderenti decidono, fanno, disfano, in attesa che si avveri l’ultima profezia di Nostradamus-Grillo: il voto per sorteggio.

Galli Della Loggia ha messo in luce ciò che tutti dovrebbero aver chiaro: il trasformismo opportunistico di questo oscuro avvocato finito a guidare il governo, divenuto professore ordinario all’università con una carriera diciamo in cui il destino lo ha favorito avendo messo a capo  della commissione che gli diede la cattedra, il titolare di studio legale dove egli stesso praticava l’avvocatura (quando si dice il caso!). Ma possibile che a nessuno puzzi, direbbe Machiavelli, questa situazione? Un ignoto diviene presidente del Consiglio di un governo di destra che approva provvedimenti osceni, uno dopo l’altro, e una volta che il suo alleato Salvini cerca di sgambettarlo, avanzando la richiesta dei pieni poteri, con un misto di idiozia e ingenuità, ecco il signor nessuno diventare capo di un governo fotocopia ma ad alleanze rovesciate, col PD che sostituisce la Lega. E Conte (sul quale per settimane il segretario PD Zingaretti aveva fatto grottesche barricate: “il primo segnale di discontinuità deve essere il cambio del presidente del consiglio!, aveva tuonato, mentre le rane gracidavano intorno a lui, incuranti di quella voce) rimase al potere, e si trovò a gestire la prima crisi pandemica, godendo del favor popolare, a furia i proclami di grottesco ottimismo (ce la faremo, nessuno rimarrà solo, non lasceremo indietro nessuno, il governo è con voi, andrà tutto bene…), che nell’arco di un anno ha dimostrato tutte le sue falle, pericolose, e criminali.

Ai primi mesi sentivo e leggevo voci “a sinistra”: “immaginate se al governo ci fosse stato Salvini!?” Ma che razza di ragionamenti politici sarebbero codesti? E avendo nominato Salvini, mi tocca ribadire che nei sequestri di persone o negli illeciti respingimenti di migranti, per cui il leghista è a processo, la responsabilità dell’allora ministro dell’Interno fu interamente condivisa e avallata dal presidente del Consiglio. Come possiamo fingere di dimenticarlo? E che almeno una parola andrebbe da lui oggi detta, una franca ammissione di responsabilità, insomma.


E ritorno a Renzi: al netto dell’antipatia, al netto dell’ambizione, e dei suoi retropensieri che si riferiscono senz’altro all’ansia di potere personale, Renzi ha denunciato l’accentramento anomalo di potere nelle mani del presidente del Consiglio, con l’abuso di DPCM, con l’abuso dei decreti di stato d’eccezione, con l’anomalo ricorso a comitati di scelta del premier, composti da sedicenti “esperti”, che già nella prima ondata pandemica  facevano capo direttamente a lui (a proposito: che risultati ha prodotto la carica dei 900 guidati da Vittorio Colao, un manager residente a Londra, ex ad di Vodafone…, che avrebbe dovuto salvare l’Italia dal Coronavirus?). E di nuovo ora Conte ci ha riprovato per la gestione dei fondi europei, che pretenderebbe (o avrebbe preteso?) di gestire direttamente, attraverso un altro comitato di sua nomina? Per tacere del Commissario all’emergenza Arcuri (in grave sospetto di conflitto di interessi), le cui funzioni peraltro vanno sovente a sovrapporsi e confliggere con quelle ministeriali, con quelle della Protezione Civile, con quelle dei vari comitati tecnico-scientifici. E taccio delle allucinanti dispute tra Ministeri, Regioni, Comuni, ASL, con risultati che sono a dir poco inquietanti…

Dunque Renzi, ha detto queste cose, ha mosso queste accuse: nel modo antipatico che gli conosciamo. E ne ha aggiunto una forse più grave: la totale inerzia del governo nel piano del Recovery. È stato lasciato passare più di un mese, e il piano governativo era rimasto un catalogo di buone intenzioni. Italia Viva ha presentato un piano articolato, in cui certo sono state inserite delle boiate come il TAV o addirittura il Ponte sullo Stretto. Ma il problema è che Conte ha dimostrato totale inadeguatezza, con un corrispettivo, inquietante, di arroganza (la perla è la pretesa di gestione “en solitaire” dei Servizi segreti), di conduzione insomma monocratica del potere. Cosa grave di per sé, in regime democratico, ma intollerabile da parte di  un signore di nessuna esperienza, che nessuno ha eletto, che non rappresenta nessuno, che è stato indicato dall’allora “rappresentante politico” del M5S, come “avvocato del popolo”: e che governò un anno con i populisti di destra, per poi riciclarsi senza batter ciglio con gli avversari dichiarati tanto dei populisti di destra quanto degli altri populisti che non oserei definire di sinistra. Anzi! Come non ci si è accorti che i “pieni poteri” reclamati con stolta protervia da Matteo Salvini l’avvocato Giuseppe Conte li ha esercitati finora surrettiziamente, di fatto, con il suo felpatissimo stile democristiano? E come non gridare scandalo davanti all’osceno tentativo di raccattare voti a destra e a manca, invece di fare la sola cosa dignitosa e costituzionamente corretta appena perso il consenso del gruppo di IV? Ossia andare al Quirinale e rassegnare le dimissioni? Quando lo farà, spero oggi stesso, sarà sempre tardi.

Concludendo: quando si vuole contestare un avversario, si devono discutere, con la competenza, e se del caso con la durezza necessaria, le sue idee e le sue proposte, entrando nel merito; ma non farsi guidare semplicemente dall’antipatia o addirittura idiosincrasia (o all’opposto, dalla simpatia) per la persona. Si tratta di una norma dell’agire politico che definirei elementare. E che mi duole constatare ignorata o calpestata soprattutto a sinistra.  

Siamo sull’orlo del baratro. Tra cattiva gestione sanitaria, numeri farlocchi dati dalle autorità politiche e sanitarie. Sistema sanitario al collasso, per colpa di tagli indiscriminati durati decenni da parte di tutte la maggioranze governative succedutesi. Una generazione di ragazzi e ragazze, di adolescenti e di giovani a cui è stata sottratta la scuola. Interi settori economici disastrati, con nessuna prospettiva di ripresa in tempi accettabili, mentre mafia e ndrangheta si fanno avanti per rilevare aziende messe in ginocchio dalle chiusure. Assoluta subalternità italiana in politica estera tanto all’UE, quanto gli USA, ma persino a Egitto, Turchia, Israele… Spese militari costanti o addirittura in aumento davanti al bisogno crescente di spese sanitarie: bombardieri che vanno alla grande, mentre i posti letto latitano. E ora il vaccino di fatto sta andando all’asta: chi può pagare di più ne accaparra scorte ampie (Vedi Israele o Germania) chi non può aspetta, chissà fino a quando. E via seguitando. La logica del Mercato trionfa. La pandemia è l’ultimo trionfo del Capitale.

Come ne usciremo? Ne usciremo? Non è meglio andare a votare? E la sinistra non dovrebbe, se non è tutta in coma profondo, tentare di ragionare in vista di una prospettiva del genere, unitariamente? E abbozzare già un programma di minima, sulle cose essenziali da fare?

Siamo sull’orlo del baratro, insomma, e a maggior ragione rifiuto l’alternativa (la falsa alternativa) Renzi/Conte. Invito piuttosto a riflettere sui contenuti delle proposte dell’uno e dell’altro e persino, se si cogliessero spunti utili, dell’intero panorama politico. Nell’ultimo dibattito parlamentare ho sentito spesso, lo affermo sia pure a bassa voce, cose più interessanti da taluni esponenti della destra antigovernativa che da quasi tutti gli esponenti dell’area di governo, e specialmente dalla totalità del PD. A questo partito, preteso “erede” del Partito Comunista di cui stiamo celebrando il centenario, va il mio triste requiem.

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I pazzi e i ciechi

“È la piaga dei tempi quando i pazzi guidano i ciechi”. la citazione è assai nota (dall’Atto IV del “Re Lear” di Shakespeare, e sono parole messe in bocca al povero conte di Gloucester), persino abusata, e mi scuso, ma oggi più che mai utile a descrivere la situazione in cui ci troviamo. Nel Rapporto Censis diffuso due giorni or sono, emerge un quadro impressionante della situazione generata, si dice, dalla pandemia, ma forse dovremmo aggiungere: “e dalle politiche dei governanti, nazionali e locali”: sono loro i pazzi, nelle cui mani abbiamo lasciato le nostre vite, troppo spaventati per negar loro la fiducia (“agiscono per il nostro bene…”), troppo frastornati per avere piena coscienza della situazione reale, troppo disorientati per il susseguirsi e il sovrapporsi di notizie contraddittorie e incomplete, per reagire, per riprendere almeno un poco in mano il nostro destino.Loro i pazzi, noi i ciechi; una cecità che non è solo quella che nasce appunto dalla paura dell’ignoto (e qui il pensiero corre allo straordinario romanzo “Cecità” di Saramago, che già mi è capitato recentemente di citare), ma è anche frutto di un atteggiamento rinunciatario, di base, pronto a “lasciar fare” ai governanti, appunto. A costo di apparire il solito pedante professore, voglio richiamare un altro autore, Benjamin Constant (e stavolta andiamo nel secolo XIX, per l’esattezza 1819) il quale, pur liberale orgoglioso che polemizzava contro l’ingerenza dello Stato nella vita degli individui, concludeva il suo discorso invitando a non rinunciare a occuparsi della vita pubblica, a “non fare ai nostri governanti questo favore”. E invece lo abbiamo proprio fatto, questo favore. Per di più a una banda di incompetenti, spesso disonesti, cialtroni. Possibile che qualche frammento di verità ci debba giungere da un programma tv, che è riuscito finora a sottrarsi alla manipolazione e al controllo? (Alludo a “Report”, su RaiTre). Possibile che ministri (Speranza, tanto per fare un nome) e sedicenti governatori (Fontana, tanto per fare un nome) coinvolti in losche vicende, siedano tuttora tranquillamente sui loro scranni? Possibile che alcune parole di buon senso debbano venire dalla destra (al netto ovviamente delle infami speculazioni di personaggi miserabili, che le sorreggono), mentre PD, LEU e M5S sono immersi nel brago, ripetendo tutti i loro esponenti frasi preconfezionate, che poi il sedicente “capo del governo” si incarica di dettare, con i modi perfettamente democristiani che lo caratterizzano, nelle conferenze stampa?Nel rapporto Censis mi ha colpito non solo ciò che all’ingrosso sapevo – la catastrofe socioeconomica in cui il Paese sta precipitando, i cui effetti si vedranno soltanto nell’arco di qualche anno – ma la risposta di circa l’80% dei nostri concittadini intervistati sulle misure approntate dalle autorità per contrastare la diffusione del virus, i quali chiedono misure “più severe” verso coloro che non rispettano tali misure.Questo mi ha provocato un senso di angoscia e di ripulsa. È vero, intorno a me, sento ogni giorno dire: certo “la gente” non rispetta le norme, ecco perché si va male… Questo che cosa significa? A mio parere semplicemente che la narrazione governativa è transitata dentro i nostri cervelli, e ne siamo diventati portatori, spesso inconsapevoli, esattamente come accade ai contagiati “asintomatici”. Ci siamo lasciati persuadere, non con dati precisi, con informazioni esatte, con indicazioni univoche e chiare: no, ci siamo abbandonati, come i bimbi tra le braccia della mamma, fiduciosi di essere protetti. Certo, il compito di esser vigili, lo ammetto, è sempre più difficile: paradossalmente, nell’era della comunicazione digitale onnipresente e onnisciente, siamo a corto di verità; ossia all’eccesso di comunicazione corrisponde un deficit di informazione. E questo nella vicenda che stiamo drammaticamente vivendo è tanto più evidente. Si aggiunga il ruolo davvero infame dei media e in particolare della TV che ha trasformato esperti e sedicenti esperti (come possiamo distinguere gli uni dagli altri?) in “personaggi”. Dunque quelli che “bucano lo schermo”, ossia coloro che risultano più efficaci sul piano della comunicazione sono stati premiati, con “passaggi” pressoché quotidiani sugli schermi delle varie emittenti, pubbliche e private, ed è stata loro concessa facoltà di parola, anche quando si sono contraddetti a distanza di giorni, o addirittura di ore. Qualcuno di loro sta già costruendo una nuova carriera, forte del successo televisivo. Ma la cittadinanza, trasformata in “audience” quanto beneficio ne ha ricevuto? Come facciamo a difenderci dal bombardamento di false notizie di questa “guerra”, come viene chiamata fin dallo scorso marzo, e come guerra richiede provvedimenti “eccezionali”, misure “eccezionali”, piani sanitari “eccezionali”, e via seguitando sulla strada melmosa e sdrucciolevole dell’eccezionalismo.Non appartengo al novero di coloro che hanno creduto o comunque ripetuto che il virus è una invenzione, o che i dispositivi di protezione (leggi mascherine, innanzi tutto), siano inutili, o che hanno pensato, neppure per un attimo, che la Covid 19 fosse poco più di una influenza (alla Trump o Bolsonaro). Ma trovo inaccettabile il ricorso a un lemma pericoloso e ambiguo come “negazionismo” usato non soltanto a fini di delegittimazione di chi prova ad esprimere dei dubbi, non sul virus, ma sulle politiche sanitarie gestite dal ministero, dagli assessorati regionali, dalle giunte comunali, dai sindaci di singoli comuni: una babele politica frutto della sciagurata “devolution” imposta dai leghisti prima maniera e accettata dal PD. L’inefficienza del sistema è sotto i nostri occhi. E lo dico con dolore, pensando agli amici che ho perduto, a quelli tuttora ricoverati in gravi condizioni, o tormentato dall’ansia che la malattia possa colpire persone care. Ma non posso tacere davanti all’improntitudine con cui Giuseppe Conte, in coro con i suoi ministri, ripete “non dobbiamo abbassare la guardia se vogliamo ripetere una terza ondata”, alludendo, direttamente o indirettamente, alle “colpe” dei cittadini che si sono lasciati andare ad “assembramenti”. E le autocritiche dove sono? Perché il ministro della Sanità non ammette che nulla è stato fatto dal suo dicastero nei mesi estivi per prevenire una seconda ondata del virus, o almeno attrezzarsi a fronteggiarla? Quante sono le persone affette da grave patologie cardiache o oncologiche che non ricevono più le cure, dato che i reparti specifici sono stati chiusi o trasformati in reparti-Covid? Quanti morti dovremo conteggiare tra loro e a chi daremo la responsabilità? E la ministra dell’Istruzione, che ora finge di piagnucolare sulle scuole chiuse, perché non ha predisposto il piano scuole? E le Regioni? Perché non hanno preveduto un piano trasporti? E ancora: chi ci fornirà una volta per tutte dati certi sui malati e sui morti? Quanti di loro sono deceduti per la Covid? O “con la Covid”? ed è vero che le aziende ospedaliere ricevono un bonus monetario per ogni vittima da Covid?E poi, perché come in primavera alla prima ondata ora in autunno con la seconda il governo mette su giganteschi apparati di “tecnici ed esperti” (di nomina governativa, in totale mancanza di trasparenza) per “gestire l’emergenza”? E a che servono gli staff ministeriali? E dove è finito il super manager Colao che da Londra doveva salvare l’Italia, con un esercito di un migliaio di consulenti? E ora si ripete lo schema…La seconda ondata non è arrivata per le colpe dei cittadini, ma per quelle dei governanti: le loro inadempienze, i loro ritardi, i loro errori… E intanto, un anno scolastico è praticamente perduto (le proteste di studenti insegnanti e famiglie non vengono neppure prese in considerazione), con danni gravi alla formazione della personalità degli adolescenti. E danni altrettanto gravi, come accertato dai servizi di monitoraggio delle ASL, si sono già prodotti nella psiche di centinaia di migliaia di italiani, a causa del timore del contagio, certo, ma soprattutto delle misure spesso assurde e terroristiche che dovrebbero prevenirlo. Su tutto questo, vorremmo essere rassicurati, non con la ripetizione insopportabile che “dobbiamo evitare la terza ondata con comportamenti responsabili”. I comportamenti responsabili devono esser prima di tutto dei governanti. I quali dovrebbero anche interrogarsi sulla morte dei teatri e su quella, economicamente ben più grave, dell’intero comparto della ristorazione. E non si dica, a mo’ di risposta, che non è colpa di nessuno: i provvedimenti presi e reiterati sono stati e continuano ad essere punitivi ma non producono risultati apprezzabili. Il ministro Speranza, e il presidente del Consiglio Conte ci devono spiegare perché siamo il Paese con la mortalità più alta, tra quelli colpiti dalla pandemia. E ci devono, infine, convincere che” il più massiccio piano di vaccinazione di massa” di cui stanno parlando da settimane sarà la soluzione, l’unica soluzione, tanto più che di vaccini ne circolano ormai una dozzina, e di nessuno, per ora, possiamo essere sicuri, né sulla efficacia, né sui possibili danni. E qualcuno, in seno alla scompaginata compagine governativa, ha addirittura proposto di istituire un passaporto sanitario, un libretto da portare sempre con noi, insieme alla carta di identità, da cui risulti che siamo vaccinati. Per fortuna si sono levate parecchie voci contrarie. Ma il rischio rimane. E intanto, con roboante e inquietante annuncio veniamo avvertiti che nelle vacanze natalizie 70.000 agenti delle varie forze di polizia saranno schierati sul territorio per controllare il rispetto delle norme emanate nell’ennesimo DPCM. Una vera e propria militarizzazione del Paese, che ci bolla tutti gli italiani e le italiane come potenziali colpevoli.Insomma, a me pare davvero che siamo nelle mani dei pazzi. E noi abbiamo fatto finora, troppo spesso, adagiandoci nella comodità di essere guidati, la parte dei ciechi.L’Atto IV della tragedia shakespeariana si conclude così: “Le notizie variano. È tempo di stare in guardia. Le forze del regno si avvicinano in fretta.” Risponde un personaggio: “È probabile che l’esito sia sanguinoso”.Se vogliamo mettere fine al sangue, ossia alla morte, alla malattia, e al disastro economico e sociale, forse dobbiamo cominciare ad aprire gli occhi e fare i mastini da guardia, tutti, dato che la stampa libera è inesistente o marginale. Informiamoci, diffondiamo notizie certe, poniamo quesiti almeno, e pretendiamo risposte. Questo è democrazia.

(Apparso su “MicroMega” on line, 9 dicembre 2020)

Basta col regionalismo!

Giorni fa avevo scritto un pezzo che esordiva così: “Un soffio di pazzia criminale percorre l’Italia”. E passavo in rassegna una serie di personaggi della classe politica e amministrativa, mostrandone le incredibili manchevolezze, la impreparazione, le miserie. Qualcuno ha ripetuto la solita solfa sui professori buoni a cianciare ma che non si sporcano le mani nell’azione. Sono anche stato accusato di qualunquismo, perché non risparmiavo nessuno, e molti hanno chiosato, benevolmente o provocatoriamente: “sì, va be’, ma che fare?”.

Io non faccio il politico di professione, sono uno studioso che cerca di essere presente se non altro come osservatore della realtà in cui sono immerso, anche se prevalentemente, come storico, mi occupo del passato. Ma essendo convinto che la storia ha un valore per il presente, tento di usare gli insegnamenti che essa mi offre per decifrare il nostro tempo, e trarne indicazioni sul come agire: sul che fare, insomma. E tuttavia non mi accontento. Provo anche, nei miei limiti evidenti (sono un senza partito, da sempre) a scendere in campo, e dico la mia sulla quotidianità politica, sociale e culturale. So che non basta. Come non basta indignarsi, non è sufficiente gridare sui tetti, le verità che pochi osano mormorare, e molti di più alla verità voltano le spalle. Eppure proprio la battaglia per la verità è ciò che distingue un intellettuale (militante) da uno studioso, da un docente, da un accademico. Perché la lotta per la verità è dirompente, e la verità e soltanto la verità è rivoluzionaria. Credo fermamente che questo sia il primo se non unico compito dell’intellettuale, specie di quegli intellettuali che si schierano dalla parte degli oppressi, come ho sempre cercato di fare, da quando ho l’età della ragione.

Sono trascorsi pochissimi giorni dal mio precedente articolo, ma la situazione appare in precipizio. Per non ripetere l’incipit dell’articolo precedente potrei incominciare con un canonico: “Grande è la confusione sotto il cielo”, aggiungendo “d’Italia”: sì, perché se è vero che la pandemia da Coronavirus sta colpendo quasi l’intero globo terracqueo, è altrettanto vero che nei diversi Paesi  in cui la Covid 19 si è diffusa e ahinoi non smette di diffondersi, vi sono state, da parte delle autorità, anche nelle incertezze, davanti al “nemico sconosciuto”, linee di condotta almeno univoche: ossia i governi davano degli indirizzi, assumevano decisioni, indicavano linee d’azione, giuste o errate, timide o forti, ma che non venivano boicottate o contrastate da altri organi dello Stato. In Italia stiamo assistendo esattamente all’opposto: gli organismi pubblici in guerra tra di loro, come e assai più che in primavera, nella prima ondata del virus, e ora in questo autunno che ci regala la seconda, ampiamente prevista e annunciata. Il contagio si diffonde quasi incontrollabile, gli esperti parlano a ruota libera, i tamponi latitano (e si possono fare a pagamento se non vuoi attendere le calende greche), il sistema ospedaliero in crisi, i medici e il personale paramedico chiede soccorso, i ministri a cominciare dal loro coordinatore (il presidente del Consiglio) balbettano, e i sedicenti “governatori” urlano, sgomitano, prima chiedono autonomia decisionale, poi la rigettano sulle spalle del governo – sempre più debole ed esangue, con il summenzionato presidente Conte che ripete “l’obiettivo è arrivare a fine legislatura” (ossia il fine perseguito è durare, non fare del bene alla collettività: agghiacciante).

Stiamo assistendo a uno spettacolo a dir poco inverecondo, aggravato dalla sovraesposizione mediatica di tutti lor signori: scienziati, tecnici, amministratori, politici e, immancabile, il corredo dei commentatori professionali da talk show, da Cacciari (eternamente presente e eternamente isterico come un etilista cui abbiano vietato il solito cartoccio di Tavernello) a Saviano (ahinoi, appena ritornato in campo, pensoso e serafico come un patriarca biblico). Lasciamo stare i casi semplicemente surreali come quello calabrese, con la doppia nomina di un commissario per la sanità calabrese (due personaggi ineffabili, bell’esempio di mancanza di professionalità loro e di totale assenza di serietà del governo, seguiti dalla mezza proposta avanzata a Gino Strada); oppure la infame campagna pubblicitaria della Regione Lombardia battezzata con atroce arguzia “The covid dilemma”, che ha lo scopo di scaricare sulla cittadinanza le colossali inefficienze del ceto amministrativo locale e i turpi traffici del presidente Fontana (il manifesto mostra una scritta sovrapposta al volto di una ragazza con la finta domanda: “Indossare la mascherina o indossare il respiratore?”, e la risposta colpevolizzante: “La scelta è tua”).

E lasciamo stare le quotidiane schermaglie tra sindaci e presidenti di regioni, e gli interventi contraddittori di vari ministri  e sottosegretari; lasciamo stare le rumorose bordate, perlopiù a salve, di Salvini-Meloni (di tanto in tanto apre bocca persino Silvio Berlusconi, oscillando tra l’embrassons-nous da crisi nazionale e la voce moderata dell’opposizione “costruttiva”); e lasciamo stare anche le nobili “prediche inutili” – come diceva Luigi Einaudi, primo presidente della Repubblica – di Sergio Mattarella; lasciamo stare il battage mercantile e politico sui vaccini (Russo? Cinese? Oxoniense? Tedesco-americano?…); lasciamo stare il bando della Regione Piemonte che in un momento di drammatico bisogno di personale, cerca sanitari purché italiani o della UE, vietando l’accesso a candidati esterni (dimenticando che l’aiuto ci è giunto in primavera dai Russi e dai Cubani); e lasciamo stare il dato incontestabile che le Regioni non sono state in grado di predisporre un piano per l’atteso ritorno del coronavirus, né per la distribuzione di mascherine (gratuite!), né tanto meno per  uno screening di massa coi relativi tamponi (gratuiti!). E lasciamo stare, infine, il fallimento complessivo della macchina di tracciamento dei contagiati. E lasciamo stare anche il ritardo sul vaccino antinfluenzale mai come quest’anno atteso e necessario…

Al netto di tutto questo, rimane il problema principale che è l’ente Regione. Alla stregua dei fatti, oggi possiamo dire che l’introduzione della Regione nell’ordinamento della Repubblica fu uno dei più tragici errori dei Costituenti (dopo l’introduzione nell’articolo 7 del Concordato Stato/Chiesa del 1929). A quell’errore, compiuto in perfetta buona fede, nell’idea che un po’ di decentramento amministrativo sarebbe stata cosa buona e giusta – lo voleva pure Tocqueville, nel 1835, ma sostenendo a contraltare un solido centralismo politico – se ne sono aggiunti altri gravi, come la manomissione del Titolo V della Carta Costituzionale, e la concessione di poteri enormi all’Ente Regione sulla sanità innanzi tutto, con gli strateghi del cosiddetto Centrosinistra, pronti a gettarsi all’inseguimento della Lega (che allora sbraitava sul “federalismo”) e a sacrificare poteri dello Stato… Gli effetti eccoli qua. Impotenza dell’ente centrale, contenzioso incessante tra Stato e Regione, inefficienza totale della pubblica amministrazione, crollo del sistema sanitario e crisi di quello scolastico – l’uno e l’altro finora in piedi, benchè a mal partito, solo per l’abnegazione del personale – e via seguitando.

Allora, ecco la risposta al “che fare?”. Lanciamo una campagna per una riforma della Costituzione: stavolta facciamola noi, dal basso, non aspettiamo che arrivino i Renzi, e i Salvini: perseguiamo due obiettivi. Obiettivo minimo cancellazione delle modifiche al Titolo V del 2001, con recupero allo Stato di funzioni delegate alle Regioni; e se vogliamo esagerare diamoci come obiettivo massimo l’eliminazione dell’Ente Regione, una macchina costosa, succhiasoldi, che non ha prodotto alcun miglioramento del “sistema-Paese”, come si usa dire, e invece, piuttosto, rivitializziamo le Province, riducendone il numero, dando loro la possibilità di ricuperare pienamente funzioni che già in passato competevano loro. Le Province, d’altronde, nella storia d’Italia hanno un’antica e nobile tradizione, a differenza delle Regioni. E hanno una dimensione che effettivamente può avvicinare l’istituzione alla cittadinanza.

Insomma, basta al cosiddetto “regionalismo”.  In attesa di reclamare “tutto il potere ai Soviet” (sognare è lecito…), almeno puntiamo per togliere potere a chi ha dimostrato di gestirlo solo nell’interesse di piccole camarille, di gruppi di pressione, di famiglie, di lobby, spesso incrociate con la grande criminalità. Basta alla destrutturazione della Repubblica. Basta alla distruzione della stessa unità nazionale.

Vogliamo tentare questa ragionevole follia?

Il manifesto della campagna della Regione Lombardia

Fabio ranchetti, economista curioso

“Nessun uomo è un’isola, completo in sé stesso; ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto. Se anche solo una zolla venisse lavata via dal mare, l’Europa ne sarebbe diminuita, come se le mancasse un promontorio, come se venisse a mancare una dimora di amici tuoi, o la tua stessa casa”.

Così scriveva cinque secoli fa il poeta e teologo britannico John Donne. Versi notissimi. Che ogni volta riaffiorano inesorabili quando mi arriva una notizia ferale. Il che accade troppo sovente, in questo lugubre 2020. E mi rendo conto che la mia bacheca sta diventando come la pagina delle necrologie dei giornali. E sono io stesso a soffrirne per primo. Il fatto è che non solo ogni morte di uomo mi diminuisce, perché ogni uomo è parte di un continente, e nessun uomo è un’isola, come dice John Donne, ripreso da Hemingway, in epigrafe al suo “Per chi suona la campana”), ma per la morte di un amico o di un’amica, di un conoscente, di un collega, mi prende il senso di colpa di essergli sopravvissuto. Tanto più ora, in tempi pandemici, quando la morte colpisce anche persone che non soffrivano di particolari patologie per cui potevi aspettarti che da un momento all’altro se ne andassero.

Non faccio in tempo a commemorare una persona deceduta che altri nomi sopraggiungono da inserire nel mio personale “libro dei morti”(il celebre esto funerario degli Antichi Egizi). L’ultimo, di cui mi è giunta notizia oggi stesso, è Fabio Ranchetti, economista docente in vari atenei (anche il mio anni fa, e Pavia, Milano Politecnico, Pisa, Milano Cattolica, ultima sua sede dove era professore a contratto, dopo il pensionamento, appena raggiunto), una persona intelligente, un democratico autentico proveniente da una famiglia che egli definiva “rigorosamente antifascista”, un intellettuale curioso, oltre che uno studioso serio. Era stato, poco prima di me, anche borsista della Fondazione Einaudi di Torino, un eccezionale semenzaio di studiosi e studiose, e spesso di intellettuali, che prendevano poi le strade più varie. Un economista di particolare apertura, verso altre discipline, in modo libero e creativo, la storia, naturalmente, perché ogni buon economista è anche storico del pensiero economico, innanzi tutto, ma anche altri territori del sapere e del creare, per esempio la linguistica e la letteratura, campi in cui Ranchetti (che aveva peraltro studiato Filosofia e non solo Economia) non aveva molti compagni di esplorazione, tra i suoi colleghi.

Basterebbe già solo questa sua curiosità culturale a farcelo rimpiangere. E personalmente non essendo un economista apprezzavo proprio tale dote. Ma ci sono alcuni suoi lavori che sono diventati quasi obbligatori anche per i non specialisti: ricordo la bella Introduzione al classico di Piero Sraffa, “Produzione di merci a mezzo di merci”, pubblicato da Einaudi nel 1999, un testo uscito in prima edizione sempre da Einaudi, nel 1960, dopo essere stato pubblicato poco prima nella versione originale inglese: un’opera che in poco più di cento pagine scarse ha cambiato la teoria economica mondiale, potrei azzardare, confermando così che la qualità non è legata alla quantità, e che si può essere stringati anche scrivendo di cose complicate; e le pagine introduttive di Ranchetti aiutavano a penetrare quell’aureo testo del grande economista amico di Gramsci.

Del resto Ranchetti si era formato, dopo l’ateneo statale milanese, proprio a Cambridge, il regno di Sraffa e Wittgenstein, che rimasero evidentemente come punti di riferimento importanti per il suo lavoro. Ma va ricordato soprattutto, per i non specialisti, il fondamentale volume firmato con Claudio Napoleoni, maestro dei maestri, “Il pensiero economico del Novecento” (Einaudi, 1990), un testo che si raccomanda per capacità di sintesi, lucidità di analisi, comprensibilità. Dietro quei due autori si intravedeva sia pure in controluce, la figura di Marx, non da sola, ma, al solito, imponente, anche nella compagnia di altre grandi ombre.

Ranchetti era nel pieno delle sue attività, e il Coronavirus ce lo ha sottratto. Lo piangeranno gli economisti, colleghi e allievi, lo piangeranno coloro che lo incontrarono (anche in poche ma belle occasioni come chi scrive), lo piangeranno quanti hanno letto il suo nome solo nella copertina di libri o nell’indice di riviste.

(22 ottobre 2020)

Il compagno andrea

“Chi ha compagni non muore mai”.

Abbiamo letto e sentito tante e tante volte, purtroppo, questa frase consolatoria, ma ogni volta con un senso di amara impotenza. A dire il vero, ogni volta, quando un compagno muore, ci si sente più soli, perché i compagni, nel senso più alto e pieno del termine, non li si incontra poi così di frequente, benché siano in fondo numerosi: partecipano a manifestazioni e assemblee, discuti di politica con loro, magari ci litighi, e tutto il resto. Ma personalmente uso il termine compagno con parsimonia, perché gli annetto un valore simbolico, prima che un contenuto: un valore simbolico che rinvia ad affettività e sentimenti, a ideali e timori, a una comune coscienza delle tragedie del passato ed alla persistente idea di un futuro da costruire.  

Quando mi è giunta, l’altro ieri mattina, 18 maggio, la notizia della scomparsa di Andrea, la parola mi è affiorata sulle labbra, anche se, essendo solo, non l’ho proferita. E in quel momento ho pensato che non sapevo neppure il suo cognome. Andrea era un compagno, un compagno vero, uno di quelli che senza “chiacchiere e distintivo”, tu senti che condividono con te ideali e passioni, che nutrono le tue stesse speranze, che, anche nei tempi più difficili, sono dure da estirpare. E finché ci saranno compagni come Andrea Gianella – questo il suo cognome – la speranza non sarà vana. Fin tanto che nel “nostro” piccolo mondo della sinistra – quella vera, autentica, non disposta a farsi rubare l’anima – possiamo ancora credere che “ce la faremo”, che “un altro mondo è possibile”, che esisterà una società in cui “ognuno darà in base alle possibilità e riceverà in base ai bisogni”.


Perciò il giorno della scomparsa di Andrea è un giorno tristissimo.
Andrea non era solo un compagno, però, di ideali, era un compagno che metteva il suo cuore e tutte le sue energie a disposizione della comunità. E nella terra di Lunigiana, in particolare tra Sarzana e La Spezia, quel piccolo uomo dall’aria mite, dai modi pacati, dalla voce controllata, è stata una presenza costante, che lo rendeva parte del paesaggio, in particolare nei boschi e sulle strade di Fosdinovo, nelle innumerevoli attività dei “ragazzi e ragazze” degli Archivi della Resistenza. In specie d’estate, nei preparativi, negli svolgimenti e nel seguito del festival “Fino al cuore della rivolta”, Andrea era lì, sempre, silenzioso, attivo, a pulire quanto c’era da pulire, a portare quanto c’era da portare, a togliere erbacce, a dare una mano alle cucine come a chi si occupava del palco. Era il compagno di cui ti potevi fidare, quello che non delude, quello serio…: tutte caratteristiche non così frequenti, come sappiamo, a sinistra.  


Compagno di Rifondazione Comunista fin dalle origini, Andrea però non aveva preconcetti e chiusure, e tutto ciò che accadeva a sinistra, tra forze politiche e sindacali, lo trovava interlocutore attento e partecipe. Lui che era stato infermiere professionale aveva dato un forte tratto anche “politico” al suo lavoro, al di là delle competenze che pure aveva accumulato tanto da diventare formatore degli operatori sanitari, e coordinatore delle attività infermieristiche nei servizi territoriali delle valli Magra e Vara. Aveva ricoperto incarichi sindacali nella CGIL prima in Lombardia poi appunto in Lunigiana: qui, inoltre, fu attivo nel comitato per il completamento dell’Ospedale di Sarzana.

E come militante e dirigente sindacale aveva animato importanti battaglie per la difesa della sanità pubblica, mettendoci, come suol dirsi, l’anima. E oggi al dolore per la sua immatura scomparsa (se qualche giovane mi consentirà di considerare immatura la morte a 72 anni) si aggiunge, credo non soltanto in me, la rabbia. Andrea è morto ucciso dal Coronavirus, certo, ma Andrea è stata una vittima di quello smantellamento dei presidi sanitari pubblici, contro cui si era battuto con tanto ardore e dedizione. Andrea è una delle tante vittime di un obbrobrioso processo di privatizzazione, aziendalizzazione ed “esternalizzazione” dei servizi sanitari,  in nome di presunto risparmio di spesa, e di recupero di efficienza che si sono rivelati falsi obiettivi: i risparmi hanno significato trasferimento di risorse ai privati, che lucrano sulla cura della malattia e anche sulla prevenzione della malattia, spesso sulla base di una narrazione fasulla; quanto all’efficienza si è rivelata pienamente nella crisi della pandemia in corso, nel senso che le strutture private hanno subito mostrato la corda. Abbiamo assistito, a una tardiva corsa al ritorno verso il pubblico, quando ormai le porte delle stalle erano aperte, e il danno era compiuto. E ora ci si chiede, ipocritamente, di versare un obolo alla Protezione Civile, ora quando i morti sono decine di migliaia, i contagiati centinaia, e il virus continua a circolare tra noi. Ora si scopre che la sanità pubblica è più efficace di quella privata, che l’Ospedale è più sicuro di una clinica e che le RSA in mano a società finanziarie che speculano in modo vergognoso sui “vecchi” collocati a “riposo” in quelle strutture che invece che “protette” si sono rivelate trappole mortali.


Andrea è morto lottando fino all’ultimo contro questo scempio. E la sua morte è una sconfitta per noi. Che rimaniamo più soli, ammesso che siamo in grado di raccogliere il testimone dalle sue mani che si sono dolcemente schiuse in un estremo gesto di fiducia e amore.

Ma non voglio dimenticare che Andrea è stato, un vigoroso militante dell’antifascismo, questa parola che richiede conoscenza storica contro i revisionismi e i rovescismi in agguato, ma che reclama anche, e forse prima ancora, passione civile, e volontà di mettersi in gioco. Il Festival di Fosdinovo, e il lavoro degli Archivi della Resistenza, erano in tal senso una nicchia perfetta per Andrea, che con la sua fedele presenza sembrava simboleggiare la volontà di durare e di non smettere di lottare. Sempre tuttavia con la sua aria serena, con le labbra serrate che di tanto in tanto si aprivano in un sorriso timido e dolce, con gesti che esprimevano empatia.

Perché Andrea, il compagno Gianella, era un uomo che nella lotta, costante, sovente dura, e aspra, sapeva davvero “non perdere la tenerezza”.

Mi mancherà e ci mancherà anche per questo.

l’intransigente. in memoria di franco cordero

Si inseguono i morti, non si riesce a piangerne uno che sopraggiunge la notizia del successivo. È la volta ora di Franco Cordero, scomparso ieri 8 maggio 2020. Era nato nel 1928 (a Cuneo), dunque si dirà che aveva i suoi anni. Certo, la sua è stata una lunga vita. Ma quando scompare un uomo così, al dispiacere che sempre la morte produce, si aggiunge lo sgomento per la perdita di un patrimonio intellettuale, che, a mia conoscenza, era unico. Non credo di aver conosciuto mai una mente così ricca di erudizione, quale quella di Franco Cordero, una mente che spaziava dal diritto alla storia, dalla letteratura alle scienze religiose, dalla filologia alla favolistica. È davvero difficile ricapitolare quante letture, in quante lingue, avesse accumulato Cordero, quante nozioni avesse apprese, quante discipline avesse frequentato, quante lezioni avesse impartito, quante dotte conferenze avesse tenuto, lui professore di Procedura penale – il più grande sulla scena – sempre da maestro, docente a Torino, Urbino, Milano, Trieste, Roma, alla Sapienza, dove concluse la sua carriera. Ma queste mie parole possono essere fuorvianti: chi se ne è andato oggi, era tutt’altro che il mero pozzo di scienza, l’erudito che tutto sa ma nulla fa oltre che discettare nei campi del suo sapere, estraneo alla vita sociale, al dibattito pubblico, alla dimensione civile.

E non mi riferisco solo alle centinaia di conferenze, e agli articoli, ai dibattiti, mai in tv, perché Cordero non era “telegenico”, non era “comunicativo”; non sorrideva, non urlava, non gesticolava: tutto l’opposto di certi personaggi divenuti star della TV e del web. Dalle labbra strette di Franco Cordero fuorusciva troppa cultura, troppo flebile la sua voce, troppo elevati i suoi ragionamenti, una sfida permanente alla perspicacia (e alla cultura) di chi lo ascoltava. Era un flusso incessante di sapere, che poteva stordirti, ma, sovente, anche nei momenti più aulici del suo argomentare, affiorava una ironia sottile, un sarcasmo gramscianamente appassionato, che si esprimeva in una forma lessicale raffinatissima, che mescolava arcaismi e neologismi, talora di sua invenzione, spaziando tra le lingue dal passato e le lingue moderne, mostrando quanto potessero essere vive le cosiddette “lingue morte”.

Forse i suoi capolavori sono “Criminalia. Nascita dei sistemi penali” (Laterza, 1985) e la monumentale biografia di “Savonarola” (che reca come sottotitolo “Vita calamitosa. 1454-1492”), edito ancora da Laterza (in 4 volumi), sul finire degli anni Ottanta (e ripubblicato da Bollati Boringhieri, 2009): un capolavoro storiografico, fonte incredibile di informazioni per chi voglia conoscere la vita pubblica fiorentina, ma anche i costumi, la sensibilità collettiva, il clima umano, alla fine del Medioevo.

Studioso, commentatore, narratore, Cordero era l’intransigenza morale e intellettuale fatte persona, l’uomo che non cercava lo scontro ma non si tirava indietro sulle questioni di principio, capace di rilanciare fino allo stremo. Fu così che venne espulso dalla Università Cattolica di Milano, dopo la pubblicazione del libro “Gli osservanti. Fenomenologia delle norme” (Giuffrè 1967, riedito da Aragno nel 2008), e la dura critica contenuta in quel testo alle gerarchie vaticane. Erano i tardi anni Sessanta, e nella Chiesa si stava affermando un lento, ma forte movimento anticonciliare: Cordero si batteva, anche, per una Chiesa capace di rinnovarsi, da teologo insieme preparatissimo ma radicale, attento alla persistenza del messaggio religioso. In tal senso il suo commento alla “Lettera ai Romani” di Paolo di Tarso (nel libro “L’Epistola ai Romani. Antropologia del cristianesimo paolino”, Einaudi 1972), è uno studio teologico, fedelissimo sul piano storico-filologico, ma anche originale, per qualcuno al limite dell’eresia, nella sua temeraria analisi della “Lettera”, producendo, alla fine, un testo politico, nel senso più alto.

Nell’età berlusconiana Cordero diede il meglio come notista politico, riservando all’ex cavaliere l’appellativo di “caimano”, che poi gli rimase appiccicato. E Cordero seguì passo passo Berlusconi-caimano nelle quotidiane scempiaggini e nelle sue nefandezze politiche e morali, quasi braccandolo, in punta di diritto, di etica pubblica, di buon gusto. I suoi lunghi, dotti articoli su “la Repubblica” (era allora un giornale!), ritratto dolentissimo dell’Italia, trovarono posto poi in volumi quali “Le strane regole del Signor B.” e “Nere lune d’Italia” (Garzanti, 2003-2004), che serviranno da guida agli storici futuri.

In fondo Cordero ci faceva comprendere che Berlusconi, con la sua stessa personalità, era lo specchio iperrealistico d’Italia. Di qui l’idea di un originalissimo controcanto al discorso di Giacomo Leopardi “Sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani” del 1824: si era nel 2011, e Cordero con amara attitudine confermava le sconfortate diagnosi del Recanatese sulla “scostumatezza” del popolo italiano. O si scorra, sulla scia, “Morbo italico” (edito da Laterza nel 2013), una lettura ancora oggi avvilente e insieme riconfortante, se vi sono (vi erano?) italiani come Franco Cordero.

Negli ultimi anni Cordero aveva scritto meno sui giornali, ma non aveva certo smesso di lavorare, in particolare a un romanzo, “La tredicesima cattedra”, che è in uscita tra pochi giorni presso l’editore “La nave di Teseo”. L’autore non lo potrà sfogliare, ma noi potremo consolarci della sua scomparsa prendendolo tra le mani, avviando l’usuale, istruttivo quanto impegnativo confronto dialettico con Franco Cordero e quello che oggi dobbiamo, ahinoi, chiamare “l’ultimo suo libro”.

Franco Cordero a Saluzzo, nel 2007, riceve il Premio “FestivalStoria” (ph. Eloisa d’Orsi)

La guerra fredda non è mai finita

Gli ultimi 25 anni ne sono stata una dimostrazione lampante. Dopo i primi entusiasmi seguiti al crollo del Muro, dopo le rassicuranti prospettive aperte dalle teorie demenziali, ma sciagurate, della “fine della storia”; dopo l’autoesaltazione dei grandi e piccoli opinion maker del liberalismo, che si fregavano le mani, ripetendo che loro lo avevano sempre detto, che il comunismo era il dio che aveva fallito, che il libero mercato era la sola possibilità per il genere umano, che avevano ragione la Thatcher e Reagan, quando dicevano  che lo Stato non era la soluzione del problema ma il problema…; ebbene dopo quella prima orgia trionfale, dopo che l’Unione Sovietica fu frantumata, dopo che l’ubriacone Boris El’cin fu messo al potere a Mosca, dopo che il mondo fu immerso in una guerra senza fine, dopo le centinaia di migliaia di cadaveri, dopo le distruzioni di intere nazioni, dopo la devastazione ambientale e climatica, qualcuno cominciò a mormorare che non andava “tutto bene”. E che il “dopo” si stava rivelando persino peggiore del “prima”. Ma intanto il nemico comunista era stato sostituito dal nemico islamico. Di un nemico c’era pur sempre bisogno, altrimenti come tenere a bada le masse dei subalterni? 

L’ordine post-1989 era diventato un ordine unipolare, con una sola superpotenza, gli Stati Uniti d’America, che divideva il mondo in buoni e cattivi, e stilava l’elenco dei “rogue States”, gli “Stati canaglia”, e si ergeva a giudice e sceriffo universale, imponendo una moneta, una lingua, una ideologia, un mercato. E per qualche anno le cose andarono avanti così, nella compiacenza subordinata del resto dell’Occidente. I partiti che si richiamavano alla tradizione socialista e comunista fecero “seppuku” ossia “harakiri”, a cominciare dal PCI, guidato dall’indimenticabile Achille Occhetto, che peraltro era soltanto la punta dell’iceberg, espressione di un partito che ormai da anni aveva gettato alle ortiche la propria identità ideologica e sociale, e che non vedeva l’ora di assaporare il gusto del potere.

Ma per quanto dichiarassero i suoi dirigenti (per intenderci, gli eredi di Bordiga, Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer), che sputavano sul comunismo, elogiavano i “capitani coraggiosi” che intanto distruggevano il tessuto economico del Paese, erano in prima fila nella battaglia per privatizzare tutto, si inchinavano alla NATO nelle guerre imperiali, in realtà continuavano ad essere guardati con sospetto dai loro ex avversari liberali. Sicché dovevano moltiplicarsi le prove di fedeltà all’Occidente, agli USA, e alla nuova creatura che stava formalizzando il proprio assetto istituzionale, la UE. Accade persino che i discendenti di Umberto Terracini, padre della Costituzione, non esitarono a ferire quella “sacra” Carta, inserendo nel dettato costituzionale il “pareggio di bilancio”, imposto dalla troika (che intanto affamava la Grecia), e divennero gli alfieri del “privato è bello”, in prima fila nella destrutturazione dello Stato sociale, nella sanità, nell’istruzione, nei servizi. E rincorrendo la Lega, all’ideologia della privatizzazione aggiunsero, in un micidiale “combinato disposto”, la regionalizzazione, a cominciare dalla Sanità, che ne ricevette un colpo le cui conseguenze sono davanti a noi in queste tragiche settimane.

E, ciliegia sulla torta, i “democratici”, divenuti più realisti del re, dopo aver approvato sanzioni contro Cuba, Venezuela, e Russia, imposte dagli USA,  giunsero a votare, nel Parlamento della UE., nello scorso settembre insieme a tutte le destre, una risoluzione che non soltanto equipara nazismo e comunismo, e attribuisce all’Unione Sovietica una pari responsabilità rispetto al Terzo Reich hitleriano, nello scatenamento della Seconda Guerra mondiale, ma invita governi e popolazioni a cancellare persino la memoria del comunismo, mentre redarguisce aspramente, e ridicolmente, i governanti russi, accusandoli di interferire pesantemente sulla politica dei Paesi della UE, turbandone la lineare vita democratica… Avrebbero dovuto mettersi sulla strada della democrazia, altrimenti non sarebbero stati più accolti nell’onorevole consesso delle Grandi Nazioni del mondo…

Poi, di colpo, giunse il Coronavirus, e davanti alla crisi, in un crescendo drammatico, mentre l’Unione Europea mostrava la propria dis-unione strutturale, l’annunciata “guerra comune al virus”, si rovesciava in una guerra di ciascuna nazione contro le altre, tutte, peraltro, in palese difficoltà nella situazione inedita, compresa solo via via nella sua gravità. Le classi dirigenti europee e occidentali hanno cominciato perciò ricorrere a qualsiasi espediente per cancellare le proprie responsabilità. L’Italia, naturalmente, data la miseria intellettuale e morale delle proprie classi dirigenti, ha fatto la sua parte in tal senso, e governanti e amministratori locali danno segni di affanno, di incertezze, di contraddizioni, senza uno straccio di autocritica rispetto alle scelte politiche scellerate del passato, che hanno quasi distrutto il Servizio Sanitario Nazionale.

Negli ultimi giorni, l’ottimismo dell’“andrà tutto bene” appare sempre più incongruo, davanti al moltiplicarsi dei contagi, e dei morti, a cominciare dagli operatori sanitari, un crimine della classe dirigente che dovrà poi esserle addebitato e da essa debitamente pagato. Mentre dunque la situazione invece di migliorare va peggiorando, e il blocco del Paese produce fame (che produrrà rivolta, come già sembra stia cominciando ad accadere nel Sud), mentre le strutture sanitarie sono prossime al collasso, dopo i tagli, la regionalizzazione, la privatizzazione, “l’Europa”, ossia la UE, volta le spalle con arroganza all’Italia, arriva dunque, un significativo soccorso proprio da Paesi estranei, e guarda caso, ex comunisti o tuttora almeno socialisti: a partire dalla Cina, e accanto o dopo, Cuba, Venezuela, Russia…. E allora, davanti alle porte chiuse dei soci del club europeo, questi Paesi offrono il loro aiuto, quell’aiuto che viene negato appunto da Germania Austria Olanda e via seguitando. Come si fa a rifiutare quelle mani tese?

Se qualche giorno fa si parlava dell’Italia “rossa”, per via delle zone di chiusura profilattica, ora c’è chi sempre scherzando parla dell’Italia rossa perché arrivano i (post)comunisti. C’è però anche chi prende sul serio l’avanzata rossa, e quella dei russi, che non saranno più comunisti ma sempre russi sono, e forse il comunismo lo hanno introiettato, e comunque sono nemici a prescindere…. Ed ecco, dopo l’invettiva di Maria Giovanna Maglie contro i cubani (salutati con un elegante “Vaff!”), dopo il tentativo incredibile di Salvini e Meloni di insinuare in modo neppure scoperto che il virus era stato creato in laboratorio dai cinesi (tra l’altro rilanciando un programma TV di anni fa, che parlava di tutt’altro), arriva ora La Stampa, per la penna di Jacopo Jacoboni, a esporsi in un delirante articolo che da noi ha suscitato la reazione sarcastica credo soltanto di Marco Travaglio, in un articolo-capolavoro  (Il Fatto Quotidiano, 26 marzo), ma ci ha esposto, all’estero, a una figura a dir poco vergognosa.

In sintesi, l’articolista del giornale della famiglia Elkann, sulla base di penosi “ragionamenti”, e di ridicole insinuazioni, di confidenze attribuite a fonti non precisate, a grotteschi sospetti personali (non ci eravamo accorti che Jacoboni fosse un esperto di geopolitica!), critica il governo italiano per aver accettato il subdolo aiuto russo, e mette in guardia le Forze Armate che si tengano pronte a isolare e respingere i medici russi, che, a prova della loro pericolosità, sono medici militari, che viaggiano su camion militari (russi!) e sono arrivati in aeroporto militare (italiano), e nessuno insomma li ha fermati. E a sfregio delle energie, di ogni genere, profusi dal governo russo in questa spedizione di aiuto medico-sanitario, Jacoboni ha l’ardire di affermare che “per l’80%” si tratta di aiuti inutili. E che in definitiva il subdolo Putin ha sfruttato l’emergenza sanitaria per insinuarsi nel territorio patrio, una sorta di testa di ponte, per arrivare, non, come si diceva un tempo, ad abbeverare i cavalli dei Cosacchi alle fontane di Piazza San Pietro, ma, forse, per imporre una signoria sul nostro Paese, staccandolo dal protettivo consesso europeo (di cui abbiamo appunto ammirato lo spirito di solidarietà e cooperazione nei nostri confronti!). In definitiva, un articolo cretino e sciagurato, che rischia di provocare un incidente diplomatico.

No, la guerra fredda non è mai finita. E se pure sul Cremlino non sventola più la bandiera rossa con falce e martello dell’Unione Sovietica, ma quella rossoblu della Federazione Russa, il nemico è sempre là. E del resto l’anticomunismo si è spesso accompagnato volentieri alla russofobia, da noi. E se il comunismo è venuto meno, la Russia esiste (per fortuna), e va tenuta a bada, messa in condizioni di non nuocere. Jacoboni è pronto a organizzare i GAR, i Gruppi di Resistenza Antirussi?

(27 marzo 2020)

Alcuni dei camion russi giunti con aerei-cargo all’aeroporto militare di Pratica di mare, e poi partiti verso la Lombardia per portare materiale e medici in aiuto agli ospedali della Regione. (Foto ufficiale russa)

aspettando l’alba

Notizia dell’ultima, o penultima ora: un contadino viene ucciso da un altro sorpreso a varcare la “zona rossa”, in quel di Fondi, presso Latina. Al centro operativo della Questura di Torino ieri sono giunte 600 (dicasi seicento) segnalazioni da parte di privati cittadini, che denunciano altri cittadini per violazioni delle restrizioni alla libera circolazione delle persone: la metà si sono rivelate violazioni insussistenti. Qualcuno opportunamente lancia un appello: non trasformiamoci tutti in sbirri. I quali sbirri non vanno tanto per il sottile: segnala un amico su Facebook, Salvatore Prinzi, una scena in una via del centro di Napoli, deserta, zona degradata, dove mai si vede polizia, e la legalità è soltanto una parola, perdipiù sconosciuta alla gran parte dei residenti. Ebbene, ieri pomeriggio era percorsa da quattro carabinieri su rombanti motociclette che si fermano a una panchina dove è seduta una coppia, debitamente fornita di mascherine: i due vengono avvicinati, documenti e tutta la trafila. Abitano a pochi metri, vogliono prendere una boccata d’aria, dato che la loro casa è piccola e umida. Mostrano il portone d’ingresso alle loro spalle. Niente da fare: la legge è legge. Sanzione d i 206 euro (e una denuncia), e gli è andata bene, perché da domani le sanzioni sono schizzate verso l’alto, da un minimo di 400 a un massimo di 3000. Intanto, i bus napoletani sono stipati all’inverosimile di persone, quelle costrette a muoversi, con tanto di autocertificazione, e siccome sono state ridotte le corse dei mezzi pubblici, ne consegue che devono stare l’una a ridosso dell’altra in un mezzo…

Forse è già troppo tardi. La caccia all’untore è già scattata? La sindrome della peste finirà per ammazzarci prima della peste?

Domande come queste, che troviamo o no la forza di porle, sono depositate dentro di noi, agitano le nostre menti, ci tolgono il sonno, generano ansia, e ci mettono a nudo nella nostra impotenza. Non abbiamo risposte, specialmente alla domanda delle domande, che ci preme nel cervello, e non osiamo neppure confessare: che fare? Non possediamo specifiche competenze in campo medico, epidemiologico, e soprattutto virologico; dunque non abbiamo soluzioni, al di là della protesta appartata e silenziosa, sempre più appartata e sempre più silenziosa, e al massimo, appunto, firmiamo o lanciamo qualche appello, caritatevole o di protesta: chiediamo risorse per il sistema sanitario nazionale, esortiamo il governo a chiudere le fabbriche, i più attenti tra noi denunciano – giustamente – il rischio autoritario insito nelle misure (spesso anticostituzionali, o al limite della legittimità) dei governanti, e incitano i concittadini a non farsi travolgere dalla paranoia.

Altri reagiscono cantando e suonando dai balconi, altri dando libero sfogo alla loro inventiva elettronica creando o rilanciando dei “meme”, che, come sappiamo, si diffondono come un fenomeno “virale” (che paradosso, a rifletterci! Resistiamo alla diffusione di un virus biologico diffondendo virus elettronici). Altri ancora, molti di più, fanno ricorso all’orgoglio nazionale, improvvisamente riscoprendo che l’Italia “è un Grande Paese”, che è pure “il Bel Paese”; e snocciolano i nostri pezzi forti, Raffaello e la Ferrari, Dante e Giorgio Armani, la Pizza e Giuseppe Verdi, Marconi e la Gioconda, la Torre Pendente e il Barolo… Ed è una profluvie di “Fratelli d’Italia”, di “Va’ pensiero”, nello sventolio del tricolore.

Non mancano coloro che, all’opposto, si chiudono in un mondo di paure, e nei loro discorsi si dilettano, quasi, a disegnare scenari distopici, certo sollecitati dallo sconsiderato allarmismo dei media, e accarezzati da foto (o fotomontaggi), che anche quando non provengano dalle innumerevoli fabbriche del falso, le famigerate, infinite fake news, invece che documentare sembra abbiano il solo scopo di allarmare, angosciare, e metterci alla mercé del primo che prometta salute privata e pubblica. Altri ancora, coscienziosamente, ma con un crescente tasso di nevrosi, vanno in caccia di informazioni, che non mancano, ma non sono (non siamo) in grado di sceverare il grano dal loglio, le notizie vere da quelle false, e le informazioni corrette spesso risultano superflue, tanto più per chi non appartiene al mondo della medicina.

Insomma, noi semplici cittadini, i “non esperti” e i “non governanti”, ci siamo scoperti inermi, privi di armi teoriche, conoscitive, e di armi pratiche, mediche e sanitarie, davanti alla tragedia. I governanti, locali e centrali, non sono che lo specchio della nostra impreparazione. Ma non spetterebbe proprio ai responsabili dei pubblici poteri, a Roma, come a Milano, a Torino, a Venezia, a Bologna, a Bari, a Palermo…, gestire, accanto all’ordinaria amministrazione, anche quella straordinaria? Tanto più che da molto tempo, gli esperti (quelli veri) annunciavano il rischio di pandemie? Tanto più che questo virus (il SARS-CoV-2, che procura la malattia Covid19) era sotto osservazione (addirittura dal 1997) e la sua pericolosità era nota.

Abbiamo invece subìto (e stiamo subendo) le conseguenze delle gravi incertezze e dei colpevoli ritardi del governo, delle assurde contraddizioni e delle illeceità giuridiche delle azioni dei poteri centrali e periferici, e abbiamo subito e stiamo subendo il ridicolo protagonismo del presidente del Consiglio che si atteggia a “capo del governo”, così come i presidenti delle Giunte regionali si atteggiano a “governatori”, figure, l’una e l’altra, che nel nostro ordinamento non esistono, si badi bene, ma che un sistema mediatico corrivo e pigro finisce per avallare, tra dolo e insipienza.

E intanto, ci è toccato altresì assistere al penoso balbettio di ministri, a odiose speculazioni politiche di chi non è in questo momento al potere, a conflitti, spesso grotteschi, tra centro (governo di Roma) e periferia (amministrazioni regionali) e, a cascata, persino a penose baruffe tra presidenti di Regioni e sindaci, tra Protezione civile e Aziende Sanitarie Locali, tra Giunte regionali e Prefetture…

Ancor più deprimente è il continuo scontro fra “tecnici”, in particolare tra virologi ed epidemiologi, e tra infettivologi e pneumologi, tra medici olistici e medici specialistici, per non parlare delle contese in seno alla stessa piccola comunità degli esperti di virus, la virologia, appunto: e agli scambi sconcertanti di accuse, insinuazioni, persino volgarità. Il tutto amplificato e deformato, iperrealisticamente, dalla televisione che non smette di “rilanciare”, e di fornirci una rappresentazione della realtà sensazionalistica, e in definitiva peggiore di quanto essa non sia, purché faccia audience (ah, quanta ragione aveva Pier Paolo Pasolini al proposito!). Siamo stati tutti sommersi da un maremoto di dati, spesso contraddittori, imprecisi, approssimativi, nei quali i catastrofisti litigavano con i rassicuranti, ma non sono mancati e tuttora sono in azione i negazionisti: coloro che dicono, ripetono, e sovente urlano scompostamente (vedasi quel figuro di Vittorio Sgarbi) che non esiste alcuna pandemia, e neppure una epidemia, trattandosi di una “banale influenza come un’altra”, supportati magari da figure di “saggi” come Giorgio Agamben che ha avuto l’ardire di sostenere (filosoficamente, s’intende!) che la vera malattia è la paura, non il virus. Impudenza e imprudenza degli uni e degli altri.

Certo, si può e credo si debba gioire delle manifestazioni spontanee o sollecitate, di solidarietà orizzontale, fra cittadini, con i ragazzi che si offrono per la spesa e l’assistenza agli anziani soli, con le collette di fondi per la Protezione civile, con i tanti, vari e spesso fantasiosi modi di stare vicino a chi ha bisogno. Ma è difficile frenare la rabbia pensando al fatto che il comune cittadino, dopo essere stato schiacciato, vessato o comunque non adeguatamente protetto da chi avrebbe dovuto istituzionalmente farlo, deve ora sobbarcarsi l’onere di dare la propria opera, il proprio sangue, il proprio tempo e il proprio denaro, per supplire alle carenze del potere. È difficile frenare la rabbia davanti alla obbligatorietà del lavoro in troppi casi, senza che venga garantita alcuna protezione a chi quel lavoro presta, negli uffici, nelle fabbriche, nei servizi, in tutte quelle situazioni che non possono essere gestite a distanza, con il cosiddetto smart working.

Intanto accanto ai cittadini ricoverati, e ai deceduti, per Covid 19 (anziani, ma non soltanto), l’elenco dei morti veniva e viene tuttora, giorno dopo giorno, ora dopo ora, paurosamente allungato da medici, paramedici, infermieri, e così via: morti che pesano doppiamente, questi ultimi, sulla coscienza civile di questo Paese. Un personale gettato allo sbaraglio dalla inettitudine e incompetenza dei loro dirigenti, dalla vigliaccheria governativa, e soprattutto da una lunga, sistematica devastazione del Servizio Sanitario Nazionale, a cui con particolare zelo, persino con accanimento, si sono dedicati nel corso degli ultimi  tre decenni almeno, politici di “centrosinistra” e di “centrodestra”, o se si vuole esponenti delle due destre che si alternano al potere, locale o centrale, senza alcuna forza politica e sindacale capace di opporsi allo sfacelo, le cui conseguenze erano facilmente prevedibili. E ora, con sfacciata noncuranza, si gettano allo sbaraglio i neolaureati, e si fa appello ai medici in pensione: andate tutti a morire per la patria, e la patria ve ne sarà grata…

Sì, la Patria. La situazione ha fatto “riscoprire” nell’orgoglio di chi vuole resistere, l’amor patrio, e la metafora guerresca è divenuta corrente; o meglio, diciamo che la costruzione dell’auto-apologetica assolutoria della nazione è stata parte integrante del lessico del potere, per cancellare o minimizzare le proprie responsabilità e nascondere le proprie incapacità. Il lessico bellico finirà, forse, per sostituire stabilmente quello sportivo inaugurato e imposto da Silvio Berlusconi (scendere in campo, fare squadra, portare a casa il risultato…). “Siamo in guerra”, “la guerra che stiamo combattendo”, “il nemico da sconfiggere”, “i medici in prima linea”, “gli eroi delle corsie” con la variante “gli angeli delle corsie”, “i caduti sul campo”, e via seguitando…; e intanto se ci affacciamo alle finestre, vediamo in azione blindati, camion dell’esercito, divise verdi accanto a quelle blu con strisce rosse dei Carabinieri e quelle azzurro-grigio della polizia. Se si alzano gli occhi al cielo elicotteri e droni a sorvegliare la “zona di guerra”. E finiamo per convincerci che davvero è una guerra, se allunghiamo lo sguardo verso strade deserte, piazze vuote, e dalla radio e dalla tv non riusciamo a sottrarci ai “bollettini di guerra” (espressione ormai codificata). E la guerra richiede misure eccezionali, comprese la sospensione dei più elementari diritti degli individui, in un crescendo di limitazioni, alcune ovvie e giustificate, altre cervellotiche e controproducenti (vedi la passeggiata di singoli in un giardino, o godere uno spicchio di sole su di una spiaggia).

Siamo tutti, ormai, dentro la logica pericolosa e sovente illogica dell’emergenza, spinta oltre i limiti dell’intelligenza e della decenza, e applicata con rigidità, spesso con cattiveria, dai tutori dell’ordine, spesso quasi con un certo gusto; per loro l’emergenza significa licenza? Ci fosse almeno a corrispettivo un’autorità politica, amministrativa, scientifica a darci fiducia. Purtroppo non c’è. E noi staremo qui, stancandoci a un certo punto anche di seguire la stampa, la radio, la televisione. Subiremo, semplicemente, aspettando che questa lunga notte passi, esercitandoci, nel contempo, nella nobile scienza della resilienza, e attivando ogni nostra risorsa nella difficile arte della speranza. Ma intanto, attrezzandoci, sul piano culturale, compreso quello specificamente scientifico, e lavorando, sul piano squisitamente politico, per essere in grado di rilanciare la lotta, la più dura possibile, domani, con alcuni obiettivi di fondo, primo fra tutti, la difesa e il rilancio di tutto ciò che è da considerare bene comune, non privatizzabile, non “regionalizzabile”, non commercializzabile: l’ambiente, la salute, l’istruzione, il patrimonio culturale, il paesaggio. Ricordiamocene appena sorgerà l’alba.

(Articolo pubblicato su “MicroMega”, il 25 marzo 2020, l’immagine è tratta dalla stessa fonte)

La difficolta’ e la necessita’ della speranza

“… è sperare che è difficile. Quel che è facile è istintivo è disperare, ed è la grande tentazione”. Così ammoniva lo scrittore cattolico Charles Péguy (morì a 41 anni nel settembre del 1914, proprio all’inizio della prima battaglia della Grande guerra, dove era andato volontario).
Parole che dovremmo sforzarci di ricordare e fare nostre in questi frangenti drammatici della nostra storia. E vincere la “grande tentazione”: il disperarsi, l’abbandonarsi alla disperazione, che in fondo, a ben vedere, ci appaga, in certo senso, ci cava dagli impacci, ci fornisce alibi, ci facilita nella rinuncia alla lotta, quella rinuncia che forse in cuor nostro, segretamente avevamo già scelto.
La disperazione in tal senso è individualistica, sempre; la speranza può essere invece collettivistica, comunitaria, sociale. E può, e deve – per come io la penso, a differenza di Péguy che associava la speranza alla fede – implicare l’azione, la lotta, all’opposto della disperazione che invece implica la rinuncia e l’inazione.
E una delle cose da fare oggi è non perdere la lucidità, non farsi obnubilare dall’emozione, combattere per rimanere svegli anche nel buio di questa lunga notte, e nel prendere buona nota dei fatti e delle parole e dei nomi. Domani, quando tutto questo sarà alle nostre spalle dovremo riprendere la lotta e presentare il conto a tutti coloro – singoli e gruppi – che si sono assunti responsabilità gravissime, dovremo far pagare loro le incompetenze e le prevaricazioni, la disonestà e l’inganno dei popoli, il privilegiare l’interesse di pochi rispetto all’interesse generale, la stolida apologetica del “privato” a scapito del pubblico.
Anche per questo conviene resistere e lottare, anche per questo dobbiamo coltivare la speranza di farcela: per presentare domani il conto a lor signori. Resistiamo e speriamo, dunque, oggi; non cediamo alla tentazione facile del disperarsi.
All’immagine (un’opera di Muzi del 1973, proprietà della Fondazione Longo) oltre all’ovvio significato politico di liberazione degli oppressi, sotto le bandiere del socialismo, oggi possiamo anche attribuire il senso della liberazione dal morbo che ci sta mettendo a così dura prova. Una doppia speranza che coltivo e voglio condividere con i miei amici e “seguaci”.

(Nato come post sul mio profilo Facebook, il 15 marzo 2020, è stato poi pubblicato su “AlgaNews”, il 16 marzo)

LE LEZIONI DEL CORONAVIRUS

Grande è la confusione sotto il cielo.

Parlano tutti, esperti, politici, comunicatori, tutti in cerca di visibilità; tutti sono in contrasto con tutti; governo e regioni non si mettono d’accordo; abbiamo scoperto una infinità di virologi, che ovviamente parlano linguaggi iniziatici, e non concordano quanto ad analisi, previsioni, soluzioni divergenti, specialmente sulla pericolosità del virus, la durata dell’epidemia, il rischio che si trasformi in pandemia, e via seguitando. E giungono a polemizzare aspramente fra di loro, in seno alla categoria.

Abbiamo visto i balbettii del Presidente del Consiglio, incerto sul da farsi; e quelli dei leader politici, senza cognizione di causa e spesso anche di buon senso, preoccupati solo di lucrare elettoralmente della situazione. Persino le strutture ospedaliere appaiono ora concorrenti ora avversarie, in una gara non dichiarata a chi fa meglio il proprio lavoro, con velate allusioni più o meno polemiche sulle istituzioni omologhe. Abbiamo sentito un presidente di Regione, Luca Zaia, del Veneto, esibirsi senza ritegno in un passaggio di cabarettismo razzista, contro cinesi che… “li-abbiamo-visti-tutti-mangiano-i-topi-vivi”. Un altro “governatore”, Attilio Fontana, della Lombardia, lo abbiamo ammirato nel numero comico del metti-la-mascherina-in-diretta, anche se è tutta, e solo sceneggiata.

Abbiamo sentito deputati e senatori che, senza alcuna competenza in merito, hanno berciato in Parlamento irridendo alle misure precauzionali di cui si stava finalmente parlando (per tutti ricordiamo l’intervento dell’“onorevole” Vittorio Sgarbi, un esempio di irresponsabilità e, of course, di volgarità e senza pari). Abbiamo letto titoloni dei quotidiani, non privi di razzismo a loro volta. Abbiamo sentito un ministro (degli Affari Esteri, Luigi Di Maio), parlare, con temerario sprezzo del ridicolo, del “coronavairus”…

Abbiamo letto dotti e pensosi articoli di filosofi che hanno applicato le astratte teorie dello stato di emergenza e simili, per rappresentare la situazione in cui l’Italia si trova e ossia criticare aspramente le prime misure di “contenimento”: dimenticando semplicemente che qui siamo davanti a un fatto, prima di tutto, epidemiologico, che nasce da un virus pericoloso e quasi ignoto, che si sta diffondendo, davanti al quale la comunità scientifica è ad oggi quasi impotente.

Abbiamo irriso alla Cina, prima per la sua mancanza di igiene (Zaia docet, sempre), poi per l’autoritarismo dei suoi governanti che hanno chiuso in casa decine di migliaia di persone, e ci siamo beati della nostra creatività, della libertà regnante nel Bel Paese, della discrezione e dell’accoglienza, della continuazione di ogni attività, per non cedere alla psicosi (che peraltro i politici creavano a gogò), magari tirando in ballo la privacy e il suo rispetto assoluto. Risultato? La Cina, da cui l’epidemia è partita, sta chiudendo, favorevolmente in tempi rapidissimi, la partita col virus, mentre l’Italia è diventata il centro del contagio a livello mondiale, con le conseguenze economiche e sociali e culturali che sono sotto i nostri occhi, e che diverranno assai più evidenti, drammaticamente evidenti, nei prossimi giorni e nelle prossime settimane.

Eppure questa crisi ci fornisce molte lezioni, tutte da apprendere, o comunque sulle quali sarebbe utile una riflessione collettiva. Ne indico qualcuna, schematicamente, come avvio di un dibattito (anche se temo non ci sarà).

Prima lezione

Lo Stato che funziona è uno Stato che nei momenti di crisi sa accentrare poteri e funzioni nelle sue mani: il decentramento, con i suoi princìpi (nobili o più spesso ignobili), costituisce un problema, invece che la soluzione, per la disparità delle soluzioni, la diversità delle iniziative, la difficoltà del coordinamento fra le Regioni e fra i diversi enti territoriali.

Seconda lezione

La Sanità e l’Istruzione, come beni comuni, devono essere gestiti a livello centrale. La regionalizzazione di questi ambiti è stato un errore catastrofico, al quale va posto rimedio, subito. Sanità e Istruzione devono essere gestite dallo Stato, a livello centrale, non dalle Regioni a livello locale.

Terza lezione

Nelle situazioni di crisi, nei momenti di “emergenza”, che entri in campo la Protezione civile, o meno, occorre unificare e accentrare la macchina addetta agli aiuti, ai sostegni, ai soccorsi. Tale macchina, quale che sia la sua forma (Comitato o simile), deve essere unica e unitaria, e deve essere in grado di intervenire su ogni piano, per qualsivoglia problematica, da quelle igienico-sanitarie a quelle idrogeologiche.

Quarta lezione

Nelle crisi la tempestività è essenziale, e la prudenza è obbligatoria. La sottovalutazione dei problemi causa sempre disastri, la sopravvalutazione no.

Quinta lezione

Nelle crisi igienico-sanitarie, come in quelle idrogeologiche, occorre che la politica e l’informazione abbiano totale rispetto degli esperti e dei tecnici. Occorre che anche i comunicatori da social media assumano un atteggiamento di prudenza e di silenzio, fino a che non abbiano informazioni attendibili, piuttosto che parlare a ruota libera, secondo simpatie e idiosincrasie, o sulla base del “non sono un esperto, ma penso che…”.

Sesta lezione

La libertà è certo il bene fondamentale, in simbiosi con la giustizia; ma quando si verifichino situazioni di crisi in una società complessa, il bene è uno solo: quello che i romani etichettavano salus Rei Publicae, la salvezza della comunità. E in nome di quel bene primario, la limitazione della libertà individuale può essere necessaria, e salvifica, per quanto spiacevole, purché sulla base di leggi: norme esplicite, univoche (ossia non sottoposte ad arbitrarie interpretazioni), ragionevoli, e limitate nel tempo, e come tutte le leggi sottoposte a verifica di legittimità dagli organi competenti, indipendenti.

Settima lezione

Nel Protagora, Platone scrive, che nell’agorà, ossia nello spazio pubblico dedicato al dibattito fra i cittadini, quando si parla di navi intervengono solo i costruttori di navi, quando di parla di edifici, la parola è agli architetti; ma quando si parla di politica, tutti hanno facoltà di dire la loro. Il Coronavirus è un “fatto” che richiede che la parola sia riservata agli studiosi, mentre i politici, governanti centrali e locali, dovranno semplicemente tradurre in atti politici le “sentenze” degli esperti, ricordandosi che il loro ruolo è quello di preservare e amministrare il bene pubblico, a cominciare da quello fondamentale: la vita e la salute degli amministrati, ossia la salus Rei Publicae.

(Articolo pubblicato in “AlgaNews”, il 5 marzo 2020)

Immagine del Coronavirus al microscopio elettronico, in mezzo alle celluler (Foto NIAID-ML, tratta da “Il Foglio”)

Un libro racconta l’autunno caldo sotto la mole

Una fotografia può essere assai più di una illustrazione, e può valere molto più anche di un documento in forma scritta: in termini di capacità di comunicazione, certo, ma anche sul piano della pregnanza. Ogni tipo di documento serve, nell’attività storiografica, si sa: la massa documentaria che il passato, lontanissimo come recentissimo, ci offre è come il maiale: non si butta via nulla, tutto serve, ogni pezzo ha una sua utilità. Ma le fotografie sono un documento di tipo particolare. E a volte, lo si sa, e lo si ripete, una foto può valere più di mille parole.

È il caso di “Torino ’69”, un volume riccamente illustrato, di Ettore Boffano, Salvatore Tropea, Mauro Vallinotto, edito da Laterza. Le immagini vincono, e alla grande. Al di là dei meriti eventuali del fotografo – il bravissimo Mauro Vallinotto – e di quelli di chi scrive – due giornalisti di lungo corso, espertissimi delle vicende torinesi, Ettore Boffano e Salvatore Tropea, fondatori dell’edizione cittadina de la Repubblica –, questo è un libro che racconta Torino, la Fiat, il Sud, e il Nord, nel loro difficile incontro/scontro, e in verità l’Italia tutta, in una stagione che va molto al di là e sta molto al di qua della data in copertina. Al di là e al di qua: questo è uno dei punti più complessi e discutibili del volume, devo aggiungere subito. Detto altrimenti, la periodizzazione, uno degli elementi nodali del lavoro di chi fa storia: individuare le cesure e le continuità, un atto non facile, perché assai numerose sono le questioni in ballo, a cominciare dalla soggettività di chi scrive.

Quando inizia il ’69, in primo luogo? Dai fatti di Corso Traiano, il 3 luglio, secondo gli autori. Tesi discutibile.

Il Sessantanove italiano è in realtà una parte di un’endiadi: l’altra parte è il Sessantotto, che nel panorama internazionale rappresenta un unicum: è un unico movimento, che occupa un biennio. In tal senso, allora, il Sessantotto torinese inizia dall’occupazione di Palazzo Campana (giustamente ricordata dagli autori), il 17 novembre 1967. E senza una vera soluzione di continuità si giunge al 1969.

Naturalmente è lecito tentare di distinguere i due anni, ma allora il 1969, ossia l’autunno caldo, mi pare difficile farlo iniziare da quell’episodio. Si aggiunga che gli autori fanno degli andirivieni cronologici, non limitandosi affatto a quel biennio, ma risalendo indietro, al 1962 (Piazza Statuto), ai fatti di Ungheria (1956), e via seguitando in un tentativo comunque di mettere sotto gli occhi dei lettori i dati che segnano la rapidissima e quasi violenta trasformazione di Torino, da ex capitale politica a capitale industriale dalla nostalgia alla preoccupazione, davanti all’invasione dei “napuli”, i “moru”, le “terre da pipe”, i “terroni”, e via seguitando in una lunga galleria di colorite espressioni dal sapore razzista, anche quando “simpaticamente” espresso…

Le resistenze, dunque, vi furono, all’ondata dei meridionali, quelli che, come informavano centinaia di cartelli (ma anche di annunci sui quotidiani), non si affittava: e quello era un periodo in cui si trovava casa con facilità, ma per quegli uomini (prevalevano di gran lunga i maschi, d igiovane età), che giungevano dal Mezzogiorno, poteva diventare un’odissea faticosa e umiliante. Eppure quelle resistenze vennero travolte, malgrado gli sforzi in senso contrario da parte di alcune delle centrali egemoniche; si pensi alle pagine cittadine della Stampa, grondanti di razzismo, anche se i suoi padroni – la Fiat e gli Agnelli – avevano bisogno di quella manodopera. In generale (e meglio sarebbe stato sottolinearlo nei testi di accompagnamento alle immagini) è, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, un’intera classe politica a risultare impreparata, compresa quella comunista. Così come si palesa una certa sclerosi del sindacato, sorpassato dai comitati di base, in una inaspettata riemersione della “democrazia operaia” teorizzata da Gramsci nel 1919…

Fu la Chiesa cattolica, rispolverando la tradizione dei santi sociali piemontesi, a esercitare un importantissimo ruolo di supplenza, nella gestione di una situazione del tutto nuova e dirompente. Emerge altresì la debolezza culturale e l’assenza di un’etica dell’impresa nella proprietà e nella dirigenza FIAT, e i contrasti interni. Diego Novelli, mitico sindaco rosso degli anni Settanta, racconta un episodio interessante, al riguardo, relativo alla richiesta rivoltagli da Umberto Agnelli di metterlo in contatto con Luciano Lama, il grande capo della CGIL. La cosa non si fece per la recisa opposizione di Cesare Romiti, da cui si giunse poi alla grave sconfitta degli anni Ottanta. In precedenza, il passaggio nella direzione dell’azienda da Vittorio Valletta a Gianni Agnelli fu un passaggio dalla padella alla brace, che non recò benefici né all’impresa né ai lavoratori. Capitalismo padronale e neocapitalismo modernizzatore a parole, finirono per convivere in una faticosa gestione della maggiore azienda privata italiana.

Le interrelazioni con il resto del mondo, nei testi, sono quasi assenti, ma andrebbero tenute presenti per capire quegli anni. Nixon, l’escalation in Vietnam, ma anche in Cambogia e Laos, con gli effetti che produsse, anche nell’immaginario (“Agnelli l’Indocina ce l’hai in officina”, fu uno degli slogan più fortunati di quella fine decennio…). Meno rilevante, ma comunque importante, l’elezione di Arafat: la questione palestinese irrompeva nel dibattito politico. Le dimissioni di De Gaulle a fine aprile. La morte dello studente Jan Palach (inizio anno). La rottura del gruppo del Manifesto in seno al PCI. Gheddafi al potere in Libia (settembre). Il festival di Woodstock nello Stato di NY (agosto). Lo scontro sul fiume Ussuri tra Repubblica Popolare Cinese e URSS simbolo dei due comunismi ormai inconciliabili. E mentre la Russia dei Soviet perdeva il suo appeal, la Cina di Mao ne acquistava e un forzosamente redivivo “marxismo-leninismo” acquistava una quarta icona da inserire accanto al “trittico” Marx Engels Stalin, il faccione di Mao Zedong, il “grande timoniere”. E i “cinesi”, che ben presto si frammentavano in linee contrassegnate da colori, diventano una componente significativa, anche se non maggioritaria, del movimento di lotta, più fra gli studenti che fra gli operai.

Altrettanto nuova la “sinistra extraparlamentare”, che mostrava le maggiori contiguità tra movimento degli studenti e lotte operaie. A Torino la Lega Studenti Operai fu un fenomeno interessante, e addirittura vi fu un Gruppo Gramsci, rara avis in un mondo in cui a dispetto dei richiami oggettivi tra le due ondate di consiliarismo, a distanza di mezzo secolo (1919-1969), il rivoluzionario sardo venne ignorato quasi totalmente. Fu Bruno Trentin a cogliere, con la sua lucida intelligenza, le somiglianze, parlando per primo (e bene fanno gli autori a richiamarlo) di un “secondo biennio rosso”, aggiungendo che questo era più importante del primo: e il giudizio viene avvalorato dagli esiti di quel biennio, opportunamente elencati nel libro. Personalmente non condivido l’enfasi con cui Giovanni De Luna parla, nelle conversazioni con gli autori (“Fu un momento magico e irripetibile…”, p. 204) e uno sforzo di valutazione critica è necessario, ed è ciò che fanno, pure direi sotto traccia gli autori, i quali comunque si limitano per lo più a tentare di rappresentare, “fotograficamente” – e qui si percepisce l’egemonia del linguaggio delle immagini – non solo quell’anno ma l’intero dopoguerra fino oltre gli anni Settanta, con la più volte evocata marcia dei 40.000.

Il libro dal punto di vista della ricostruzione appare rapsodico, a dispetto degli sforzi degli autori di costruire delle sequenze, e questo se da una parte rende più debole sul piano storiografico, ne aumenta la leggibilità, in quanto risulta una chiacchierata, ricca di stimoli, con giudizi generalmente condivisibili.

Condivido assolutamente il giudizio conclusivo: “l’Autunno caldo non fu soltanto un affare di sindacati e di padroni, ma segnò l’epifania, e la venuta in primo piano, della questione operaia nella società italiana” (pp. 202-203).

(Articolo pubblicato su “MicroMega”, on line, il 3 marzo 2020)

La polizia sgombera gli occupanti di case in un quartiere periferico a Torino (Foto Mauro Vallinotto, tratta dal libro “Torino 1969”)

La causa di Julian Assange è la causa della verità e della giustizia

«Mi piace aiutare le persone vulnerabili, mi piace fare a pezzi i bastardi»: questa dichiarazione di guerra di Julian Assange, confessata in una dichiarazione al settimanale tedesco Der Spiegel è la spiegazione della incredibile persecuzione che questo giornalista, questo attivista, questo paladino della verità sta subendo ormai da troppo tempo, e che ora a Londra, sta per concludersi o passare alla fase finale, con la terribile prospettiva di una detenzione a vita in una prigione statunitense.

Perché dunque tale accanimento contro “il biondo australiano”? Si è tentato anche di metterlo fuori gioco con una facile accusa di stupro, poi caduta. Si è corrotto il presidente ecuadoriano Lenin Moreno perché ritirasse l’asilo politico concesso ad Assange, che era rimasto per anni nell’ambasciata del Paese a Londra. Si è mobilitata una legione di commentatori in tutto l’Occidente, con il compito di dimostrare che Assange è pericoloso per la libertà, la democrazia, la sicurezza e quant’altro. Più fortunato di lui, Edward Snowden, accusato più o meno di “crimini” analoghi, trovò rifugio in Russia, dove vive tuttora. Vicende tormentate sono state anche quelle di Chelsea Manning (all’epoca, ufficiale USA addetto all’intelligence) in prigione dopo aver ottenuto la grazia da Barack Obama, e nuovamente incarcerata nel 2019, e sottoposta in più alla misura pecuniaria di 1000 dollari al giorno! Anche per lei la colpa era di aver rivelato segreti di Stato, che potevano, se messi a nudo, nuocere alla “sicurezza nazionale”: si trattava prevalentemente della guerra in Iraq e dell’uccisione deliberata di civili da parte dei militari yankee (tra l’altro la Manning ha passato ad Assange alcune delle informazioni secretate che lui poi ha reso pubbliche).

 Assange, prigioniero della “giustizia” britannica (pur non avendo in realtà più condanne da scontare) dopo essere stato trascinato con violenza fuori dei locali dell’Ambasciata dell’Ecuador, viene sottoposto a trattamenti inumani e degradanti, e ora, nel processo, gli viene di fatto impedita la possibilità di difendersi, racchiuso in una gabbia di vetro, dove non riesce né a sentire né a farsi sentire. AI suoi difensori vengono opposti ostacoli di ogni genere; la presidente del tribunale rivela una ostilità preconcetta che richiederebbe la ricusazione; il giorno dell’apertura del procedimento, Baltasar Garzón, il giustamente celebre giudice spagnolo, che abbandonò la tonaca della magistratura per indossare quella dell’avvocatura, ha tentato invano di stringere la mano al suo assistito, invano perché le guardie lo hanno fisicamente impedito. Una scena che mostra in tutta la sua incredibile violenza la situazione in cui Assange è ristretto, a guisa di un criminale,dei peggiori, mentre la sua colpa, lo ripeto, è quella di averci mostrato qualche barlume di luce nel buio in cui il potere si auto-protegge.

Come mi è già capitato di osservare se si può spiegare la persecuzione contro quest’attivista della verità (e che è evidente da quel suo proposito di “fare a pezzi i bastardi”) è quasi incredibile il silenzio del mondo progressista, degli osservatori illuminati, e in generale della piccola borghesia riflessiva. Certo si dirà che ora  l’emergenza, vera o presunta, del Covid,  ha fatto passare quasi in silenzio la notizia dell’avvio del processo che, se Assange fosse sconfitto (come è ahimè probabile), lo vedrebbe diventare un recluso a vita in un carcere Usa. Ma il fatto è che da anni dura la persecuzione nei confronti di questo cittadino che si batte per tutti noi. Da anni è considerato un nemico pubblico dell’Amministrazione Usa, e si sa che Washington ha stuoli di scrivani, travestiti da giornalisti, a libro paga, direttamente o indirettamente.

Colpisce anche sovente la protervia con cui coloro che si sono presi la briga di affrontare il tema lo hanno trattato.  E turba nel contempo la sottovalutazione della questione in coloro che pure sono pronti alla critica e alla polemica. Cito per tutti Michele Serra, brillantissimo giornalista satirico, poi divenuto “scrittore”, quindi “commentatore”, anzi, opinion maker, o forse influencer, per ricorrere a espressioni amate dal chiacchiericcio corrente. Turba la conversione di Serra al mainstream, inquieta il suo addomesticamento: come dimenticare il suo schierarsi, senza una vera motivazione, a favore dell’obbrobrioso referendum del dicembre 2016, quello Renzi-Boschi? Purtroppo non fu un incidente di percorso. Serra era ormai sulla via della post-democrazia. Il suo atteggiamento sul “caso Assange” lo dimostra in modo crudo, quasi osceno. Pochi giorni or sono (il 19 febbraio) in una delle sue “Amache” su la Repubblica , l’inventore di Cuore e della micidiale rubrica “Il giudizio universale”, che molti ricorderanno,  si schierava a favore della tesi Assange spia (dei russi, e di chi, se no?), negando, in modo reciso, la qualifica di eroe della libertà di informazione.  Scopro poi, grazie a una segnalazione, che Serra aveva già tuonato contro Assange ben tre anni or sono, scagliandosi contro l’assoluta trasparenza (ironizzando Serra la chiama “glasnost totale”) degli atti di potere, lasciando intuire che si tratta di  roba da regimi totalitari. Ecco, Serra che diventa filosofo politico, non me l’aspettavo proprio. E che arrivi a sostenere tesi così ardite, fa sobbalzare un allievo di Norberto Bobbio come il sottoscritto, che da quel grande maestro ha appreso una semplice equazione: dove c’è invisibilità degli atti di potere, non c’è democrazia e viceversa. La democrazia si nutre di trasparenza. Dove c’è buio, intorno a chi gestisce la cosa pubblica, o dove c’è anche semplice opacità, la democrazia è ferita mortalmente.

Se sfogliate il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari, nella versione on line, trovate, sopra o sotto l’articolo di Serra, questo soffietto auto pubblicitario, firmato, direi in pompa magna, dal direttore Verdelli: “La Repubblica si batterà sempre in difesa della libertà di informazione, per i suoi lettori e per tutti coloro che hanno a cuore i principi della democrazia e della convivenza civile”. Un bel principio deontologico, non v’è che dire. Ma si sa, un conto la teoria, un altro la pratica.

Ai commenti di Michele Serra, che in effetti contraddicono pesantemente quell’affermazione stentorea del suo direttore, preferisco quello di Roger Waters: in un discorso teso e appassionato l’ex guida del gruppo dei Pink Floid, a Londra, nel giorno stesso dell’inizio del processo, ha scandito, tra le altre questa frase: quello di Julian Assange è un nome “che va scolpito con orgoglio in ogni monumento per il progresso umano”. Sottoscrivo e invito tutti a mobilitarsi per la libertà di un uomo giusto che viene colpito proprio perché è un uomo giusto, in un mondo in cui l’ingiustizia è legge.

Articolo pubblicato sul quotidiano “AlgaNews” del 28 febbraio 2020

Julian assange un eroe dei nostri tempi

A proposito di “emergenza”, rimane, a mio avviso, al primo posto l’informazione, in questo Paese. O meglio la disinformazione, dei media, a cui si aggiunge quella dei social, troppo sovente, anche se, nello stesso tempo,contraddittoriamente, le reti sociali sono uno straordinario messo di controinformazione gratuito e diffuso. Questo vale per il “Covid” (o Coronavirus), autentico festival della disinformazione, in cui politici nazionali, amministratori locali, spesso secondati da specialisti in cerca di notorietà, stanno imbottendo il cranio del popolo italiano di mezze verità ossia di mezze menzogne, con l’effetto-panico che è sotto i nostri occhi.

Ma l’emergenza informazione concerne ogni ambito: ma specialmente la politica internazionale: America Latina, Medio Oriente, Russia, per citare solo tre aree geopolitiche, sono terreni sui quali la costruzione del nemico va di pari passo con l’occultamento della verità e con narrazioni di comodo, prive di qualsivoglia fondamento nella realtà dei fatti e nella loro base storica.

Leggevo la cronaca di un corrispondente da Londra del quotidiano “la Repubblica”, che con la direzione di Carlo Verdelli è riuscito a peggiorare rispetto al mediocre risultato della precedente direzione di Mario Calabresi. Tanto quella era sotto tono, tanto questa è sovra-tono, con titoli gridati che vorrebbero scimmiottare forse “Il Manifesto” e le sue mitiche prime pagine, ma risultano soltanto ridicoli. Per il resto si tratta ormai di un giornale quasi di gossip, non così diversamente peraltro dai suoi (falsi) concorrenti.

Il surriferito corrispondente, tale Antonello Guerrera, raccontava un paio di giorni fa dell’inizio dell’infame processo a Julian Assange, per l’eventuale estradizione negli USA, dove lo aspettano condanne (probabilmente già decise in caso di estradizione) a circa due secoli di prigione. Per quale colpa? Aver detto la verità, ossia quello che i non sanno fare, o meglio non vogliono fare, i sedicenti giornalisti de “la Repubblica”, nella loro ampia parte, come delle altre testate padronali, che sono espressione di gruppi finanziari che possiedono ormai i 4/5 della carta stampata.

Dunque il corrispondente da Londra, si diletta nella descrizione ambientale, nel quadretto di colore, soffermandosi sulle “mise” delle signore, sul “maglioncino platino” dell’imputato Assange, e così via, con un tono faceto, quasi come se tutto fosse una festicciola per esperti di pettegolezzo modaiolo.

E invece no. Qui si tratta della vita di un individuo, che non esito a definire un autentico eroe dei nostri tempi, Julian Assange, che ha subito da anni una persecuzione che va oltre ogni limite, e che sta rischiando ora di peggio. E, ripeto, la sua colpa è avere svelato ai popoli di che lagrime e di che sangue grondi il potere, specialmente quello che si raggruma nella grassocce ma tutt’altro che innocenti mani del presidente degli USA.

Con ambigua “prudenza” il giornalista conclude: “Assange, criminale o martire della libertà?”

Un interrogativo non solo squalificante per una persona pagata per accertare la verità e raccontarla (il giornalista), ma che suona come un dubbio infamante, nei riguardi di una persona che ha fatto tutto ciò che ha fatto, e ha subito tutto ciò che ha subito, proprio in nome della verità, ossia della trasparenza del potere, che come insegnava il mio maestro Bobbio, è il primo requisito della democrazia.

Ci stiamo battendo troppo poco per Assange, un vero angelo della democrazia, come è stato appellato. Siamo pronti a scendere in piazza, a fare striscioni, sit-in, flash mob, e quant’altro per chiunque o quasi, ma di Assange sembra non fregarci nulla. Perché?

Nel video si può trovare una rapida, efficace sintesi della vicenda Assange, una vicenda che grida vendetta e che dovrebbe chiamarci tutti alla mobilitazione.

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Un video sulla vicenda Assange, tratto dalla pagina Facebook “COMITATO PER LA LIBERAZIONE DI JULIAN ASSANGE”

(L’immagine è tratta da Wikipedia)

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Eclettico e fuori degli schemi. Addio a GIOrgio Galli

Anche Giorgio Galli ci ha lasciato, proprio alla fine di questo anno terribile. È morto, per infarto, oggi, 27 dicembre 2020. Aveva 92 anni: la sua è stata una esistenza lunga e laboriosa. Negli ultimi anni era piuttosto dimenticato, ma in passato aveva goduto di una notevole fama tra politologi, storici del pensiero e dei movimenti politici, opinionisti. In accademia non godè di gran fortuna, sebbene sia stato a lungo professore all’Università statale di Milano (non ottenendo mai la cattedra, se non ricordo male): in particolare venne sempre considerato un “estraneo” alla disciplina che insegnava, e che fu la mia, la Storia delle dottrine politiche, a cui dedicò anche uno svelto manuale (per Il Saggiatore, nel 1985).

In effetti Galli non aveva i “quarti di nobiltà” che questa disciplina, piuttosto parruccona e retriva rispetto all’innovazione e idiosincratica verso l’originalità, richiede; né lui fece alcunché per ingraziarsi i boss, un passaggio indispensabile se non si voleva essere emarginati o quanto meno variamente penalizzati (parlo per personale esperienza). D’altro canto, egli, scrittore prolifico (un’ottantina di libri!), eclettico fino all’estremo, viaggiò sempre su terre di confine, in territori che era difficile identificare in modo certo e definitivo: il meglio di sé lo diede negli anni Sessanta, con la formula del “bipartitismo imperfetto” (il volume così intitolato fu pubblicato dalle edizioni del Mulino nel 1966) per identificare la situazione politica italiana, bloccata fra DC e PCI: imperfetto perché, da un canto, in fondo vigeva quello che il giornalista Alberto Ronchey aveva chiamato “Il fattore K”, per indicare l’ipoteca (negativa a suo parere) del comunismo sul PCI, che impediva una sua ascesa al governo del Paese, mentre d’altro canto la DC era per varie ragioni, a cominciare dal sostegno del Vaticano e delle gerarchie cattoliche, inamovibile. In sostanza dei due componenti del campo bipartitico,  uno (il PCI) era di fatto impossibilitato all’ascesa al potere per ragioni ideologiche (il comunismo, e la “fedeltà” all’URSS), e l’altro (la DC) era embricato nella società italiana, tra istituzioni e forze sociali ed economiche, a tal punto che neppure le cannonate avrebbero potuto scollarlo dal governo. Eppure quei due competitors erano in combutta nel sottogoverno, nella gestione di clientele, di apparati sindacali, e quant’altro.

Le altre opere rilevanti di Galli non furono mai tecnicamente di storia del pensiero politico, ma sempre aperte e talvolta incerte, tra scienza politica e storia dei partiti, tra sociologia e filosofia politica, opere spesso discutibili sul piano metodo e anche sulle tesi interpretative, ma sempre stimolanti, capaci cioè (anche per esser confutate, e persino di essere radicalmente respinte), di dare inedite suggestioni, aprire scenari nuovi, suscitare la volontà di sapere di più e capire meglio.

Non fu mai un “intellettuale di sinistra”, ma non fu mai tra gli avversari della sinistra; scelse una sorta di via appartata, anche quando scriveva sulla stampa (tenne una rubrica per almeno un trentennio su “Panorama”, prima della svolta berlusconiana del settimanale), una via fondata su una totale indipendenza di giudizio, che gli consentiva di dire sempre la sua, in modo libero, anche se non di rado con giudizi non condivisibili, prima che sul piano politico, su quello scientifico. Si occupò, tra i primi, anche della “Storia del Partito Comunista Italiano”, con un volume così intitolato, firmato insieme a Fulvio Bellini, uscito presso il raffinato editore Schwarz di Milano nel 1953, l’anno della morte di Stalin, un personaggio storico verso il quale invitava a guardare senza semplificazioni demonizzanti e banalizzazioni incongrue; vanno ricordati i due libri “Stalin e la sinistra”, edito da Baldini Castoldi & Dalai (2009) e “In difesa del comunismo nella storia del XX secolo” (Kaos Edizioni, 1998).

C’era nel suo approccio alla storia del comunismo una attitudine laica, che respingeva ogni rifiuto aprioristico, ma altresì l’adesione ideologica, che peraltro era comunque, per quanto concerne il comunismo italiano, caratterizzato da una forte simpatia per Amadeo Bordiga e il bordighismo, corrente sconfitta in seno a un movimento a sua volta sconfitto. E fu tra i primi a proporre una interpretazione “dietrologica” del terrorismo brigatista con la Storia del partito armato (Rizzoli, 1986), in cui avanzava l’ipotesi, che oggi possiamo ritenere nient’affatto peregrina, che le azioni di brigatisti e sodali fossero state tollerate se non addirittura favorite da centri di potere, istituzionali ed economici, che erano ostili ad ogni vero cambiamento sociale in Italia.

Negli ultimi decenni Galli si era inerpicato sui sentieri malagevoli dell’esoterismo, per interpretare fenomeni, ideologie e movimenti come il nazismo, in particolare con una suggestiva e, ribadisco, non persuasiva analisi su “Hitler e il nazismo magico” (Rizzoli, 1989), ripresa e sviluppata nel succesivo, recentissimo “Hitler e l’esoterismo” (Oaks 2020).  Del testo hitleriano, il famigerato “Mein Kampf “ aveva osato pubblicare una edizione con sua ricca Introduzione (ancora con le Edizioni Kaos, 2002).

Più condivisibili a mio avviso, e di grande attualità, le analisi sugli svolgimenti del turbo-capitalismo e dell’inabissamento della democrazia, sullo strapotere dei grandi network della finanza internazionale con due libri recenti: “Il golpe invisibile” (Kaos, 2015) e “Il potere che sta conquistando il mondo” (con Mario Caligiuri e uscito da Rubbettino). Libri di cui si parlò poco, purtroppo, mentre al di là di una certa tendenza al complottismo, fornivano interessanti chiavi di lettura sulla spaventosa deriva del capitalismo internazionale. Ora Giorgio Galli non potrà più aiutarci a decifrare la china in cui il nostro mondo sta precipitando. Rimane, se non altro, di lui, la libertà di ricerca e l’indipendenza di giudizio: due valori da non sottovalutare, in un’epoca di triste conformismo

Giorgio Galli (dal sito del “Corriere della Sera”)

Goodbye, Leonardo!

Un altro morto. Se n’è andato ieri, 14 dicembre 2020, Leonardo Mosso, un uomo meraviglioso, un autentico esemplare di architetto filosofo, di architetto artista, di architetto creatore in sintesi. L’architettura, ci hanno insegnato i classici, da Aristotile a Vitruvio, da Leon Battista Alberti fino a Le Corbusier, richiede competenze che vanno dalla filosofia all’ingegneria, dalla storia alla letteratura. Richiede uno sguardo ampio, anzi amplissimo, un respiro intellettuale che tuttavia non è da tutti: troppo sovente, oggi specialmente, gli architetti sono dei tecnici, magari forniti di un know how specifico, ma senza quel respiro, senza la passione creativa, che pure sarebbe indispensabile se si vuole lasciare un’orma di sè. Leonardo Mosso si ispirava in particolare ad Alvar Aalto, di cui seguì le orme, adibendo, con la sua dolcissima compagna Laura Castagno, architetta e grande organizzatrice, la loro dimora in collina a Centro dedicato appunto al geniale architetto finlandese.

Leonardo era figlio d’arte: suo padre Nicola (che ebbi il piacere di intervistare molti anni fa, per le mie ricerche sulla cultura a Torino), fu un architetto che per un periodo aderì a futurismo, e ha dato alla città di Torino alcune opere importanti. Leonardo aveva in più la poesia, rispetto al padre: è stato davvero un creatore, con disegni (molti) e opere, poche rispetto a quanto sarebbe stato lecito aspettarsi, ma non era facile che i suoi progetti, veri esempi di poesia trasformata in architettura, venissero approvati dagli enti pubblici. non ha avuto il successo che meritava. Un paio d’anni or sono la città di Parigi, gli ha dedicato una sala permanente al Centre Pompidou. Ancora una volta dovremmo concludere: “nemo propheta in patria?”.

Curiosità degna di nota: Alvar Aalto aveva una barca con la quale compiva gite sui meravigliosi, innumerevoli laghi del suo Paese. La barca si chiamava “Nemo propheta in patria”.

Ma di Leonardo Mosso ricorderò soprattutto la dolcezza, l’apertura dialogica, l’empatia. Lo saluterò come fanno i finlandesi con chi muore: “Hyvästi Leonardo!”, ossia Goodbye, Leonardo!

“(L’immagine è tratta dalla cerimonia di designazione a “socio onorario” della SIAT, Società Ingegneri ed Architetti di Torino)

Ricordando la morte di sette operai

A Torino oggi 6 dicembre 2020 si è inaugurato il Museo-Memoriale dedicato ai setti lavoratori uccisi nell’incidente alla Tyssenkrupp nella notte tra il 5 e il 6 dicembre del 2007.

Scrissi a fine anno un articolo, che venne intitolato “I nostri “Magnifici sette”. Riflettori accesi sulla classe operaia“. Apparve sul settimanale “Avvenimenti”, nei primi giorni di gennaio 2008. Lo ripropongo, ora, con l’amarezza di un esito processuale che non ha condannato i proprietari tedeschi della fabbrica. E come omaggio, doveroso e partecipe, a quei nostri “Magnifici Sette”.

Che il presidente della Repubblica, nel discorso tradizionale del 31 dicembre, dedichi spazio, e cospicuo spazio, a un incidente sul lavoro, e ne tragga spunto per ribadire il concetto già espresso del problema delle “morti bianche”, è un fatto nuovo nella storia della Repubblica. Non sono cosa nuova, ahimé, i lutti procurati a tante famiglie da impalcature che cedono nei cantieri, da altiforni che scoppiano, da volte di miniere che crollano, da impastatrici che inghiottano persone.

La costanza e la regolarità degli incidenti sul lavoro, l’indefettibile somma di morti e feriti e mutilati, e dall’altro canto l’immutabile litania (post factum, naturalmente) degli ispettorati del lavoro che lamentano scarsità di mezzi e di fondi, tuttavia, contrastano con questo clima emergenziale che fa sì che la più alta carica dello Stato nella solenne cerimonia allocutoria di fine anno se ne occupi. Com’è possibile, mi dicevo, davanti all’autentica commozione di Napolitano – a mia volta commosso –, che da decenni il bilancio di fine anno sia sempre lo stesso? Com’è possibile che cambiando i governi, mutando le stagioni politiche, e davanti a trasformazioni sociali e persino antropologiche della classe lavoratrice, nulla cambi? Com’è possibile (e com’è accettabile) che ogni giorno almeno tre esseri umani lascino la vita in fabbriche, cantieri, aziende agricole, miniere? E, contemperando il pessimismo dell’intelligenza, con l’ottimismo della volontà, cui il residuo gramscianesimo del postcomunista Napolitano ci invitava, sono ritornato con il pensiero ai morti di Torino, a quei nostri compagni, amici, fratelli sconosciuti di cui ormai sappiamo molto: le speranze rimaste inappagate, i sogni celati nel cassetto, i bimbi che li aspetteranno invano, le mogli e fidanzate che li piangono, i genitori che maledicono chi quelle vite ha spezzato.

Rocco, il “padre” di tutti, sacrificatosi come il capitano della nave: 54 anni, a soltanto un passo dalla pensione; Angelo, quarantenne, padre di due ragazzi; Antonio, e Roberto trentenni, entrambi genitori l’uno di tre figli, l’ultimo nato solo due mesi fa, l’altro con due bambini piccoli; e poi i tre ventiseienni, l’età in cui la gran parte dei miei studenti universitari è lontana dalla laurea: loro, Bruno, Rosario, Giuseppe, avevano già anni di acciaierie alle spalle e un futuro che immaginavano diverso, e che non avranno. I loro nomi, i loro volti, le loro storie, sono del tutto “normali”, come in fondo lo sono le loro morti atroci, sopravvenute, tutte, tranne la prima (quella di Antonio), istantanea, dopo agonie di varia durata. Essi sono gli involontari, ma veri eroi del proletariato.

Guai alla nazione che ha bisogno di eroi, ammonisce il vecchio Brecht. Ma questa Italia che ha assegnato medaglie, eretto monumenti, intitolato strade agli “eroi di Nassiria”; che ha santificato un mercenario al soldo di “agenzie” straniere; questa Italia che con troppa facilità ha esondato retorica, parlando di “missioni di pace” in relazione a uomini in divisa, armati fino ai denti; questa nostra Italia forse ora dovrebbe chiedersi se non siano qui, nelle acciaierie di Torino, e in tutte le fabbriche non ancora dismesse del territorio italiano, i nostri veri campioni in “missione di pace”. Giuseppe, Rosario, Bruno, Roberto, Antonio, Angelo, e Rocco – nomi e volti di una fetta di umanità che frettolosamente, sulla base di semplicistiche analisi sociologiche, abbiamo imparato quasi ad espungere dal nostro universo quotidiano – ci hanno ricordato, nella loro tragedia, che la classe operaia esiste, e che tutta l’immaterialità (economia virtuale, comunicazione, informatica, cultura, sapere scientifico e tecnologico, intrattenimento…), esiste in quanto ci sono degli operai – quegli “uomini di carne ed ossa” a cui Antonio Gramsci invitava ogni giorno della sua breve vita a guardare, ad ascoltare, e a imparare da loro – che producono beni materiali, beni che regalano ricchezza a pochi, ma sicurezza a tutti, rendendo possibile la stessa sopravvivenza della struttura sociale ed economica.

Eppure la sicurezza della società, che “Rocco e i suoi fratelli” (come li ha chiamati la Repubblica), ogni giorno, e ogni notte, ci garantiscono, viene ripagata dalla società non soltanto con salari indecenti, ma con condizioni di vita che, troppo spesso, si rivelano condizioni di morte. A loro, i nostri “magnifici sette”, vorrei che tutti coloro che credono ancora nella possibilità se non di una liberazione universale, almeno di una (minima) giustizia sociale, rendessero omaggio ogni giorno di questo anno nuovo, non più spegnendo le luci della ribalta – come giustamente ha fatto il sindaco di Torino, Chiamparino, per la sera di San Silvestro – ma d’ora in avanti, tenendole accese: ma su di loro, sul loro lavoro, sulla loro vita, sul loro ruolo sociale.

D’ora in avanti, teniamoli accesi i riflettori, sulle fabbriche e sui cantieri, sulle miniere e sulle officine, senza aspettare la prossima tragedia. Sarà il modo in cui chi non condivide l’esistenza di un tornitore o di un tubista, di un manovale o di un minatore, ne assumerà, in qualche modo, i problemi, e vigilerà: pronti, tutti noi –  politici, amministratori, tecnici, giornalisti, intellettuali, militanti, cittadini consapevoli e attivi – ogni volta che sia necessario, a passare dall’osservazione alla critica e alla denuncia. Ma, per favore, prima, non dopo.

(Nell’immagine tratta dal web i volti dei sette operai)

addio al genio del calcio

Diego Armando Maradona non è stato un calciatore (non so se il più grande di tutti i tempi; la definizione “il genio del calcio”, mi pare assai adeguata), nè semplicemente un “personaggio” di ogni genere di cronaca.
Maradona è stato un simbolo: un duplice simbolo, di un bambino che nasce nella miseria estrema e si riscatta con il calcio, un calcio poetico (Pasolini disse che se in Europa il calcio era prosa, in America Latina era poesia) che egli portò ai livelli più incredibili, e quindi per il suo Paese, l’Argentina, in cerca di riscatto, proprio come Diego e la sua famiglia; ma è stato un simbolo anche per la città di Napoli, che nelle imprese di “Dieguito” trovò il culmine di una stagione di rinascita, poi andata tristemente rovinando.


Andai a Napoli subito dopo la vittoria del primo scudetto da parte della squadra, nel maggio del 1987. Era la prima volta che quella squadra vinceva il Campionato di calcio della Serie A. Un evento quasi impensabile, eppure atteso da anni. Ebbene, non avevo mai visto la città dove pure ero stato moltissime volte, così gioiosa, così trasfigurata, così ebbra di felicità.

Maradona era ovunque, e tutti, dico tutti, avavano il suo nome sulle labbra.Il suo bel volto, con quella chioma leonina, il numero 10 della sua maglia azzurra, i dettagli (una scarpa, un piede, un dito…), istoriavano i muri, sventolavano da stendardi, garrivano sulle bandiere bianche, azzurre, tricolori. Era difficile non farsi coinvolgere, e io che non seguivo più il calcio da anni, mi lasciai trascinare, cantando, fotografando, ridendo e agitando il pugno nel nome di Diego e degli “azzurri”. E quel ritornello: “Arriva Maradona / Arriva Maradona / Olè, olè” che ci entrava nella testa, e pur involontariamente per giorni e giorni, dopo la mia partenza, continuava a risuonare allegro e beffardo dentro me…


Capii solo allora che Maradona era il sogno di una città trascurata, negletta, considerata solo in termini di folclore e camorra: Maradona fu anche folclore, anche del peggiore, talvolta (con gravissime responsabilità dei media, che lo hanno sempre tormentato, tra gli osanna e il vituperio), ma fu una autentica speranza di catarsi. E quella speranza lui poi seppe portarla in giro, sostenendo le buone cause, prima di tutte quella per la libertà e l’indipendenza di Cuba.


Diego Armando Maradona, nessuno come te, possiamo dirlo tranquillamente, ma con il dolore che pure chi non è tifoso di calcio, pure chi non è napoletano, oggi prova, credo, per la tua morte. Ma davvero mi sento di aggiungere: una morte che non sarà una scomparsa. Dieguito da oggi è definitivamente entrato nell’immortalità, una condizione riservata a pochi, pochissimi.

10 maggio 1987. Maradona alla vittoria del primo scudetto al Napoli.


Nel link si vede Manu Chao cantare per e con Diego. Imperdibile. Struggente, in questo momento tanto più, la commozione del dedicatario della canzone.

Vietato Pensare?

Non ci si può ripetere, non posso ripetere ogni settimana lo stesso concetto, sia pur scrivendo articoli diversi. Morale della favola: questo è un paese senza speranza. O detto voltando il pessimismo della ragione in ottimismo della volontà, la speranza è nei piccoli gruppi, quelli esaltati da un filosofo che amai e che conobbi e frequentai da giovanissimo, Aldo Capitini, quelli nei quali egli vedeva la forza, che poi avrebbe dovuto contagiare via via le masse. La speranza è in quei pochi (ma quanto pochi, in vero?) che quanto meno si rifiutano di farsi irreggimentare, incapsulare, dominare dal pensiero corrente: coloro che si ostinano a pensare con la propria testa, e che non rinunciano a studiare, a documentarsi, seriamente, prima di aprire bocca, e lo fanno solo sui temi di cui hanno contezza e competenza. Piccoli gruppi, minoranze, esigue perlopiù; singoli individui che tentano di resistere al mainstream, o di ridestare i dormienti. Tutto ciò premesso, entro nel merito dell’attualità.

Nell’arco di 24 ore o poco più sono saliti ai disonori della cronaca due personaggi, un politico e un scienziato, non per qualcosa che abbiano fatto, ma per ciò che hanno detto, in due diverse chiacchierate con giornalisti (il che conferma che rilasciare interviste è pericoloso, e che “gli operatori dei media” sono sovente gente da cui stare alla larga).

Il primo dei due è il presidente della Commissione Antimafia, certo Nicola Morra, in quota 5 Stelle. A “Radio Capital”, costui, residente in Calabria da decenni (benché non calabrese di origine), è stato intervistato in merito alle vicende grottesche di cui abbiamo avuto notizia nell’ultima settimana, con un succedersi di candidature farlocche a un improbabile ruolo di “commissario” alla Sanità calabrese, e dulcis in fundo con l’arresto del presidente del Consiglio Regionale, certo Domenico Tallini, in quota Forza Italia, accusato addirittura  di “concorso esterno in associazione mafiosa e scambio elettorale politico-mafioso”.

Chi avesse letto o ascoltato i commenti di rappresentanti politici e di osservatori “professionali” prima di conoscere le parole del senatore Morra, sarebbe indubbiamente rimasto a dir poco turbato. “Parole indegne… Non gli restano che le dimissioni” (Tajani, Forza Italia). “Sono pronta a bloccare i lavori dell’Antimafia fino a quando questo signore non se ne andrà” (Mariastella Gelmini, Forza Italia: e intanto mi chiedo che cosa ci faccia la signora nell’Antimafia). “Parole vomitevoli… si dimetta” (Matteo Salvini, Lega: no comment). “Le sue parole sono indifendibili ed insopportabili….Si scusi subito” (Andrea Marcucci, capogruppo al Senato PD). ““Le parole del senatore Morra sono indegne e ingiuriose e volgari… Il senatore Morra avrebbe già dovuto scusarsi da molte ore” (Emanuele Fiano, PD). “”La frase di Morra disonora le istituzioni ” (Elisabetta Casellati, Presidente del Senato, quella che aveva garantito che Ruby era la “nipote di Mubarack”). “Non può restare impunita una volgarità così bassa” (Nicola Spirlì, il neofascista che ha preso il posto della Santelli scomparsa). E dulcis in fundo: ““Morra dovrebbe chiedere scusa per quanto affermato. Quanto detto è inaccettabile” (Davide Crippa. capogruppo M5S alla Camera).

Ebbene che cosa ha dichiarato Morra? Ha ricordato che l’ultimo arrestato, Domenico Tallini, era stato inserito nella poco onorevole lista degli “impresentabili” dalla Commissione Antimafia. Naturalmente Forza Italia l’ha candidato e il soggetto ha fatto il pieno di voti, pare sia stato il più votato nell’intera regione, di sicuro della Provincia di Catanzaro.  E che tra i suoi sostenitori vi era stata la berlusconiana (accanitamente tale, devo rammentare) Jole Santelli, divenuta poi presidente della Giunta Regionale, morta qualche tempo fa. Ricordare ora che Santelli era intima di personaggi come Tallini, cosa ovvia, essendo lei un pezzo da Novanta sostenuta personalmente dal Cavaliere di cui si ricordano le ultime spiritosaggini sessual-politiche nel comizio a sostegno della Santelli.

Ma questo è un paese cattolico e ipocrita, come ricordò Eduardo De Filippo, alla morte di Pasolini, un paese in cui quando si muore tutti diventano buoni e se ne cantano le lodi. Ma non è così. C’è morto e morto, disse Eduardo. E Pasolini era grande da morto come da vivo. Invece a Morra sono toccati gli improperi di tutti, le richieste di scuse o persino di dimissioni, da parte di gente che non ha battuto ciglio davanti a quello che accadeva in Regione Lombardia, e alle losche faccende del presidente Fontana.

Forse ciò che ha disturbato dietro la foglia di fico del rispetto dei morti e dei malati oncologici (ma che c’entra!?), è che Morra ha messo in evidenza ciò che in realtà è noto anche ai ciechi e ai sordi: che “Forza Italia ha un problema. E questo problema si chiama Dell’Utri”. FI è profondamente imbevuta di mafiosità, insomma, e le indagini giudiziarie ce lo confermano settimanalmente (e bene stanno, in prossimità, e contiguità con i berlusconiani, i partiti di Salvini e di Meloni, a dire il vero).

Sarà spiacevole quel che ha detto dopo, Morra, ma si tratta di parole sbagliate? “Era noto a tutti che la presidente della Calabria Santelli fosse una grave malata oncologica. Umanamente ho sempre rispettato la defunta Jole Santelli, politicamente c’era un abisso. Se però ai calabresi questo è piaciuto, è la democrazia”. In sostanza, Santelli, Tallini e gli altri sono stati votati dai calabresi. I quali ora hanno poco da lamentarsi. La sola frase che avrei evitato è la seguente: “La Calabria è irrecuperabile” ma se si legge il seguito diventa anch’essa, almeno parzialmente, condivisibile; il seguito è, infatti: “lo è fin quando lo Stato non affronterà la situazione con piena consapevolezza”.

In sostanza, ciò che ha dichiarato Morra non fa una piega, e stiamo assistendo a un coro di ipocriti che con queste polemiche stanno raggiungendo un bell’obiettivo, oscurare la notizia, gravissima, sull’arresto del super-votato Tallini, e in generale impedire sul nascere una riflessione seria sulla situazione calabrese, e sull’intreccio mafia/politica su cui solo il procuratore Nicola Gratteri, vox clamantis in deserto, lancia gridi di allarme, sempre più isolato.

E invece, dalli al reprobo, la colpa non è dei politici collusi, o degli ndranghetisti che spadroneggiano, la colpa è di chi mette il dito nella piaga.

E vengo all’altro caso, e andiamo nel campo oggi ahinoi più frequentato dai media, quello sanitario in relazione al Coronavirus. Il protagonista è un noto microbiologo, Andrea Crisanti dell’Università di Padova. Sempre in una intervista (ah, se gli scienziati non si fossero lasciati sedurre dalla televisione!), alla domanda: “Lei, prenderebbe il vaccino, oggi?” E lui ha risposto: “Senza dati no”. Apriti cielo. Accusato di esser un “no vax” (orrore orrore!), di spargere pessimismo (siamo sempre al “ce la faremo”!…), di non sapere nulla del virus e del vaccino (un ignorante, insomma), e via seguitando. Il Crisanti svillaneggiato dal presidente dell’Agenzia del Farmaco (ovviamente, che sponsorizza il vaccino, quale che sia), dal Consiglio superiore di sanità (di nomina governativa…),e direttamente dall’autorità di governo, da quel ministero della Salute, il cui titolare, Speranza, si è messo in luce per varie topiche, la migliore delle quali è il libro che ha scritto qualche mese fa (quando ne ha trovato il tempo? Non era impegnatissimo a predisporre le risorse contro il virus?), dal titolo “Perché guariremo” Sottotitolo: “Dai giorni più duri a una nuova idea di salute” (ahimè, Feltrinelli editore). Il libro è stato bloccato in magazzino prima che venisse distribuito con la motivazione che il ministro ora non ha tempo per le presentazioni (sic!). Insomma, prima che gli italiani e le italiane lo tirassero in testa all’inclito scrittore/studioso/politico.

Ed ecco che Crisanti, il quale già in passato aveva frenato sugli stolti ottimismi di questo ministrello, viene gettato nella bolgia degli infami. La sua colpa? Avere detto che di norma occorrono anni per creare, sperimentare produrre un vaccino, e che sono necessari test complessi e reiterati su ampi campioni di popolazione. E insomma, mentre tutti – sospinti dalle società farmaceutiche impegnate nella produzione di vaccini concorrenti tra loro: business is business – gridano: “Vaccino! Vaccino subito! Un vaccino qualunque…!”, uno scienziato ha messo in guardia.

Contro Big Pharma, e contro la politica in cerca di facile consenso, forse dovremmo tutti essere un po’ Crisanti, ossia almeno attivare il dubbio critico. Tutto qui. Se ci dicono che non possiamo farlo noi profani di medicina, possiamo almeno accettare che lo faccia chi di mestiere si occupa di tali argomenti? No, a quanto pare non si può.

Insomma, la caccia all’untore, la semplicistica attribuzione di colpa ai “cittadini che non rispettano le regole”, con parallela implicita assoluzione della classe di governo, centrale e locale, che ha sulle sue spalle buona parte dei morti e degli ammalati di Covid 19, sta diventando ora caccia al “disfattista”.

Il caso Morra e il caso Crisanti sono due campanelli d’allarme. Non i primi e certo non gli ultimi, ma la loro concomitanza inquieta. Non si tratta di schierarsi con Morra o contro, con Crisanti o contro. Ma di riflettere. A me pare che siamo su una brutta, bruttissima china. Tra le tante limitazioni, presto sarà decretata anche quella al libero pensiero? Ci sarà concesso soltanto di pensare pensieri “autorizzati”?

21 novembre 2020

NICOLA MORRA

ANDREA CRISANTI

Ricordo di un incontro con Saramago

“La cecità stava dilagando, non come una marea repentina che tutto inondasse e spingesse avanti, ma come un’infiltrazione insidiosa di mille e uno rigagnoli inquietanti che, dopo aver inzuppato lentamente la terra, all’improvviso la sommergono completamente.”

Così leggiamo in “Cecità” uno dei capolavori di José Saramago, il grande scrittore portoghese mancato una decina d’anni fa (esattamente il 18 giugno 2010, e mi spiace di aver mancato di ricordarlo in quella occasione). “Cecità” (del 1995) è l’inquietante racconto di un’umanità che si avvia a perder la vista, ignara, e incosciente: “non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono”. Si tratta di un testo che in questo tempo orribile che ci è dato di vivere, è stato riscoperto, riletto, angosciosamente, come una terribile metafora della pandemia che ci stava e ci sta travolgendo (l’altra “riscoperta” è stata “Storia della colonna infame”, lo straordinario racconto, fondato su documenti processuali autentici relativi alla peste del secolo XVII, quella dei “Promessi Sposi”, di Alessandro Manzoni su come in tempi di epidemia si possa diventare paranoici, e persecutori del prossimo).

E accade che un’amica riscopra, proprio oggi, 16 novembre, giorno di nascita di Saramago (nel 1922) delle foto di undici anni or sono, e me le mandi. Non erano del resto difficili da scovare, ma me ne ero scordato. Sono immagini di un incontro da me organizzato e coordinato a Torino, nel Palazzo delle Facoltà Umanistiche (“Palazzo Nuovo”), in uno degli eventi preparatori della V Edizione di FestivalStoria che dirigevo (prima che alcune lobby, religiose, culturali e politiche affossassero la manifestazione, troppo libera e seria per piacere). Era esattamente il 10 ottobre 2009, un sabato mattina. E avevo intitolato l’incontro “I libri contro il potere”. Sottotitolo “Conversazione di José Saramago con gli studenti e il pubblico”. Con l’aiuto del collega Giancarlo Depretis, ispanista, io condussi l’incontro, stimolando lo scrittore con domande, a cui egli rispondeva in modo torrentizio, invano frenato da sua moglie, la vivacissima Pilar (al secolo Pilar del Rio Gonçalves, giornalista e traduttrice delle sue opere in spagnolo; la si vede alle sue spalle in una delle immagini).

Era appena uscito tra molte polemiche “Il Quaderno” che raccoglieva i testi per il suo blog, rifiutato dalla casa Einaudi (che pure era l’editore storico di Saramago in Italia) e accolto da Bollati Boringhieri. Si disse che essendo quel libro ferocissimo verso Silvio Berlusconi, ed essendo l’Einaudi divenuta proprietà di Elemond, che significava Mondadori, che significava Mediaset, il libro era stato censurato. Del resto Saramago, uomo liberissimo, oltre che scrittore meraviglioso, era stato sempre in battaglia: contro la dittatura di Salazar nel suo Paese, innanzi tutto, ma si era battuto contro la Chiesa cattolica, baluardo di oscurantismo (famoso il suo “Vangelo secondo Gesù Cristo”, del 1991), contro Israele per la sua politica persecutoria verso i palestinesi, contro i signori della guerra e via seguitando. Non dimentichiamo che figlio di una famiglia proletaria José si era iscritto al Partito Comunista Portoghese (più tardi si definì anarco-comunista), ed era sempre stato dalla parte dei deboli e degli oppressi, e la metafora della cecità in vero rinviava al bisogno di dire, di urlare la verità.

Fu un momento bellissimo, quel sabato di ottobre. Il pubblico era entusiasta (quello che era riuscito a entrare nell’aula magna a piano terra del Palazzo). Saramago in gran forma, cordiale ma duro quando si trattava di affrontare argomenti spinosi, sui quali non faceva mai un mezzo passo indietro. E fece comprendere a tutti che se esistono scrittori pronti a prostituirsi, ci sono, per nostra fortuna, anche quelli che non si tirano indietro, che non si piegano e non si lasciano comprare, intellettuali che non voltano la testa dall’altra parte, davanti all’ingiustizia, e sono suscitatori di inquietudini, di eccitatori del dubbio critico, e assumono su di sé il dovere di dire la verità e aiutare i loro lettori a scoprirla e a diffonderla. Eppure Saramago non si vergognava di essere stato un autodidatta, che aveva sospeso gli studi presto per le condizioni economiche familiari, e non faceva professione di intellettuale, per così dire, anzi in qualche modo polemizzando contro di essa, come quando iniziò il suo discorso di accettazione del Nobel per la Letteratura (1998), con questa frase: “l’uomo più saggio ch’io abbia mai conosciuto era mio nonno e non era in grado né di leggere né di scrivere”. Parole che suscitarono scandalo, come tante sue prese di posizione, e come, per i puristi di una certa letteratura, suscitava scandalo, a partire dagli anni Settanta in poi, la sua scrittura “disordinata”, spesso senza punteggiatura, quasi post-futurista e “anarchica”.

Per lui ateo dichiarato, si può usare come epigrafe la famosa frase (dal Vangelo di Matteo, ma con varianti in quello di Luca e altrove): “oportet ut scandala eveniant”. È necessario che gli scandali avvengano. Contro il quietismo, contro l’indifferenza, contro il silenzio dei vili.

Unico rimorso non aver il tempo di onorare il suo invito ad andare a trovarlo a Tias, nell’isola di Lanzarote (Canarie), dove si era ritirato a vivere e dove morì.

16 novembre 2020

(Le foto sono di Luca Ramella)

jose saramago nobel portoghese incontra gli studenti all’universita di torino
jose saramago nobel portoghese incontra gli studenti all’universita di torino

"Sono pessimista con l'intelligenza, ma ottimista per la volontà". (Antonio Gramsci, 19 dicembre 1929)